Cultura

Banksy ha esposto in piazza San Marco, ma i vigili di Venezia lo hanno cacciato

banksy venezia

Banksy / Instagram

Banksy, Venice in oil

La scena è ordinaria: due vigili della municipale di Venezia si avvicinano a un bizzarro individuo intabarrato in abiti pesanti e gli chiedono di smantellare l’ancora più bizzarra opera d’arte che sta esponendo in piazza San Marco. Una bizzaria, per l’appunto, come tante è abituata a vederne la città sulla laguna alle prese con orde di turisti. Solo che questa volta il protagonista non è un visitatore qualunque.

L’uomo infagottato a tal punto da essere irriconoscibile è il più osannato street-artist dei nostri tempi e quella che i vigili hanno chiesto di far sparire era la sua ultima opera. O forse più una performance, visto che, come racconta il Gazzettino di Venezia, era un quadro ‘scomposto’:una serie di tele a olio che ritraggono una nave da crociera nel bacino di San Marco.

E’ successo tutto il 9 maggio, un bel po’ di tempo fa ormai, ma Banksy ha aspettato due settimane prima di annunciare al mondo che quella bizzarra figura era lui. E lo ha fatto con un video su Instagram in cui lo si vede montare la sua opera “Venice in oil” su un grande cavalletto per poi essere mandato via dagli agenti della polizia locale perché senza permesso.

“Eravamo stati allertati” ha raccontato  il comandante della Polizia Municipale lagunare, Marco Agostini, al Gazzettino “Due agenti si sono avvicinati quando l’opera era già esposta e hanno chiesto in inglese alla persona interpellata se avesse l’autorizzazione, invitandola poi ad allontanarsi, senza alcuna multa”. Agostini aggiunge che né i due agenti hanno chiesto l’identità, né la persona ha detto chi era. 

Nel video l’artista si fa anche beffe della Biennale che non lo ha mai invitato. 

Banksy era già stato protagonista di un un blitz a Venezia, realizzando un murales sul muro di una casa con rappresentato un bambino naufrago, con giubbotto di salvataggio e una torcia in una mano che lo illumina.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.

Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.

Il pugno d’acciaio che distrusse l’Europa

patto acciao anniversario

È il settembre del ’43, Lui è ancora sul Gran Sasso e l’alleato germanico la fa da padrone in tutta la Penisola, o quasi. Su una strada sterrata dell’Alta Sabina all’aspirante federale Arcovazzi Primo, nato a Cremona nello stesso mese del Duce, si rompe il side-car.

Passa l’alleato germanico sotto forma di camion pieno di uomini della Wehrmacht. Arcovazzi, che al secolo si chiama Ugo Tognazzi, li ferma e loro riparano la forcella.

“Visto come funziona il Ro-Ber-To?”, fa lui tronfio come un tacchino al Professor Bonafé, l’antifascista che sta scortando verso le patrie galere di Roma. “Il Roberto!?”. “Sì. L’Asse, il Roma-Berlino-Tokyo. In-di-strut-ti-bi-le…”.

Intanto i tedeschi gli fregano il mezzo meccanico: ottimo per ripartire verso il Brennero.

Il più grande errore degli ultimi 150 anni

La storia di quel side-car raccontata ne “Il Federale” di Luciano Salce, film dolce-amaro del 1961, ha inizio in una stanza della Cancelleria di Berlino il 22 maggio del 1939.

Ottant’anni fa, esatti.

Se c’è una data che si dovrebbe ricordare come uno dei peggiori errori politici compiuti da un governo italiano, nell’ultimo secolo e mezzo (ed in politica un errore è peggio di un crimine), questa è di sicuro il giorno in cui fu firmato il Patto d’Acciaio con la Germania nazista.

Due imperi destinati a durare mille anni non potevano che scrivere la loro intesa su una tavola più eterna del bronzo. Due dittature totalitarie ed espansioniste non potevano che trovare un’intesa per dividersi il mondo ed i nemici (poi in futuro chissà che sarebbe stato).

[embedded content]

Ecco allora che Galeazzo Ciano, ministro degli esteri del Duce, e Joachim von Ribbentrop, il suo omologo nazista, mettono i loro nomi in calce ad un’intesa che risulterà fatidica per entrambi gli uomini ed entrambi gli imperi. Ed entrambi porterà alla distruzione.

