Cultura

Il Kazakhstan è una immensa scoperta. Breve guida per godersi la perla dell’Asia

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Giosetta Ciuffa / Agi 

La cupola della Cattedrale dell’Ascensione

È il nono Paese per grandezza, talmente vasto che nei suoi confini lunghi ben 13.000 km si trovano molti dei climi presenti nel mondo, eppure sono altri i motivi per cui è noto, soprattutto tra gli addetti ai lavori: le immense risorse minerarie di cui è dotato, praticamente l’intera tavola periodica. È il Kazakistan, 18 milioni di abitanti in 2,7 milioni di km quadrati, che dall’indipendenza dall’Unione Sovietica nel dicembre 1991, sotto il primo presidente in carica da allora fino allo scorso marzo Nursultan Nazarbayev, ha cominciato un’ascesa che lo ha portato ad aprirsi verso l’esterno e si va gradualmente estendendo anche al turismo. Il Paese offre infatti diversi scenari, soprattutto per chi ricerca una meta dove cultura e natura si incontrano. Al di là delle visite alle città principali Nur-Sultan, Almaty e Shymkent, più a portata di “piede”, sono infatti l’outdoor, l’etnoturismo e persino il turismo estremo buoni validi motivi per recarsi in Kazakistan; e trattandosi di una destinazione ancora poco nota al turismo di massa, consente visite godibilissime soprattutto da maggio a settembre.

Almaty è la più grande città kazaka. Fortificazione militare russa fondata nel 1854 con il nome prima di Zailiyskoye, poi di Vernoye, è nota anche con il russo Alma-Ata: è la cosiddetta “capitale del sud” da quando nel 1997 ha ceduto lo scettro dopo quasi settant’anni a favore di Akmola (la russa Tselinograd), per l’occasione rinominata Astana che, in kazako, significa proprio “capitale”.

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Giosetta Ciuffa / Agi

Il lago Grande Almaty

A favore di quest’ultima la centralità (quindi la vicinanza alla Russia) e il fatto che Almaty è meno sicura, situata com’è alle pendici delle montagne del Tian Shan e già distrutta da due terremoti nel 1887 e nel 1911, e soprattutto troppo vicina ai confini. Tra le due, il primato della bellezza va ad Almaty, decisamente più attraente anche nei dintorni. La catena montuosa del Trans Ile Alatau che la circonda è di un indubbio effetto scenico culminante, per gli amanti degli sport invernali, a Shymbulak, esclusiva località sciistica dai duemila ai tremila metri di altezza, per raggiungere la quale si sorvola in funivia la più alta pista di speed skating del mondo a Medeu (quasi 1.700 metri) inaugurata nel 1951. Qui si sono tenuti i Giochi invernali asiatici del 2011 e per soli 4 voti Pechino si è aggiudicata le prossime Olimpiadi invernali del 2022. Non solo neve però: a fine agosto a Medeu è stato tagliato il traguardo del settimo Tour di Almaty, la gara ciclistica su strada che da sei edizioni è vinta dall’Astana Pro Team.

In città valgono una visita il parco Panfilov, nel quale si trova il monumento ai 28 fucilieri del reggimento 1075 della divisione 316, che persero la vita nel 1941 contro i carri armati tedeschi durante la battaglia per Mosca; la cattedrale dell’Ascensione, nota anche come Zenkov dal nome dell’architetto che supervisionò i lavori agli inizi del secolo scorso e unico edificio sopravvissuto al terremoto del 1911, forse poiché costruita interamente in legno, inclusi i pochissimi chiodi presenti; il museo statale Kasteev, il più grande museo d’arte dell’Asia centrale, fondato nel 1976, con dipinti e opere di arte applicata, grafica e decorativa kazaka, sovietica e occidentale nonché dello stesso Abylkhan Kasteev; e, per godere del panorama, vale la pena prendere la funivia sino alla collina di Kok-Tobe per spaziare lo sguardo sulla città (e dare un’occhiata all’altra attrazione del parco: la statua in bronzo dei Beatles).

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Giosetta Ciuffa / Agi 

Il canyon Charyn

Mete immancabili nelle vicinanze sono il canyon di Charyn e l’Ozero Bolshoe Almatinskoe, nel parco nazionale di Ile Alatau. Il primo si deve all’opera millenaria del fiume Charyn, che ha scavato nella steppa un canyon profondo da 150 a 300 metri. Il secondo è un lago alpino, noto anche come Big Almaty Lake, contenuto a 2500 metri di altezza da una diga naturale: nelle giornate di sole assume un’incredibile tonalità turchese, anche grazie al divieto di avvicinamento alle rive poiché principale fonte d’acqua della città.

Così ribattezzata lo scorso marzo in onore dell’elbasy, il “primo presidente”, Nur-Sultan può invece contare sull’architettura contemporanea, essendosi sviluppata fortemente negli ultimi venti anni. Basti pensare all’intero quartiere dell’Expo 2017: 174 ettari di area totale, di cui 25 di area espositiva per 1 milione e 200 mila metri quadrati costruiti là dove fino a meno di quattro anni fa c’era solo terra. È ora il centro finanziario della città, dominato dal padiglione nazionale Nur Alem (“luce del mondo”) che mantiene la funzione originaria di museo dell’energia. Secondo i dati ufficiali, più di 5 milioni di persone hanno visitato l’Expo, approfittando del regime visa-free istituito per l’occasione per i viaggi di meno di 30 giorni, ancora vigente; da gennaio, il governo sta inoltre testando l’e-visa, per agevolare maggiormente i flussi turistici, il cui trend proprio da allora è in aumento.

