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Che fine hanno fatto i decreti Sicurezza e Famiglia

decreto sicurezza famiglia

Agf

Di Maio, Salvini, Conte e Mattarella

Rinvio a dopo il voto europeo dei due decreti Sicurezza bis e Famiglia. Lo slittamento dei provvedimenti – cari, il primo, a Matteo Salvini e, il secondo, a Luigi Di Maio – è stato deciso nel pomeriggio, nel corso di due telefonate tra il presidente del Consiglio e i suoi due vice premier.

“Salvini non ha opposto resistenza alla proposta di Conte improntata al buonsenso e alla ragionevolezza”, riferiscono fonti di Palazzo Chigi. “L’importante è stato che si chiarisse, come il presidente ha fatto in conferenza stampa, che tutto il governo condivide gli obiettivi contenuti nei due provvedimenti”, si prosegue. “E’ ragionevole che si attenda qualche altro giorno per limare gli ultimi dettagli”.

Il problema riguardava soprattutto il decreto Sicurezza bis sul quale, da giorni, andava avanti il pressing del leader leghista, mentre Di Maio era sembrato più prudente sui tempi di approvazione del decreto che istituirà il Fondo Famiglia. Dopo l’annuncio del rinvio, fatto da Conte, in conferenza stampa a Palazzo Chigi, il ministro dell’Interno non ha sollevato particolari polemiche, segno che comunque lo slittamento era concordato, anche se ha tenuto a precisare che il decreto “è pronto”.

“Alcune criticità che sono state segnalate nelle ultime ore sono superate nel testo che è pronto ed è a prova di Costituzione, dell’Onu, e dei tribunali e anche di Fabio Fazio – ha detto Salvini – Poi se per motivi non tecnici, ma di altra natura, qualcuno preferisce che il decreto venga approvato la prossima settimana non è che mi do fuoco, ho fatto il mio lavoro, sono contento e lo approveremo la settimana prossima”. “Conte resta una figura di garanzia”, si è poi spinto il vice premier della Lega.

Anche Conte, in conferenza stampa, ha confermato che a suo giudizio sono state “superate le criticità” sul decreto sicurezza bis. Con i vice premier, ha però aggiunto, abbiamo concordato che sarebbe stato “complicato” tenere un Consiglio dei ministri “oggi o domani” ma “il primo giorno utile della prossima settimana”, quindi ‘digerito’ il voto di domenica.

In ogni modo, quello che si percepiva già nella mattinata e nel pomeriggio di mercoledì è che tutto sarebbe stato rinviato a quando saranno più chiari i rapporti di forza tra i due alleati. La decisione sui due decreti è stata presa dopo il pranzo di circa un’ora e 20 tra Conte e Sergio Mattarella.

Un incontro, dopo che nei giorni scorsi il premier aveva riferito di alcune criticità emerse dal confronto con il Colle sui decreti. Il presidente del Consiglio non avrebbe portato dei testi nuovi dei provvedimenti al colloquio che, però, riferiscono fonti della presidenza, sarebbe stato improntato alla cordialità.

Conte e Mattarella avrebbero discusso di diversi provvedimenti, visto che il presidente della Repubblica ci tiene a far emergere che non spetta a lui leggere gli articolati in via di definizione: lui firma i provvedimenti quando gli arrivano sulla scrivania. Nella conferenza stampa a Palazzo Chigi, Conte ha tenuto a puntualizzare il ruolo di Mattarella. “È emersa la notizia che anche il Quirinale aveva segnalato alcune criticità” sui decreti. “Qui occorre un chiarimento – ha scandito -: è prassi consolidata che l’interlocuzione con gli uffici del Quirinale quando vi siano decreti legge abbia luogo, in via de tutto informale, anche prima dell’approvazione dei testi in Consiglio dei ministri, in previsione dell’emanazione che e’ una funzione che spetta al presidente della Repubblica”. “Attribuire tuttavia al presidente della Repubblica l’intento di una censura preventiva o di un sindacato politico significa fargli torto in astratto ma anche in concreto perché il presidente non ha svolto e non intende svolgere questo ruolo – ha tenuto a sottolineare – Oggi sono stato al Quirinale per un incontro con il presidente Mattarella per un confronto su vari temi ed è stata anche un’occasione per un aggiornamento sui due provvedimenti”. 