Nelle more di quel documento tra Roma e Berlino (Tokyo si unirà a Guerra Mondiale già scatenata) si stabiliva che i due regimi si stringevano in indissolubile alleanza, tanto difensiva quanto offensiva.

Una forma di duofisismo che rappresentava, per quell’epoca, una novità: mai prima di allora ci si univa nell’esplicita prospettiva di poter attaccare insieme.

Certo, le alleanze difensive erano quelle che avevano scatenato un quarto di secolo prima la Grande Guerra, ma l’esplicitare la possibilità di un attacco congiunto era un pericolosissimo e chiaro segno dei tempi e delle nature.

Stato di minorità

Altrettanto fatidico fu il richiamo allo “spazio vitale” di entrambi i paesi: l’uno al nord del Brennero, l’altro al sud. La premessa all’aggressione che di lì a poco avremmo perpetrato ai danni della Grecia, che di lì a pochissimo avrebbero loro perpetrato ai danni della Polonia, previo accordo tra un Ribbentrop reggitore dei destini d’Europa ed il sovietivo Molotov.

In fondo l’accordo per la spartizione della Polonia altro non era se non il compimento del Patto d’Acciaio: con un metodo che solo superficialmente ricordava le contrassicurazioni di Bismark, la Germania nazista saldava i tre fascismi novecenteschi. E così facendo decretava la fine del centralismo europeo.

Ugualmente l’Italia fascista, legandosi al carro tedesco, rinunciava di fatto ad ogni vera centralità nella politica continentale e, creando le basi per le distruzioni che avrebbe patito nel giro pochi anni, anche di una minorità economica che sarebbe venuta meno solo venticinque anni dopo.

Avrebbe scritto Ciano nei suoi diari, mentre attendeva in un carcere di Verona l’esecuzione della condanna a morte, di essere stato sempre contrario a quell’alleanza sciagurata, e che tutto sarebbe stato frutto di una impuntatura di Mussolini.

La prima cosa è molto verosimile e la stessa vedova di Ciano, Edda Mussolini, lo ha sempre confermato (“Io invece ero per i tedeschi”, ha rivendicato con uguale costanza e spavalderia fino all’ultimo giorno).

La seconda lo è molto meno: Mussolini era sì capace di impuntature, ma chiudere un’alleanza con la Germania solo perché i giornali americani hanno scritto che Milano è stata fredda con una delegazione di nazisti, a esser sinceri, è versione che si regge in piedi malamente.

L’albero e i frutti

La verità è semmai che Mussolini trovò in quel Patto il compimento naturale di una politica estera basata sull’opportunismo e sul risentimento, e che sfociava nell’intesa con il suo alleato più scontato. Le democrazie demoplutogiudaicomassoniche, in fin dei conti, non gli erano poi tanto connaturali.

patto acciao anniversario

Hitler, Ciano, von Ribbentrop e Goering alla cerimonia per la firma del Patto d’Acciaio (Heinrich Hoffmann/AFP)

I frutti velenosi del 22 maggio 1939 sarebbero stati raccolti dopo il 25 luglio: mentre Mussolini è ancora – per poco – al Gran Sasso e Primo Arcovazzi corre dietro alla sua motocicletta requisita, il Reich ha occupato l’Italia accusandola di tradimento. Una pace separata non era certo stata prevista da Ciano e Ribbentrop.

Tempo pochi giorni e sarebbero state le giornate di Salò e della morte della Patria, con i resti del regime fascista divenuti collaborazionisti non solo della repressione della guerriglia partigiana, ma anche in occasione dei rastrellamenti dell’Olocausto.

Una questione d’onore: i patti sono da rispettare. Ma fare un patto con i peggiori assassini della Storia non può avere altro effetto che quello di renderti  loro complice.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.

Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.

Cose da sapere se si vuole pubblicare un libro

pubblicare libro

“Se i piccoli non ignorano la dimensione industriale, i grandi non vogliono rinunciare al tratto artigianale che appartiene alla tradizione. E che rimane una peculiarità anche dei piccoli diventati medio-grandi. Il coraggio è una buona carta, che può distruggere e può salvare”. È un passaggio della recensione di Paolo Di Stefano a Risvolti di copertina, il libro scritto per Laterza da Cristina Taglietti, redattrice culturale del Corriere della Sera, sulla storia di quattordici case editrici italiane, un viaggio tra piccole, grandi e medie che si può leggere sull’edizione del primo maggio del quotidiano di via Solferino.

