Cultura

“Il Meticcio” di Federica Fantozzi, l’Ascia nera in una Roma noir

federica fantozzi il meticcio marsilio

La mafia nigeriana, un oscuro traffico internazionale di diamanti, una giornalista atipica, provvista di “killer instinct” e fiuto da segugio, una Roma mai così decadente, melmosa e inquietante, con corriere dell’Ascia nera chiamato “Bambino”. Sono i segni distintivi de “Il Meticcio”, il nuovo romanzo di Federica Fantozzi, appena uscito per i tipi di Marsilio. Un caso a sé, quello di Fantozzi, che unisce atmosfere da intrigo internazionale, a tratti degne di un film di James Bond, con elementi presi dall’attualità, compresi il capolarato, il terrorismo, la criminalità organizzata. Il che si spiega anche con il fatto che l’autrice è, di suo, una giornalista. Con il “Meticcio” è alla seconda puntata di una trilogia inaugurata con “Il Logista”, che due anni fa fece molto parlare di sé.

“Nei miei libri non c’è una scaletta, un canovaccio, un ordine o una gerarchia”, spiega Fantozzi all’Agi. “Nemmeno io so cosa succederà alla fine del capitolo che sto scrivendo. Ad un certo punto, è un’immagine ad accendere la luce nella mia mente e a far partire il libro: una scena, un personaggio, un’azione. Nel “Logista” era l’assalto di un commando terrorista ad un resort delle Maldive: uno Zodiac nero, le sagome affusolate dei sub, l’acqua scura della notte. Nel “Meticcio” tutto è nato dai passi esitanti di un bambino che sale su una specie di palafitta di legno, in mezzo alla giungla brasiliana, dove si trova il corpo della giovane madre. Toccherà a lui farsi coraggio e raccoglierne l’eredità: il biglietto per una nuova vita”.

Ne “Il Logista” lo sfondo era la minaccia del terrorismo internazionale, la paura molto contemporanea del terrore “all’angolo della strada”, vedi alla voce Bataclan. Questa volta ci racconti una storia molto oscura legata alla minaccia crescente della mafia nigeriana. “Mi intriga il nemico che salutiamo tutti i giorni senza riconoscerlo”, spiega Federica. “Il lupo travestito da agnello, lo specchio in cui rifiutiamo di riconoscerci. Il male non è lontano e avulso da noi: si insinua, cresce e si nutre della nostra indifferenza e delle nostre paure ad affrontare i cambiamenti della realtà”. 

 Nel “Meticcio” uno dei protagonisti è la città di Roma, ritratta in maniera inusuale, ben lontana da quella della “Grande bellezza”: una Roma è decadente, più brutta che bella, melmosa e oscura. E’ una scelta consapevole? “Sì e no”, risponde Fantozzi. “Dopo aver letto le prime bozze del “Logista” un’amica mi disse: non vogliamo proprio metterci qualcosa di carino su Roma?  Solo lì mi resi punto di come avevo ritratto la mia città: sporca, triste, ma soprattutto rassegnata. Usciamo di casa e zigzaghiamo tra le buche, ci tappiamo il naso per la puzza di monnezza, occhieggiamo cauti i gabbiani voraci. E il clima impazzito, che ricopre il Tevere di alghe tropicali, non giova”.

 “Il Meticcio” è un libro in cui si parla anche molto di giornalismo. Amalia Pinter, la protagonista del libro, è una cronista, ma le difficoltà sul suo lavoro crescono ogni giorno di più. Come spiega l’autrice, c’è stanchezza di fronte alla crisi crescente della carta stampata: “E’ una delle cicatrici che Amalia si porta addosso in questo secondo romanzo: la fine delle illusioni. Il suo piccolo “quotidiano corsaro” perde copie e senza pubblicità annaspa. Gli editori, remote entità con sede a Montecarlo, si rivelano uguali a tutti gli altri e inclini ai “tagli lineari”. Il caporedattore, un buon diavolo che viene dalla gavetta vera, si vede costretto alle marchette, travestite da “attenzione al lifestyle”, ed è sperduto. I cronisti si ritrovano catapultati in un mondo di cocktail, eventi mondani e fiere canine in cui trovare sponsor affinché la nave non affondi. Amalia prova rabbia e amarezza, anche se la partecipazione a un’asta di pietre preziose in cui viene venduto un rarissimo diamante rosso risulterà determinante per l’indagine in cui è coinvolta”.   

