Cultura

Picasso in mostra a Milano. A Palazzo Reale la “Metamorfosi” del maestro

Picasso in mostra a Milano. A Palazzo Reale la "Metamorfosi" del maestro

I capolavori del genio visionario di Pablo Picasso, visti attraverso una prospettiva inconsueta e interessante: il rapporto con la mitologia greco-romana. Ai quadri, ai disegni e alle sculture dell’artista, sono accostati antichi vasi, ceramiche, placche votive, idoli e statuine che vanno fino al 2500 a.C., ed ecco che dal minotauro, dalle donne con l’anfora sulla testa di Picasso, traspare una filigrana di antichità. Il legame tra l’arte e il mito. A raccontarlo è la mostra Metamorfosi, in programma dal 18 ottobre (e fino al 17 febbraio) a Palazzo Reale. Già 90 mila le prenotazioni per vederla: vale la pena affrettarsi.

Picasso in mostra a Milano. A Palazzo Reale la "Metamorfosi" del maestro

 Picasso – La donna in giardino

“Circa 200 opere divise in 14 sale, e in ognuna Picasso riesce ad evocare una tappa del progetto scientifico, anche con sue citazioni” ha spiegato Pascale Picard, curatrice della mostra e direttrice dei Musei civici di Avignone, durante la presentazione, con l’assessore alla cultura Filippo Del Corno e il direttore di Palazzo Reale Domenico Piraina. Quella che si trova all’inizio del percorso espositivo riassume il senso della sua arte: “la maggior parte dei pittori fabbrica una stampo per le torte. Poi fa sempre le stesse torte. Sono molto contenti. Un pittore non deve mai fare quello che la gente si aspetta da lui. Il peggior nemico di un pittore è lo stile”.

Picasso in mostra a Milano. A Palazzo Reale la "Metamorfosi" del maestro

Picasso – Il bacio

Promossa e prodotta da Comune di Milano – Cultura, Palazzo Reale e MondoMostreSkira, la mostra fa parte del progetto triennale Picasso-Me’diterrane’e, voluto dal Muse’e Picasso di Parigi con altre istituzioni internazionali. La tappa milanese ha un significato particolare: proprio nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale dove si è tenuta la conferenza stampa, Picasso espose per la prima volta Guernica nel 1953. Le opere raccolte in Metamorfosi arrivano numerose dal Louvre (circa 50), e dal Muse’e National Picasso di Parigi e da altri importanti musei europei come, tra gli altri, i Musei Vaticani di Roma, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Picasso in mostra a Milano. A Palazzo Reale la "Metamorfosi" del maestro

 Picasso – L’abbraccio

Durante il percorso espositivo l’accostamento delle opere di Picasso a quelle di arte antica faranno emergere chiaramente come lo hanno ispirato e profondamente influenzato. Si comincia dal dipinto del Bacio, l’olio su tela del 1969, attorniato da piccolissimi e antichi frammenti di terracotta di cui si sono salvate appena le labbra degli innamorati. E al centro della sala il Bacio di Rodin.

Picasso in mostra a Milano. A Palazzo Reale la "Metamorfosi" del maestro

 Picasso – Busto di donna

E così via con le tante raffigurazioni fantastiche presenti nel repertorio mitologico alle quali si rifà Picasso: il minotauro, il fauno, Arianna e gli uccelli. Materiali diversi che vanno dal rame fino alle 15 lastre di argilla che compongono i magnifici “Suonatori”. Per finire, nell’ultima sala, con una scultura ‘La dama in giardino’ del 1930, in ferro saldato utilizzato come materiale di riciclo volutamente dipinto in bianco come il marmo, e una sua citazione: “Chi vede correttamente la figura umana? il fotografo, lo speccio o il pittore?”.

Picasso in mostra a Milano. A Palazzo Reale la "Metamorfosi" del maestro

 Picasso – Piastrellina decorata con un baccanale un musico un danzatore e…

A completare l’offerta un cd ‘the sound of Picasso’ con le musiche che hanno accompagnato il percorso artistico del genio spagnolo, e il corposo catalogo della mostra, edito da Skira. Per informazioni www.palazzorealemilano.it, biglietti da 14 a 6 euro. 

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“Se Mao Zedong sapesse cos’è diventata la sua Cina”, dice Yu Hua 

"Se Mao Zedong sapesse cos’è diventata la sua Cina", dice Yu Hua 

Ulf Andersen / Aurimages

 Yu hua (AFP)

Quando, nel 2013, Yu Hua pubblicò in Cina “Il Settimo Giorno”, un romanzo surreale che racconta la vita grottesca di chi vivo non è più, il grande narratore cinese spiegò al Corriere della Sera quale era stata la molla che lo aveva spinto a scrivere un’opera che contiene l’almanacco delle storture della Cina contemporanea, dal cibo adulterato alle demolizione delle abitazioni. “In Cina sempre più gente non riesce a comprarsi la tomba e, nel caso, sa che la proprietà dura solo 25 anni. Capisco i 70 anni di diritti sulla casa, che è per i vivi, ma 25 anni per i morti? Ecco allora che ho immaginato un ‘Luogo per i morti senza tomba’: per criticare con più efficacia la crudeltà della realtà”. 