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Banksy ha esposto in piazza San Marco, ma i vigili di Venezia lo hanno cacciato

banksy venezia

Banksy / Instagram

Banksy, Venice in oil

La scena è ordinaria: due vigili della municipale di Venezia si avvicinano a un bizzarro individuo intabarrato in abiti pesanti e gli chiedono di smantellare l’ancora più bizzarra opera d’arte che sta esponendo in piazza San Marco. Una bizzaria, per l’appunto, come tante è abituata a vederne la città sulla laguna alle prese con orde di turisti. Solo che questa volta il protagonista non è un visitatore qualunque.

L’uomo infagottato a tal punto da essere irriconoscibile è il più osannato street-artist dei nostri tempi e quella che i vigili hanno chiesto di far sparire era la sua ultima opera. O forse più una performance, visto che, come racconta il Gazzettino di Venezia, era un quadro ‘scomposto’:una serie di tele a olio che ritraggono una nave da crociera nel bacino di San Marco.

E’ successo tutto il 9 maggio, un bel po’ di tempo fa ormai, ma Banksy ha aspettato due settimane prima di annunciare al mondo che quella bizzarra figura era lui. E lo ha fatto con un video su Instagram in cui lo si vede montare la sua opera “Venice in oil” su un grande cavalletto per poi essere mandato via dagli agenti della polizia locale perché senza permesso.

“Eravamo stati allertati” ha raccontato  il comandante della Polizia Municipale lagunare, Marco Agostini, al Gazzettino “Due agenti si sono avvicinati quando l’opera era già esposta e hanno chiesto in inglese alla persona interpellata se avesse l’autorizzazione, invitandola poi ad allontanarsi, senza alcuna multa”. Agostini aggiunge che né i due agenti hanno chiesto l’identità, né la persona ha detto chi era. 

Nel video l’artista si fa anche beffe della Biennale che non lo ha mai invitato. 

Banksy era già stato protagonista di un un blitz a Venezia, realizzando un murales sul muro di una casa con rappresentato un bambino naufrago, con giubbotto di salvataggio e una torcia in una mano che lo illumina.

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“Così il governo non può andare avanti”, ha detto Giorgetti

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 (Agf)

 Giancarlo Giorgetti

“Non accuso nessuno tantomeno il presidente del Consiglio, dico solo che così non si può andare ‎avanti”. Lo ha detto il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, il leghista Giancarlo Giorgetti, intervistato alla Stampa estera. 

“La ‎stabilità è un valore importante se non è sinonimo di immobilismo”, ha scandito. Quanto ad un suo possibile passo indietro personale, ha spiegato: “Dispostissimo a farlo in ogni momento nel caso in cui me lo chiedono o non mi ritengo utile‎”.

“Delle poltrone, dei rimpasti, queste cose da Prima Repubblica – io parlo per Salvini, ma penso anche a Di Maio – non gliene frega niente a nessuno”, ha proseguito. Poco prima, sempre a una domanda sulle possibilità di rimpasto dopo il voto europeo, aveva risposto: “Squadra che vince non si cambia”.

A chi gli chiedeva se la Lega ‎potrebbe mai rivendicare palazzo Chigi per Matteo Salvini, ma senza passare per il voto delle politiche, Giorgetti ha risposto seccamente: “Assolutamente no”.

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Conte, lavoriamo con le imprese per la prossima manovra

Conte Confindustria

Agf

Giuseppe Conte

“Il governo intende lavorare al fianco delle imprese. In vista della prossima manovra economica una oculata spending review e un impulso agli investimenti privati e pubblici, per ricondurre a sistema la nostra ricerca tecnologica e diminuire carico fiscale per famiglie e imprese”. Lo ha detto il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, all’assemblea di Confindustria. “Siamo ferocemente determinati a superare il livello di crescita del Pil dello 0,2 per cento indicato prudentemente nel Def” ha aggiunto Conte. “La via della Seta – ha proseguito – offre nuove opportunità grazie alla connettività con l’area euro-asiatica. Sul piano interno, i vari decreti legge approvati e le misure in cantiere consentiranno di semplificare il quadro regolatorio e allentare i lacci burocratici. Così consentiremo una più razionale crescita e razionalizzazione degli investimenti. Abbiamo potenziato e valorizzato le piccole e medie imprese favorendone la crescita”. 

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Zingaretti: “Il governo ha tagliato le pensioni, si vergogni”

zingaretti pensioni

Nicola Zingaretti / Twitter

Nicola Zingaretti all’Assemblea Pd

“Il Governo ha appena tagliato le #pensioni a 6 milioni di persone”: Lo scrive su twitter il segretario Pd, Nicola Zingaretti, che aggiunge: “Stiamo parlando di pensioni a partire da 1500 euro lordi al mese. Salvini e Di Maio, vergognatevi!”. 