Federica Fantozzi

Uno dei personaggi più affascinati del romanzo è un corriere dell’Ascia Nera soprannominato Bambino, spiega la scrittrice. “E’ un personaggio che si è guadagnato uno spazio ben oltre le mie intenzioni. Era nato come secondario e marginale: uno dei tanti corrieri dell’Ascia Nera, spedito attraverso i continenti con un incarico. Al punto che non gli avevo dato un nome ma solo un soprannome. Era ispirato dagli africani che incontriamo a ogni angolo: diamolo loro una moneta oppure no, ma non li guardiamo mai in faccia. Invece Bambino, sgomitando, ha preteso attenzione, raccontandoci una storia per niente banale. E’ una preda o un cacciatore? Un ragazzo disperato o il detentore di un segreto pericoloso? Comunque vada, in qualche modo alla fine sarà lui a vincere”.

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La lezione di Blue Jeans sui ragazzi, il bullismo e i social

blue jeans scrittore intervista

http://www.lawebdebluejeans.com/

Francisco de Paula Fernandez Gonzales

“Dobbiamo avere rispetto per i giovani che amano leggere, sono i futuri adulti lettori di domani. E quelli di oggi sono molto più intelligenti di quanto si possa pensare. Meritano più fiducia. Mi parlano, mi raccontano dei loro problemi. E spunta fuori il problema del bullismo. Parlate ragazzi, raccontante di questo problema”. A dirlo è Francisco de Paula Fernandez Gonzales, scrittore spagnolo che si firma con lo pseudonimo di “Blue Jeans” ed è considerato l’autore contemporaneo d’eccellenza per gli adolescenti, quello che racconta i sentimenti e i turbamenti di un’età molto particolare.

In libreria con il suo nuovo romanzo, “La ragazza invisibile” edito da Dea Planeta, Blu Jeans/Francisco compie un un salto nella scrittura che può avvicinare anche il pubblico adulto. “La ragazza invisibile” è un giallo che costituisce il primo libro di una trilogia ed è un thriller appassionante, pieno di azione, intrigo e colpi di scena. Al suo attivo Blue Jeans ha già oltre 1,2 milioni di copie vendute con altre produzioni e una comunità social da 300.000 followers ed è anche uno dei pochi autori spagnoli che ha raggiunto più di 100 trending topics mondiali e nazionali ed ha anche all’attivo un film tratto da un suo testo, vincitore del prestigioso Premio Cervantes Chico.

“Ho iniziato a scrivere per i giovani – ha spiegato all’Agi Francisco De Paula – perché i social network erano frequentati principalmente da loro. Ho cominciato con un blog, volevo essere letto dai ragazzi, e ho capito che se volevo questo, dovevo produrre qualcosa che li interessasse. L’ho fatto e mi è andata bene, ho avuto successo”.

Per Planeta, “Blue Jeans” ha scritto altri 10 libri suddivisi in tre storie diverse che parlano delle quotidianità dei giovani e dei problemi che possono all’improvviso manifestarsi a scuola, all’ università, nella vita di tutti i giorni.

Anche un altro scrittore spagnolo, Carlos Ruiz Zafon, molto noto per i suoi gialli per ragazzi è poi passato a scrivere con successo per gli adulti.

“Farò come Zafon? Non lo so, ma intanto dicono che ‘la ragazza invisibile’ sia un libro che può piacere anche agli adulti. Non sarò però io a confermare questa tesi. Ho scoperto che esiste questo fenomeno che si chiama crossover, ovvero, che un libro scritto per il pubblico degli adolescenti diventa adatto anche agli per adulti. In ogni caso, non escludo in futuro di scrivere qualcosa per i piu grandi, anche se non penso che produrre per i giovani sia sinonimo di letteratura inferiore. Al contrario, credo che a volte, dire qualcosa che sulla carta sembra avere un valore minore, sia meglio. Anche perché ci tengo ancora a sottolinearlo, la letteratura per giovani plasma i futuri lettori”.

In alcuni casi, ricorda lo scrittore, si arrivano anche a compiere gesti estremi. 

“Eh sì, anche in Spagna, purtroppo, ci sono stati molti casi di suicidio fra i giovani che sono stati vittime di bullismo a scuola e nei luoghi che frequentano abitualmente. E nessuno è stato in grado di aiutarli. Chi può farlo? È complicato intervenire. Di solito succede a scuola e allora la responsabilità viene data agli insegnanti. In Spagna ci sono classi molto numerose ed è difficile sapere cosa accade fra i ragazzi. Ma per me, il problema è nel fatto che manca l’educazione al rispetto, nella vita di tutti i giorni e anche in famiglia. Se tutti riuscissimo a a far capire che il bullismo fa del male, ma molto male e che ci sono giovani che arrivano perfino a togliersi la vita, allora forse potremmo farcela. Dobbiamo dirlo a voce alta. Io, ripeto, faccio la mia parte con i libri”.

Scrivendo per i giovani e dialogando con loro, che opinione si è fatto dei ragazzi di oggi?

