Cultura

Oscar, le nomination: Lady Gaga sfida Glenn Close, Malek contro Bale

Oscar, le nomination: Lady Gaga sfida Glenn Close, Malek contro Bale

Sono state rese note dal Samuel Goldwyn Theater di Los Angeles le nomination degli Oscar 2019, che saranno consegnati il 24 febbraio. L’annuncio delle nomination per le 24 categorie degli Oscar è stato letto dagli attori Kumail Nanjiani e Tracee Ellis Ross. Ecco le categorie più ‘pesanti’ annunciate oggi. Per il miglior attore protagonista concorreranno: Christian Bale (‘Vice’), Bradley Cooper (‘A star is born’), Willem Dafoe (‘“Van Gogh – Sulla soglia dell’Eternità’), Rami Malek (‘Bohemian Rhapsody’), Viggo Mortensen (‘Green Book’).     

Per la migliore attrice protagonista: Yalitza Aparisio (‘Roma’), Glenn Close (‘The Wife’), Olivia Coleman (‘The Favourire’), Lady Gaga (‘A star is born’) e Melissa McCarthy (‘Can You Ever Forgive Me?’). Per il miglior regista: Spike Lee (‘BlacKkKlansman’), Pawel Pawlikowski (‘Cold War’), Alfonso Cuaron (‘Roma’), Yorgos Lanthimos (‘The Favourite), Adam McKay (‘A star is born’).  Per il miglior film sono candidati: ‘Black Panther’, ‘ BlacKkKlansman’, ‘Vice’, ‘Bohemian Rhapsody’, ‘The Favourite’, ‘Green Book’, ‘Roma’, ‘A Star is Born’.

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Maturità: le materie della seconda prova 

Maturita seconda prova

Flavio Lo Scalzo / AGF 

Esami maturità 

Sono state annunciate oggi le materie della seconda prova scritta dell’esame di maturitàè 2019 che inizierà il prossimo 20 giugno.

La grande novità è che da quest’anno la seconda prova non riguarderà solo una materia caratterizzante l’indirizzo di studi, ma due.

In particolare, ci saranno latino e greco per il liceo classico, matematica e fisica allo scientifico, scienze umane e diritto ed economia politica per il liceo delle scienze umane – opzione economico sociale, discipline turistiche e aziendali e inglese per l’istituto tecnico per il turismo, informatica e sistemi e reti per l’istituto tecnico indirizzo informatica, scienze degli alimenti e laboratorio di servizi enogastronomici per l’istituto professionale per i servizi di enogastronomia. L’elenco completo delle discipline oggetto della prova è disponibile da oggi sul sito del ministero.

I ragazzi per affrontare la nuova prova potranno esercitarsi con delle simulazioni che si svolgeranno a livello nazionale il 19 febbraio e il 26 marzo per la prima prova scritta e il 28 febbraio e il 2 aprile per la seconda.

E’ la prima volta che il Miur organizza simulazioni di questo tipo. La volontà è quella di sostenere il più possibile ragazzi e docenti nella preparazione del nuovo esame di Stato. Con un’apposita circolare saranno fornite alle scuole tutte le indicazioni operative. Intanto il ministero ha già pubblicato, nel mese di dicembre, alcuni esempi di traccia, sia per la prima che per le seconde prove.

Per illustrare a studenti e docenti le nuove regole sono stati effettuati anche specifici incontri sul territorio. Lo stesso ministro dell’Istruzione Bussetti si è confrontato con oltre 300 studenti a Milano. Nuovi momenti di incontro saranno organizzati con i ragazzi a febbraio e marzo.

Il decreto con le materie, pubblicato oggi, illustra anche le modalità di svolgimento del colloquio orale che sarà, come sempre, pluridisciplinare. La commissione partirà proponendo agli studenti di analizzare testi, documenti, esperienze, progetti, problemi che saranno lo spunto per sviluppare il colloquio.

I materiali di partenza saranno predisposti dalle stesse commissioni, nei giorni che precedono l’orale, tenendo conto del percorso didattico effettivamente svolto dagli studenti descritto nel documento che i Consigli di classe consegneranno come ogni anno in vista degli Esami. Il giorno della prova, per garantire la massima trasparenza e pari opportunità ai candidati, saranno gli stessi studenti a sorteggiare i materiali sulla base dei quali sarà condotto il colloquio.

Durante l’orale i candidati esporranno anche le esperienze di alternanza scuola-lavoro svolte. Una parte del colloquio riguarderà, poi, le attività fatte nell’ambito di ‘Cittadinanza e Costituzione’, sempre tenendo conto delle indicazioni fornite dal Consiglio di classe sui percorsi effettivamente svolti. Sia la prima che la seconda prova scritta, da quest’anno, saranno corrette secondo griglie nazionali di valutazione che sono state diffuse nel mese di novembre. Nel decreto con le materie pubblicato oggi sono individuate anche le discipline affidate a commissari esterni.