Ispirato a una yurta, per rievocare il concetto di ospitalità nomade in un clima spesso di molto sotto lo zero, il Khan Shatyr (“tenda reale”) è un centro commerciale progettato dall’architetto inglese Norman Foster, che ha recentemente firmato la biblioteca Nazarbayev Centre e nel 2006 il Palace of Peace and Reconciliation, sede permanente del triennale Congresso delle religioni mondiali e tradizionali nonché centro per la promozione dell’uguaglianza umana e rinuncia alla violenza.

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Giosetta Ciuffa / Agi 

La funivia sopra Medeu

Le firme dei religiosi sono riprodotte in una piccola scultura (per la chiesa cattolica romana, il cardinale Tomko) nella Bayterek Tower, senz’altro il monumento più rappresentativo della capitale. Bayterek è in lingua il pioppo, albero della vita su cui l’uccello sacro Samruk depone un uovo d’oro. Per il panorama vale la visita sospesi nel vuoto a 97 metri di altezza alla base dell’“uovo”, rappresentativi dell’anno in cui la città è divenuta capitale. Vicino ci sono inoltre il palazzo presidenziale Ak Korda, la moschea Hazret Sultan, il Teatro dell’Opera ma soprattutto il National Museum of the Republic of Kazakhstan, incentrato sulla storia etnografica di questo popolo, che dal nomadismo si è proiettato nel futuro più di altri Paesi ex Urss. Qui è possibile vedere la riproduzione del “golden man”, rinvenuto nel 1969 nella necropoli di Yesik, presumibilmente appartenente alla tribù dei Saci e vestito di un’armatura completamente d’oro risalente al V secolo d.C. conservata nella Banca nazionale ad Almaty.

Tra steppa e urbanizzazione, vicino a Shymkent, terza città più popolosa del Paese e su una delle rotte della Via della Seta, si trova la città di Turkistan già nota come Yasi: un mix di tradizioni di nomadi e contadini stabilitisi qui per via della fertilità apportata dal Syr Darya (la cui sconsiderata gestione, insieme a quella dell’Amu Darya, ha generato la crisi del lago d’Aral, del quale sono immissari). Mozzafiato il mausoleo di Khoja Ahmed Yasawi, maestro sufi e poeta mistico del XII secolo: costruito tra il 1389 e il 1405 per ordine di Timur (Tamerlano), è meta di pellegrinaggio e esemplare notevole di architettura timuride, assurto a patrimonio Unesco. Aspira invece a diventarlo il sito archeologico di Otrar, città distrutta nel 1219 da Gengis Khan e nella quale trovò la morte Tamerlano due secoli dopo; vicino si può inoltre visitare il mausoleo di Aristan-Bab, eretto sopra la tomba di questo primo maestro di Yasawi. La città di Turkistan è capitale spirituale del mondo turco e, proprio per dotarla di un’infrastruttura turistica efficiente e accrescerne il numero di visitatori, è la più recente località divenuta SEZ (zona economica speciale), aggiungendosi alle 11 già presenti: unica però con spiccata vocazione turistica.

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Giosetta Ciuffa / Agi

Nur Sultan

Il governo sta infatti investendo molto su turismo e cultura, che rientrano nella strategia di sviluppo da qui a sette anni. Aktoty Raimkulova, nominata ministro nel giugno scorso, in conferenza stampa ha parlato dell’importanza del settore: “Abbiamo un programma statale fino al 2025 per promuovere quello che consideriamo un fondamentale driver economico. Nel 2018 su 8.9 milioni di persone che hanno visitato il Kazakistan, un milione lo ha fatto per turismo; nel primo semestre del 2019 500.000 su 6 milioni. Le nostre prime dieci location sono state visitate da centomila persone provenienti principalmente da Russia, Cina, India, Medio Oriente, Europa e Stati Uniti, e nostra volontà è incrementare nei prossimi sette anni questo numero da uno a tre milioni, creando infrastrutture turistiche ma anche di business come nuovi resort. Vogliamo inoltre promuovere i nostri parchi: al momento c’è una gara aperta finalizzata alla gestione; sono 13 per un totale di 3 milioni di ettari e includono montagne, foreste, laghi. Intendiamo, primi in Asia centrale, instaurare anche il meccanismo tax free per gli acquisti: ciò potrebbe aumentare il numero dei turisti, soprattutto da Cina, India e Medio Oriente”. 

E per quanto riguarda il turismo interno?  “È in linea con quello di molti Paesi, circa il 75%. Il Kazakistan è molto grande e incoraggiamo la popolazione a visitarlo: l’ultima misura introdotta è la possibilità per i minori di 16 anni di viaggiare gratis in treno e aereo”.

