Cultura

Attila trionfa alla Scala ma la vera star è Mattarella

prima scala attila

Un novecento difficile, grigio o rosso come il sangue, dove gli eserciti si sfidano, il popolo cerca di salvarsi. Momenti eroici e struggenti, passioni d’amore con scene che rimandano alla distruzione della seconda guerra mondiale. Tradizione e tecnologia con video, flash-back e luci led come in un concerto pop. È l’Attila di Giuseppe Verdi, composta quando era poco più che trentenne, che questa sera ha inaugurato la stagione del teatro alla Scala di Milano, che l’ha apprezzata tributandogli oltre 14 minuti di applausi, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Insieme all’opera è lui la star della serata, salutato con un’ovazione quando ha fatto il suo ingresso nel palco reale: oltre 5 minuti di applausi e molti “bravo, bravo”. A lui d’altra parte “Milano vuole molto bene” ha poi commentato il sindaco Giuseppe Sala, che ha visto l’opera nel palco d’onore insieme a Mattarella, accompagnato dalla figlia Laura. Anche il direttore Riccardo Chailly si è detto “commosso” per come è stato accolto il Capo dello Stato, che “sta portando avanti un mandato straordinario”, dunque “è giustificatissimo un applauso di quella lunghezza, visto l’impegno e la difficoltà che lui ha affrontato e sta continuando ad affrontare”. 

“La musica e la cultura ultimo baluardo della democrazia”

Nell’intervallo un saluto agli artisti da parte del Capo dello Stato è una tappa nel camerino di Chailly per fargli i complimenti. A lui ha detto: “La musica e la cultura sono l’ultimo baluardo della democrazia” come riferisce il maestro. Parole apprezzate da tutti, anche dal regista Livermore: “Il presidente Mattarella ha detto cose meravigliose”. La sua presenza ha contagiato tutti, e si è sentito quando è partito l’inno di Mameli, cantato anche dal coro dietro le quinte.

Innovativa la direzione del maestro Riccardo Chailly “soddisfattissimo” di come è andata, e originale la regia di Davide Livermore che dalla platea applaudiva a scena aperta i suoi cantanti, seguito dal pubblico. In particolare il basso russo Ildar Abdrazakov, uno dei più ricercati del momento, è stato amatissimo dal pubblico. Accanto a lui, Odabella interpretata dal soprano spagnolo Saioa Hernandez che ha ringraziato dei fragorosi applausi baciando il palcoscenico.

Successo anche per Fabio Sirtori che interpretava il cavaliere Foresto, e George Petean nei panni del generale romano Ezio. Una messinscena imponente con cori affollati di adulti e bambini, con gli Unni guidati da Attila indossano divise che ricordavano molto quelle naziste, con cavalli sul palco, e sullo sfondo una città distrutta e un ponte che, per rispetto alla tragedia di Genova, non crolla per mostrare lo sfacelo del paese come nelle intenzioni originarie, ma si divide in due parti che lentamente si allontanano. 

A questa serata che viene considerata “la serata d’opera più importante del mondo”, per dirla come il sovrintendente Alexander Pereira, erano presenti molti personaggi del mondo della politica, più numerosi che negli ultimi anni: accanto al padrone di casa, il sindaco Sala e al presidente della Regione Attilio Fontana, i ministri Tria e Bonisoli, il presidente del Senato Alberti Casellati, l’ex premier Monti e la senatrice a vita Liliana Segre. Tanti i ‘big’ del mondo dell’imprenditoria e della finanza italiani: dai vertici di Intesa Sanpaolo, Messina, Gros Pietro, Bazoli, al patron della Brembo, Bombassei e la presidente di Eni, Emma Marcegaglia. Presenti inoltre, il presidente di Assolombarda, Bonomi, il presidente di Mediaset, Confalonieri, il ceo di Vivendi, Arnaud de Puyfontaine.

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Scala: al via la prima, lungo applauso per Mattarella

scala prima sergio mattarella inno di mameli

L’ingresso del presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel palco reale del teatro alla Scala, per assistere all’Attila, la prima della stagione, è stato salutato da lunghi e forti applausi da tutto il Piermarini al completo, oltre 2 mila persone. Per lui un’accoglienza estremamente calorosa. In molti hanno urlato “bravo, bravo” più volte. Ad applaudire il capo dello Stato anche il ministro dell’economia Giovanni Tria, il ministro della cultura Alberto Bonisoli. A precedere l’esecuzione dell’opera, l’Inno di Mameli in omaggio al Capo dello Stato.