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Enrico Mentana: ecco cosa ho imparato in un mese di Open

mentana open intervista

Mirco Toniolo – Errebi / AGF 

Enrico Mentana

Enrico Mentana, 64 anni compiuti oggi e non sentirli. Il direttore del Tg di La7 non ha bisogno di presentazioni, ma da qualche tempo ha voluto vedere il mondo anche da un’altra angolazione: quella dell’editore. Il 18 gennaio la sua creatura Open, affidata alle cure di un giornalista esperto, Massimo Corcione, e a una squadra di venti giovani giornalisti, compie un mese.

Enrico, cosa hai imparato nel tuo primo mese da editore?

Ho imparato ad avere pazienza con i giovani che non sono come noi e non sono ancora formati professionalmente. Ma io avevo in mente un giornale online che li facesse lavorare, che desse loro una opportunità, come il primo giorno di scuola. Se gli spieghi le cose come le vorresti tu, rischi di farli diventare come i bambini che nelle manifestazioni canore imitano i grandi. Io credo che invece debbano trovare la strada loro, senza pretendere che facciano le cose come le avremmo fatte noi.

Come è cambiata la copertura della politica nell’era dei social media? Siete alla rincorsa dell’ultimo tweet?

Open non ha bisogno di questo. Uno dei motivi per i quali l’informazione in Italia non ha acquirenti tra i giovani è proprio questo: se vuoi sapere cosa dicono Salvini o Di Maio basta seguirli sui social media, piattaforme naturali per le nuove generazioni. E questa è un’altra lezione che abbiamo imparato: è inutile e dannoso fare il pastone politico, uno degli ingredienti, del veleno che ha ucciso l’informazione agli occhi delle nuove generazioni.

Giornalismo di desk o da marciapiede?

Con il tempo faremo un giornalismo il più possibile misto. Ma andare in strada è come una maratona olimpica, non come la mia – ride. Per fare giornalismo di strada ti devi preparare, allenare, non si improvvisa, ci devi arrivare. Nel giornalismo sul campo rischi di venire investito se ci arrivi impreparato.

In Europa ci sono buoni esempi di giornalismo sostenuto dagli abbonamenti dei lettori, penso a Mediapart in Francia, perché hai scelto la formula dell’informazione free sostenuta dalla pubblicità?

Questo è un mio vizio: non ho mai cercato di copiare, che poi è anche uno dei problemi dell’informazione. Per come la vedo io, non bisogna avere modelli perché se fai qualcosa che è già stato fatto, se copi, vuol dire che hai già perso.

Ad Open lavorano venti giovani giornalisti, puoi fare un primo bilancio?

Siamo partiti da un mese e loro lavorano al progetto da un mese e mezzo, per carità, aspettiamo e diamo loro il tempo di crescere, che è poi la cosa più importante. Noi siamo nati professionalmente in un’epoca dove entravamo in redazioni dove le regole, i flussi di lavoro erano codificati e seguiti da tutti: poteva capitare che qualcuno imparasse in fretta. Oggi lo scenario è totalmente cambiato e in continua evoluzione: in questo contesto le regole, le procedure e i flussi te li devi inventare di volta in volta. E’ molto più complicato e difficile di prima.

Tuo figlio Stefano lavora per Tpi, una testata concorrente. Ti rivolgi a lui per i consigli?

Certo che mi dà consigli. Così come io li darei a lui se me li chiedesse. Non ho difficoltà ad ammettere che all’inizio certe cose non le capivo, come ad esempio il Seo (l’ottimizzazione per essere trovati dai motori di ricerca) o i Tag (che marcano le parole chiave di un articolo), e tante altre cose tecniche per capire le quali mi sono rivolto a lui, che pure è un mio competitor.

Perché hai scelto di fare un sito che fosse ottimizzato prima di tutto per gli smartphone, anche a costo di penalizzare gli utenti da postazione fissa?

Ti faccio un esempio: è chiaro che se uno dice: facciamo cibi adatti solo per la cena e non servi a pranzo sai che poi questo lo perdi. Però scegli di concentrati su quello che pensi di saper fare meglio. La maggior parte delle persone si informa attraverso lo smartphone e, se guardo avanti, penso che questo sarà sempre di più lo strumento unico per informarsi, guardare film e fare tutto quello di cui abbiamo bisogno. Certo, almeno finché non saremo superati da qualcosa di nuovo, come è già accaduto in passato. Ma adesso dallo smartphone passa tutto, per i giovani soprattutto. Mi pareva che questa fosse la scelta migliore per coniugare una informazione fatta dai giovani per i giovani, per dare un futuro a chi ci lavora, ai lettori e al giornalismo.