Raimkulova ha poi sottolineato il sempre maggiore desiderio di apertura verso l’estero. A tal fine il ministero è molto interessato all’industria filmica come occasione per solleticare la curiosità di potenziali turisti: “Il paese vanta incredibili scenari e girare dei film nelle nostre location ne aumenta senz’altro l’appeal turistico. Inoltre auspichiamo l’entrata della nostra industria locale nel mercato estero. Siamo pertanto disponibili a ospitare produzioni cinematografiche: abbiamo un apparato normativo che regola a più livelli i rapporti in ambito culturale e ci stiamo impegnando perché incontri gli standard esteri più elevati, con leggi specifiche che vanno dalla protezione di siti storici alla promozione del settore cinema. Quest’ultima in particolare risale allo scorso gennaio: il mondo cambia rapidamente e vogliamo essere pronti ad aggiornare gli atti regolatori all’apparire di nuove sfide e tecnologie. Abbiamo quindi provveduto a un regime di esenzione dall’iva, che qui è del 12%, e dall’imposta sul reddito delle società, che è del 20%; inoltre anche grazie all’esperienza di paesi come Regno Unito, Francia, Italia, abbiamo introdotto sussidi fino al 30%”. 

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Giosetta Ciuffa / Agi

Nur Alem Nur Sultan

Con l’Italia, la cooperazione nel settore culturale avviene soprattutto in campo teatrale: nel luglio scorso è terminata a Roma la tournée dell’Astana Opera, che ha portato in diverse città italiane il balletto Spartacus”, con numerose performance tutte sold out già sei mesi prima. Per il governo, il teatro è strumento principe della multiculturalità che distingue il Paese e del continuo operato al fine di promuovere il patrimonio culturale proprio e delle minoranze presenti: “è stimolante l’esteso scambio tra il teatro nazionale e i teatri esteri, scambio di successo anche perché si porta una visione degli artisti kazaki su opere classiche”, continua il ministro.

L’interesse degli italiani si concentra soprattutto nel turismo etnografico e nell’ecoturismo: “La natura attrae molti italiani con luoghi quali la cima più alta del Kazakistan ad Almaty, il Khan Tengri, che arriva a 7000 metri; per gli amanti dello sport, sono 125 i km di piste da sci, a differenti altezze, accessibili a professionisti e dilettanti; per chi è interessato alla storia, ci sono infinite destinazioni: pochi per esempio sanno che ad Ulytau si trova il mausoleo di Jochi, primogenito di Gengis Khan”.

Il viaggio stampa è stato offerto dal governo kazako

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Da Picasso a Van Gogh. All’asta la ricca collezione d’arte di Calisto Tanzi

opere arte asta pandolfini tanzi parmalat

L’appuntamento è a Milano per la fine di ottobre: migliaia di collezionisti e appassionati sono attesi negli spazi del Centro svizzero di Piazza Cavour per provare ad aggiudicarsi una o più delle decine di opere di autore messe all’asta da Pandolfini con il titolo “Tesori ritrovati, impressionisti e capolavori moderni da una raccolta privata”. Quadri di Van Gogh, Renoir, Monet, Picasso, disegni di Modigliani e Segantini, sculture di Messina: il valore minimo complessivo, a partire dalle valutazioni iniziali, è compreso fra i 6 e gli 8 milioni di euro, ma Pietro De Bernardi, amministratore delegato della casa d’aste si aspetta, come ha detto all’Agi, “rialzi consistenti su molti lotti proposti, compresi i più importanti”. 

Si tratta delle opere di una collezione appartenuta nell’ultima parte del secolo scorso a Calisto Tanzi, l’imprenditore parmense protagonista nel 2003 di una bancarotta storica, con un buco da 14 miliardi per il gruppo Parmalat, che ha coinvolto 38 mila risparmiatori.

Balla: Finestra du Düsseldorf

Balla: Finestra du Düsseldorf

Per alcuni anni dopo il “crac” si era favoleggiato di proprietà e di un vero e proprio tesoro di quadri preziosi, di cui però l’imprenditore, durante le udienze del lungo processo che l’ha visto protagonista, aveva sempre negato l’esistenza. Fino a quel giorno di fine novembre 2009 in cui una puntata di Report aveva parlato di un trasporto notturno di quadri per sfuggire ai sequestri nella prima fase dell’inchiesta.

Da allora e nel corso di un paio d’anni, la Guardia di Finanza ha recuperato decine e decine di opere: oltre 100, per un valore che la stampa all’epoca ha stimato in 28 milioni. Ora, 10 anni dopo, una parte della collezione va all’asta. Il lotto più importante è di 55 opere, fra cui i pezzi più preziosi, un Monet la cui valutazione iniziale è fra gli 800 mila euro e il milione e 200 mila (ma ai tempi del suo ritrovamento in una cantina del parmense si era parlato di 10 milioni) e una natura morta dipinta da Picasso nel 1944, identica stima iniziale. 

Saranno “battuti” il 29 ottobre, dopo essere stati per qualche giorno in esposizione: ma già 12 mila persone li hanno visti alla mostra organizzata nei giorni scorsi a Parma, e altre sono attese a Firenze, dove Pandolfini ha sede al Palazzo Ramirez Montalvo e la collezione sarà esposta fra il 20 e il 22 settembre, e a Roma, in via Margutta, dal 10 al 12 ottobre.  “Ci aspettiamo una grande affluenza di pubblico in sala – ha detto ancora De Bernardi – anche perché si tratta di un evento che non ha precedenti in Italia”.