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Serafina Ignoto e il Mediterraneo, mare di piccole storie di vita e di morte

Serafina Ignoto e il Mediterraneo, mare di piccole storie di vita e di morte

Serafina Ignoto è al suo esordio narrativo, e ha scattato venti ‘fotografie’ di un Mediterraneo mare di piccole storie, di morte e vita, che incrociano la Storia e disegnano l’affresco di un tempo in cui solo ai bambini è dato “riconoscere l’amore”.

“Pane e mare” (pubblicato da Navarra e reperibile nello stand dell’editore alla Fiera Più libri piu’ liberi in corso a Roma in questi giorni) le raccoglie, con una prefazione in cui Paolo Restuccia, regista de “Il ruggito del coniglio”, autore e direttore della scuola di scrittura ‘Omero’, scrive del modo in cui “i sommersi e i salvati, le storie e la cronaca, la politica e l’amicizia, l’eros e l’amore si mescolano riga dopo riga” in un “tono uniforme e compatto, che rende vicine narrazioni diverse per epoca area geografica, personaggi e azioni”. Diverse tra queste trovano lo scenario a Palermo, in cui Serafina Ignoto e’ nata 51 anni fa e ha frequentato la scuola teatrale di Franco Scaldati.

È dalla Sicilia che “Pane e mare” arriva, con una copertina sognante del fotografo siciliano Petra Sappa. “Arriva dalla mia terra la Sicilia, ma priva di confini geografici netti”, ribadisce l’autrice, insegnante in una scuola elementare, in questa intervista con l’Agi.

“In fondo – continua – la Sicilia è sempre stata il centro nevralgico di una storia millenaria che ha superato le sue stesse frontiere fisiche. Il Mediterraneo è da sempre il crocevia che ha portato di tutto, in quello che oggi chiamiamo Occidente, dalle guerre al progresso. Penso ai Fenici, a cui si attribuisce la fondazione di Palermo: un popolo che già conosceva i sistemi di navigazione notturni, orientandosi con le stelle. E se pensiamo al ruolo che ebbe la Sicilia nelle guerre puniche, contro i CartAginesi, possiamo scorgere una legge costante di quello che ancora oggi avviene: una parte di mondo che preme sull’altra per cercare benessere, progresso. Il pane, sebbene cambi forma e tipologia, è l’alimento per antonomasia, comune a ogni popolo. È simbolo di nutrimento necessario, basilare. È simbolo di vita”.

Cercano ‘pane’ i bambini che attraversano il Mediterraneo, e che nel racconto ‘Terramare’, tramite un efficace salto temporale, si trovano insieme ai piccoli zolfatari nelle miniere siciliane di fine Ottocento. “Non sempre – spiega Ignoto – c’e’ un motivo razionale in cio’ che si racconta. A volte affiorano delle immAgini mentali che premono per farsi parola scritta. Il fil rouge che lega i carusi delle zolfare e questi bambini di oggi, morti nel nostro mare, e’ l’infanzia negata. I primi perche’ venduti dalle famiglie per fame; i secondi mandati a morire nel tentativo estremo di salvargli la vita, al di qua del Mediterraneo. Come vedi, il Mediterraneo torna, dopo millenni, a emergere come nucleo vitale, a essere ponte: la possibilita’ di superarlo, di oltrepassarlo equivale alla salvezza, al riscatto”. Il fil rouge e’ anche linguistico, nell’uso del dialetto, qui e solo qui, sporco e lacero come i bambini; poetico e brusco, come nella lezione di Scaldati.

Poetica, è la stessa Palermo di Serafina Ignoto, che abbiamo visto insanguinata per decenni e oggi ci viene restituita teatro di amicizie, amori, erotismo: tragedia e farsa. Si è appena lasciati alle spalle Antonio Gramsci che in “Nino e l’isola” tesse a Ustica, dove si trova al confino, un innamoramento selvaggio come la natura intorno, che ci si imbatte in Giovanni e Luigi, “Per sempre amici”.

La Storia entra in quell’amicizia, che supera le barriere ideologiche del Novecento, in una città in cui la mafia non ha sempre e comunque la meglio sulla vita di chi vi abita. Anzi, talvolta sembra scomparire: “In realtà – sottolinea l’autrice – il tema viene appena sfiorato, corre sottotraccia: i due protagonisti sono stati due noti avvocati palermitani, uno dei quali si e’ anche occupato del primo maxiprocesso. L’altro personaggio, però, in tempi di molto precedenti quegli anni, fa una scelta precisa di carriera, rifiutandosi consapevolmente di avere punti di contatto con gli ambienti mafiosi, sebbene non vi fosse ancora, in quegli anni, una vera e propria coscienza antimafia.