Il 18 ottobre il cinquantottenne Yu Hua, che durante la gestazione decennale di questa opera aveva pubblicato “La Cina in dieci parole”, è uscito in Italia con il suo ultimo libro, “Mao Zedong è arrabbiato” (Feltrinelli, 16 euro, traduzione di Silvia Pozzi), un racconto appassionato, ironico e coraggioso della Cina di oggi. “Se Mao Zedong sapesse cos’è diventata la sua Cina, sarebbe talmente arrabbiato che chiederebbe lui per primo di tirare giù il suo ritratto a Tian’anmen”, scrive l’autore.

“L’educazione patriottica dispensateci dal Partito comunista in quasi sessant’anni ha mescolato in unico calderone l’amore di patria e la devozione al Partito, cioè al governo. Celebrarli significa celebrare la Cina. Subdolamente hanno cancellato la differenza tra la nazione e chi la amministra portandoci via il patriottismo per sostituirlo agilmente con un ottuso nazionalismo”.

Si tratta di un libro patriottico che però, scrive Marco del Corona su La Lettura, “può essere accusato di essere anti-patriottico”.  Come già “Il Settimo Giorno” (uscito in Italia nel 2017 per Feltrinelli), continua, “sembra insieme un atto d’amore e un atto d’accusa”.

Yu Hua, durante una intervista ad Agi, descrive le contraddizioni con cui la seconda economia, dopo 40 anni di riforma e di apertura, si ritrova a fare i conti, spingendosi a immaginare a un certo punto la fine del Partito comunista Cinese. “Tra 100 anni sarà tutto cambiato, il Partito non esisterà più”. Proprio in merito al “Settimo Giorno”, che l’autore aveva aveva dedicato al caos della società, ai drammi che sono il volto meno conosciuto della modernizzazione turbo-capitalista, Yu Hua dice:  “Vorrei che tra 100 anni i lettori leggano questo libro non solo come opera letteraria, ma anche come testimonianza delle follie successe in Cina per 30-40 anni, subito dopo la Rivoluzione Culturale”.

"Se Mao Zedong sapesse cos’è diventata la sua Cina", dice Yu Hua 

Ulf Andersen / Aurimages

 Yu hua (AFP)

Perché il mondo dei morti per raccontare la Cina di oggi?

“A volte, la scrittura è fatta di incontri con la fortuna, di casi. Ho avuto una idea fulminante, ho visto una scena: quella di un morto che riceve la telefonata da un crematorio, all’altro capo del telefono gli dicono che è in ritardo per la sua cremazione. Lì mi è sembrato che ci fosse l’incipit perfetto, l’escamotage letterario perfetto, per riuscire a concentrare storie diverse in un unico posto. Una cornice che potesse contenerle tutte”.

I suoi libri si ispirano a fatti realmente accaduti?

“Racconto le assurdità che accadono Cina da trent’anni a questa parte. Non sono notizie di cronaca nera. Una cosa brutta succede una volta. In Cina, invece, sono tanti anni che le cose che racconto continuano a succedere in maniera ricorrente. E quando un fatto si verifica continuamente, non è più notizia, ma letteratura.

Il mio proposito era non solo di fare letteratura, ma anche di realizzare un documento storico-sociale. Vorrei che tra 100 anni i lettori leggano questo libro non solo come opera letteraria, ma anche come testimonianza delle follie successe in Cina per 30-40 anni, subito dopo la Rivoluzione Culturale.

Racconto della morte di un sindaco. Non è stata una scelta casuale. Un mio amico mi ha chiesto, “come mai hai descritto la morte di un sindaco e non di un funzionario di partito?”, visto che, come sapete, in Cina i sindaci non contano nulla, chi comanda sono i segretari di partito. Ho risposto che secondo me tra 100 anni non esisteranno più i segretari di partito, non ci sarà più neanche il Partito comunista cinese!”.

Dagli aborti clandestini alle demolizioni forzate, quali sono i drammi raccontati nei suoi libri che peseranno maggiormente sulla Cina del futuro?

“L’ascesa al potere di Xi Jinping deriva da scelta storica. In questo momento la Cina ha bisogno di un leader forte come Xi. Negli ultimi 40 anni, il processo di riforma e di apertura ha portato un grande cambiamento. La Cina si è arricchita ma sono aumentate le disuguaglianze sociali. Risultato: il Paese è nel caos.

Per caos intendo il grado di corruzione e lo stato di avanzamento dell’inquinamento ambientale. Siamo già arrivati a un punto nel quale è difficile immaginare il peggio.