Open è molto attento al fact-checking. Quanto è importante la verifica dei fatti?

Moltissimo. Ciò che identifica le modalità per combattere le bufale e persegue una certificazione continua di quello che scriviamo mette in sintonia con chi cerca una informazione certificata e attendibile, contro gli avvelenatori dei pozzi.

La cosa che non rifaresti?

Francamente? Non per autoindulgenza, ma non c’è niente che non rifarei, compreso non accettare contributi economici da nessuno. Ho cercato di avere delle Colonne d’Ercole ben precise, anche nella scelta della pubblicità, tipo il poker online. Poi magari tra due anni te lo dico cosa non rifarei più. La cosa più probabile è che in questa operazione ci perda, anche tanto, certamente non ci guadagnerò, ma quello che mi ero riproposto: fare qualcosa per i giovani e per il giornalismo che mi ha dato tanto.

E di cosa sei più fiero?

Di aver fatto al meglio il mio lavoro di direttore e conduttore di telegiornale: non ho tolto una stilla di fatica, di lavoro al mestiere che faccio al Tg, che, come sai, non è una passeggiata. Ma anche di non aver lesinato nulla per dare a questi giovani giornalisti tutti gli strumenti necessari per fare al meglio questo lavoro, comprese le agenzie, cosa che non tutti i grandi editori fanno ancora.

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La donna che sognò la Rivoluzione 

berlino rosa luxemburg anniversario

Alla fine di un massacro degno di un crepuscolo degli dei, il corpo di Rosa Luxemburg fu buttato, come quello di un cane, in uno dei canali della Sprea che incrociano la Unter den Linden all’ombra del Municipio. La Rivoluzione aveva perso la sua Marianna, o la sua ondina.

Soprattutto aveva perso la sua grande occasione, e con essa lo stesso Marx perdeva l’aura di filosofo visionario e profetico che ne aveva fatto, fino ad allora, il messia degli oppressi. Ma un messia deve essere profeta, appunto, e la grande profezia di Marx fallì proprio nel momento in cui il corpo della povera Rosa finiva tra le acque ghiacciate della Sprea.

La previsione sbagliata

Aveva predetto fin dal primo giorno, Marx, che la rivoluzione proletaria avrebbe avuto luogo in uno dei paesi in cui il capitalismo era giunto a maturazione. Che, all’epoca, erano solo due o al massimo tre in tutta Europa: il Regno Unito o la Germania, e solo poi la Francia. Ma in Francia si preferiva, a quello scientifico. un socialismo romantico sul modello della Comune. Il Regno Unito aveva imbrigliato la classe lavoratrice nelle pastoie truffaldine dei fabiani e delle rappresentanze sindacali. Quanto alla Germania, la malattia del riformismo stava avendo da tempo la meglio sulla purezza intransigente del socialismo rivoluzionario massimalista. E contro questa degenerazione Rosa Luxemburg lottò anima e corpo fino al suo ultimo giorno che fu il 15 gennaio 1919, cento anni fa esatti.

Spartaco alla guerra

A Berlino quella donna di grandi studi e brillante intelligenza era giunta vent’anni prima, esule dalla sua natia Polonia all’epoca ancora spartita tra russi tedeschi ed austriaci. È facile immaginare che gli uomini dello zar, spedendola oltreconfine, volessero fare un’opera e due servizi: togliersi di torno la ribalda arruffapopoli e contemporaneamente destabilizzare il neonato Reich bismarckiano. I tedeschi avrebbero reso la pariglia nel 1917, piazzando Lenin su un treno piombato e rispedendolo, da Zurigo, a San Pietroburgo ad assalire il Palazzo d’Inverno e realizzare la Rivoluzione nonostante il Capitale.

Per quella data, comunque, Rosa aveva già fondato la sua Lega di Spartaco insieme all’altra testa calda che era Karl Liebknecht: ala estremista di un partito socialdemocratico altrimenti dominato da Bernestein e da colui che Lenin non a caso definiva “il rinnegato Kautsky”. Gente che, al momento buono, aveva mandato all’aria il principio dell’internazionalismo proletario per votare in parlamento la legge sui crediti di guerra in favore del Reich e del suo Kaiser. E fu per questo che Rosa e Karl, nel nome di un pacifismo che affratellava gli oppressi, decisero di fare la guerra agli oppressori.

Non si trattò di sabotaggio, ma qualcosa forse di peggio: predicazione della giustizia proletaria. Si dice che i due predicassero il vangelo della riscossa dal palco di una birreria. Quanto bastò per passare in galera buona parte della Grande Guerra.