I due amici attraversano un altro momento cruciale della storia italiana: la “primavera di Palermo”, in cui si materializza nei comportamenti collettivi un nuovo corso: da una parte la cultura mafiosa, per la prima volta manifestamente ritenuta come corpo estraneo; dall’altra un rinnovato senso dello stato che vede nella forza del rispetto delle leggi il mezzo per abbattere lo strapotere sanguinario della mafia”. Luigi e Giovanni, diversi fin nella fede calcistica (juventino il primo, interista il secondo) credono nel diritto, e nell’amore per il diritto saldano quel “per sempre” che vive fin dall’inizio del racconto.

Serafina Ignoto

In ‘Pane e mare, scrive ancora Restuccia, “non si ha mai la sensazione di saltare di palo in frasca”, perfino quando, dopo aver letto della lacerazione di un aborto o di un nonno innamorato dei libri, si arriva alla comicita’ di Simone, playboy invidiato dal condominio in cui abita e a quella di una famiglia che brinda e fa festa dopo la quotidiana rissa: “Spesso – dice Serafina Ignoto – la realtà supera la fantasia. Il parossismo lo riscontriamo ovunque, nelle situazioni di ogni giorno. I fatti trAgici presentano tratti così incredibili da trasformarsi sovente in fatti comici. La capacità di ridicolizzare persone o situazioni negative o dolorose, è un modo per sconfiggerle, per depotenziarne la capacità di offesa. Mi piace ridere, a cominciare da me stessa”.

La capacità di sorridere delle cose ci riporta ai bambini: cosa ci possono insegnare? Cosa ne stiamo facendo, noi adulti, del progetto di futuro che è in loro? “Siamo tutti parte – risponde Ignoto – di quella che Bauman definiva “la società liquida”. Una società che ha perso ogni punto di riferimento: umano, geografico e normativo. Non ci sono più sentieri tracciati entro cui muoversi e guidare i bambini. Non hai più un patrimonio collettivo di sapere da consegnare. Oggi abbiamo a che fare con i saperi, al plurale. E spesso sono saperi molto contraddittori. Cerchi di dar loro i codici di accesso di un fortino molto complicato che oltretutto e’ in costante cambiamento. E in questo mondo così complesso, i bambini sono in grado di disarmarti con un sorriso, con un’espressione di meraviglia. O con la gratitudine, quando ti percepiscono come guida salda. Riconoscono l’amore che dedichi loro, tutto qui”.

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Dieci donne Europee raccontano il lato giusto dell’Unione. In un libro

Dieci donne Europee raccontano il lato giusto dell'Unione. In un libro

Dieci ritratti di donne italiane a Bruxelles: le loro storie, i loro sorrisi e le loro differenze, il loro rapporto di amore-odio per le istituzioni dell’Unione europea, la passione e l’energia, ma soprattutto la serietà professionale con cui affrontano le diverse attività che svolgono, tutte in qualche modo legate al progetto europeo. Sono le protagoniste del libro “Europee, dieci donne che fanno l’Europa “(Textus Edizioni), in cui ognuna di esse racconta la propria esperienza.

Sono il campione di un mondo femminile formato da migliaia di italiane di tutte le età e formazioni, che nella città simbolo dell’Europa sono particolarmente attive e determinate a fare andare meglio le cose nel loro continente, consapevoli delle difficoltà e della crisi che sta attraversando ma anche delle potenzialità che il progetto comune continua ad avere. 

Poliglotte allegre e divertenti

Sono poliglotte, cosmopolite, allegre e divertenti e si contrappongono a quell’idea di una Bruxelles grigia e inutile che prevale nella propaganda populista ed euroscettica. Attive nel mondo dell’associazionismo, della comunicazione, della cultura, della politica, degli affari e delle istituzioni, le italiane d’Europa lavorano sodo ogni giorno, anche se non sempre con la soddisfazione che meriterebbero e spesso anche in disaccordo con il funzionamento della macchina comunitaria e con le sue scelte politiche, quelle stesse che contribuiscono ad allontanare la gente dal progetto europeo.

Dieci donne Europee raccontano il lato giusto dell'Unione. In un libro

Come nasce il libro

Si raccontano in un libro pubblicato da Textus, e nato da un’idea della co presidente dei Verdi europei, Monica Frassoni (nella foto in alto), ex eurodeputata in due legislature, la prima volta eletta in Belgio e poi in Italia. Era in volo con molte altre “europee” sull’aereo che le riportava a Bruxelles dopo che avevano partecipato a vario titolo alle celebrazioni per i 60 anni del trattato di Roma, nella primavera del 2017.

Dalla discussione “in quota”, sorvolando le Alpi ancora un po’ innevate, è emersa in quella occasione, per poi essere approfondita in successivi incontri, la preoccupazione per un clima, non solo in Italia, di crescente insofferenza nei confronti dell’Europa, assieme all’esigenza di fare emergere anche i suoi aspetti positivi, oltre che le prospettive di rinnovamento di istituzioni un po’ ingessate.