Quello che possono fare i nostri vertici è ininfluente. Emanare qualsiasi legge rischia di essere inefficace per risolvere la situazione al punto in cui siamo arrivati. “L’ordine dei vertici non arriva fuori Zhongnanhai”, si dice a Pechino. In altre parole, le decisioni del governo rimangono circoscritte nelle stanze del potere.

Storicamente, quasi in maniera ciclica, quando un sistema come quello cinese entra in una situazione così delirante, fuori controllo, è necessario che arrivi un personaggio forte come Xi Jinping”.

Xi ha riportato al centro il Partito

“Il presidente cinese ha avviato con polso la campagna anti-corruzione e ha inasprito i controlli, attuando politiche sempre più restrittive in un ogni campo della vita politica e sociale. Si muove in maniera tale che viene rimosso ogni tipo di dissenso; non è consentito alcun tipo di opposizione al suo governo e al sistema di potere. E’ sicuramente qualcosa di estremo, ma che si configura come il risultato dell’epoca estrema venuta prima; si è passati da un estremo a un altro”.

Un moto perpetuo che in Cina si rinnova sempre…

“L’incipit di uno dei classici della letteratura cinese, Il Romanzo dei Tre Regni, contiene proprio questo adagio: “quando lasci andare, devi stringere; quando stringi, devi lasciare andare”.

Quando è troppo tempo che siamo rimasti aperti, bisogna chiudersi; quando siamo rimasti chiusi troppo a lungo, e quindi stiamo morendo, a quel punto ci riapriremo.

Molti intellettuali cinesi sono allarmati; io, sinceramente, non mi preoccupo. Perché questa chiusura ha una scadenza; quando finiranno le restrizioni, ci sarà un rilassamento”.

Non teme di irritare la sensibilità delle autorità cinesi?

“Non ci ho ancora pensato, ed è meglio anche che non ci pensi. Tanto ci pensa il destino, è inutile che mi preoccupi prima. Non è solo all’estero che me lo chiedono. Me lo chiedono anche in Cina: “Ma come mai non ti è ancora successo niente?”. E che ne so io. Se non mi succede niente, non posso inventarmi che mi succeda qualcosa. Certo non posso assicurare che nei prossimi 100 anni non mi succederà nulla”. 

A proposito di falsificazioni, nei suoi romanzi è spesso presente il concetto di shanzhai, cioè di contraffazione, che, ha scritto nel 2015, “mette in luce sia l’avanzamento della società sia la sua arretratezza”. Oggi è ancora così?

“Secondo me il fenomeno della contraffazione oggi è pure migliorata. Siamo già più avanti rispetto a quelli che semplicemente imitano i prodotti”.

“Dopo i fatti di Piazza Tian’anmen”, scriveva ne “La Cina in dieci parole”, “tra le conseguenze più evidenti, c’è la stagnazione del sistema politico”. La società cinese, nel suo rapporto con lo stato, è in possesso degli anticorpi in un modo che possa indurci a pensare che questa situazione non sia irreversibile, ma che possa esserci una evoluzione?

“Penso di sì, e credo che accadrà qualcosa di molto piccolo, ma che sarà capace di modificare le cose; cosa sarà, non lo so.

Mao Zedong poteva da solo cambiare le sorti della Cina come gli pareva. Lo stesso valeva per Deng Xiaoping, ma in un certo senso anche per Xi Jinping, il quale ha avviato dei cambiamenti nella direzione di un maggiore controllo sulla società. Sono però convinto che ci sarà un piccolo evento che porterà a grandi cambiamenti. Solo che non ho la più pallida idea di cosa possa essere”

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I graffiti urbani di Zanichelli, per non sbagliare a parlare

zanichelli graffiti marciapiedi

“L’italiano è una lingua maledetta” diceva sempre Paolo Villaggio, si ma solo quando faceva la parte (non lo è mai stato davvero) dell’ignorante, uno che non badava alla meraviglia della nostra lingua, alla sua straordinaria musicalità, alle sue eccezionali variazioni, ai giochi di parole che permette e alle infinite possibilità poetiche.

La casa editrici Zanichelli quest’anno ha deciso di onorarla la lingua, ancor più di quanto non faccia con lo storico dizionario Zingarelli che edita dal 1941. L’iniziativa si intitola “La cultura si fa strada” e prevede, tramite l’utilizzo della street art, il salvataggio o recupero di parole che stanno andando tristemente in disuso.

Come scrive giustamente in una nota “può forse l’italiano permettersi di perdere parole affascinanti come ghiribizzo o beffardo? Come faremmo a cucinare certe pietanze senza usare il pane raffermo? Esiste una parola più onomatopeica di ondivago? Che cosa ruberanno i banditi d’ogni crime-story che si rispetti se sarà scomparso il malloppo? Quale aggettivo descriverebbe Zio Paperone meglio di taccagno?”.