La Grande Illusione

Nel 1918 il Reich si dissolse, il suo Kaiser fuggì e i comunisti della Kdp (Rosa Luxemburg dirigeva in quel momento “Bandiera Rossa”, il quotidiano del partito) sentirono odore di rivoluzione nel nome dei soviet dei soldati e dei contadini. In fondo, la Germania non era il paese a sistema capitalistico più avanzato?

Si sbagliavano: a Berlino presero il sopravvento i socialdemocratici, che di fronte al caos politico non esitarono ad appoggiarsi alle destre. Fu così che una manifestazione di protesta organizzata dagli spartachisti contro la rimozione del capo della polizia socialdemocratico vide i socialdemocratici (sommo paradosso) liberare contro i loro fratelli della sinistra una muta di mastini assetati di sangue chiamati Freikorps: reduci della guerra che erano andati, come molti Avanguardisti italiani, ad ingrossare le fila dell’estrema destra.

I cosidetti moti spartachisti durarono una decina di giorni, e furono giornate di sangue. I Corpi Franchi non fecero prigionieri, anche perché gli spartachisti non stettero lì a farsi massacrare inermi. Le cronache raccontano di violenze efferate tra vicini di casa, amici d’infanzia, berlinesi contro berlinesi. Una guerra civile fulminea e feroce che ben fece da prologo a molte violenze successive. E non si tratta solo della creazione dei soviet in Sassonia, Turingia e Baviera: Se a Monaco dopo poco in un’altra birreria qualcuno tentò un putsch fu anche per via delle battaglie nella Mitte di Berlino. Se in Turingia fu istituito il primo lager è anche perché a Sachsenhausen si iniziò con il metterci i compagni di lotta di Luxemburg e Liebknecht. Seguiti dai socialdemocratici, rei di essersi messi nelle mani delle destre estreme.

berlino rosa luxemburg anniversario

Lungo il fiume nell’acqua

Liebknecht aveva trovato la morte in un falso trasferimento verso il carcere di Berlino: lo eliminarono nel parco del Tiergarten. Della Luxemburg si è detto. Ma non si può non notare che il canale dove fu buttato il corpo, vicino al municipio che aveva fatto occupare nel momento più alto della sua rivoluzione sfortunata, attraversa un parco. E lì chi vuole può ancora scoprire, nascosto pudicamente dagli alberi, un monumento a Marx ed Engels: l’unico rimasto al suo posto dopo l’altra rivoluzione, quella del 1989. Come se il vecchio profeta, definitivamente sconfitto dalla Storia, fosse rimasto ad aspettare, seduto accanto al suo miglior amico, l’arrivo della donna che sarebbe stata la sua Ipazia.

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L’epitaffio di Susanna Tamaro per la sua cagnetta

cane Susanna Tamaro

Susanna Tamaro / Facebook

Susanna Tamaro e Pimpi

Pimpi, il cane di Susanna Tamaro, è stata uccisa con una polpetta avvelenata. La scrittrice, che l’aveva adottata sei mesi fa dal canile di Orvieto, dove ora vive, l’ha ricordata con uno struggente post su Facebook, un ultimo saluto carico di amore per un essere in compagnia del quale avrebbe voluto vivere per anni.

L’epitaffio per Pimpi

“Ti ho cercata a lungo e, alla fine, ti ho trovata dietro le sbarre di un canile – scrive Susanna Tamaro – per un mese, come la Volpe con il Piccolo Principe, sono venuta a trovarti con regolarità perché volevo essere certa che la gioia che provavo io nel vederti la provassi anche tu. E alla fine, quando ti ho portato a casa, è stato subito un grandissimo amore. Eri intrepida, ma mai fanatica, allegra e ubbidiente, amavi i cani, i gatti, i bambini. Amavi il mondo intero e i tuoi occhi osservavano il mondo con inesausta curiosità”.

“Avresti dovuto essere il cane della mia vecchiaia, piano piano, con gli anni, avremmo rallentato il passo insieme – scrive ancora – e poi, un giorno ci saremmo seduti sulla panca davanti casa e avremmo visto il sole tramontare, consapevoli che, oltre il tramonto del giorno, quello sarebbe stato anche il tramonto della nostra vita. Nei lunghi anni di compagnia, con la tua gioiosa felicità saresti stata l’antidoto naturale all’inevitabile malinconia del passare degli anni. Ma purtroppo non è stato così. Pimpi è morta ieri, uccisa da un boccone avvelenato. Era con me da appena sei mesi”.

“Addio, piccolo raggio di luce, meraviglioso arcobaleno che hai allietato un tempo purtroppo così breve”, conclude. 