“L’Unione europea è vissuta come una costruzione grigia e rigida – spiega Frassoni –  Lontana dai cittadini, noiosa e dannosa, tutta tecnicismi e finanza, un progetto che rischia di affondare sotto il peso delle sue inefficienze e della crescente ostilità dei suoi stessi cittadini. Eppure l’Ue è un progetto positivo e indispensabile, anche oltre i 7 decenni di pace che ci ha finora garantito e i tanti passi avanti in termini di libertà e qualità della vita, ed è ancora capace di mobilitare energie e passioni”. Il libro viene presentato per la prima volta l’8 dicembre a Più libri più liberi, il festival dei piccoli editori in programma alla Nuvola di Fuksas, alla Fiera di Roma. 

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Lutto nel cinema, morto a 63 anni Ennio Fantastichini

cinema ennio fantastichini

Ennio Fantastichini se n’è andato a 63 anni stroncato da una grave emorragia cerebrale conseguenza di una leucemia acuta promielocitica che aveva già colpito cervello, polmoni e intestino. L’attore era ricoverato da quindici giorni nel reparto di rianimazione dell’azienda ospedaliera universitaria Federico II di Napoli. 

Nato a Gallese, paese in provincia di Viterbo, il 20 febbraio 1955, è il secondo figlio di un maresciallo dei carabinieri (il fratello maggiore, Piero, è un noto pittore e scultore). Vive a Fiuggi dove il padre comandava la locale stazione fino al 1975 quando si trasferisce a Roma per studiare recitazione all’Accademia nazionale d’arte drammatica.

Gli esordi e il successo

L’esordio nel cinema nel 1982 con il film ‘Fuori dal giorno’ scritto e diretto da Paolo Bologna. Quindi recita una piccola parte nel film ‘I soliti ignoti vent’anni dopo’ (1985) di Amanzio Todini al fianco di Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni. Nel 1988 è coprotagonista, con Laura Morante e Mario Adorf, del film per la tv ‘I ragazzi di via Panisperna’ di Gianni Amelio, dove interpreta Enrico Fermi.

È dell’anno successivo il suo primo grande successo, nel ruolo del criminale Tommaso Scalia che dev’essere condannato a morte nel film ‘Porte aperte’ di Gianni Amelio, grazie al quale, interpretando quel personaggio accanto al suo maestro Gian Maria Volonté, riceve vari premi: Ciak d’oro 1991, Nastro d’argento (miglior attore non protagonista), European Film Awards (scoperta dell’anno) e il Premio Felix 1991.

Il suo aspetto e il suo carattere sanguigno e duro sono fondamentali per interpretare il romano prepotente accanto a Sabrina Ferilli e Silvio Orlando in ‘Ferie d’agosto’ (1996) di Paolo Virzì, grazie al quale ottiene una nomina per il David di Donatello 1996. Oltre ad aver interpretato numerosi film Fantastichini recita con successo nelle miniserie tv, da ‘La Piovra 7’ (1997), a ‘Sacco e Vanzetti’ (2005), in cui interpreta l’anarchico Bartolomeo Vanzetti (ruolo interpretato nel film di Montaldo proprio da Volonté), fino a ‘La freccia nera’ (2006), in cui impersona il ruolo del perfido nobile medievale Raniero.

Nel 2007 lo scopre Ferzan Ozpetek che lo vuole in ‘Saturno contro’ e, nel 2010, in ‘Mine vaganti’ al fianco di Alessandro Preziosi, Riccardo Scamarcio ed Elena Sofia Ricci (film per il quale vince il David di Donatello come miglior attore non protagonista). Tra i due film di Ozpetek interpreta nel 2008 il film ‘Fortapa’sc’ di Marco Risi.

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Si può trasformare una chiesa dismessa in una pizzeria? Il dilemma dei Sacri Palazzi

chiese dismesse cosa farne

Nella laica Francia non sono poi molte: sono sì 255, ma per sconsacrarle c’è voluto più di un secolo. È dal 1905, infatti, che vige la legge per la dismissione del patrimonio ecclesiastico, e le chiese non più in uso, dopo una opportuna desacralizzazione, possono essere messe in vendita come fossero un capannone abbandonato.

Il problema, semmai, è che non sono e non sembrano nemmeno capannoni abbandonati: hanno una loro ben riconoscibile struttura architettonica. Vederle trasformate in discoteche o pizzerie può sembrare insultante.

Il problema, poi, diventa molto più acuto in altri paesi europei. In Germania dal 2000 ad oggi le chiese che hanno smesso di funzionare sono state 500, e altrettante subiranno lo stesso destino, entro dieci anni, in Olanda.