“L’ho già detto e lo voglio sottolineare ancora, sono molto più intelligenti di quanto si creda. E dobbiamo dargli più fiducia. Prendiamo il loro atteggiamento su grandi temi, ad esempio quello dell’immigrazione. Oggi abbiamo una società divisa fra persone favorevoli al fatto che i migranti vadano aiutati perché non hanno colpa per essere nati in luoghi dove c’è la fame o la guerra, e persone che invece ritengono non debbano essere accolti perché non c’è pane per tutti. Ecco, ho constatato che i giovani si collocano per la maggior parte, fra quelli favorevoli ad accogliere e ammettono che queste persone non vengono da noi per vacanza ma perché perseguitate, per fame, persecuzione. Questa consapevolezza caratterizza molti ragazzi spagnoli”.

Crede che i suoi libri siano utili?

Buona parte degli adulti invece, la pensa diversamente. In Spagna la destra estrema è in espansione, ma anche la sinistra sta crescendo. Fioriscono però populismi e ed estremismi. Ma i giovani non percepiscono le cose bianche o nere, sanno che c’è anche una vasta gamma di colori. Se la mia letteratura può essere utile? Nei miei social non parlo mai di politica o religione e molte volte mi e’ stato chiesto perché. Ma io non sono sicuro, come lo sono altri, di avere il piglio giusto. Non credo di dover dare lezioni a qualcuno. Credo piuttosto che i giovani siano molto intelligenti e non ignoranti e stupidi come qualcuno vuole far credere”.

Blue Jeans a Madrid ha un ufficio particolare: è in un negozio di Starbucks Cafè. Chi vuole cercarlo lo trova sempre lì 

“Si, è vero. Il mio appartamento è molto piccolo così ho preso l’abitudine di scrivere lì. Ormai è praticamente il mio ufficio con lo stesso tavolino, la stessa sedia. Ci sto otto ore al giorno”.

Lo hanno definito il “Moccia” spagnolo, e Federico Moccia, oltre a scrivere, si è poi dedicato a trasporre i suoi soggetti sul grande schermo. 

“La Ragazza Invisibile potrebbe diventare effettivamente un film, al festival di Berlino molti produttori hanno mostrato interesse per il mio libro. Vediamo. Io potrei farne la sceneggiatura. Ma il mondo del cinema è molto complesso. Io alla regia? Difficile, è già abbastanza che un libro possa diventare un film, magari potrei ritagliarmi una particina. I lettori me lo chiedono spesso. Intanto lavoro alla terza parte del libro. Fra poco esce la seconda. E poi magari, sì, un giorno scriverò anche per gli adulti, come Zafon. Sono fiducioso”.

Non è facile scrivere per i giovani.

“Lo so, ne sono molto consapevole, ma è una responsabilità che ho accettato anni fa. Ho iniziato a scrivere per vedere se in questo ambito potevo avere spazio, aprirmi una strada. E man mano che il tempo passava, mi sono accorto che i ragazzi mi leggevano forse perché molti di loro hanno gli stessi problemi di alcuni miei personaggi. Mi capita che qualcuno dei lettori mi scriva per raccontarmi di un problema e io lo incoraggio a parlare con qualcuno competente. Io posso dire qualcosa ma è a breve termine. Consiglio loro di rivolgersi subito ai genitori, docenti, amici più cari, fratelli”.

Alla fine di ogni libro, dove ci sono i ringraziamenti, Blue Jeans/Francisco ha l’abitudine di fare una “arringa” e ammonire benevolmente i i suoi lettori. 

“Alla fine di un lavoro, mi piace ringraziare tutti quelli che mi hanno aiutato e in ogni ‘ringraziamento’ c’è sempre una parte in cui voglio affrontare un tema che mi sta a cuore. Nelle pagine finali dedicate ai ringraziamenti de “La Ragazza Invisibile”, sollecito i ragazzi ad andarci piano con i linciaggi via social, di stare molto attenti perché possono davvero fare del male. Il linciaggio collettivo sui social è un fenomeno da non sottovalutare. Io mi rivolgo sia alle vittime che agli artefici dei linciaggi. Questi ultimi a volte credo che lo facciano in modo inconsapevole, criticano insultano, prendono di mira qualcuno. So che in Italia il fenomeno è diffuso ma il problema è molto avvertito anche in Spagna. C’è molto bullismo, così come in America Latina ed io ne parlo nel mio libro. In Spagna sono state realizzate molte campagne per sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso influencer, educatori e docenti che hanno scritto molti libri sull’argomento. Lo scopo è aiutare i ragazzi a trovare il coraggio di raccontare. Tutti insieme, anche io per la mia piccola parte, dobbiamo cercare di fare in modo che il fenomeno si riduca”.