Come viene punito chi avvelena gli animali

Riccardo Manca, vicepresidente di ‘Animalisti Italiani onlus’, fa un appello al governo dopo “questo ennesimo crimine a danno di un essere indifeso” affinché siano inasprite “le pene verso chi maltratta o uccide gli animali. Il Parlamento deve trasformare in legge le previsioni dell’ordinanza ministeriale (n.161 del 13-07-2018) contro i bocconi avvelenati – aggiunge – e soprattutto adottare delle misure restrittive sulla vendita delle sostanze velenose facilmente reperibili in commercio. Questi prodotti tossici rappresentato tra l’altro una minaccia per l’ambiente, avvelenando la catena alimentare, si inquina il suolo e le sue falde acquifere”.

“La nostra associazione si costituirà parte civile – aggiunge Manca – chi ha visto qualcosa denunci l’accaduto, anche in modo anonimo. Chiediamo all’amministrazione comunale, come previsto dalla legislazione nazionale vigente, di intensificare immediatamente i controlli nelle zone in cui vengono segnalate queste problematiche, e bonificare l’area in cui è stato rinvenuto il boccone avvelenato. A Susanna esprimiamo il nostro cordoglio per la perdita di un fido compagno di vita”.

“Solidarietà e vicinanza all’amica Susanna Tamaro per la morte della sua cagnetta, uccisa dal ‘solito’ boccone avvelenato” viene dall’onorevoe Michela Vittoria Brambilla. “E’ sorprendente, in materia, l’inerzia del governo e dello stesso Parlamento – aggiunge l’ex ministro – eppure non dovrebbe essere cosi’ difficile trasformare in legge l’ordinanza ministeriale, che viene reiterata ogni anno, e rafforzarla, come prevede una proposta di legge che ho firmato e depositato il primo giorno di questa legislatura, introducendo nel codice penale un articolo specifico che punisca chi ‘prepara, miscela, detiene, utilizza, colloca o abbandona esche o bocconi avvelenati o contenenti sostanze nocive o tossiche, compresi vetri, plastiche e metalli o materiale esplodente, che possono causare intossicazioni o lesioni o la morte di una persona o di un animale'”. 

L’addio a Trudy

Ad agosto 2017 la scrittrice aveva perso un altro cane cui era molto affezionata, Trudy, e aveva raccontato sempre su Facebook del momento in cui si era sentita pronta ad accogliere un altro animale. “Comincio a sentire quella vaga inquietudine a cui ormai ho imparato a dare un nome” scriveva nel giugno 2018, “Desiderio di un altro cane. Ci sono alcune persone che, dopo aver perso un fedele amico a quattro zampe, si rifiutano di prenderne un altro perché non sono in grado di superare il dolore del distacco. Io non sono tra quelle. I cani fanno troppo parte della mia vita perché possa pensare di farne a meno. In questo momento sono al minimo storico, ne ho solo due. Certo, non intendo tornare ai fasti di un tempo quando di cani ne avevo addirittura sette perché non sono più così giovane, tuttavia penso di avere spazio nel mio cuore e nella mia casa per un paio di amici pelosi. E così ho iniziato ad andare in giro per i canili alla ricerca di uno o più colpi di fulmine. 

 

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La lezione di pace che Amos Oz ci ha lasciato

morto amos oz

La morte di Amos Oz, lo scrittore israeliano scomparso a 79 anni, lascia un vuoto importante non solo nella letteratura, ma anche nell’impegno pacifista degli artisti che come lui, David Grossman, Abraham Yehoshua e Etgar Keret, hanno apertamente criticato il loro Paese, Israele, pur rimanendo fedeli alle proprie radici. L’impegno politico di questi autori è sempre stato aperto e chiaro: un impegno contro la violenza e per una soluzione pacifica e negoziata del conflitto infinito tra israeliani e palestinesi. 

Tutti hanno vissuto da vicino questa battaglia (Grossman ha perso suo figlio Uri, 20, durante la guerra del Libano), sono stati criticati e minacciati per aver mantenuto, da posizioni di sinistra, un confronto aperto con le autorità israeliane, e lo hanno fatto senza mai lasciare il territorio di un Paese che difendono al di là delle loro politiche. Oz era da sempre molto critico con l’occupazione israeliana dei Territori palestinesi, durante la Guerra dei sei Giorni, nel 1967. E ultimamente era stato molto critico anche con la politica del premier Benjamin Netanyahu e il “crescente estremismo della sua azione di governo.