Van Gogh: Pollard willow

A Pandolfini sono già giunte “richieste di Condition Report da tutto il mondo e interesse da parte di collezionisti, Fondazioni e Musei internazionali. Tutto però si concretizzerà in date più vicine all’asta”, ha aggiunto.

Fra le opere più attese, ci sono la Finestra di Dusseldorf di Giacomo Balla, dipinta nel 1912,  due opere di Vincent Van Gogh, due di Kandinskij, oltre a dipinti e disegni di Pissarro, Monet, Manet, Magritte, Toulouse Lautrec, Cézanne, Paul Signac, Chagall, Mirò, Matisse. Fra gli italiani  Zandomeneghi, Segantini, De Nittis, Boccioni. Ligabue. 

Monet: Faleise du petit Ailly à Varengeville

Anche se le firme su alcuni quadri sono dichiaratamente apocrife, e se alcuni critici storcono il naso davanti a opere non sempre considerate capolavori, a suo tempo per acquistarli l’imprenditore aveva, secondo le ricostruzioni dei magistrati, stornato diversi miliardi dai conti Parmalat. Mentre l’ex patron ormai ultraottantenne sconta la sua condanna definitiva a oltre 17 anni ai domiciliari, i suoi intermediari, i galleristi trentini Paolo Dal Bosco e Giovanna Dellana, che negli anni ’90 gli avevano procurato la cospicua collezione, hanno patteggiato con i giudici nel 2011: un anno e mezzo ciascuno per concorso in bancarotta fraudolenta.

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Lo strano caso del gabinetto d’oro di Cattelan scomparso da un museo

gabinetto oro cattelan rubato

William EDWARDS / AFP 

“America” di Maurizio Cattelan  (Afp)

Quando il cesso d’oro di Maurizio Cattelan è stato rubato da Blenheim Palace, in Gran Bretagna, i ladri non hanno solo portato via un’opera d’arte che solo per il metallo prezioso con cui è fatta vale più di un milione di euro. Hanno anche allagato la dimora signorile, danneggiandola gravemente, perché prima di strappare o gabinetto dalla base non si sono premurati di chiudere l’acqua.

Il gabinetto perfettamente funzionante, intitolato “America”, creato dall’artista italiano è stata una delle attrazioni principali di una mostra di opere di Cattelan inaugurata il 12 settembre nell’edificio patrimonio dell’Unesco.  I visitatori hanno potuto prenotare fasce orarie per utilizzarlo, ma solo per tre minuti ciascuno, per limitare le code. Più di 100.000 persone hanno utilizzato il wc durante l’anno in cui è stato esposto al Guggenheim Museum di New York. Quando Donald e Melania Trump chiesero in prestito un Van Gogh per abbellire il loro appartamento alla Casa Bianca, fu loro provocatoriamente offerta in prestito l’opera di Cattelan 

I ladri sono entrati in azione prima dell’alba nella tenuta del XVIII secolo vicino a Oxford, nel sud dell’Inghilterra, e sono andati via alle 4.50 (le 5,50 in Italia). Il palazzo è la residenza del dodicesimo duca di Marlborough ed è stato anche la casa natale di Winston Churchill. Prima dell’inaugurazione, il fratello del duca, Edward Spencer-Churchill, fondatore della Blenheim Art Foundation, di era detto tranquillo riguardo la sicurezza della tazza d’oro mostra. “Non sarà la cosa più facile da rubare”, aveva detto al Times. “In primo luogo, è piombato e in secondo luogo, un potenziale ladro non ha idea di chi ha usato la toilette o di cosa possa aver mangiato. Quindi no, non ho intenzione di aumentare la sicurezza”.

 La mostra dell’artista italiano a Blenheim dura fino al 27 ottobre e comprende un cavallo tassidermizzato issato sul soffitto di una sala da ricevimento ornata. Blenheim ha già ospitato mostre di Ai WeiWei, Yves Klein, Jenny Holzer, Michelangelo Pistoletto e Lawrence Weiner.

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“Non posso più suonare. Se mi volete bene non chiedetemelo”. La confessione di Ezio Bosso 

ezio bosso malattia

Photoshot / AGF 

Ezio Bosso 

Grande successo per Ezio Bosso alle 83esima Fiera del Levante di Bari. Nell’incontro con il pubblico però il grande pianista ha ammesso di non poter più suonare e ha esortato tutti a non chiedergli più di farlo. “Se mi volete bene, smettete di chiedermi di mettermi al pianoforte e suonare. Non sapete la sofferenza che mi provoca questo, perché non posso, ho due dita che non rispondono più bene e non posso dare alla musica abbastanza. E quando saprò di non riuscire pù a gestire un’orchestra, smetterò anche di dirigere”, ha detto Bosso, citato dalla Gazzetta del Sud.

Il pianista, compositore e direttore d’orchestra, che dal 2011 soffre di una patologia degenerativa, è stato accolto dal presidente Michele Emiliano nel padiglione della Regione Puglia. Il maestro ha incontrato il pubblico, accorso sin dal mattino per assicurarsi un posto in sala, per parlare di musica, arte e talento. “La Puglia ha avuto il privilegio di offrire a tutti i cittadini questo incontro atteso ed emozionante con il maestro Ezio Bosso con il quale collaboriamo da tempo con grande empatia”, ha detto Emiliano. “Stiamo costruendo un legame che possa contribuire all’educazione musicale dei pugliesi, che solo una personalità con grande carisma come la sua può accelerare e rafforzare. La musica non è archeologia è vita e può aiutare a decifrare la complessità quotidiana”.