Guarda: come sono stati realizzati i graffiti

E allora via ai graffiti urbani che saranno distribuiti in 50 città italiane, nome in codice della missione “parole da salvare”, tra le 3125 voci riportate dallo Zingarelli, Zanichelli ne ha scelte ora cinque, e le propone all’attenzione dei passanti aggiungendo al semplice significato anche l’etimologia completa, la data di prima attestazione in lingua scritta e qualche esempio d’uso; e sono:

bòria /ˈbɔrja /

[lat. bŏrea(m) ‘borea, vento di tramontana’ col senso di ‘aria (d’importanza)’ ☼ 1342]

s. f.

vanitosa ostentazione di sé e dei propri meriti reali o immaginari: metter su boria; essere pieno di boria; SIN. burbanza, superbia, vanagloria

denigràre/deniˈɡrare/

[vc. dotta, lat. tardo denigrâre, in orig. ‘tingere di nero (nigrâre) completamente (dç-)’, e quindi ‘oscurare (una fama)’ ☼ av. 1306]

v. tr.

Screditare qualcuno o qualcosa offuscandone il valore, l’onore, il prestigio e simili:

denigrare i propri avversari; tenta inutilmente di denigrare la tua  reputazione

SIN. calunniare, diffamare

insìgne / inˈsiɲɲe/

[vc. dotta, lat. insĭgne(m), da sîgnum, il ‘segno’ che distingue una persona ☼ av. 1420]

agg.

1 che si distingue per meriti eccezionali: scrittore, scienziato, giurista insigne; SIN. famoso, illustre, ragguardevole

2 di grande pregio e valore: monumento insigne; chiesa, basilica insigne

solèrte / soˈlɛrte/

[lat. sollĕrte(m) ‘abile, capace’, comp. di sŏllus ‘tutto’ e ãrs, genit. ãrtis ‘arte’: propr. ‘capace d’ogni arte’ ☼ av. 1332]

agg.

1 che adempie alle proprie mansioni con cura, diligenza, attenzione estrema: insegnante, funzionario solerte

2 svolto con grande cura e diligenza: studi solerti

corroborare /  korroboˈrare/

[vc. dotta, lat. corroborâre, comp. di cŭm ‘con’ e roborâre ‘irrobustire’, da rôbur ‘forza’ ☼ av. 1334]

 v. tr.

1 fortificare, rinvigorire (anche fig.): lo studio corrobora la mente

2 (fig.) avvalorare, confermare: argomento che corrobora un’ipotesi

I graffiti sono realizzati tutti in prossimità di scuole o in zone pedonali, perché il target di riferimento sono i ragazzi, perché non perdano, proprio oggi che i programmi sul computer correggono gli errori e il T9 del cellulare suggerisce le parole da utilizzare (sempre le stesse, è un algoritmo non un nostro insegnante di sostegno), la voglia di scoprire più a fondo la nostra lingua.

Tutti i disegni saranno accompagnati dall’hashtag #laculturasifastrada e saranno realizzati con una vernice totalmente green, come specifica l’azienda “Quando la campagna è finita, i messaggi vengono cancellati usando soltanto acqua. I residui del graffito che finiscono nel sistema di scarico sono totalmente innocui per l’ambiente”. Viviamo un’epoca che da poca importanza alle parole ed è sempre più frequente l’istinto, per strada o anche in tv, di rievocare il Moretti che urlava “Le parole sono importanti!”.

È anche un’epoca veloce la nostra dove quasi ci siamo dimenticati come si usa una penna, più lenta, ok, ma che perlomeno ci permetteva di stare più attenti a quello che scrivevamo e di conseguenza, chissà, anche a ciò che ci passava per la testa. Forse è proprio vero che le parole è bene che tornino belle, grandi, sui muri delle città, scritte e non digitate, a ricordo dell’ineguagliabile magnificenza della nostra lingua. 

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Sommersi, salvati, traditori e indifferenti: storie della razzia del Ghetto di Roma

Sommersi, salvati, traditori e indifferenti: storie della razzia del Ghetto di Roma

Il 16 ottobre 1943 l’esercito di occupazione nazista sigillava il Ghetto di Roma ed iniziava a rastrellarne gli abitanti. Da Auschwitz sarebbero tornati in meno di 20. Riviviamo quelle ore raccontando l’orrore in cui precipitò la più antica comunità ebraica d’Europa attraverso una serie di storie personali

Celeste che nessuno ascoltò

La sera prima della razzia una donna, chiamata Celeste, corre e grida per le strade del Ghetto: “Domani arrivano in nazisti”. Racconta Giacomo Debenedetti che Celeste viene da Trastevere, di là dal fiume, e vicino alla Sinagoga la conoscono per essere mezza fuori di cervello. Chi potrebbe darle retta? Nessuno, infatti, la ascolta: ci si illude che i 50 chili d’oro pagati due settimane prima ai nazisti abbiano scongiurato il pericolo dei rastrellamenti.