La ragazza invisibile

Aurora, la “ragazza invisibile” non ha amici, né una famiglia che le dedichi del tempo. Frequenta una scuola e una mattina viene trovata morta nella palestra. Da quel momento tutti sono sospettati, tutti sono considerati presunti colpevoli. Qualcuno ha inflitto ad Aurora un colpo fortissimo sulla testa e ha abbandonato una mazza da baseball accanto al corpo martoriato. Adesso, i compagni di scuola si accorgono davvero di Aurora, della ragazza ‘invisibile’. Ossessionata dalla sua morte, è Julia Plaza compagna di classe di Aurora, con un’intelligenza e una memoria prodigiose: la ragazza è in grado di realizzare un cubo di Rubik in meno di cinquanta secondi. E quasi per gioco, Julia inizia a indagare sul delitto. Ma il gioco si trasforma rapidamente in un vortice da cui non può più uscire. 

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I misteriosi obelischi a forma di T di ​Gobeklitepe, il tempio più antico del mondo 

obelischi misteriosi ​Gobeklitepe turchia

Unesco/AfpTv

Gobeklitepe, Turchia

Quando nel 1963 gli archeologici turchi e tedeschi iniziarono a rinvenire delle strutture circolari nello scavo cui stavano lavorando, si resero conto di essere dinanzi a un’importante scoperta, ma non potevano sapere che avevano spostato la lancetta della storia delle religioni parecchi millenni indietro. ​Gobeklitepe, nel sud est della Turchia, non lontano dalla città di Urfa, è infatti datato 12.000 anni, molto più antico di Stonehange e delle piramidi, e per la successione di strutture circolari concentriche che presenta, costituisce a tutti gli effetti quello che gli archeologici definiscono un tempio. 

Gli scavi hanno rivelato che la struttura non è mai stata utilizzata a scopo abitativo, ma come luogo di culto dove si svolgevano rituali religiosi, una scoperta poi confermata dai seguenti ritrovamenti. Non si trattava di una Stonehange, ma di almeno 20 strutture,  ognuna delle quali presenta due pilastri monumentali al proprio centro, circondata da mura e palizzate poste in forma ovale o circolare.

Gli scavi turco-tedeschi hanno rivelato la presenza di obelischi a forma di T alti tra i 3 e i 6 metri del peso compreso tra le 40 e le 60 tonnellate, la cui costruzione rimane un mistero irrisolto. Gli archeologici ritengono che la forma a T sia un riferimento all’uomo, considerando che alcuni obelischi sono scolpiti in corrispondenza delle estremità del corpo umano.

obelischi misteriosi ​Gobeklitepe turchia

Unesco/AfpTv

Gobeklitepe, Turchia

Gli scavi hanno portato alla luce manufatti antichi 12.000 anni e statuette raffiguranti figure umane, oltre a sculture nella roccia e incisioni raffiguranti animali, simboli astratti e pitture rupestri. Un luogo di culto costruito prima dell’invenzione della ruota, della nascita della scrittura, della lavorazione della ceramica che oggi diventa un museo a cielo aperto.

Inaugurato dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che ha espresso l’augurio che l’archeologia contribuisca a portare turisti in Anatolia Centrale alla presenza del ministro del turismo, del vice presidente e della delegazione Ue Angel Gutierrez Hidalgo de Quintana. 

obelischi misteriosi ​Gobeklitepe turchia

Unesco/AfpTv

 Gobeklitepe, Turchia

Dopo essere divenuto patrimonio dell’Unesco nel 2018, il 2019 in Turchia è stato dichiarato “l’anno di Gobeklitepe”. Un gioiello che ora tocca alla Turchia conservare e valorizzare, considerando che uno dei più grandi misteri che avvolge il sito riguarda il fatto che qualcuno ha voluto conservarlo.

Migliaia di anni fa infatti, questi misteriosi uomini decisero di riempire gli spazi vuoti per seppellirli sotto un’imponente mole di terra. Tanto imponente che da quando sono state riportati alla luce gli obelischi, gli archeologici non hanno smesso di chiedersi come, uomini del neolitico, siano riusciti a trasportare tali blocchi di materiale sul luogo del tempio.

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L’America riscopre il tremendo fascino del Tirannosauro

L'America riscopre il tremendo fascino del Tirannosauro

Ancora considerato uno dei più feroci predatori di tutti i tempi, il Tyrannosaurus Rex è anche uno dei più affascinanti oggetti di studio della scienza. 

Dalla sua scoperta, nel 1905, gli studi sul re dei dinosauri si sono intensificati, e “oggi stanno andando avanti più che mai”, ha commentato al New York Times il paleobiologo della University of Alberta in Canada Philip J. Currie.