“Amo Israele anche quando ho voglia di seppellirlo”

Era stato il co-fondatore del movimento “Peace Now”, creato nel 1978 da un gruppo di 348 tra soldati e riservisti israeliani che scrissero una lettera aperta al primo ministro Menahem Begin chiedendo di firmare la pace con l’Egitto, raggiunta poi nel 1979. Uno dei momenti chiave di questo attivismo fu quando nell’agosto 2006 “Peace Now” esortò il governo israeliano, allora guidato da Ehud Olmert, ad accettare il cessate il fuoco nella guerra in Libano; e appena due giorni dopo quell’appello, Uri, il figlio di Grossman, morì in un’operazione militare. Lungi dall’abbandonare il loro impegno, questi intellettuali continuarono nella loro contestazione e un anno più tardi chiesero a Olmert, ancora una volta, in un manifesto, di negoziare la tregua con Hamas. Il documento definiva “intollerabili” i “continui attacchi” con razzi artigianali sparati da Gaza verso Israele da parte dei miliziani palestinesi, ma ricordava anche che lo Stato ebraico “in passato ha negoziato con i suoi peggiori nemici”.

“Amo Israele, anche quando non mi piace, anche quando ho voglia di seppellirlo”, raccontò piu’ tardi Oz. “Credo nella letteratura come un ponte tra i popoli. Credo che la curiosità abbia infatti una dimensione morale. Credo che la capacità di immaginare il prossimo sia un modo di immunizzarsi contro il fanatismo. La capacità di immaginare il vostro vicino non solo rende l’uomo più efficace e un amante migliore, ma lo rende anche una persona umana. Parte della tragedia arabo-ebraica è nell’incapacità di molti di noi, ebrei e arabi, di immaginare l’altro. Di immaginare davvero gli amori, le terribili paure, la rabbia, la passione. Tra di noi regna troppa ostilità e troppo poca curiosità”

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E’ morto lo scrittore israeliano Amos Oz

morto scrittore israeliano Amos Oz

Ulf Andersen / Aurimages / Ulf Andersen / Aurimages
 

 Amos Oz

E’ morto a 79 anni lo scrittore israeliano Amos Oz. Lo riferiscono i media dello Stato ebraico. Le sue opere sono state pubblicate in 45 lingue in 47 Paesi nel mondo e ha ricevuto numerosi premi e onoreficenze, tra cui la Legion d’Onore francese, il Goethe Prize, il Premio Principe delle Asturie, l’Heinrich Heine Prize e l’Israel Prize.

A dare la notizia è stata la figlia maggiore dello scrittore, Fania Oz-Salzberger, con un messaggio su Twitter: “Il mio amato padre è morto di cancro, proprio ora, dopo un rapido declino, nel sonno e nella tranquillità, circondato dai suoi cari. Si prega di rispettare la nostra privacy. Non posso rispondere alle chiamate. Grazie a chi lo ha amato”.

Oz era nato a Gerusalemme nel 1939 ed era cresciuto nel kibbutz Hulda; aveva studiato filosofia e letteratura all’Università ebraica di Gerusalemme. Nel 1960 aveva sposato Nili (dalla quale ha avuto tre figli) e l’anno successivo, a soli 22 anni, aveva pubblicato i suoi primi lavori. In oltre 50 anni di attività, ha scritto oltre 18 opere in ebraico, tra romanzi, racconti e saggi, insieme a 500 articoli ed editoriali per riviste israeliane e internazionali.

Tra i suoi libri più famosi, ‘La scatola nera’, ‘Una storia di amore e di tenebra’ e ‘In terra di Israele’. Oltre a essere un influente intellettuale, era una delle voci critiche più ascoltate in patria e all’estero.

L’esperienza sotto le armi – prima con la leva obbligatoria, poi durante la Guerra dei Sei Giorni nel 1967 e quella dello Yom Kippur nel 1973 – l’aveva portato a essere un attivo fautore del dialogo tra israeliani e palestinesi. Dei conflitti tra lo Stato ebraico e i suoi vicini arabi ne aveva anche scritto a lungo. La sua voce si era levata anche negli anni più recenti, in occasione delle guerre in Libano e nella Striscia di Gaza, esortando a intraprendere la strada del dialogo e della moderazione. 

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La scienza di Piero

piero angela 90 anni

Flavio Lo Scalzo / AGF 

Piero Angela

Passione, informazione, curiosità. Questi alcuni degli ingredienti indispensabili per una comunicazione efficace, secondo il giornalista e presentatore tv che ha collezionato negli anni 10 lauree honoris causa, 39 libri pubblicati, 7 telegatti di cui uno alla carriera… e che ha persino un disco al pianoforte in cantiere.

“La noia è il peggior nemico della cultura”, ha confidato in una intervista a Eniday.

Bizzarro, per un uomo – classe 1928 – che non si è mai adeguato ad abbassare il livello e il taglio degli argomenti trattati, in un’epoca che sembrerebbe disincentivare l’abitudine dell’approfondimento.

È possibile intrattenere e coinvolgere il grande pubblico in quella che lo stesso Angela definisce come “il piacere più grande che ci sia”: la conoscenza? I numeri (e l’affetto di chi lo incontra e lo segue) direbbero di sì.