Se Dio non ci abita più

Un enorme capitale economico, a volerla vedere in chiave materialista, ma anche e soprattutto religioso e culturale la cui dismissione rappresenta un rompicapo per la Chiesa di Papa Francesco. Chiamata ad essere dialogante con i tempi nuovi, ma senza rinunciare alla presenza. Per questo motivo l’Università Gregoriana di Roma ha ospitato oggi il convegno “Dio non abita più qui? – Dismissioni dei luoghi di culto e gestione integrata dei beni culturali ecclesiastici”. Uno dei primi momenti di una riflessione organica sull’argomento, volta a trasformare quella che ha l’aria di una contrazione della riconoscibilità sul territorio in un’opportunità per nuove forme di presenza, anche fisica.

Il fatto è, ha spiegato oggi il cardinal Gianfranco Ravasi in una intervista al Corriere della Sera, che la secolarizzazione produce indifferenza, l’indifferenza la mancanza di interesse e la mancanza di interesse il vuoto. Si sta lontani da ciò che non coinvolge, e i cattolici (“Una minoranza in Occidente”, spiega Ravasi) devono trovare nuove forme di presenza e di attrazione.

“Nell’Antico Testamento”, spiega ancora Ravasi, “il Tempio è il ‘luogo dell’incontro’, con Dio e con gli uomini”. Quindi “Se non ha più gente, un tempio può essere desacralizzato ma non dissacrato. Farne una pizzeria è blasfemo. Va bene un museo, per dire, o un luogo di incontro su temi e valori anche laici”.

Casa di artisti, luogo di ritrovo

È il caso del Museo Diocesano di Padova, divenuto – ha sottolineato il direttore Andrea Nante – spazio espositivo ma anche “luogo di incontro e di ascolto”, terreno in cui fiorisce una proposta dell’arte come dimostrazione della bellezza della fede cristiana. Oppure della chiesa di San Rocco nella diocesi di Trapani. Prima riaperta come luogo di culto dopo 150 anni (era stata adibita anche ad ufficio postale), poi nella nuova funzione di museo e vero e proprio atelier per artisti, infine come struttura di accoglienza per ricucire il tessuto sociale del quartiere circostante.

Il numero delle chiese dismesse o in via di dismissione in Italia non è certo. La Conferenza episcopale italiana è riuscita ad avviare un censimento non prima del 2013, ma i dati sono in costante evoluzione. Luca Diotallevi, docente di sociologia all’Università di Roma Tre, non ha però dubbi sulla natura reale del problema: “E’ solo leggendo i segni dei tempi che possiamo andare oltre un semplice approccio statistico, per rendere in considerazione le mutevoli esigenze della vita nella società e degli spazi fisici nelle città”.

chiese dismesse cosa farne

gianfranco ravasi

Tempi nuovi, eppure così antichi

​Le città, infatti, cambiano, e con esse la modalità della presenza della Chiesa. Meno territoriale, forse, più “diffusa” nei gangli della società. Insomma, “chiese aperte” alle esigenze dell’uomo razionalmente lontano, o secolarizzato. La formula, conclude Ravasi, di San Paolo all’Areopago di Atene, luogo di incontro della distaccata e scettica intellighentsia greca: “Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annuncio”.

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Addio a Ennio Tamburi, maestro dell’ultimo Novecento

Addio a Ennio Tamburi, maestro dell'ultimo Novecento

Si è spento a Roma, all’età di 82 anni il pittore Ennio Tamburi. Nato a Jesi nel 1936, l’artista ha dato espressione ai più significativi movimenti artistici dello scorso secolo e rappresenta uno dei principali esponenti dell’astrazione pittorica dagli anni Ottanta in avanti.

Dopo una lunga e fortunata stagione di sperimentazioni con tecniche diverse (grafica, scultura, assemblaggio), impiegate in una chiave politico-esistenzialista, Tamburi è arrivato a un’opera incentrata sull’uso di pregiate carte orientali su cui  di frequente resi con pittura ad acquerello, definisce composizioni caratterizzate da una tersa continuità visiva. Nello studio del segno, in un linguaggio spesso informale, è riuscito a esprimere una meditazione profonda e toccante su i temi fondamentali della natura, del tempo, dell’esistenza.

Il lavoro per il teatro e il cinema

Ha lavorato anche nel cinema e nel teatro, accanto a registi come Luchino Visconti, Roman Polansky, Giorgio Strehler e Luca Ronconi. Ma è soprattutto a partire dagli anni Novanta, vivendo e lavorando tra Roma e Zurigo, che ha raggiunto la sua maturità artistica. Tra le mostre più importanti, organizzate in tutto il mondo, la retrospettiva alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Roma nel 2012, dal titolo ‘Semplice e complesso’, in cui l’artista ha presentato le sue composizioni su tela improntate alla ricerca di una maggiore libertà espressiva, attraverso l’utilizzo di una pratica antica, quasi artigianale, e una carta lasciata in molti casi al naturale. 