I risultati di questi studi saranno osservabili anche dal pubblico in una serie di mostre imperdibili, per chi avrà la fortuna di essere dalle parti degli Stati Uniti nei prossimi mesi.

“In tutta la sua gloria”

L’11 marzo sarà inaugurata una nuova esposizione dal titolo “T. Rex, il predatore definitivo” nel Museo di Storia Naturale di New York.

In giugno invece, lo Smithsonian National Museum of Natural History, a Washington, riaprirà la “Sala dei fossili”, nella quale sarà esposto lo scheletro quasi completo di un T Rex “in tutta la sua gloria”, come scrive il New York Times.

A curare la mostra del Museo di Storia Naturale di New York saranno due ricercatori di lunga data nell’ambito della paleontologia: Mark Norell, che nel museo si occupa dei fossili di anfibi, rettili e uccelli, e Gregory Erickson, paleobiologo della Florida State University. Intervistati dal Nyt, gli esperti hanno precisato che c’è molto oltre l’aspetto spaventoso e affascinante dei T. Rex: c’è una storia dell’evoluzione estremamente significativa.

Solo uno fra tanti, il Tyrannosaurus Rex appartiene a una superfamiglia che risale a 100 milioni di anni prima della comparsa del suo membro più famoso e che annovera almeno altri venti dinosauri simili.

Anzi, all’inizio della loro comparsa, i T. Rex erano tutt’altro che temibili predatori: la dimensione di questo dinosauro poteva andare da quella di un cane a quella di un cervo. E così è stato per milioni di anni.

“È servito tanto tempo all’evoluzione per creare il T. Rex”, spiega al Nyt Stephen Brusette, paleontologo dell’Università di Edimburgo e autore di un recente libro sul tema, “Per la gran parte del tempo sono stati predatori di secondo o, addirittura, terzo piano”.

Sarà solo verso la fine dell’era dei dinosauri, 65 milioni di anni fa, che il T. Rex diventerà il re dei tiranni lucertola, dal significato italiano del suo nome. 

Tre utilitarie nelle fauci

Un’analisi della muscolatura del T. Rex rivela che le sue fauci avevano una forza di 3600 chili (quanto il peso di tre utilitarie) e che era in grado di spezzare le ossa di altri dinosauri, come dimostrano i parziali resti di ossa digerite nelle sue feci fossilizzate.

All’apice del suo sviluppo, il T. Rex poteva crescere di due chili e mezzo al giorno e vivere fino all’età di trent’anni.

Segni di ferite rimarginate dovute al morso di un T. Rex su altri fossili ci dicono anche che cacciava gli altri dinosauri, anche se molto probabilmente cercava anche cibo sparso, come precisa Emily Osterloff in un articolo pubblicato sul sito del Museo di Storia Naturale di Londra. 

L’antenato del serpente piumato

Un tema di dibattito che da anni appassiona osservatori e ricercatori e se il T. Rex avesse o meno le piume.

Secondo quanto riporta proprio lo Smithsonian sul suo sito, il re dei dinosauri è sempre stato immaginato ricoperto di scaglie, fino a quando non sono stati trovati indizi sul fatto che in realtà potesse avere un manto piumoso.

Era il 2012 e la scoperta, in Cina, di un antenato piumato del tirannosauro ebbe un effetto incisivo sull’immaginazione collettiva.

Tuttavia, più recenti studi hanno chiarito questo punto: molto probabilmente il T. Rex era ricoperto da scaglie, come dimostrano dei fossili trovati in Montana e studiati da un team internazionale di ricercatori (qui lo studio pubblicato dalla Royal Society).

Dal momento che il T. Rex ha vissuto esclusivamente in Nord America, è proprio qui che vengono condotti i maggiori studi e che possono essere visitati i resti meglio conservati di un T. Rex.

Il genere sconosciuto

Tra questi il più grande e completo mai esposto si chiama Sue (dal nome della sua scopritrice, Sue Hendrickson) ed è possibile vederlo nel Field Museum di Chicago.

Trovata nel 1990, Sue è costata al museo 8,3 milioni di dollari (7,33 milioni di euro), che si è ripagata attirando visitatori da tutto il mondo.

Ma se si usa il femminile in onore di chi l’ha trovata, è importante precisare che finora è stato possibile attribuire il genere a un solo T. Rex, scoperto nel Montana nel 2005, i cui resti mostravano i segni di un’ovulazione in corso. Il più grande T. Rex mai trovato invece si chiama Scotty e verrà esposto a maggio nel Museo Reale di Saskatchewan a Regina, in Canada.

Scoperto nel 1991 nella valle del Frenchman River, quasi al confine con l’Alberta, Scotty ha richiesto quasi vent’anni di duro e paziente lavoro manuale per essere completamente rimosso, in vista del suo debutto in società. L’unico aggettivo scelto dai curatori del museo per descrivere il loro nuovo ospite è “massive”, enorme.     