“E’ importante incontrarsi, la musica è come un focolare attorno al quale sedersi”, ha spiegato Bosso. “La musica è un linguaggio universale che permette a tutti di parlarsi e fare comunità a prescindere dal luogo di provenienza. E’ importante in questo periodo creare occasioni di scambio e coinvolgere i talenti, i giovani e aprire i teatri e i luoghi di cultura allo scambio”.

Bosso è stato ospite della campionaria barese perché impegnato in questi giorni in un articolato progetto – ideato, promosso e finanziato da Regione Puglia, con l’organizzazione del Teatro Pubblico Pugliese, la collaborazione dell’Apulia Film Commission e delle Amministrazioni Comunali e provinciali di Bari, Foggia e Lecce – orientato alla formazione del pubblico e alla valorizzazione del territorio in programma tra Foggia, Lecce e Bari.

Dopo il grande successo registrato a Foggia e l’incontro con il pubblico a Bari, dal 16 al 19 settembre si sposta al Teatro Apollo di Lecce per quattro prove d’orchestra narrate aperte al pubblico dal 16 al 19 e il concerto gratuito “Ezio Bosso dirige i solisti della Europe Philarmonic Orchestra dei giovani dell’Orchestra Filarmonica di Benevento” giovedì 19 settembre alle ore 21.00. 

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Morto a Sassari lo scrittore Salvatore Mannuzzu

Morto Salvatore Mannuzzu

E’ morto stamane a Sassari Salvatore Mannuzzu, magistrato, politico e scrittore. Nato il 7 marzo 1930 a Pitigliano, in provincia di Sassari, vinse il Premio Viareggio e il Premio Dessì col suo romanzo più celebre, ‘Procedura’.

Nel 2016 aveva perso la figlia Lidia Maria, biologa e fisiologa, morta a 58 anni per un’embolia polmonare, e anche la moglie Nannetta. Mannuzzu  stato anche parlamentare, eletto alla Camera nelle liste del Partito comunista italiano per tre legislature, dal 1976 al 1987.

Nel 1992 con ‘La figlia perduta’ è arrivato terzo al premio ‘Strega‘. Il suo ultimo romanzo, pubblicato nel 2013 da Einaudi, è ‘Snuff o l’arte di morire’. Tra il 2010 e il 2013 aveva tenuto una rubrica quotidiana sulla prima pagina di ‘Avvenire’, un diario diventato un libro, ‘Testamenti’, pubblicato da ‘Il Maestrale’ e dalle Edizioni dell’Asino. Mannuzzu è stato anche vicepresidente della Fondazione Banco di Sardegna.

Da ‘Procedura’ era stato tratto il film ‘Un delitto impossibile’ girato nel 2000 dal regista Antonello Grimaldi, con un cast di grandi attori italiani: Carlo Cecchi, Lino Capolicchio, Ivano Marescotti e la spagnola Angela Molino nei panni della protagonista femminile.

Nel settembre 2013 il comune di Stintino (Sassari) aveva assegnato a Mannuzzu il riconoscimento di ‘Stintinese Doc’, assegnato ogni anno a chi ha portato lustro al paese promuovendone le bellezze anche al di fuori della Sardegna. “Lo ricordiamo come uno di noi, un cittadino stintinese, uno tra i più importanti autori contemporanei”, dice il sindaco di Stintino (Sassari)”, dice il sindaco Antonio Diana che sei anni conferì il premio allo scrittore, in collaborazione Col Centro studi per la civiltà del mare. “Dalle sue storie, come ‘Un morso di formica’ e ‘Il terzo suono’, traspariva una innegabile ambientazione stintinese”.

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Come inizia il nuovo e atteso romanzo di Elena Ferrante

La Casa editrice E/O, che pubblica i libri di Elena Ferrante, ha scelto il proprio profilo Twitter per annunciare il ritorno in libreria della scrittrice senza volto. Tra poco meno di due mesi, il 7 novembre. Non sono stati rivelati, invece, ulteriori particolari sul titolo del nuovo romanzo o sulla trama della storia. Unica cosa certa, però, è che sarà ancora Napoli il cuore pulsante da cui partiranno le vicende. Una città che, attraverso la tetralogia de L’Amica Geniale (che presto tornerà in televisione per una seconda stagione), i lettori hanno imparato a conoscere e amare.

La stessa casa editrice, tuttavia, ha fatto un altro regalo ai fan della Ferrante pubblicando l’incipitl. ovvero le prime righe, dell’annunciato romanzo che, dalle reazioni sui social, è già molto atteso apprestandosi a diventare un nuovo bestseller.