“Politicamente questo governo è finito perché non governano per gli italiani e con l’idea di futuro dell’Italia ma governano per i loro interessi. Governano da 11 mesi e in Italia c’è meno lavoro, meno produzione industriale, ci sono piu’ tasse e soprattutto Tria ha detto che dopo le Europee aumenterà l’iva e inizierà una drammatica stagione di tagli alle politiche sociali”, aveva detto inoltre in mattinata il segretario del Pd, al giornale Radio Rai (Radio1).

“Noi – ha proseguito – ricostruiremo il baricentro di una nuova alleanza per salvare l’Italia perché se lasciamo il paese in mano a questi signori che pensano solo a loro stessi non ce la faranno mai. Loro sono stati molto bravi a raccontare i problemi degli italiani però non sono capaci a risolverli”.

Parlando del Pd, alla domanda se il correntismo è finito?, Zingaretti ha risposto: “Abbiamo iniziato, oggi c’è un partito più unito e più unitario. Se gli italiani ci aiuteranno con il voto andremo avanti”.

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Il governo cancellerà il bonus 80 euro voluto da Renzi? 

80 euro renzi 

Agf

Giovanni Tria

Erano il fiore all’occhiello del governo Renzi, ma era anche il provvedimento più inviso a Lega e 5Stelle. Visto come demagogico, un’elargizione, una mancia elettorale o pre tale, varata a ridosso delle elezioni europee, quelle in cui il Pd superò la soglia del 40% di voti incamerati. Sta di fatto che il governo gialloverde gli 80 euro li sta cancellando. Nelle formule e nei modi non ancora del tutto chiari, ma li sta uccidendo.

Gli 80 euro sono infatti il caso scoppiato ieri, all’improvviso, quando il ministro dell’Economia Giovanni Tria ieri “è tornato a criticare il bonus ‘tecnicamente sbagliato’ e rievocare il progetto già studiato al Mef lo scorso anno per inglobarlo nella riforma Irpef trasformandolo da spesa pubblica a sconto fiscale” come riporta l’edizione cartacea de Il Sole 24 Ore. Una revisione, quella degli 80 euro, che “per quanto complicata, può aiutare ad avviare la riscrittura dell’Irpef” anche se “da sola non può cambiare il conto complessivo del peso fiscale perché la trasformazione dei suoi 10 miliardi abbondanti da spesa pubblica a mancata entrata non cambierebbe di una virgola l’effetto sui saldi” osserva il quotidiano color salmone di Confindustria.

Dice Tria, secondo quanto riporta il Corriere: “Nell’ambito di una riforma fiscale gli 80 euro vengono riassorbiti. Tecnicamente è stata una decisione sbagliata, risultano come spese e non come un prelievo. Inoltre tecnicamente è stato un provvedimento fatto male”. Ma il Pd, per voce dell’ex segretario Maurizio Martina attacca: “Si preparano a toglier e ai redditi medio-bassi per avvantaggiare i redditi alti: è il governo dei Robin Hood al contrario”. “Un crescendo di critiche che a ora di pranzo, dopo una veloce consultazione con Palazzo Chigi e un certo pressing da parte dei due vicepremier, spinge il ministero dell’Economia a diffondere una precisazione: il ministro ‘non ha parlato di taglio degli 80 euro, ma di un possibile riassorbimento nell’ambito di una futura revisione del prelievo fiscale’. E ancora: ‘In ogni caso è chiaro che dalla revisione del prelievo nessuno uscirà penalizzato’”.

Cosa significa in concreto la dichiarazione? Secondo la lettura che ne dà il quotidiano di via Solferino “se il governo dovesse reggere, ed è tutto da vedere, le ipotesi sul tavolo sono due. La prima è la flat tax al 15% per i redditi famigliari al di sotto dei 50 mila euro lordi annui. La seconda è la rimodulazione delle aliquote Irpef, in particolare il taglio di quella oggi al 23%, applicata fino alla soglia dei 15 mila euro lordi l’anno, che scenderebbe al 20%. In tutte e due i casi parte delle coperture verrebbero proprio dal bonus degli 80 euro, che costa 10 miliardi l’anno. Tecnicamente non si tratterebbe di un taglio, perché i soldi verrebbero redistribuiti in gran parte alle stesse persone che oggi incassano gli 80 euro. E comunque ci sarebbe una clausola che consentirebbe di optar e per il sistema più vantaggioso, evitando che qualcuno ci possa perdere. Sono solo ipotesi, però, perché prima ci sono gli aumenti Iva da fermare, trovando 23 miliardi di euro”. Questo il quadro in cui si inserisce il provvedimento di abolizione del bonus.