La materia liquida dei colori

L’ultima esposizione di Tamburi a maggio scorso al Garden Room del Cimitero Acattolico di Roma: ‘Continuum’, excursus di quadri, realizzati appositamente per quello spazio, sul tema del tempo, dell’acqua, delle forme e del loro fluire.

“La mia direzione è verso forme geometriche non finite, fluide, con la materia liquida dei colori lasciata libera di correre – ha affermato l’artista in una recente intervista -. Io creo degli argini sulla carta, ma mi piace anche che le forme passino comunque, sfaldandosi. C’è in questo, credo, un nuovo senso drammatico che è entrato nella mia vita: in effetti, l’acqua è anche qualcosa che sfugge. Come il tempo”.    Le opera di Tamburi saranno di nuovo in mostra dal 15 dicembre al 30 gennaio a Taranto, al Centro di Ricerca Arte Contemporanea, in una personale ‘Ennio Tamburi, “Continuo”‘, a cura di Luca Arnaudo e Roberto Lacarbonara.

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Una grande storia d’amore firmata da Franca Fendi

Una grande storia d'amore firmata da Franca Fendi

È possibile al giorno d’oggi, vivere ancora una grande storia d’amore, un amore che resiste a tutti i grandi cambiamenti che l’evolversi della vita impone? Un amore che cammina insieme all’Italia che cambia, progredisce, si emancipa? Non ne dubita Franca Fendi che ha pubblicato “Sei con me – la nostra grande, unica storia d’amore” (edizioni Rizzoli), racconto emozionante di una protagonista della moda italiana, con i segreti e i lati umani nascosti dietro una meravigliosa epopea di creatività.

Insieme alle sorelle Paola, Anna, Carla (scomparsa un anno fa) e Alda, Franca Fendi ha gestito, fin dal dopoguerra, la casa di moda fondata dai loro genitori trasformandola in uno dei marchi italiani più prestigiosi al mondo, grazie alla straordinaria qualità e design della sua pelletteria e pellicceria e alla lunghissima collaborazione con Karl Lagerfeld. “Avevo questo desiderio da tanto tempo, perché avrei voluto lasciare ai miei nipoti una testimonianza dei lunghi anni passati insieme al loro nonno. Spero che il mio racconto possa essere di conforto anche per altri – spiega la stilista all’Agi – Mi è venuto il desiderio di farlo in un libro. Di raccontare le storie e l’amore che abbiamo conosciuto”.

Un ritratto di famiglia

E la persona a cui Franca Fendi si rivolge e dedica il testo, è suo marito Luigi Formilli. Nel libro, l’autrice ripercorre la storia della sua vita: l’infanzia, dominata da una madre forte e determinata che ha portato la Maison Fendi fino alle vette dell’alta moda; il rapporto stretto e sincero con le quattro sorelle, con cui ha condiviso la passione e la volontà di fare dell’azienda di famiglia un punto di riferimento nel panorama mondiale; il grande amore, il matrimonio, i figli e i nipoti.

Una grande storia d'amore firmata da Franca Fendi

 Le sorelle Fendi

Ma anche i momenti più bui della malattia del marito, le difficoltà affrontate insieme. E tutto questo, mentre sullo sfondo, c’è un’Italia che cambia, che si ricostruisce. Ci sono gli anni della guerra, la frenesia e la voglia di cambiamento degli anni Sessanta e Settanta, quando sembrava che tutto fosse possibile, i figli dei fiori e poi la discoteca, le minigonne, i caftani etnici, le zeppe vertiginose, i sandali rasoterra.

La nascita del pret-a’-porter

C’è infine la vendita dell’azienda a LVMH, in un mercato ormai dominato dai grandi gruppi. Grandi cambiamenti che hanno influenzato la moda e che, come ricorda l’autrice, sono avvenuti negli anni 70 quando è nato il pret-a’-porter, cioè una produzione semi-industriale di capi realizzati con estrema cura semplificando le linee. Cambiamenti che hanno influenzato la cultura e la società di tutto il mondo occidentale, non solo dell’Italia. Molte donne ormai lavoravano e avevano bisogno di capi eleganti ma facili, quindi la moda e lo stile si è adeguato a queste necessità.