Case, appunto. Luoghi fisici ma anche famigliari. Dai molti intrecci. Sodalizi intellettuali e spazi di condivisione multipla, dell’amicizia, del lavoro, della convivialità, della solidarietà umana. Sono le fucine da cui prendono vita i libri e le storie che contengono e narrano per poi spargersi nel mondo, tra Saloni e Buchmesse, e quindi raggiungere le librerie e arrivare infine in mano ai lettori. Filiere produttive dove si scoprono gli autori, dove nascono, crescono e si lanciano nel firmamento di una editoria ormai globalizzata. Luoghi “del lavoro culturale”.

“Quattordici case editrici, dove ‘case’ è la parola chiave. Si parte sempre dai quartieri, dalle vie, dalle porte, dai muri, dalle insegne, dalle stanze, dai tavoli, dalle scrivanie, dalla materialità delle composizioni e delle strutture. Ed è un modo insolito di partire, quando si parla di editoria, un modo affascinante e sensuale” scrive Di Stefano. Che aggiunge: “Ci vorrebbero anche gli odori dei libri, ma già avere il colore delle pareti, i quadri, l’arredamento è disporsi in una prospettiva nuova rispetto alle abituali panoramiche storico-culturali”.

“Soprattutto c’è l’organizzazione della quotidianità” si legge. “E nella quotidianità non ci sono soltanto gli editori e i direttori editoriali, ci sono nomi non carismatici, invisibili faticatori del libro. Alla Sellerio non ci sono solo Antonio e Olivia, gli eredi di Elvira e di Enzo, c’è il quasi novantenne Beppe Ajello che ‘sembra il personaggio di un romanzo’, il quale condivide con Delia Poerio la stanza dove passano tutti i manoscritti in arrivo. Circa tremila l’anno, tanti dei quali sono invii indistinti che probabilmente vengono mandati anche ad altri editori: il modo più sicuro per farsi bocciare”.

Quel che colpisce nella radiografia e nella geografia di queste 14 tappe “che riflette, più o meno, la densità editoriale italiana”, “e di cui sono consapevoli per primi gli editori – scrive Di Stefano – è la ‘non pianificabilità’ dei successi. Se chiedete a un addetto ai lavori quanti titoli, a parte (ma non sempre) i bestseller internazionali annunciati, hanno ottenuto i risultati previsti, vi sentirete rispondere con una percentuale minima. Ciò che conta è il lavoro serio, la visione, quella che Ernesto Franco, direttore generale dell’Einaudi, chiama felicemente ‘l’intenzione’, è fondamentale, così come la coerenza nel portare avanti un’idea (e un autore). Il marketing aiuta, ma non è mai determinante in partenza. E l’arroganza non è indispensabile, visto che la volontà di concentrazione ha finito per produrre un quadro più differenziato di prima e considerando che anche i piccoli, negli ultimi tempi, hanno avuto soddisfazioni da classifica”. Il caso de L’amica geniale di Elena Ferrante, diventato un caso editoriale mondiale, e della piccola e/o che l’ha lanciata, è al tempo stesso anche un caso di scuola illuminante in questo senso.. Frutto di “versatilità, eclettismo” editoriale.

E in base a questo andamento ed esperienza la riflessione editoriale che scaturisce è che “è sulla diversità che bisogna puntare, non sull’omologazione”.  Tra il piacere di (continuare a) essere artigianali ma al tempo stesso anche determinati a raggiungere un pubblico più ampio. Tra rifiuto della managerialità e ricerca dell’affermazione con le proprie forze. In primis, la forza delle idee, della proposta, della ricerca culturale. Un lavoro che resta, in fondo, bohémien.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.

Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.

Silvia, la nostra coscienza perduta tra i sentieri battuti dell’Africa

rapimento silvia romano libro ferrari

Dove si trova Silvia Romano? Da sei mesi non se ne sa più nulla e questa ragazza, simbolo di un’Italia altruista che vede nell’Africa non un serbatoio di minacce ma di opportunità, sembra sparita tra il Kenya e, chissà, la Somalia.

Una storia, la sua, che meriterebbe ben altre mobilitazioni rispetto all’interesse dimostrato sulle prime dai media, ben presto scemato.