Quanto risparmierebbe il governo senza gli 80 euro

Dieci miliardi, dunque il valore degli 80 euro, “che sarebbero graditi come il pane a un governo alla ricerca di soldi per attuare le sue costose promesse, ma anche per evitare gli aumenti Iva altrimenti pronti a scattare dal prossimo anno” osserva Il Messaggero, che riporta anche la dichiarazione indignata di Maria Elena Boschi: “Tolgono soldi a 10 milioni di italiani che da 5 anni sono stati aiutati dal governo Renzi”. Ciò che fa osservare a Il Fatto Quotidiano: “Tria ha poi il talento di riuscire a far irritare perfino il Pd. Perché prima promette che gli 80 euro verranno ‘riassorbiti’. Termine che non significa nulla – scrive il giornale – ma rivela che il bonus introdotto dal governo Renzi (10 miliardi all’anno) è ormai considerato sacrificabile. La Lega ha sempre proposto di usarlo per finanziare la flat tax, i Cinque Stelle stanno valutando di immolarlo per evitare almeno in parte l’aumento dell’Iva a gennaio 2020 (23 miliardi). Anche se limitarsi a togliere gli 80 euro senza contropartite equivale ad alzare le tasse a 10 milioni di italiani”.

E ancora: “Un tempo considerato l’argine alle derive dei gialloverdi sui conti pubblici, oggi Tria viene sostanzialmente ignorato. Sia dai colleghi ministri che dagli investitori. Ieri lo spread, la differenza di rendimento tra titoli di Stato italiani e tedeschi, è scesa da 277 punti a 271” chiosa, velenoso, il quotidiano diretto da Marco Travaglio. Commenta Il Foglio: “’È tecnicamente fatto male, va riassorbito nella fiscalità generale’, dice Tria, riconoscendo di fatto che il bonus non fu una mancia elettorale ma un incentivo al reddito da lavoro del quale beneficiano oggi 11,7 milioni di dipendenti, il 54 per cento del totale, per 9,5 miliardi. Ad agosto il ministro aveva detto che per trasformare il bonus (decrescente fino 26.600 euro di stipendio) in una riduzione Irpef occorrerà tagliare qualcosa dalle 636 agevolazioni fiscali che valgono 75 miliardi. Anche questo è corretto. E potrebbe indicare la soluzione alla questione Iva: non ha senso trascinarsi di anno in anno la zavorra europea né opporsi per principio a ogni aumento. Specie se le alternative si chiamano default e patrimoniale”.

Scrive invece La Stampa: “I tecnici del governo hanno già iniziato a fare i conti: gli 80 euro di Renzi costano alle casse dello Stato la bellezza di dieci miliardi. A questi si potrebbero aggiungere i tre-quattro di risparmi che nel 2020 dovrebbero essere garantiti dal fondo per reddito di cittadinanza e ‘quota cento’. Due le ragioni: perché si esauriranno le richieste di pensione dei sessantaduenni, e perché è previsto un calo fisiologico delle domande per il sussidio, soprattutto da parte di chi ha diritto ad assegni inferiori ai cento euro mensili”. E sempre sulle stesse colonne, in un’intervista il viceministro all’Economia Massimo Garavaglia sostiene che per lui “la strada è chiara” come “anche la soluzione”: “Gli 80 euro sono sbagliati da due punti di vista. Figurano come dieci miliardi di spesa e non come dieci miliardi di minore pressione fiscale. Sortiscono quindi l’effetto di dare segnali negativi alle agenzie di rating. Li fecero così perché era l’unico modo di far leggere sulle buste paga degli italiani ‘bonus Renzi’. Ecco, a noi questo non interessa”.

Quindi verranno cancellati? “Certo”, è la risposta del viceministro. “La strada è un’altra” aggiunge. “Gli 80 euro si possono trasformare in detassazione non cambia niente per il destinatario, ma lo Stato presenta conti migliori e questo è uno dei nostri obiettivi. Per come sono fatti oggi quegli 80 euro non hanno effetti per il conto previdenziale. Meglio farli diventare una buona base di partenza per la flat tax per il ceto medio non crede?. Così non danneggiamo nessuno, prima di tutto i beneficiari degli 80 euro. Chi dice che togliamo quei soldi dalle buste paga o peggio dalle tasche degli italiani è davvero in malafede. Gli italiani guardano al netto in busta e non alla dicitura “bonus Renzi” sul cedolino e con la flat tax avranno gli stessi benefici”.