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Al giapponese Isozaki il Pritzker dell’architettura

premio pritzker architettura

E’ Arata Isozaki, l'”imperatore dell’architettura giapponese”, “un visionario” ispirato dal vuoto creato dalle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki,il vincitore del prestigioso Premio Pritzker

Isozaki aveva solo 12 anni quando caddero le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, non lontano da Oita, la sua città sull’isola di Kyushu. Quegli eventi catastrofici hanno segnato la sua vita e la sua carriera in maniera indelebile: il vuoto lasciato dalle bombe atomiche sganciate dagli americani lo spinsero a immaginare come ricostruire le case e le città. “Quando ero abbastanza grande per iniziare a capire il mondo, la mia città natale fu distrutta. Sulla sponda opposta era caduta la bomba atomica su Hiroshima, quindi sono cresciuto nella zona zero”, ha raccontato l’architetto nella nota della Fondazione Hyatt che ha annunciato il Pritzker.

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Cosa ha di particolare il podcast di Michele Dalai

podcast fred michele dalai

Anna Stella / Agf

Michele Dalai

L’ideazione e uscita di “Fred”, il nuovo podcast a cura di Michele Dalai, è importante per svariati motivi. Prima di tutto per il ritorno di una voce che il pubblico radiofonico italiano ha imparato ad amare con “Ettore – Ritratti a mano libera” su Radio2, uno dei migliori offerti dai network radiofonici di stato. E poi perché potrebbe essere una nuova occasione di abituarci all’utilizzo dei podcast, ancora poco conosciuti in Italia, ma che negli Stati Uniti, per esempio, stanno non solo salendo rapidamente nei numeri, incassando un enorme gradimento, ma cominciano a rappresentare un nuovo modo per recepire contenuti. Una vera e propria programmazione radio on demand dove si trova di tutto, dallo sport alla comicità, dai notiziari a opinioni e interviste.

Che cosa è Fred

Nel caso di “Fred”, programma intitolato così in memoria di un grande raccontatore di storie, soprattutto in musica, come Fred Buscaglione, biografie. Le storie, venti in tutto, insomma di alcuni dei personaggi più illustri del nostro tempo come Kobe Bryant (dedicata a lui la prima puntata), Greta Garbo, gli All Blacks o Humphrey Bogart. In altre parole: miti. Personaggi che sono riusciti a trasformare oltre che la loro opera anche la propria vita in leggenda, una leggenda da raccontare, e nessuno sa farlo meglio di Michele Dalai, giornalista e autore dalla penna fatata, uno dei migliori storytellers italiani. “Fred” andrà a rimpinguare il già ricco catalogo di Audible Originals – serie audio e podcast originali creati da Audible, società sotto il marchio Amazon, in collaborazione con autori, attori, esperti, community specializzate e dedicati a una varietà eterogenea di tematiche. Il catalogo di Audible conta, ad oggi, oltre 50mila titoli per 200mila ore di ascolto, un infinito oceano entertainment al costo di circa dieci euro mensili (con il classico mese prova gratuito).     

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Ha 150 anni e 800 versioni l’eterna periodicità degli elementi

tavola elementi anniversario 

Handout / MRC Laboratory of Molecular Biology / AFP 

Richard Henderson, premio Nobel per la Chimica nel 2017

Centocinquanta anni e non sentirli: basta del buon magnesio, simbolo Mg e numero atomico 12. A festeggiarli, non a caso, è la tavola periodica degli elementi, strumento fondamentale per chi studia chimica dai banchi di scuola fino ai massimi livelli della ricerca.

Venne inventata nel marzo 1869 dal chimico russo Dmitrij Ivanovic Mendeleev, ma in realtà la sua storia era cominciata 80 anni prima in Francia, alla vigilia della Rivoluzione. Oggi l’Onu proclama il 2019 “Anno internazionale della tavola periodica degli elementi”. Ma il prologo di tanta gloria è segnato dal genio, dal sangue e forse da qualche meschina gelosia.

Lo scienziato che ebbe tutto dalla vita

La storia della tavola periodica ebbe inizio nella Francia dell’Ancien Regime con un certo Antoine-Laurent de Lavoisier, poi riconosciuto universalmente come il “padre della chimica”. Le attività politiche ed economiche di Lavoisier, di nascita nobiliare – potente membro di vari consigli aristocratici, esattore in appalto di vari tipi di tasse – gli consentirono di finanziare la sua ricerca scientifica fino a diventare uno dei più importanti personaggi della storia della scienza.