Poche ore dopo i primi camion chiudono le strade tra Largo Arenula e il Portico d’Ottavia: è iniziato il rastrellamento. Vengono allineate dietro i camion 1.023 persone (altrettante sono raccolte in alcune altre azioni nel resto della città e nella provincia).  Torneranno in 17.

La Stella che ricorda Lucifero

Si chiamava Celeste anche lei, ma tutti la chiamavano Stella di Piazza Giudìa (il nome che aveva allora l’odierna piazza delle Cinque Scole). Bellissima, come Venere che una volta si chiamava Lucifero. Faceva la cameriera in un ristorante al Ghetto frequentato da una di quelle bande di fascisti irregolari che catturava e torturava gli antifascisti e vendeva gli ebrei ai nazisti: cinquemila lire un uomo, tremila una donna, millecinquecento un bambino. Parte che fosse l’amore a portarla sulla cattiva strada, o forse fu il desiderio di rivalsa nei confronti di un ambiente chiuso che l’aveva bollata con il marchio della donna perduta, ma lei prese a fare la spia. La delatrice. Traditrice dei suoi stessi fratelli. Dopo la guerra sarà condannata a 12 anni. Morirà nel 2001.

La donna con le buste della spesa

Molte sono le storie di donne, tra quelle che si intrecciano in quella mattinata di 75 anni fa: gli uomini o erano già sui camion o erano fuggiti. All’inizio infatti si credette che si trattasse di una operazione per rastrellare forza lavoro temporanea. Qualcuno però intuisce la verità. È la salvezza per Mario Di Porto, che ha due anni e mezzo e si trova in fila in braccio al padre. Passa una donna, “una cattolica”, con due buste della spesa, una per braccio. Li vede e dice ad alta voce: “Ma che se porta a lavorare un regazzino?”.

La sente la zia del piccolo, che sta arrivando trafelata e capisce al volo. Le due donne parlottano e si intendono. La prima si avvicina al soldato tedesco di guardia: “Oh, quello è mi’ figlio. L’avevo lasciato a ’sta amica mia perché dovevo fa’ la spesa”. Quello non capisce, ma sul camion c’è un deportato che parla tedesco, e anche lui ha capito. Il tedesco a questo punto non ha nulla da obiettare. La zia di Mario per fa riprenderselo, ma la donna con le sporte le dà quasi una spinta: “E che, te lo ridò davanti a loro? Vai ai giardinetti”. È lì che avviene lo scambio.

Mario oggi ha 77 anni. Non ha più rivisto la donna che tornava da fare la spesa.

I medici che si curavano delle anime

Eugenio Sonnino abitava a Largo Arenula, ai limiti del Ghetto. Sua madre quella mattina andò a trovare i genitori, che abitavano nella zona del rastrellamento. L’avvertì il portiere: erano stati portati via. Lei prese i due figli, si trascinò dietro il marito e filarono al Policlinico. Lì furono tutti ricoverati: chi per tifo, chi per meningite. Tutte malattie gravissime e molto infettive. I bambini, sanissimi, ebbero prima il morbillo poi la difterite e infine la broncopolmonite. Una di seguito all’altra.

La disposizione era del Professor Giuseppe Caronia, preside della Clinica di Infettivologia. Quando arrivarono i nazisti non ebbero il coraggio di avvicinarsi a quelle bombe batteriologiche. Eugenio Sonnino, divenuto adulto, resterà in zona: diventerà un affermatissimo demografo dell’Università La Sapienza. Medico, cura te stesso. Ma prima ancora ab bi cura dell’anima di chi ha bisogno.

Ultime lettere prima di Auschwitz

Grazia Calò è meno fortunata: la prendono insieme alle figlie Leda e Consola, quattro e sei anni. Il marito Cesare si è salvato perché per andare a lavorare è uscito di casa ancora prima dell’arrivo dei nazisti.

La donna non viene inviata immediatamente a morire ad Auschwitz, prima viene fermata a Verona. Anzi, può anche scrivere a casa. Indirizzo: Leonida Lucari, vicolo Costaguti 21 (calzolaio). Cronache di poveri amanti: “Ho sognato che eravamo insieme, abbracciati. Quando mi sono svegliata non puoi immaginare la mia delusione”. “Ho avuto una grande gioia nel leggere la tua cartolina: era davvero la tua calligrafia”. Sul retro della cartolina un “Vincere!” di regime.

Il carteggio verrà pubblicato nel 2018.

Sommersi, salvati, traditori e indifferenti: storie della razzia del Ghetto di Roma

La razzia dei libri

Di fronte a più di mille morti, parlare d’altro è difficile. Ma il nazismo brucia i libri fin dai suoi albori, ed anche la storia della razzia del Ghetto ha come preludio la depredazione dei libri degli ebrei. Il patrimonio culturale della comunità israelitica di Roma è immenso, e comprende gli archivi, le biblioteche, gli oggetti di uso religioso, il patrimonio del Collegio Rabbinico. Tutto finisce in centinaia di casse, riempite sotto lo sguardo vigile di personale specializzato giunto appositamente da Berlino. La comunità romana infatti è una delle più antiche del mondo, e quando non ci sarà più quelle antiche bibbie verranno esposte nel Museo delle Religioni Scomparse che Hitler ha intenzione di creare dopo il trionfo bellico. Alla fine ne sono stipati due vagoni interi di un convoglio ferroviari che parte dalla Stazione Tiburtina, direzione Brennero.