Silvia, tecnicamente una giovane cooperante da poco laureata, si trova nel limbo dei semidimenticati: insieme ad altri italiani, religiosi e no, che stanno pagando con la prigionia il desiderio di testimoniare come ci sia qualcosa di più alto dell’egoismo e più profondo dell’egotismo. Gente che aiuta davvero gli altri a casa loro.

Il caso ora viene riportato nel cono di interesse dei media e della pubblica opinione da un libro dedicato alla vicenda dal giornalista dell’Agi Angelo Ferrari.

Esperto conoscitore dell’Africa, dove ha vissuto a lungo, Ferrari ricostruisce le tappe del rapimento sotto forma di diario, fin dal primo istante, da quando la giovane donna viene prelevata da un gruppo di armati.

Ne scaturisce “Silvia. Diario di un rapimento” disponibile su carta ed in formato ebook per i tipi della casa editrice People.

La verità è in un gioco di specchi

Si interroga Antonella Rampino nell’introduzione: “La domanda su dove si trovi ora Silvia Romano è da formulare in altri termini. È questa, in realtà: Che cosa ci dice di noi, cosa racconta dell’Italia, a mesi e mesi dal suo rapimento, questa domanda?”.

rapimento silvia romano libro ferrari

 Foto: Facebook

  Silvia Costanza Romano 

Dal 20 novembre dello scorso anno ad oggi il caso Romano è stato un accavallarsi di speranze e timori, ottimismi (spesso esagerati, spesso fuorvianti) e depistaggi veri e propri.

Come quasi sempre in casi si questo genere, la verità va vista e decrittata attraverso un gioco di specchi, dove la difficoltà di interpretare uno sguardo o una parola, o un’allusione, si assomma a quella di cercare fisicamente un gruppo di armati negli spazi immensi del Kenya.

Ha scritto in questi mesi Ferrari, sintetizzando con maestria l’incertezza che si somma ad incertezza: “Le forze di polizia keniane non dicono nulla. Le autorità italiane nemmeno. Come interpretare questo silenzio? Un sequestro messo in atto da una banda di criminali comuni che, però, con il tempo pare essersi sfaldata, dopo l’arresto di uno dei componenti. Non è chiaro se la giovane sia passata di mano, magari venduta ad una banda di criminali più organizzata. Non è chiaro, nemmeno, dove si trovi la giovane cooperante italiana”.

E così l’interrogativo di fondo resta irrisolto, la domanda continua a rimbalzare nella testa di chi non liquida una scelta esistenziale di generosità alla stregua di un atto di irresponsabilità. Dove si trova quella ragazza? Trovare lei sarebbe ritrovare una parte della nostra anima.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.

Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.

È morto Nanni Balestrini

morto nanni balestrini

È morto lo scrittore, Nanni Balestrini. Lo comunica con un post su Facebook la casa editrice Derive e Approdi che pubblica anche una sua immagine: “È con tristezza e dolore – si legge – che informiamo della scomparsa di Nanni Balestrini. Una scomparsa, non solo per noi, incolmabile”. Balestrini, 83 anni, si è spento all’ospedale San Giovanni Addolorata di Roma dopo una breve malattia. 

“Distintosi per uno sperimentalismo spinto fino all’adozione di tecniche sempre riconducibili al collage e a una diffusa intuizione circa l’incidenza del caso sul fare poetico, Balestrini è stato anche animatore culturale, curatore di antologie, portavoce del dissenso politico”, ricorda il Corriere, “precursore della Neoavanguardia, aveva poi dato espressione letteraria alle inquietudini del mondo giovanile sfociate nella contestazione, anche attraverso la militanza estremista che lo aveva costretto a riparare in Francia per sfuggire all’arresto nel 1979”.

“Nato a Milano nel 1935, era nemmeno trentenne nella stagione più intensa della Neoavanguardia e del Gruppo 63 – leggiamo su Repubblica – A quattro mani con Alfredo Giuliani, già nel 1964, pubblica da Feltrinelli un primo bilancio delle esperienze che si erano aggregate intorno allo storico convegno di Palermo; due anni dopo teorizza “Il romanzo sperimentale” (Feltrinelli 1966) e ne ha già fatto proprie le istanze fino in fondo, scrivendo il suo “romanzo multiplo” Tristano e più avanti, nel 1971, quel libro il cui titolo segna un intero decennio: “Vogliamo tutto”. Storia di fabbrica e di rabbia, con un linguaggio che rompe molti schemi della letteratura industriale degli anni Sessanta”.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.

Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.

Il potere? Una storia raccontata da donne. Parola di Elena Ferrante

elena ferrante potere donne

Gli uomini “per secoli hanno colonizzato la narrazione”. Ma ora “quell’epoca è finita”. Lo scrive Elena Ferrante, in un saggio breve pubblicato dal New York Times nell’ambito di una serie di articoli in cui una decina di pensatori rispondono ad u’unica domanda. Questa: “Cos’è il potere?”.

Risponde la scrittrice: “Difficile da maneggiare, grandemente desiderato, per millenni ogni espressione del potere è stata condizionata da atteggiamenti maschili nei confronti della realtà. Pertanto alle donne sembra che il potere possa essere esercitato solo nelle modalità in cui gli uomini lo hanno esercitato tradizionalmente”.

In realtà “una forma di potere che mi ha affascinato sin da quando ero giovane era il potere della narrazione”. Una forma di potere “non insignificante perché il racconto dà forma all’esoerienza, può attirare il lettore nella sua rete, portare ordine al caos della realtà sotto il proprio sigillo, e da questo punto di vista non è poi così lontana dal potere politico”.

Dieci giornate e sette giovani narratrici

Al momento della lettura del Decamerone di Boccaccio, ricorda Elena Ferrante, l’impressione fu che il padre della narrativa europea “desse una certa speranza”: sette dei dieci giovani che raccontano le novelle nelle dieci giornate erano donne. “Nel mondo reale le cose erano molto diverse”, aggiunge.

Infatti “il potere è ancora fermamente nelle mani degli uomini e se, in società dalle solide tradizioni democratiche, ci viene dato più frequentemente accesso a posizioni di comando, questo avviene solo a condizione che da parte delle donne si dimostri l’aver interiorizzato il metodo maschile nell’affrontare e risolvere i problemi”.

elena ferrante potere donne

 Scena dal Decamerone di Giovanni Boccaccio (Leemage/AFP)

Fortunatamente “le cose vanno cambiando rapidamente, ed i successi al femminile si moltiplicano” e sempre meno si sente affermare, come fosse un complimento, “Sei brava, sembri un uomo”. Si fa sempre più concreta l’idea che “il potere che le donne richiedono debba essere così solido ed attivo da permetterci di fare senza più apprezzamento maschile di sorta”

“Le sette narratrici del Decamerone non dovrebbero mai più essere messere in condizione di dover ricorrere a Giovanni Boccaccio per esprimersi”, conclude la scrittrice, “Insieme alle loro innumerevoli lettrici (già Boccaccio sapeva bene che gli uomini hanno altre cose da fare e quindi leggono poco) loro sanno come descrivere il mondo in modo del tutto originale. La narrazione femminile, operata con sapienza sempre più grande, sempre più diffusa e impertinente è ciò che deve ora assumere il potere”. 

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.

Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.

“Esiste una Teoria per ridare un’anima al capitalismo. È stata scritta molti anni fa”

la malfa keynes meridiani

“Il problema è sempre quello: salvare il capitalismo da se stesso”. Il libretto è sottile, più un pamphlet che un trattato, e le pagine hanno preso col tempo un tono di colore che dà sul paglierino. Sul frontespizio il simbolo della casa editrice: un lupo. “L’editore era il marito di Virginia Woolf, Leonard. Si conoscevano dai tempi di Cambridge”, racconta Giorgio La Malfa, anche lui uscito da Cambridge, ma sessant’anni dopo i fatti. 

The End of Lassez-faire, il libro che sfoglia con cura (è un pezzo ormai raro) è solo uno dei tremila volumi della sezione economica della fondazione dedicata a suo padre Ugo, partigiano azionista, segretario del Partito Repubblicano. Uno dei padri laici dell’Italia democratica.

Libri ovunque, nella sede della Fondazione Ugo La Malfa: un bel contrasto con la politica dell’urlo che si è venuta imponendo negli anni, fatta di scarsa riflessione e intensa adrenalina, problemi complessi e soluzioni semplici.

Semplici solo apparentemente, se non addirittura impraticabili. E i dilemmi di un capitalismo che ha portato alla crisi del 2008, senza generare gli anticorpi necessari ad impedire il suo ripetersi, restano tutti insoluti.