Due anni prima di andarsene di casa mio padre disse a mia madre che ero molto brutta. La frase fu pronunciata sottovoce, nell’appartamento che, appena sposati, i miei genitori avevano acquistato al Rione Alto, in cima a San Giacomo dei Capri. Tutto – gli spazi di Napoli, la luce blu di un febbraio gelido, quelle parole – è rimasto fermo. Io invece sono scivolata via e continuo a scivolare anche adesso, dentro queste righe che vogliono darmi una storia mentre in effetti non sono niente, niente di mio, niente che sia davvero cominciato o sia davvero arrivato a compimento: solo un garbuglio che nessuno, nemmeno chi in questo momento sta scrivendo, sa se contiene il filo giusto di un racconto o è soltanto un dolore arruffato, senza redenzione…

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Lo stadio di calcio diventato foresta

stadio calcio foresta opera


GERT EGGENBERGER / APA / AFP

Klaus Littmann e Max Peintner

Tra qualche anno le distese verdi potrebbero essere confinate in aree dedicate e circoscritte, come animali in uno zoo o libri in una biblioteca. Questa è la riflessione che ha portato l’artista svizzero Littman, – classe ’51 e famoso per le sue installazioni rivoluzionarie, come il Jardin des Planètes a Basilea – a ricreare una foresta nel cuore di uno stadio di calcio. Una copertura boschiva di 300 alberi – in uno campo circondato da circa 30 mila posti a sedere – come occasione per attirare l’attenzione su cambiamenti climatici e deforestazione.

stadio calcio foresta opera

Fonte: “Evento” Facebook presentazione opera

La città che ospita l’installazione -inaugurata l’8 settembre e visitabile fino al 27 ottobre –  è Klagenfurt, in Carinzia (parte meridionale dell’Austria). L’opera è sotto la supervisione di Enea Landscape Architecture. Il Wörthersee è attualmente la sede della squadra austriaca di calcio della Seconda Lega Austria Klagenfurt, che giocherà le partite in casa nel vicino stadio Karawankenblick durante “l’intervento temporaneo di arte”.

La scelta degli alberi

L’enorme piazzola è ora fiancheggiata da alberi che arrivano a pesare fino a sei tonnellate ciascuno: tra loro esemplari di ontano, pioppo tremulo, salice bianco, carpino, acero campestre e quercia comune. La scelta delle essenze arboree e la loro collocazione nel rettangolo di gioco sono parte di un progetto dell’architetto paesaggista svizzero Enzo Enea. La decisione è avvenuta tenendo conto del ciclo vitale delle piante, in modo che il cambio di colore delle foglie possa garantire ogni giorno uno spettacolo diverso. For Forest – The Unending Attraction of Nature, ad ora la più grande installazione d’arte pubblica austriaca, è ispirata a un disegno distopico – completato di più di 30 anni fa – dell’artista e architetto austriaco Max Peintner.

Il futuro della foresta

Secondo Littmann – riporta la Cnn – l’obiettivo è “sfidare la nostra percezione della natura e mettere in discussione il suo futuro” e simboleggia l’idea che la natura “un giorno può essere trovata solo in spazi appositamente designati”. Terminato il periodo di esposizione, la foresta verrà ripiantata in un sito pubblico vicino, come “scultura di foresta vivente” .

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Milano è la città più visitata d’Italia (16esima al mondo). Un report

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FRANK FELL / ROBERT HARDING HERITAGE / ROBERTHARDING

Milano

Milano è la città italiana più visitata ed è l’unica nella Top20 mondiale; fra le prime 10 europee, oltre al capoluogo lombardo ci sono solo Roma e Venezia. I dati emergono dalla nuova edizione del Mastercard Global Destination Cities Index, che classifica 200 città in base all’analisi del volume dei visitatori e dei dati di spesa.

Il Capoluogo lombardo si inserisce al quinto posto della classifica europea. Tuttavia, oltre a confermarsi stabilmente in Europa, la citta’ meneghina rinnova la sua vocazione globale ed e’ l’unica a rientrare nella stretta cerchia delle 20 città piu’ visitate al mondo – precisamente al sedicesimo posto.

“Con oltre 9 milioni di visitatori nel 2018, una previsione di incremento per il 2019 del 2.02% e una spesa media giornaliera di 155 dollari, Milano conferma un trend in costante crescita”, spiega la ricerca. Roma invece è stabile all’ottava posizione della classifica europea di Mastercard, mentre si posiziona solo ventiduesima a livello mondiale con i suoi 7,65 milioni di visitatori internazionali durante gli ultimi dodici mesi. Venezia, terza città italiana in classifica, chiude la top ten europea con 7,4 milioni di visitatori internazionali. 

A guidare il ranking è Bangkok, capitale della Thailandia, con oltre 22 milioni di visitatori seguita dai grandi classici rappresentati da Parigi e Londra, entrambi sopra i 19 milioni, e le mete legate al mondo dell’innovazione e del futuro come Dubai, quarta con quasi 16 milioni, e Singapore, con poco meno di 15 milioni di turisti. Chiudono la Top Ten, dal sesto al decimo posto, Kuala Lampur, New York, Istanbul, Tokyo e Antalya.

Qui il report completo

A guidare il ranking è Bangkok, capitale della Thailandia, con oltre 22 milioni di visitatori seguita dai grandi classici rappresentati da Parigi e Londra, entrambi sopra i 19 milioni, e le mete legate al mondo dell’innovazione e del futuro come Dubai, quarta con quasi 16 milioni, e Singapore, con poco meno di 15 milioni di turisti. Chiudono la Top Ten, dal sesto al decimo posto, Kuala Lampur, New York, Istanbul, Tokyo e Antalya.