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In una cittadina industriale del Galles è spuntata un’opera di Banksy

banksy murales galles

Banksy 

 L’opera di Banksy comparsa sul muro di una rimessa a Port Talbot, in Galles

La firma è la sua. Non che ci fossero dubbi – lo stile è inconfondibile anche se imitato a ogni latitudine – ma è stato lo stesso Banksy a voler certificare che il murale comparso sul muro di una rimessa nella città siderurgica di Port Talbot, del sud del Galles, è opera sua.

Un’opera particolare, che acquisisce il proprio significato solo se osservata da una particolare angolazione. Il murale è stato realizzato a un incrocio, su due pareti perpendicolari: su un angolo, mostra un bambino con berretto e slitta che in apparenza di gode una nevicata cercando di catturare i fiocchi sulla lingua. Ma dall’altro diventa chiaro che ciò che sta realmente cadendo sul bambino è cenere che fluttua da un bidone in fiamme.

Foto dell’opera sono sul sito di Banksy e sul suo account Instagram dove sono accompagnate dalla canzone di Natale ‘Little Snowflake’.

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Libri rari al posto di alti dirigenti. Mattarella dona e riconverte Palazzo San Felice

Libri rari al posto di alti dirigenti. Mattarella dona e riconverte Palazzo San Felice

  Foto: Quirinale

 Palazzo Felice

Una preziosa edizione di Leon Battista Alberti, ‘De re aedificatoria’, pubblicata grazie a Lorenzo il Magnifico, le Vite del Vasari, diversi libri rari pubblicati nel Cinquecento, ma anche l’intera edizione della rivista di riferimento del Liberty italiano: sono tutti i volumi che prenderanno il posto delle stanze private dei dirigenti del Quirinale nell’esclusivo attico con vista sul Torrino a due passi da Fontana di Trevi.

Sergio Mattarella ha infatti deciso di ‘donare’ il palazzo di San Felice, in via della Dataria nel pieno centro di Roma, alla cittadinanza. Tramite una convenzione con il ministero dei Beni culturali, la Presidenza della Repubblica ha ceduto l’uso dei 6000 metri quadri del palazzo ottocentesco per ospitare la Biblioteca di Archeologia e Storia dell’arte che ora occupa palazzo Venezia.

Cinque piani, una terrazza con vista mozzafiato sul centro della Città eterna, due cortili interni: fino all’anno scorso il palazzo ospitava 35 alloggi per il personale del Quirinale, ma Mattarella, appena insediato, aveva deciso di tagliare i benefit a dirigenti e consiglieri, dalle auto blu agli alloggi di servizio e dunque nessuno dei dirigenti nominati nel suo settennato aveva mai preso possesso di queste stanze. Palazzo San Felice si è dunque velocemente svuotato e il capo dello Stato ha deciso di offrirlo per ospitare i 400.000 volumi della biblioteca di Palazzo Venezia.

Il progetto di Mario Botta

Il progetto di riconversione è stato disegnato a titolo gratuito da Mario Botta, architetto famoso per le sue linee essenziali, che ha presentato i suoi disegni a Mattarella e al ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli. Sarà infatti il ministero a finanziare le opere di trasformazione delle sale di palazzo San Felice, che dopo la ristrutturazione e il trasferimento della biblioteca sarà aperto al pubblico. “Il progetto è affascinante, non soltanto perché ha ricondotto a unità un complesso disarticolato di elementi che erano lì, casualmente messi insieme, ma perché rende perfettamente funzionale, rispetto all’obiettivo che si persegue, la soluzione”, ha detto Sergio Mattarella al termine della presentazione del progetto dell’architetto Botta.

Libri rari al posto di alti dirigenti. Mattarella dona e riconverte Palazzo San Felice

 Foto: Quirinale

 Palazzo San Felice

Nei cinque piani del Palazzo saranno ricavati: sale di lettura, uffici, depositi, locali tecnici, zone espositive, spazio esterno per eventi e accoglienza. È prevista una distribuzione per deposito libri pari a circa 14 Km di sviluppo di scaffali che consentirà una sistemazione di circa 400 mila volumi, un quantitativo che soddisfa le attuali esigenze e anche quelle per i prossimi anni. Sorgerà un nuovo auditorium di circa 350 posti. La convenzione affida la concessione del Complesso di San Felice, che rimane nella dotazione del Quirinale, al Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo per 25 anni.

Cosa conterrà la biblioteca

L’edizione voluta nel 1485 da Lorenzo il Magnifico del libro simbolo dell’Umanesimo, il De re aedificatoria di Leon Battista Alberti, ma anche la rivista di riferimento del Liberty italiano, Novissima. La Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte del Polo museale del Lazio, è uno dei più importanti patrimoni documentari di archeologia e storia dell’arte in Italia. Si tratta di circa 500.000 documenti, tra libri, incisioni, fotografie e periodici; ma contiene anche dieci fondi, una sezione musicale e una sezione di rarità.