A soli 25 anni era già membro dell’Accademia francese delle scienze. Gli esperimenti chimici che portava avanti con la moglie, Marie-Anne Pierrette Paulze, spinsero la coppia ad enunciare la prima versione della legge di conservazione della massa come anche indagare sulla composizione dell’acqua, dando ai suoi componenti il nome di ossigeno e idrogeno. Fu anche il primo a pensare che in natura “nulla si perde, nulla si crea: tutto si trasforma”, e solo più di cent’anni dopo Albert Einstein riformulò questa legge in altri termini.

Il genio ghigliottinato

Tanta fortuna però non fu eterna: Lavoisier venne processato per coinvolgimento con la monarchia deposta dalla Rivoluzione francese. Accusato di tradimento, venne condannato a morte e ghigliottinato l’8 maggio 1794. Aveva 51 anni.

Secondo una diffusa leggenda, a chi fece osservare che Lavoisier era uno scienziato, il presidente del tribunale rivoluzionario avrebbe risposto: “La Repubblica non ha bisogno di scienziati né di chimici”. Pare che fra i suoi accusatori ci fosse anche il rivoluzionario e chimico dilettante Jean-Paul Marat, al quale Lavoisier aveva in precedenza respinto la domanda di accesso all’Accademia delle scienze francese.

“Nulla viene dal nulla. Dove la storia della tavola periodica degli elementi abbia davvero inizio è discutibile. Ma il laboratorio di Lavoisier è un buon posto per farla cominciare” ricorda ancora adesso il settimanale britannico ‘The Economist’. Comunque, se la Rivoluzione francese aveva divorato un suo figlio così nobile, tempo dopo la creatura di quel figlio avrebbe fatto una seconda rivoluzione, ancora più duratura.

Il rivoluzionario degli elementi che amava le carte

Solo 82 anni dopo lo scienziato russo Dmitrij Ivanovic Mendeleev presentò la tavola periodica che oggi conosciamo, una scoperta che gli valse il soprannome di ‘Copernico della chimica’: un rivoluzionario degli elementi. Una scoperta incredibile quella di Mendeleev, frutto di anni di ricerca ma anche di una sua infinita passione molto poco scientifica.  Al quel tempo gli scienziati conoscevano al massimo 63 elementi, e questa è la prima componente della storia. La seconda sono gli assi, i fanti, i re e i bastoni. I fanti, le regine i fiori e i cuori.

A Mendeleev piacevano le carte. Il suo gioco preferito era il “solitario”. Ecco allora che trascrisse su cartoncini il simbolo degli elementi conosciuti e il loro peso atomico, vale a dire il numero che si ottiene facendo la somma dei neutroni e dei protoni contenuti nel nucleo di ogni atomo, e si mise a giocare con quei cartoncini ordinandoli e organizzandoli proprio come si usa fare con le carte da gioco. 

Il miracolo del solitario chimico e del chimico solitario

Così dal “solitario chimico” venne fuori la tavola periodica degli elementi: uno strumento efficacissimo che catalogava tutti gli elementi conosciuti e soprattutto consentiva di fare delle previsioni. Storia nella storia: dopo tre giorni e tre notti trascorsi davanti al tavolo a giocare a quello strano solitario, Mendeleev gettò la spugna e se ne andò a dormire. E qui accadde il miracolo, perché in sogno ebbe letteralmente la visione di quella “tavola” che stava cercando.

In quella tavola gli elementi, ordinati in colonne, e raggruppati in gruppi di elementi simili, presentavano “una evidente periodicità di proprietà” e proprio a causa di questa particolarità chiamò la sua tavola con l’appellativo “periodica”. Ed era talmente convinto, quel chimico solitario, che la sua idea fosse giusta che proprio pensando a questa periodicità lasciò nella sua tavola alcuni spazi vuoti che, secondo le sue previsioni, sarebbero stati occupati da elementi ancora da scoprire.

tavola elementi anniversario 

 Maugeri/Stefania Malapelle 

Il settimo periodo

La tavola periodica degli elementi all’inizio non fu però accolta molto benevolmente, ma sei anni dopo quanti nutrivano dubbi dovettero ricredersi. Nel 1875, infatti, il chimico Paul Émile Lecoq de Boisbaudran scoprì il Gallio, un metallo che andò a occupare, accanto all’alluminio, la casella vuota che Mendeleev gli aveva riservato con lungimiranza. Successivamente altri tre posti vuoti previsti dalla tavola furono occupati dall’Elio, dal Neon e dall’Argon e ribadirono la geniale intuizione di Mendeleev.

Ovviamente le moderne tavole contengono più elementi perché ora gli elementi conosciuti hanno superato il centinaio. Gli ultimi inseriti, che completano il “settimo periodo” della tavola, sono quattro. Si tratta di elementi creati in laboratorio e non rintracciabili in natura: il Nihonio, il Moscovio, il Tennesso e l’Oganesson.