 

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Il governo Conte dichiara guerra alle grandi navi a Venezia

grandi navi venezia governo conte

Miguel MEDINA / AFP 

Una nave da crociera nella Laguna di Venezia

Il governo Conte annuncia tempi brevi per il divieto di passaggio delle ‘grandi navi’ a Venezia, tanto discussa negli ultimi anni, soprattutto dopo l’incidente in Laguna che ha coinvolto una nave da crociera e un battello turistico. E lo fa per bocca, anzi per tweet, del ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini: “Un impegno: entro la fine del mio mandato nessuna Grande Nave passerà più davanti a San Marco. Il vincolo del MiBAC è solo il primo passo. Abbiamo perso troppo tempo e il mondo ci guarda incredulo”.

A giugno il ministero per le Infrastrutture aveva fatto sapere che entro la fine del mese avrebbe trovato una soluzione per allontanare le grandi navi dalla Giudecca e San Marco. “Sulle grandi navi a Venezia il tavolo istituzionale è da tempo in corso”, avevano sottolineano fonti del ministero, “i ministri interessati si vedranno a breve scadenza per tirare le somme sulle opzioni progettuali individuate, allo scopo di trovare la soluzione definitiva migliore”.

L’8 agosto l’Autorità di sistema portuale del Mare Adriatico Settentrionale aveva convocato per il 22 agosto una riunione (la seconda) del tavolo tecnico incaricato da Danilo Toninelli, di individuare tutte le procedure tecniche necessarie per spostare le prime grandi navi sopra le 40mila tonnellate già da settembre fuori dal canale della Giudecca, utilizzando gli attracchi diffusi. Poi è arrivata la crisi del governo gialloverde e Toninelli era stato il primo il 22 agosto, alla vigilia della riunione, ad alzare le mani. 

L’ipotesi dello scavo del canale Vittorio Emanuele, aumentandone la profondità con la rimozione dei fanghi per il passaggio delle grandi navi, resta la via preferita. Ma in contemporanea si attrezzerà anche un primo terminal crocieristico a Marghera, per le navi superiori alle 96 mila tonnellate di stazza, che ora non possono entrare in laguna. Sono previsti entro il 2019 due accosti sul canale Nord nelle banchine adiacenti alla Fincantieri. Una terza nave da crociera potrà attraccare a Marghera entro il 2021 in adiacenza al canale Brentelle. In un momento successivo sarà realizzato anche il “dente” già previsto dal progetto dell’architetto Roberto D’Agostino”.

Per il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, enrio il 2019 il 40% del traffico crocieristico attuale dovrebbe spostarsi su Marghera, lasciando intravedere questo come il vero terminal crocieristico del futuro, mantenendo la Marittima in prospettiva per le navi da crociera più piccole, fino a 40 mila tonnellate e per gli yacht.

Veneziani pronti a rinunciare all’indotto

Dovrebbe essere dunque questa la soluzione alla vicenda. Anche perché. Pur di proteggere la laguna e la loro città dai danni del turismo di massa, i veneziani erano e restano sono pronti a uscire dall’indotto delle crociere. A maggior ragione se il ritorno economico non è poi così alto. Gli abitanti della Serenissima – e non solo – lo hanno detto a gran voce nel referendum consultivo organizzato domenica 18 giugno 2017 dal “Comitato No Grandi Navi” insieme ad altre associazioni ambientaliste. Dalle urne dei gazebo il messaggio è stato chiaro: il 98,7% dei votanti non vuole le grandi navi nella città lagunare. In totale, 25 mila persone hanno risposto al quesito: “Vuoi che le grandi navi da crociera restino fuori dalla laguna di Venezia e non vengano effettuati nuovi scavi all’interno della laguna?”

Passaggio vietato da cinque anni

In teoria il passaggio dei giganti dei mari era vietato dal decreto Clini-Passera del 2012, decreto che proibiva, appunto, l’ingresso nell’area alle navi di stazza superiore alle 40 mila tonnellate (sospendendolo però in attesa di verificare altre possibilità di navigazione). Ma da allora, nella Serenissima, poco è cambiato: le grandi navi da crociera continuano a entrare dalla Bocca del Lido, a passare davanti a San Marco, a imboccare il Canale della Giudecca e a raggiungere lo scalo di Marittimaattraccando in città. A solcare le acque lagunari ogni anno, sono 600 “bestioni lunghi 300 metri, larghi 40 metri e alti 60 metri”, spiega Luciano Mazzolin, tra i leader della protesta. E questo in una città dove “il piano regolatore vieta di costruire edifici più alti di quattro piani. E’ come muovere avanti e indietro per i canali un palazzo di 7-8 piani, che sposta milioni di metri cubi d’acqua, causando erosioni alle rive e alle fondamenta delle case. Inoltre, le eliche muovono i sedimenti della Laguna. Per non parlare dei fumi che inquinano l’aria”.