Dopo la guerra verranno recuperate 54 casse. Una piccola parte del tutto. 

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Come sono stati rappresentati i cani nella storia dell’arte. Una mostra 

Come sono stati rappresentati i cani nella storia dell'arte. Una mostra 

Il cane come ‘migliore amico dell’uomo’ ma anche percorso nella pittura e nell’arte. Una prima grande mostra si terrà a Torino, dal 20 ottobre al 10 febbraio a La Venaria Reale di Torino, sulla rappresentazione del cane nella storia dell’arte, con una raccolta di manufatti, sculture, dipinti, incisioni, disegni e fotografie opera di specialisti animalisti e di alcuni fra i massimi artisti di tutti i tempi, dall’età classica ad oggi.

La mostra, nata da un’idea di Fulco Ruffo di Calabria, ha come tema la costante presenza del cane nell’universo figurativo occidentale. Nonostante sia stato per lo più un motivo accessorio nella pittura di storia, questo compagno fedele dell’uomo si è guadagnato nel tempo una sua propria autonomia iconografica. Secondo solo alla figura umana, il cane è infatti l’animale più rappresentato nella storia dell’arte, a dimostrazione del profondo legame affettivo ed empatico che li unisce, travalicando sovente gli aspetti del decoro formale.

In tale contesto, La Venaria Reale di Torino, che fu per secoli il teatro di caccia dell’aristocrazia Sabauda, sarà il luogo più adatto a ospitare questa mostra sull’iconografia canina.

Un’esposizione articolata in cinque grandi sezioni: Cani nell’antichità, con sculture e manufatti della civiltà greco-romana; Cani in posa, con ritratti di cani, in posa o in azione (XVI-XXI secolo); Cani, uomini e donne in posa, ove uomini, donne e bambini sono ritratti a fianco di uno o più cani (XVI-XXI secolo); Cani in scena, ove il cane è inserito all’interno di episodi storici, di vita reale, religiosa o allegorica, come presenza costante accanto alla vita dell’uomo (XVI-XXI secolo); Cani immaginari, ove l’immagine del cane è trasfigurata attraverso la fantasia degli artisti, compreso il mondo del fumetto (XVI-XXI secolo).

Prestigiosa la serie di capolavori esposti, a partire dal pompeiano Cave Canem del Museo Archeologico di Napoli, provenienti da importanti musei nazionali ed internazionali, come i Musei Vaticani, gli Uffizi, la Reggia di Caserta, i Musei Civici di Trieste, il Palazzo Chigi di Ariccia, il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano, il Museo Archeologico Antonio Salinas di Palermo, eccetera. Presenti nella storica dimora di Torino opere di insigni artisti tra ‘500 e ‘700, come Jacopo Bassano, Frans Snyders, Luca Giordano, Sebastiano Ricci, Giovan Battista Tiepolo, Antonio Canova, fino a contemporanei come Eliott Erwitt, Keith Haring e molti altri.

La mostra, realizzata in coproduzione dal Consorzio delle Residenze Reali Sabaude, vede la partecipazione dell’ENCI (Ente Nazionale della Cinofilia Italiano) che curerà uno spazio all’interno dei Giardini della Reggia di Venaria. L’organizzazione di raduni ed iniziative animeranno una sede progettata come naturale luogo di svago e di piacere legato all’arte venatoria, una delle attività umane di cui il cane è emblema principe per antonomasia.

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“Il sorpasso. Quando l’Italia si mise a correre, 1946-1961”, a Palazzo Braschi 160 scatti sull’Italia della rinascita

11 ottobre 2018,17:34

Sarà dal 12 ottobre al 3 febbraio a Palazzo Braschi la mostra : “Il sorpasso. Quando l’Italia si mise a correre, 1946-1961″. Oltre 160 scatti, filmati e videoinstallazioni che raccontano il nostro Paese dalla dura ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale al clamoroso boom economico degli anni ’60. Ad accogliere i visitatori c’era lei: l’Aurelia B24S Spider protagonista con Vittorio Gassmann e Jean-Louis Trintignant nel cult di Dino Risi de ‘Il sorpasso”, da cui prende il nome la mostra. Immagini firmate da maestri come Gianni Berengo Gardin, Fulvio Roiter, Cecilia Mangini, Federico Patellani, Wanda Wultz, Tazio Secchiaroli, Bruno Munari, Willian Klein, Alfred Eisenstaedt, Gordon Parks, ma anche da fotografi d’agenzia e autori anonimi che ripercorrono il nuovo inizio dell’Italia e degli italiani, fra radicate divisioni politiche e unione nazionale negli eventi sportivi, tragedie come l’alluvione del Polesine o il sogno come l’immaginario mondo del cinema.