Comunque sia, 80 euro addio!

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Di Maio dice no al rimpasto e lancia la fase 2 del governo

di maio fase 2 

Luigi Di Maio lancia la ‘Fase 2’ del governo del cambiamento, rivendica il tanto lavoro fatto dai ministri 5 stelle (“su 10 provvedimenti varati 9 sono targati M5s”), ne elogia il coraggio “nonostante siamo spesso sotto attacco” e avverte l’alleato di governo: dica chiaramente se dopo le europee vuole far cadere Giuseppe Conte. Per quel che riguarda i pentastellati, “siamo pronti ad andare avanti per altri quattro anni”, ma sia chiaro che dal 27 maggio “il Movimento 5 stelle non starà più zitto” di fronte alle ‘sparate’ leghiste, come “il fucile in braccio il giorno di Pasqua o gli attacchi al Papa”.

Di Maio poi fissa un altro paletto: nessuno stravolgimento degli equilibri interni. “Rimpasto? Il problema per me non si pone”, taglia corto.

Sullo sfondo del tempio di Adriano, palcoscenico già utilizzato dai 5 stelle, e attorniato dagli 8 ministri pentastellati, Luigi Di Maio lancia “un atto di trasparenza: un anno dalla nascita del governo e a pochi giorni da un appuntamento importantissimo come le europee, ci impongono di fare un resoconto di quanto fatto e di quello che dobbiamo fare ancora. Sono orgoglioso della squadra di ministri M5s che vanno avanti nonostante gli attacchi”, scandisce.

E mentre dagli alleati di governo “si sono sentite tante idee e opinioni, credo che la nostra squadra di ministri M5s sia quella che più di ogni altro può parlare di fatti”. Quindi, il vicepremier mette subito in chiaro qual è il discrimine: “Votare domenica per M5s significa votare per un argine a atteggiamenti da prima e seconda Repubblica che non vogliamo vedere. Siamo orgogliosi di essere intransigenti sulla corruzione. Senza il Movimento avremmo corrotti al governo, avremmo Berlusconi ministro della Giustizia o dell’Economia”.

Il ministro dello Sviluppo lancia la sfida all’Ue: “Chiederemo di eliminare i vincoli su investimenti e crescita sostenibile”. Ma, e qui segna le distanze dai toni di Matteo Salvini, “lo faremo attraverso il dialogo, nessuna proposta choc che fa saltare i conti dello Stato”, assicura. E dopo la ‘passerella’ dei ministri M5s, ognuno a rivendicare il lavoro fatto e a annunciare le prossime mosse in cantiere, non mancano le ‘stoccate’ a Salvini e alla Lega, definita “nervosa” se non addirittura “paranoica”.

Insomma, chiude Di Maio, il voto di domenica sarà uno spartiacque, non solo in Europa, tra nuova era e prima e seconda Repubblica. “In questi mesi non abbiamo mai mollato e per questo non abbiamo sottosegretari indagati per corruzione o non sono state presentate norme da Medioevo, abbiamo fatto provvedimenti importanti in tutti i comparti e ne dobbiamo fare ancora: noi siamo pronti per governare altri quattro anni”, afferma. “È su questo che chiediamo il voto domenica. Chi pensa che serve un argine contro gli estremisti può votare solo M5s, chi pensa che serva un argine alla corruzione e ai privilegi può votare solo M5s”, conclude. 

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Il pugno d’acciaio che distrusse l’Europa

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È il settembre del ’43, Lui è ancora sul Gran Sasso e l’alleato germanico la fa da padrone in tutta la Penisola, o quasi. Su una strada sterrata dell’Alta Sabina all’aspirante federale Arcovazzi Primo, nato a Cremona nello stesso mese del Duce, si rompe il side-car.

Passa l’alleato germanico sotto forma di camion pieno di uomini della Wehrmacht. Arcovazzi, che al secolo si chiama Ugo Tognazzi, li ferma e loro riparano la forcella.

“Visto come funziona il Ro-Ber-To?”, fa lui tronfio come un tacchino al Professor Bonafé, l’antifascista che sta scortando verso le patrie galere di Roma. “Il Roberto!?”. “Sì. L’Asse, il Roma-Berlino-Tokyo. In-di-strut-ti-bi-le…”.