Gli ambientalisti: “Ritorno economico trascurabile”

Ma quanto incidono i croceristi sull’economia turistica veneziana? Poco secondo uno studio dell’Università Ca’Foscari del 2013 (quando il numero degli sbarchi era nettamente più alto),  impugnato dalle associazioni contrarie alle Grandi Navi per l’analisi costo benefici. “Parliamo di numeri bassi”, spiega all’Agi Marta Canino, leader del “Comitato No Grandi Navi” e convinta ambientalista. “I turisti che scendono dalle navi sono pochissimi: meno del 20%, e quelli che lo fanno devono pagare una tassa per restare a Venezia solo poche ore e consumare i pasti sempre negli stessi circuiti. E’ un’economia chiusa e verticale, non è un indotto. Per non parlare dell’occupazione che è fortemente precarizzata”. Calcolatrice alla mano, il ricavo – secondo lo studio – sarebbe inferiore ai 290 milioni di euro, circa il 2% del Pil di Venezia. 

Non solo: “Gran parte dei ricavi – sottolinea il rapporto – sono concentrati in poche categorie economiche che includono operatori turistici nazionali e internazionali di grandi dimensioni, mentre i costi sono sopportati da tutti i residenti nel centro storico. Coloro che percepiscono i ricavi non si fanno carico dei costi relativi alle esternalità negative generate dalle loro attività, mentre i residenti nel centro storico li subiscono involontariamente”. 

Una cifra in linea con quella calcolata dal Sole 24Ore secondo cui il traffico crocieristico porta nel complesso nelle casse italiane più di 436 milioni di euro.

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Si chiama CapoVersi la nuova collana di Bompiani dedicata alla poesia

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ULF ANDERSEN / AURIMAGES / ULF ANDERSEN / AURIMAGES

Il poeta americano John Ashbery

Si intitolerà CapoVersi e rappresenterà l’avventura di Bompiani nel mondo della poesia. Nell’era dei social, dove tutto è estremamente veloce, dove perfino quella che in comunicazione viene tecnicamente chiamata “tv di flusso” risulta ormai troppo lenta, ecco una scommessa: puntare sulla poesia, su un “prodotto” che richiede così tanto tempo di assorbimento, che spinge ad un’introspezione ormai evidentemente sempre più rara. 

Beatrice Masini (capo settore di Bompiani, responsabile del progetto CapoVersi), quello della poesia è ancora un mercato valido?

“Se lei per mercato intende le vendite, ci sono alti e bassi e ci sono casi e casi. Noi per esempio, abbiamo pubblicato, con molta fortuna, un bel libro di Franco Arminio e quella forma di poesia sembra avere una certa presa sul mondo dei lettori. Così come Rupi Kaur, autori che usano la forma poetica in modo molto libero, molto affabile, come veicolo per contenuti di natura varia. Una poesia meno accademica, più vicina al pubblico, e quel tipo di poesia, dal punto di vista strettamente commerciale, numerico, sicuramente di soddisfazioni ne da. Ma mi sembra che in termini generali questi risultati abbiano segnalato in modo molto forte un rinnovato interesse per il mondo della poesia”.

I primi nomi che proporrete: John Ashbery, Vladislav F. Chodasevič, Nicanor Parra. Poesia ai più alti livelli…

“La decisione di fare una collana non viene da questi calcoli e queste considerazioni ma da una riflessione un po’ più larga, ossia il fatto che nella storia recente di Bompiani non c’era una collana di poesia. Si è sempre fatta la poesia, quest’anno abbiamo pubblicato le poesie di Erica Jong, che è comunque una romanziera, abbiamo pubblicato anche le poesie di Moravia, ma Moravia è il narratore del ‘900, quindi fino adesso sono sempre state fatte delle incursioni o per completare il ritratto di un autore oppure in modo sporadico. Sicuramente mancava un’attenzione un po’ più concentrata rispetto la poesia del resto del mondo, infatti questo è il motivo per cui CapoVersi nasce come una collana di poesia straniera. In Italia ci sono tanti editori che fanno poesia, alcune piccole case editrici specializzate lo fanno anche molto bene, quindi è chiaro che molto è stato mappato, non siamo dei pionieri, ma si può fare una ricerca un pochino più affine al lavoro che stiamo facendo, puntando magari ad artisti del passato che sono stati dimenticati”.

La collana CapoVersi sarà disponibile in libreria a partire dall’11 settembre.

Una cosa molto importante del vostro lavoro questa, il dovere, anche morale, di conservare una certa memoria che rischia come non mai di venire dimenticata…

“Si, è proprio un lavoro che abbiamo fatto in maniera molto precisa negli ultimi anni. Una delle autrici che pubblicheremo in CapoVersi è Gabriela Mistral, premio Nobel per la letteratura nel 1945, cilena, quasi dimenticata, la prima donna sudamericana a prendere il Nobel, in Italia già pubblicata ma adesso quasi non si trova più, allora cerchiamo di recuperare”.

Quando si accenna al mercato della letteratura, i due assiomi più ricorrenti sono che il settore è in crisi e che in Italia si legge pochissimo: come ragionate quando operate scelte di questo tipo? Anche coraggiose, nel caso della poesia…

“Intanto lo stesso lettore può avere una gamma di interessi estremamente varia, noi non ci rivolgiamo necessariamente ad un lettore supercolto, ma nemmeno a un lettore che cerca nella lettura essenzialmente l’evasione. Ci piace molto mescolare le carte. Il lettore, come fisionomia generica, non esiste; esistono tanti lettori diversi. Noi cerchiamo di far trasparire questa varietà nelle scelte che facciamo. Io sono veramente convinta che nello stesso lettore possano convivere tanti lettori diversi”.

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