Lungo la metropolitana di Londra

La famosa “Tavola periodica degli elementi” di Mendeleev, che oggi sotto forma di poster campeggia in tutte le aule di scienze del mondo, ha subito vari restyling nel corso del tempo. Pur lasciando integra la sostanza è cambiata molto la forma.

Moltissime le versioni inventate nel corso dei decenni, fino a 800 secondo alcune fonti, e dalle forme più svariate: circolari, cubiche, a elica, piramidali, a spirale, a triangolo. Una delle più curiose ha disposto gli elementi secondo uno schema che segue il tracciato della metropolitana di Londra, la cui costruzione però Lavoisier non aveva previsto.

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Usa: un ictus uccide Luke Perry, attore di Beverly Hills ‘90210’

Usa Perry

È morto Luke Perry, attore della serie televisiva di successo degli anni Novanta ‘Beverly Hills, 90210’. Lo ha stroncato un ictus, ha riferito il suo agente. Aveva 52 anni. 

Luke Perry era noto soprattutto per aver interpretato il ruolo di Dylan McKay nella serie televisiva ‘Beverly Hills 90210’. Nei giorni scorsi era stato colpito da un ictus cerebrale. 
Perry aveva girato quasi tutte le stagioni di ‘Beverly Hills 90210’ dal 1990 al 1995 ininterrottamente, poi dal 1998 al 2000.

Era apparso in varie pellicole, come ‘Buffy – L’Ammazza Vampiri’, ‘Il quinto elemento’, diretto da Luc Besson, e anche nell’italiano ‘Vacanze di Natale ’95’, con Massimo Boldi e Christian De Sica. Era apparso inoltre nelle serie tv ‘Oz’, ‘Le cose che amo di te’ e ‘Will & Grace’ ed è stato protagonista della serie tv ‘Jeremiah’.

Proprio nei giorni scorsi è stato annunciato l’arrivo in tv in estate del reboot di ‘Beverly Hills 90210’. La nuova storia si sviluppa nell’arco di 6 puntate che vedono nel cast Jason Priestley (Brandon), Jennie Garth (Kelly), Ian Ziering (Steve), Gabrielle Carteris (Andrea), Brian Austin Green (David) e Tori Spelling (Donna).

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Trovato morto in casa il cantante dei Prodigy. Keith Flint si sarebbe tolto la vita 

keith flint prodigy

Aggiornato alle ore 14.51 del 4 marzo 2019.

È stato trovato morto nella sua abitazione in Inghilterra Keith Flint, il 49enne cantante dei Prodigy. Lo riferisce Sky news aggiungendo che la polizia non tratta la morte come sospetta. 

Secondo il co-fondatore del gruppo, Liam Hewlett, Flint si sarebbe tolto la vita. “La notizia è vera non posso credere a quello che sto dicendo, ma nostro fratello Keith si è tolto la vita nel fine settimana”, ha detto Hewlett. 
Flint è stato trovato morto da polizia e personale paramedico questa mattina nella sua casa nell’Essex. 

Keith Flint era appena rientrato da un tour in Australia e un altro sarebbe partito a breve negli Stati Uniti, tutto con i Prodigy, la band per il quale è stato prima ballerino e poi cantante e frontman, una delle band più sperimentali degli anni ’90. Ma stamattina Flint è stato trovato morto nella sua casa dell’Essex a 49 anni.

Nasce a Braintree, una piccola cittadina di circa 40 mila abitanti, e l’illuminazione musicale arriva sul finire degli anni 80 quando incontra il DJ Liam Howlett ad un rave party. Da quell’incontro nacquero i Prodigy, sconosciuti ai più proprio finchè Keith Flint resta relegato al ruolo di ballerino.

Nel ’96 invece gli viene data la possibilità di cantare, il pezzo si chiama Firestarter e segnerà una svolta nella storia della band, che da lì in poi si imporrà tra le realtà del panorama alternativo inglese, già di per sé, tra i più azzardati nel mondo. Big Beat, Techno, Hard Core, i Prodigy non si risparmiano e Flint diventa un’icona del clubbing mondiale e della band diventerà anche il simbolo, grazie al suo look inconfondibile: capelli tinti acconciati come corna colorate di un diavolo, tatuaggi ovunque, occhi spiritati.  

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Trovato morto in casa il cantante dei Prodigy, Keith Flint

keith flint prodigy

Afp

Keith Flint

È stato trovato morto nella sua abitazione in Inghilterra Keith Flint, il 49enne cantante dei Prodigy. Lo riferisce Sky news aggiungendo che la polizia non tratta la morte come sospetta. 

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