Intanto i tedeschi gli fregano il mezzo meccanico: ottimo per ripartire verso il Brennero.

Il più grande errore degli ultimi 150 anni

La storia di quel side-car raccontata ne “Il Federale” di Luciano Salce, film dolce-amaro del 1961, ha inizio in una stanza della Cancelleria di Berlino il 22 maggio del 1939.

Ottant’anni fa, esatti.

Se c’è una data che si dovrebbe ricordare come uno dei peggiori errori politici compiuti da un governo italiano, nell’ultimo secolo e mezzo (ed in politica un errore è peggio di un crimine), questa è di sicuro il giorno in cui fu firmato il Patto d’Acciaio con la Germania nazista.

Due imperi destinati a durare mille anni non potevano che scrivere la loro intesa su una tavola più eterna del bronzo. Due dittature totalitarie ed espansioniste non potevano che trovare un’intesa per dividersi il mondo ed i nemici (poi in futuro chissà che sarebbe stato).

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Ecco allora che Galeazzo Ciano, ministro degli esteri del Duce, e Joachim von Ribbentrop, il suo omologo nazista, mettono i loro nomi in calce ad un’intesa che risulterà fatidica per entrambi gli uomini ed entrambi gli imperi. Ed entrambi porterà alla distruzione.

Nelle more di quel documento tra Roma e Berlino (Tokyo si unirà a Guerra Mondiale già scatenata) si stabiliva che i due regimi si stringevano in indissolubile alleanza, tanto difensiva quanto offensiva.

Una forma di duofisismo che rappresentava, per quell’epoca, una novità: mai prima di allora ci si univa nell’esplicita prospettiva di poter attaccare insieme.

Certo, le alleanze difensive erano quelle che avevano scatenato un quarto di secolo prima la Grande Guerra, ma l’esplicitare la possibilità di un attacco congiunto era un pericolosissimo e chiaro segno dei tempi e delle nature.

Stato di minorità

Altrettanto fatidico fu il richiamo allo “spazio vitale” di entrambi i paesi: l’uno al nord del Brennero, l’altro al sud. La premessa all’aggressione che di lì a poco avremmo perpetrato ai danni della Grecia, che di lì a pochissimo avrebbero loro perpetrato ai danni della Polonia, previo accordo tra un Ribbentrop reggitore dei destini d’Europa ed il sovietivo Molotov.

In fondo l’accordo per la spartizione della Polonia altro non era se non il compimento del Patto d’Acciaio: con un metodo che solo superficialmente ricordava le contrassicurazioni di Bismark, la Germania nazista saldava i tre fascismi novecenteschi. E così facendo decretava la fine del centralismo europeo.

Ugualmente l’Italia fascista, legandosi al carro tedesco, rinunciava di fatto ad ogni vera centralità nella politica continentale e, creando le basi per le distruzioni che avrebbe patito nel giro pochi anni, anche di una minorità economica che sarebbe venuta meno solo venticinque anni dopo.

Avrebbe scritto Ciano nei suoi diari, mentre attendeva in un carcere di Verona l’esecuzione della condanna a morte, di essere stato sempre contrario a quell’alleanza sciagurata, e che tutto sarebbe stato frutto di una impuntatura di Mussolini.

La prima cosa è molto verosimile e la stessa vedova di Ciano, Edda Mussolini, lo ha sempre confermato (“Io invece ero per i tedeschi”, ha rivendicato con uguale costanza e spavalderia fino all’ultimo giorno).

La seconda lo è molto meno: Mussolini era sì capace di impuntature, ma chiudere un’alleanza con la Germania solo perché i giornali americani hanno scritto che Milano è stata fredda con una delegazione di nazisti, a esser sinceri, è versione che si regge in piedi malamente.

L’albero e i frutti

La verità è semmai che Mussolini trovò in quel Patto il compimento naturale di una politica estera basata sull’opportunismo e sul risentimento, e che sfociava nell’intesa con il suo alleato più scontato. Le democrazie demoplutogiudaicomassoniche, in fin dei conti, non gli erano poi tanto connaturali.

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Hitler, Ciano, von Ribbentrop e Goering alla cerimonia per la firma del Patto d’Acciaio (Heinrich Hoffmann/AFP)

I frutti velenosi del 22 maggio 1939 sarebbero stati raccolti dopo il 25 luglio: mentre Mussolini è ancora – per poco – al Gran Sasso e Primo Arcovazzi corre dietro alla sua motocicletta requisita, il Reich ha occupato l’Italia accusandola di tradimento. Una pace separata non era certo stata prevista da Ciano e Ribbentrop.