Nell’Ultima Cena Leonardo aveva immaginato Giuda lontano dagli altri discepoli

Nell'Ultima Cena Leonardo aveva immaginato Giuda lontano dagli altri discepoli

L”Ultima Cena’ è una composizione così familiare ai nostri occhi che potrebbe sembrare nata così com’è, nella sua magnificenza. Una mostra inaugurata a Milano dimostra invece i travagli che accompagnarono Leonardo nella sua composizione, come quelli che lo portarono prima a ‘isolare’ Giuda dal resto degli apostoli, e poi ad affiancarlo agli altri, anche nel momento in cui covava di tradirlo. La città celebra i 500 anni dalla morte del suo genio più amato con la mostra ‘Leonardo da Vinci: prime idee per l’Ultima Cena’ allestita nel Museo del Cenacolo Vinciano.

L’esposizione presenta dieci disegni provenienti dalle Collezioni Reali della Regina Elisabetta II che saranno visibili al pubblico a partire da domani e sino al 13 gennaio 2019, all’interno del Refettorio di Santa Maria della Grazie. Le opere, realizzate in preparazione dell”Ultima Cena’, raccontano il percorso creativo di Leonardo dai primi abbozzi fino al capolavoro.

La paternità di sette dei dieci disegni è attribuita senza dubbio alla mano di Leonardo, due vengono assegnati  dalla critica a Cesare da Sesto ma qui al Maestro toscano “in considerazione della superlativa qualità grafica”, mentre uno è riferito a Francesco Melzi. “Non è la prima volta – spiega il direttore del Polo Museale della Lombardia Stefano L’Occaso, curatore della mostra – che i disegni vengono esposti nel Refettorio, accostandoli all’Ultima Cena. Era già accaduto nel 1983, ma per un periodo più limitato, solo per un mese. La sosta nel Refettorio sarà allungata a 20 minuti invece dei consueti 15 proprio per ammirare i disegni. Non abbiamo l’intera rassegna dei fogli preparatori per ‘L’Ultima Cena’, ma l’impatto di questi dieci è eccezionale ed è un’occasione di studio notevolissima”.

Ora i visitatori del Cenacolo avranno più tempo a disposizione, e al normale prezzo del biglietto, per godere del progressivo affinarsi dell’ispirazione leonardesca. Quella che lo porterà ad ammaliare l’umanità esprimendo i moti dell’animo che percorrono gli apostoli quando Gesù li avverte che uno di loro li tradirà. I disegni si raccolgono in due blocchi. Un primo nucleo include gli studi d’insieme che sono schizzi più rapidi, a penna, nei quali l’artista studia la composizione nel suo complesso.

Tra questi, spicca lo schizzo che mostra come nella prima ideazione Leonardo avesse collocato Giuda in posizione isolata, dal lato opposto della tavola rispetto agli altri apostoli. Solo dopo, Giuda viene messo assieme agli altri ai lati di Cristo ed è possibile individuarlo attraverso la sola rappresentazione fisiognomica ed emotiva. Il secondo nucleo espositivo raccoglie disegni per lo più a matita rossa o nera che scrutano nei dettagli dei volti e dei gesti.  Le celebrazioni per il cinquecentenario dalla scomparsa del genio proseguiranno con altre iniziative, in programma a Palazzo Reale e al Castello Sforzesco.     

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In una mostra l’ossessione per selfie e fotine nella società social

selfie mostra maurizio riccardi

Maurizio Riccardi 

 L’esercito del selfie

Gli  scatti del fotografo romano Maurizio Riccardi e le battute del vignettista padovano Fred ci raccontano l’ossessione imperante di una società ammalata di “foto profilo”, di pastasciutte immortalate e condivise, di bastoni da selfie sopra le nostre teste e di filtri applicati come maschere di bellezza: centinaia di immagini che si accumulano inesorabilmente nella memoria dei nostri smartphone ma di cui non resterà alcuna traccia con l’uscita del nuovo modello in vendita. Che la mania di immortalare noi stessi e tutto ciò che ci circonda, in maniera quasi compulsiva, sia dettata dalla necessità di appartenere a una collettività virtuale ora che quella reale sta scomparendo?