Anche per questo La Malfa, con il suo inglese parlato come una lingua madre e la sua profonda conoscenza dei processi dell’economia, riporta all’attenzione di politici e intellettuali gli insegnamenti di un grande padre dimenticato del Novecento. Si tratta di quel John Maynard Keynes che tratteggiò, profeta allora ascoltato, la riforma del capitalismo puro e duro.

Ne scaturì il “Trentennio d’oro” delle economie occidentali, dal ’45 al ’75: ricchezza creata e distribuita, conquiste sociali, vittoria sul modello marxista del socialismo reale. Che tempi.

Oggi gli scritti più importanti di Keynes, fra cui la Teoria generale dell’ocupazione dell’interesse e della moneta, tornano in Italia raccolti in un volume de I Meridiani Mondadori. Lo ha curato lo stesso La Malfa: oltre ai testi (valorizzati da una traduzione che rende giustizia al bell’inglese dell’originale) si possono sfogliare un approfondito saggio introduttivo ed una ricca annotazione dei testi di La Malfa e di Giovanni Farese.

“La ragione di fondo che ha portato alla pubblicazione di questo libro è duplice”, spiega La Malfa all’Agi, “Da una parte si tratta di dare ai giovani studiosi e intellettuali italiani un’opera dotata di un adeguato apparato critico. Dall’altra c’è un’esigenza di carattere politico. Di Keynes si deve tornare a valorizzare la visione complessiva dell’uomo, all’interno della quale proponeva soluzioni per i problemi dell’economia e della società. Era sì un economista, e di formazione era un matematico. Ma mentre si laureava in matematica studiava la filosofia. Non è un caso”.

Si direbbe il contrario dell’iperspecializzazione in voga adesso. Quasi una figura rinascimentale che riesce ad andare oltre i presunti dogmi della propria materia. 

“Giovedì prossimo verrà presentato questo volume all’Accademia dei Lincei. Ci sarà anche il Presidente della Repubblica. E questo mi fa molto piacere, è una presenza che ha un significato preciso rispetto al messaggio non solo economico ma anche sociale del pensiero di Keynes”.

Mattarella fin dall’inizio del settennato ha sottolineato l’idea della responsabilità sociale dell’impresa.

“Il punto di fondo del pensiero keynesiano è il rifiuto del fondamento utilitaristico dell’economia. Si può costruire una vera teoria economica sul concetto dell’uomo come puro homo economicus, ma si rischia di trascurare degli aspetti essenziali. L’economia, diceva Keynes, non è una scienza naturale, ma morale. Insomma: è parente dell’etica”.

E il capitalismo?

“Il capitalismo è una macchina molto efficiente, ma non efficiente in modo assoluto. Ha bisogno di un volante per essere indirizzato, per essere corretto nei suoi eccessi e nelle sue insufficienze. Non garantisce necessariamente la piena occupazione e la giustizia sociale, ad iniziare dai redditi. Spesso genera la stortura di redditi molto alti per pochi e molto bassi per molti. Senza considerare la disoccupazione”.

Una teoria quasi degna di Marx, che parlava dell’accumulazione di ricchezze sempre maggiori in un numero sempre minore di mani. Tutte mani capitaliste.

“In realtà Keynes conosce poco Marx e ne dà un giudizio sommariamente negativo. Conosce, però, e capisce bene Russia”.

la malfa keynes meridiani

 Università di Cambridge (Alberto Pezzali/AFP)

La Russia comunista?

“Keynes, che nella prima parte della vita era stato omosessuale, a un certo punto conosce Lydia Lopokova, una bellissima ballerina classica dei Ballets Russes di Sergej Djagilev, la sposa e con lei visita e conosce a fondo la Russia”. 

Potenza dell’amore. E che impressione ha della Russia?

“Keynes ricostruisce bene due aspetti essenziali del comunismo: la sua totale inefficienza in termini economici pratici e la sua formidabile capacità di attrarre quanti, a partire dalle classi operaie, hanno di che lamentarsi del capitalismo. E dice: o troviamo il modo per rendere efficiente il capitalismo o l’attuazione del comunismo sarà irresistibile. Lo scriverà anche a Franklin Delano Roosevelt, poco dopo la sua elezione alla Casa Bianca: “Se lei dovesse fallire, in tutto il mondo sarà gravemente pregiudicato il cambiamento su basi razionali e in campo rimarranno a scontrarsi solo l’ortodossia e la rivoluzione”.

la malfa keynes meridiani

Agf

Giorgio La Malfa

Roosevelt non fallì, per fortuna. Anzi, indicò la strada ad una intera generazione di politici del dopoguerra, anche in Italia.