Esiste una donna simbolo per Franca Fendi, e una più vicina ai giorni nostri: “Anche se di un’epoca antecedente – afferma Fendi – dico Jane Austen perché ha saputo scrivere sui sentimenti. E guardando all’epoca che viviamo, penso a Simona Sparaco per lo stesso motivo”. Il libro della stilista è la fotografia di una vita, un racconto che attinge alla storia, per celebrare una donna che ha dato lustro all’Italia attraverso la moda con un marchio ammirato e conosciuto in tutto il mondo. Il marchio Fendi, simbolo di eleganza, bellezza e stile, ha capito quando cambiare: “Con l’aiuto di Karl Lagerfeld, – sottolinea la stilista – che è sempre stato all’avanguardia, il marchio si evolve pur mantenendo i suoi standard di grande qualità nei materiali”.

I legami familiari

Cinque sorelle che hanno fatto la storia della moda in Italia insieme ai genitori, un successo che testimonia quanto siano importanti i legami familiari: “Sono sempre stati fondamentali per settantacinque anni, – ricorda Franca Fendi – sia con i nostri genitori, che tra noi cinque che poi con i nostri figli, abbiamo sempre preso le decisioni importanti insieme. Ciascuna di noi aveva un ambito di lavoro in cui esprimere la propria creatività. Questo ha fatto sì che l’azienda fosse diversificata, ma sempre orientata ad un obiettivo comune: la voglia e la passione di portare il Made in Italy nel mondo”. Una grande storia d’amore quella di Franca Fendi e suo marito e quindi un esempio per i giovani di oggi che nella società attuale, si augurano di poterla vivere, perché, è sicuramente possibile. ” Il segreto?”, conclude , “Sempre lo stesso: la comunione di intenti, la pazienza, la fortuna”.

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Bertolucci: domani alle 10 la camera ardente in Campidoglio

bertolucci camera ardente campidoglio

  Foto: Valerie MACON / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

La camera ardente per salutare Bernardo Bertolucci sarà aperta domani dalle ore 10 alle 19 in Campidoglio, nella Sala della Protomoteca. La famiglia di Bertolucci ringrazia il Comune di Roma per la disponibilità e fa sapere che si terrà anche, in data ancora da definire, una cerimonia di commemorazione aperta al pubblico. 

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Novant’anni fa nasceva il mito di Topolino

Novant'anni fa nasceva il mito di Topolino

Tutto cominciò con un topino curioso che faceva capolino ogni giorno nell’ufficio di un giovane disegnatore geniale che cercava un’ispirazione e trovò un tesoro. Era la fine degli anni Venti, qualche istante prima della crisi che avrebbe gettato l’America nella grande depressione. Era il 1928 e quel ragazzo di talento, che di nome faceva Walter Elias Disney, Walt Disney per tutti, riportò sul foglio l’amico topo a cui dette un nome simpatico: Mickey Mouse (Topolino). Dopo aver perso i diritti del suo primo personaggio di successo, Oswald il coniglio fortunato, e dopo essere stato abbandonato da tutti i collaboratori meno uno, Ub Iwerks, a Topolino affidò il suo futuro e quello dello Studio Disney. E il 18 novembre 1928, 90 anni fa, un corto di Mickey Mouse debuttò al Colony Theatre di Broadway dando inizio all’epopea di Topolino.

Walt e Ub Iwerks si erano chiusi per settimane in un garage per lavorare anche di notte e preparare in tutta fretta il primo film di Mickey Mouse. E proprio grazie a Ub Iwerks, che arrivò a disegnare fino a 700 animazioni al giorno, il personaggio di Topolino potè debuttare in una proiezione privata a Hollywood il 15 maggio 1928. Un debutto non troppo fortunato (e per pochi intimi) a cui fece seguito un secondo cortometraggio, anch’esso muto, ‘Topolino gaucho’, sempre diretto da Disney e Iwerks e proiettato anch’esso in versione provata il 28 agosto 1928.

Due tentativi non fortunati a cui il tenace Walt insieme a Ub fecero seguire un terzo, ‘Steamboat Willie’ che finalmente, anche grazie al coraggio di Disney, ebbe la distribuzione in sala e per questo è considerato il debutto nel mondo del cinema di Topolino: distribuito dalla Celebrity Productions il 18 novembre 1928, è il primo cartone animato a presentare una colonna sonora con musiche (del compositore, regista e animatore Wilfred Jackson), effetti sonori e dialoghi completamente sincronizzata.

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Un successo inarrestabile

Il primo cortometraggio di successo del topo destinato a diventare il più famoso del mondo s’intitolava ‘Stemaboat Willie’ (il battello a vapore Willie), è ispirato a una comica di Buster Keaton (‘Steamboat Bill Jr.’ uscito il 12 maggio 1928), durava 7 minuti e accanto a Mickey Mouse comparivano anche Minnie, la topina sua fidanzata, e il suo grande nemico Black Pete (noto in Italia come Pietro Gambadilegno). Il cortometraggio ebbe un clamoroso successo, ma solo grazie alla tenacia di Walt Disney.