Libri rari al posto di alti dirigenti. Mattarella dona e riconverte Palazzo San Felice

  Foto: Quirinale

 Palazzo San Felice, la mappa del terzo piano

La Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte contiene opere che aiutano la ricerca nel campo dell’archeologia del bacino del Mediterraneo, dalla preistoria al medioevo, e della storia dell’arte occidentale. È valutabile intorno ai 380.000 volumi (in gran parte collocati nella sede di Palazzo Venezia e nella sede del Salone della Crociera al Collegio Romano), 3.500 testate di periodici, 20.700 unità di materiale grafico (incisioni, disegni, fotografie), circa 2000 manifesti teatrali, 66.000 microfiches 400 cd-rom.

Libri rari al posto di alti dirigenti. Mattarella dona e riconverte Palazzo San Felice

  Foto: Quirinale

 Palazzo San Felice

Tra i volumi si contano incunaboli, cinquecentine e seicentine, collocati nella Sezione Rari; la Biblioteca possiede inoltre circa 1.600 opere manoscritte e fondi archivistici la cui consistenza supera le 100.000 carte. Due i principali filoni. Nel campo dell’archeologia si trovano bibliografie e repertori specializzati, monografie di arte antica, atti di convegno, relazioni di campagne di scavo e missioni archeologiche, guide archeologiche, etruscologia, topografia, epigrafia, numismatica.

Nel campo della storia dell’arte si trovano bibliografie e studi, critica d’arte, monografie su artisti e monumenti, guide, fonti e trattati (XVI-XIX sec.) arti decorative, grafica, cataloghi di mostra (opere relative a esposizioni tenutesi in Italia e nel mondo dall’ottocento ad oggi), cataloghi di collezioni di musei italiani e stranieri, cataloghi di vendita, atti di convegno.

Libri rari al posto di alti dirigenti. Mattarella dona e riconverte Palazzo San Felice

  Foto: Quirinale

 Mattarella e Bonisoli

Le varie sezioni

Accanto a queste raccolte svolge un ruolo fondamentale per gli studi in questo settore la Sezione romana, che contiene una vastissima documentazione sull’archeologia e lo sviluppo delle arti a Roma dalle origini ad oggi. E ancora: le preziose raccolte di libri di viaggio e di guide di città italiane e straniere, entrambe ricche di edizioni dei secoli XVI-XIX.

Una parte cospicua del patrimonio librario della Biblioteca (circa 100.000 volumi), è costituita da fondi chiusi, giunti da lasciti e donazioni di studiosi e collezionisti o costituiti dalla Biblioteca: Fondo Pagliara, Fondo Ruffo, Fondo Castellani, Fondo Vessella, Fondo Dusmet , Dono Rossi, Dono Rusconi, Dono Ricci, Dono Monneret, Dono Giglioli , Dono Venturoli , Dono Belli Barsali, Dono Sestieri, Sezione musicale, Sezione teatrale.

In particolare il Fondo Lanciani è uno strumento fondamentale per lo studio dell’archeologia e della topografia romana. Un piccolo gioiello di curiosita’ è il Fondo Kanzler, che raccoglie manifesti e locandine teatrali di rappresentazioni romane dalla fine del XVIII all’inizio del XX secolo.

Libri rari al posto di alti dirigenti. Mattarella dona e riconverte Palazzo San Felice

  Foto: Quirinale

 Bonisoli e Mattarella

Nella Sezione Rari sono conservate circa 2000 opere, volumi a stampa dal XV al XX, rari per edizione o data. In questa sezione sono conservati i 19 incunaboli, in 15 volumi, ma anche il trattato De re aedificatoria di Leon Battista Alberti stampato in Firenze nel 1485 per volere di Lorenzo il Magnifico ed a cura del Poliziano e un prezioso e raro esemplare delle Mirabilia Romae in otto carte. Sono inoltre collocate nella Sezione Rari, gran parte (275) delle cinquecentine possedute.

Tra i volumi più importanti la preziosa edizione del 1568 delle Vite del Vasari, i trattati di architettura del manierista Sebastiano Serlio, di Palladio e del Vignola, regole e manuali di prospettiva come quelle di Lorenzo Sirigatti, di Andrea Pozzo, dei Bibbiena, illustrati da rami o xilografie.

La sezione rara dei periodici conserva anche pubblicazioni seriali dei secoli XVIII-XX, di difficile reperibilità; tra queste la intera serie di “Novissima”, la rivista più importante e significativa del Liberty italiano.

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