La mostra ‘T’a vuo’ fà fà sta foto?’ allestita a Spazio5 di Roma (via Crescenzio 99/d) dal 10 al 20 ottobre 2018 non si pone l’obiettivo di rispondere a domande così profonde ma di strappare più di un sorriso grazie all’ironia e alle opere di chi, con le immagini, lavora ormai da parecchi anni.

selfie mostra maurizio riccardi

 Maurizio Riccardi

 L’esercito del selfie

Maurizio Riccardi fotoreporter, giornalista è direttore dell’Agenzia di documentazione fotografica Agr. Dirige l’Archivio Riccardi e opera su tutta la sfera della comunicazione multimediale. Fra le sue mostre “Vita da Strega”, “I papi santi” e “Donne & Lavoro”. Ha pubblicato numerosi libri tra cui Africa perché (New Media, 2008), San Giovanni Paolo II. Il Papa venuto da lontano (Armando, 2014), e, con Giovanni Currado I tanti Pasolini (Armando, 2015), Gli anni d’oro del Premio Strega (Ponte Sisto, 2016), Il popolo della Repubblica (AGR, 2017), Aldo Moro | Memoria Politica Democrazia(AGR, 2018). 

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Il Nobel per l’Economia per la prima volta andrà ad una donna?

Il Nobel per l'Economia per la prima volta andrà ad una donna?

 Afp

 Sara Danius, segretario permanente dell’Accademia svedese

È difficilissimo ‘azzeccare’ il nome di chi verrà insignito dal Nobel per l’Economia 2018: tradizionalmente, infatti, qualsiasi previsione della vigilia – il vincitore verrà reso noto lunedì 8 ottobre – viene stravolta e non è escluso che anche per questa edizione ci sia qualche sorpresa. Si tratta del 50esimo nella storia del Nobel, ed è la più ‘giovane’ tra le categorie essendo stata introdotta solo nel 1969 (il premio è stato istituito dal chimico e industriale svedese Alfred Nobel nel 1895). Viene tuttora attribuito dalla Banca di Svezia che lo ha istituito e lo finanzia.

Non è solo un riconoscimento importante dal punto di vista professionale ma anche piuttosto cospicuo sotto il profilo strettamente finanziario, visto che l’Accademia Reale Svedese riconosce al vincitore una gratifica economica di 960.000 euro. Premio comunque andato principalmente ad economisti statunitensi (secondi gli inglesi) e una sola volta (nel 1985) è stato assegnato ad un italiano, Franco Modigliani.

Il Nobel per l'Economia per la prima volta andrà ad una donna?

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Sara Danius, segretario permanente dell’Accademia svedese

Anche quest’anno sono in ‘pole’ economisti inglesi o americani, ma la novità potrebbe essere che ad essere premiata sia – per la prima volta – una donna: e sarebbe, questa, davvero una notizia visto che da più parti è stato lamentato il fatto che una donna non abbia mai ottenuto un riconoscimento del genere. Secondo Hubert Fromlet, professore svedese ed ‘esperto’ di Nobel, se tra gli anni Ottanta e Novanta la ricerca in campo economico era esclusivo appannaggio degli uomini, sarebbe ora tempo di cambiare aria visto gli importanti progressi ottenuti dalle varie ‘cervellone’ negli ultimi decenni. A suo giudizio, potrebbero quindi ambire ad avere il prestigioso premio le economiste Susan Athey (Università di Stanford), Marianne Bertrand (Chicago) Ester Duflo (MIT): hanno spaziato dai più diversi campi, dal mercato del lavoro alla ricerca in campo tecnologico. 

Il Nobel per l'Economia per la prima volta andrà ad una donna?

 Afp

 Nobel

Ma anche in questo caso, nulla viene dato per scontato. I bene informati sostengono invece che il premio potrebbe andare ad una coppia di esperti. Si chiamano Manuel Arellano, docente di econometria al Cemfi di Madrid, e Stephen R. Bond, del dipartimento di economia alla Oxford University. I due hanno teorizzato, all’inizio degli anni novanta, i cosiddetti stimatori Arellano-Bond, uno strumento per analizzare i dati longitudinali estraendo la risposta economica dovuta al cambio di una particolare variabile.

Dagli Usa arrivano invece gli altri candidati papabili come Wesley M. Cohen e Daniel A. Levinthal, rispettivamente della Duque University e della University of Pennsylvania: hanno entrambi sviluppato il concetto di capacità assorbitiva, in virtù della quale hanno elaborato metriche per valutare le prestazioni di aziende e di industrie in termini di innovazione. 

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Cinema: è morto l’attore Scott Wilson, il ‘vedovo proprietario’ in The Walking Dead

Cinema: è morto l'attore Scott Wilson, il 'vedovo proprietario' in The Walking Dead

Scott Wilson, l’attore che ha interpretato il vedovo proprietario di una fattoria Hershel Greene nella serie di successo “The Walking Dead”, è morto all’età di 76 anni. Lo riferisce la rete Amc, produttrice della serie degli zombie. “Siamo profondamente rattristati nel riferire che Scott Wilson, l’incredibile attore che ha interpretato Hershel in The Walking Dead, è morto all’eta’ di 76 anni. Ti amiamo”, si legge in tweet della rete. Nella serie, Wilson era apparso in oltre 30 episodi, dal 2011 al 2014, prima che il personaggio fosse ucciso nella quarta stagione.

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