Anche stavolta, infatti, dopo la proiezione privata nessun distributore sembrò essere interessato al cartoon e allora il caparbio Walt tentò la carta della disperazione. E vinse. Accettò la proposta di un esercente di Broadway che gli chiese di proiettare il corto nella sua sala, il Colony Theater di New York. Era il 18 novembre 1928 e il corto venne abbinato al lungometraggio sonoro dal vivo di Bert Gellon ‘Gang War’.

Il successo fu clamoroso e destinato a durare nel tempo: da allora il personaggio è apparso in oltre 135 cortometraggi che vanno dalla fine degli anni Venti al 2013. Il primo corto, ‘Plane Crazy’, a cui venne aggiunto il sonoro, fu ridistribuito il 17 marzo 1929 come il quarto film della serie. Negli anni Trenta vennero realizzati poi oltre novanta cortometraggi e oltre venti negli anni Quaranta, mentre il personaggio diventava sempre più popolare, al punto che l’attore-regista più famoso del mondo, Charlie Chaplin, nel 1931 volle che un cortometraggio di Topolino accompagnasse tutte le proiezioni del suo ultimo film, ‘Luci della città’. 

Novant'anni fa nasceva il mito di Topolino

Dal grande schermo alla carta

Dopo sedici cortometraggi e un successo enorme in America, il 13 gennaio 1930 Topolino fece il suo esordio sulla carta stampata con una serie di strisce a fumetti che formano la storia ‘Topolino nell’isola misteriosa’ ispirata al primo cortometraggio, ‘Plane Crazy’ e scritta da Walt Disney e disegnata da Ub Iwerks e poi da Win Smith. In questa prima storia, pubblicata fino al 31 marzo 1930, Mickey Mouse vive avventure scanzonate e il personaggio è sempre pronto al divertimento come un monello qualsiasi. Le storie sono ambientate in campagna, in una città senza nome e ogni striscia culmina con una battuta o con uno spiritoso colpo di scena. Ma quel personaggio era destinato a cambiare e questo accadde dal 5 maggio 1930 quando la matita di ‘Topolino e la valle della morte’ venne affidata a Floyd Gottfredson: Topolino da monello scansafatiche divenne cittadino modello e detective infallibile e perspicace.

Alla conquista del mondo

Il successo di Topolino, dovuto alla simpatia del personaggio e all’idea di Disney di umanizzare gli animali, varcò l’oceano. I fumetti di Topolino esordirono in Italia il 30 marzo 1930 sul n.13 del settimanale torinese ‘Illustrazione del Popolo’ dove fu pubblicata la prima striscia disegnata da Ub Iwerks e intitolata ‘Le avventure di Topolino nella giungla’. Dopo altre pubblicazioni, il 31 dicembre 1932 uscì il primo numero del settimanale a fumetti dedicato al personaggio e intitolato Topolino, edito dalla casa Editrice Nerbini.

Nel 1935, poi, l’acquisizione della testata da parte di Mondadori che la pubblica ancora oggi. In 90 anni Topolino ha seguito le mode e vissuto, come una persona reale, le vicende più importanti: dai gangster dell’America anni ’30 all’età del Jazz, dalla Seconda guerra mondiale alla ‘guerra fredda’, dall’incubo atomico alla conquista dello spazio. Si può dire che quel battello a vapore partito il 18 novembre 1928 da Hollywood ne ha fatta di strada… 

Novant'anni fa nasceva il mito di Topolino

Albi di Topolino

Per i suoi 90 anni in tutto il mondo ci saranno celebrazioni. Una mostra speciale a New York, un libro che raccoglie i ritratti di personaggi famosi come Kate Moss e Heidi Klum, un numero speciale e una striscia a fumetti di 300 metri – disegnata da Claudio Sciarrone e presentata a Lucca Ciomics a inizio novembre – che è entrata nel Guinness World Record, i Walt Disney Park e Resort di tutto il mondo celebreranno il 18 novembre proporranno merchandise commemorativo, speciali corner per foto dedicate e molto altro. Inoltre in Italia l’emissione di otto francobolli ordinari appartenenti alla serie tematica “le Eccellenze del sistema produttivo ed economico” dedicati alla produzione e sviluppo dei fumetti Disney in Italia, del valore di 0,95 euro illustrati da Giorgio Cavazzano, grande disegnatore del topo. Inoltre molte mostre e, dal 14 novembre scorso, il grande numero celebrativo 3286 del settimanale ‘Topolino’.

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