Tempo pochi giorni e sarebbero state le giornate di Salò e della morte della Patria, con i resti del regime fascista divenuti collaborazionisti non solo della repressione della guerriglia partigiana, ma anche in occasione dei rastrellamenti dell’Olocausto.

Una questione d’onore: i patti sono da rispettare. Ma fare un patto con i peggiori assassini della Storia non può avere altro effetto che quello di renderti  loro complice.

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La campagna elettorale fatta con i videogame 

videogame campagna elettorale 

La relazione tra politici e videogiochi è sempre stata piuttosto difficile. Attaccati per la loro violenza, criticati per la dipendenza che possono provocare sui più giovani, contestati per i loro contenuti, i videogame raramente vengono riconosciuti dagli esponenti della classe dirigente come il media complesso che rappresentano o come un prodotto culturale con la sua dignità. È anche per questo che scoprire come alcuni candidati alle prossime elezioni stiano usando proprio dei videogiochi per promuoversi risulta una novità non da poco.

Il primo esempio arriva proprio dall’Italia e dalla città di Bari. Qui il sindaco uscente Antonio Decaro cerca la riconferma il prossimo 26 maggio e, tra le diverse iniziative che ha lanciato per promuovere la sua candidatura, c’è anche la pubblicazione di un videogioco dal titolo “Missione Bari”. Il titolo è scaricabile gratuitamente sugli smartphone iOS e Android e si può anche giocare da pc online collegandosi al sito di Decaro.

Il giocatore-elettore si ritrova a impersonare il primo cittadino pugliese, intento a combattere varie forme di degrado nella città di Bari riprodotta in tre dimensioni. Aiutare i vigili a rimuovere le auto parcheggiate male sul lungomare, cancellare i graffiti lasciati dai teppisti, buttare i sacchi della spazzatura abbandonati: sono alcune delle “missioni” che il sindaco digitale si trova a dover affrontare in questa avventura. Progettato e sviluppato da Cube Comunicazione e Proforma, il gioco promuove i temi su cui Decaro sta puntando per la rielezione in maniera originale e con una buona dose di autoironia, anche grazie al doppiaggio in barese realizzato da due attori locali, Tiziana Schiavarelli e Dante Marmone, che rende il gioco godibile e meritevole di un’occhiata anche da parte di chi non è coinvolto nelle elezioni della città.

Dalla Puglia si passa a Parigi, dove la ex ministra e candidata alle europee per il partito del presidente della Repubblica Emmanuel Macron Nathalie Loiseau ha lanciato un videogioco che, già dal titolo, confessa di ispirarsi al celebre Super Mario Bros: “Super Jam Bros”, in cui “Jam” è l’acronimo della sezione giovanile del partito macroniano (Jeunes avec Macron). Il titolo può essere giocato gratuitamente online e mette il giocatore nei panni di una versione digitalizzata della Loiseau, riprodotta in pixel come ogni gioco dell’era degli 8 e 16 bit.

La politica transalpina, immersa in un platform a scorrimento in due dimensioni con varie ambientazioni francesi, deve raccogliere le stelle della bandiera dell’Unione e affrontare quelli che, almeno nella comunicazione del suo partito, sarebbero i nemici dell’Europa: le rivisitazioni mostruose di politici come Le Pen e Melanchon. Proprio il partito di quest’ultimo lo scorso anno era stato protagonista di una iniziativa simile con il lancio del gioco “Fiscal Kombat”, un picchiaduro a scorrimento orizzontale in stile Final Fight in cui l’esponente di sinistra radicale prendeva a sberle diversi politici, industriali e banchieri e li costringeva a restituire i soldi che avevano portato all’estero.

Gli esempi citati riguardano le ultime campagne elettorali, ma anche negli scorsi anni si sono visti esperimenti interessanti nell’intersezione tra politica e videogiochi, prodotti però da sviluppatori indipendenti e non dai candidati. Nel 2013 lo studio italiano Santa Ragione ha realizzato un “gestionale” di campagna elettorale dal nome “Final Candidation” ancora oggi utilizzabile online in cui il giocatore può impersonare uno dei candidati alle politiche di quell’anno che cerca, attraverso dichiarazioni e alleanze con gli altri partiti, di vincere le elezioni. Impossibile poi citare i tantissimi giochi a tema satirico o con scopo di denuncia che affollano il panorama underground: dalle produzioni di Molleindustria fino al folle “Call of Salvenee” che permette di impersonare un politico (oltre all’attuale ministro dell’Interno citato nel titolo, anche Beppe Grillo e Matteo Renzi) a caccia di like su Facebook.

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Google si mette in casa Yomi, il cacciatore italiano di malware 

malware google virus total yoroy

Virus Total, la piattaforma di analisi malware di Google ha deciso di includere tra le sue funzionalità la tecnologia italiana sviluppata da Yoroi per offrire una difesa avanzata alla comunità internazionale. Si chiama ‘Yomi, e consente la rilevazione e la gestione in sicurezza di malware informatici.

Virus Total ne ha dato l’annuncio con questo messaggio: “Siamo entusiasti di dare il benvenuto a Yomi: The Malware Hunter di Yoroi al progetto mutisandbox. Questo porta VirusTotal ad avere fino a sette sandbox integrati, oltre alle sandbox proprie di Virus Total per Windows, MacOS e Android.”

Yomi, The Malware hunter, è in grado di “digerire” e detonare nel suo recinto di sabbia (sandbox) documenti dannosi, file eseguibili, installatori e script senza alcun pericolo. La “detonazione” avviene infatti in una maniera controllata, registrando il comportamento di ogni file potenzialmente dannoso dentro un ambiente personalizzato e progettato per sconfiggere le tecniche di evasione più avanzate messe in atto da chi diffonde il malware.

“È una bella soddisfazione – ha detto Marco Ramilli di Yoroi – perché è il riconoscimento delle capacità italiane nel campo dell’info-security.” Il malware rappresenta un potente strumento per il cybercrime in tutto il mondo e, con oltre 856 milioni di campioni identificati durante l’ultimo anno è, senza dubbio, uno dei principali tipi di minaccia che aziende e organizzazioni affrontano ogni giorno per gestire la propria attività con grande impegno di tempo, risorse e denaro, mettendo a rischio la propria reputazione e gli asset dei loro clienti.

Le minacce malware hanno sviluppato in questi anni la capacità di eludere ogni rilevamento, scavalcando le barriere di sicurezza e rimanendo in silenzio fino a scatenare il loro potenziale malevolo, consentendo ad hacker malvagi, cyber-criminali e spie di rubare segreti, dati, beni digitali e denaro, compromettendo processi aziendali e persino vite umane quando colpiscono le infrastrutture critiche. Per divertimento e profitto.

“Per tutti questi motivi ‘Yomi’ è il contributo italiano alla battaglia contro il malware dedicato ai professionisti della sicurezza, alle comunità di intelligence, ai CERT e ai CSIRT che vorranno usarlo.” Ha dichiarato Marco Castaldo, amministratore delegato del Gruppo Cybaze Spa di cui Yoroi è parte.

Il software di Yomi è in grado di condurre un’analisi multilivello sui software malevoli: statica, dinamica  e comportamentale, per aiutare gli analisti umani a comprendere la dinamica dell’esecuzione del codice dannoso risparmiando tempo e denaro.

Yomi può analizzare una grande varietà di tipi di file, per ogni tipo di esigenza, sia privata che aziendale, per realtà di piccole e di grandi dimensioni, “Compresi i pericoli che preoccupano di più i gli utenti comuni e che derivano dal trattamento di documenti PDF, Office, Powerpoint, Word o Excel, anche nei formati compressi.” sottolinea Marco Ramilli.

Yomi è anche capace di ispezionare gli indirizzi e i domini di rete e presenta funzionalità di analisi SSL, per consentire ai cacciatori di malware di riconoscere le minacce nascoste che sfruttano la protezione crittografica.

La piattaforma creata da Yoroi presenta diverse caratteristiche innovative nel panorama dell’analisi delle minacce informatiche. Mentre è possibile condividere con la comunità le proprie scoperte ‘Yomi’ rende anche possibile decidere – per questioni di privacy o di segretezza – di richiedere report privati per i campioni analizzati attraverso la sua piattaforma.

“Yomi: The Malware Hunter” non è solo uno strumento di analisi automatizzato e gratuito con avanzate capacità di analisi delle minacce, rappresentate graficamente, ma è pensato per coinvolgere tutti gli attori interessati attraverso contest personalizzati. La piattaforma è infatti progettata secondo i principi della gamification, cioè come un gioco e un concorso a premi a cui tutti possono partecipare per finire nella hall of fame dei “Cacciatori di virus”.

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