“In Italia tutti i partiti del secondo dopoguerra sono keynesiani: democristiani, repubblicani, socialisti …  Tutti vogliono dare un’anima al capitalismo. Fanfani vara il piano casa all’interno di un progetto di società ben preciso, e anche per non far scivolare i meno abbienti verso il comunismo. Ora quello che deve emergere, anche da questo libro, è l’ispirazione politica del pensiero keynesiano, incentrata su un’idea ben precisa: come salvare il capitalismo da se stesso”.

Una volta il pericolo era che gli esclusi scivolassero verso il comunismo. Oggi si direbbe che il rischio è quello del populismo che invoca la propria sovranità sul bilancio dello Stato.

“A mio giudizio è lecito fare una spesa pubblica in deficit, ma per delle buone ragioni, cioè per degli investimenti. Ma non lo si può fare solo per ottenere due voti. Esiste anche un’altra lettera di Keynes, questa volta ad Hayek: in realtà la stima reciproca dei due era molto maggiore di quanto non si pensi. Keynes aveva appena finito di leggere “La strada per la schiavitù” di Hayek, e gli scriveva di essere d’accordo con lui sui pericoli della spesa pubblica: chi somministra alla società la medicina dell’intervento deve avere la cautela che hai tu”.

Comunque una posizione ben lontana dal reaganismo e dal thatcherismo. O dall’adorazione del pareggio di bilancio fine a se stesso.

“Anche chi in passato sosteneva l’austerità a tutti i costi adesso riconosce che quella cura non è servita a bloccare il debito pubblico. Questo è un punto.  Ma questo non costituisce una giustificazione per la dissipazione delle risorse pubbliche. Come in tutte le cose, bisogna avere capacità di discernimento”.

la malfa keynes meridiani

Franklin Delano Roosevelt e Winston Churchill (Ann Ronan Picture Library/AFP)

 Certo, in questi anni la sinistra ha molto ridotto la sua critica al capitalismo

“Oggi la più forte voce critica riguardo gli automatismi del mercato è rappresentata dal mondo cattolico. Una volta era il socialismo, ora non lo è più. Ho visto con molto interesse questa iniziativa di Papa Bergoglio, che ha convocato ad Assisi per una tre giorni, il prossimo anno, il mondo dell’economia e dell’impresa per dare un nuovo volto alla materia. Se venissi invitato ci andrei con grandissimo piacere a parlare di questi problemi.  La Chiesa una volta poteva apparire come portatrice di un rifiuto del capitalismo. Nel mondo contemporaneo, per l’appunto, si tratta di dargli un’anima”.

Colpisce, in Keynes, questa comunanza di sensibilità tra la cultura laica e quella cattolica o comunque religiosa.

“Nella biografia di Keynes ho ricordato che lui da parte di madre discendeva da una famiglia di predicatori battisti, usciti quindi dalla Chiesa Anglicana perché ispirati ad una visione più severa del cristianesimo. Lui non era credente, ma mantenne probabilmente un’impronta di questo tipo. Quanto alla madre, era una figura di grande spessore: il primo sindaco donna di Cambridge. Il cammino della modernità segue molte strade”.

E Giorgio La Malfa torna a sfogliare La fine del Lasseiz-faire. Un’idea, quella dell’“Arricchitevi!” di Guizot, che pare appartenere ad un mondo vecchio e lontano. O comunque non più in grado di rassicurare l’uomo contemporaneo.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.

Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.

La storia del coniglio più costoso al mondo e del suo creatore Jeff Koons

coniglio koons

“Rabbit”, il celebre coniglio realizzato nel 1986 dello statunitense Jeff Koons, è ora l’opera d’arte di un artista vivente più costosa della storia.

Per i critici d’arte, a cominciare dalla casa Christie’s, che oggi lo ha battuto all’asta per una cifra record di 91,1 milioni di dollari, si tratta di una delle sculture iconiche della storia dell’arte del secolo scorso, un’opera fondamentale, carica di significati e contraddizioni che poi sono le stesse della società contemporanea.

Chi è davvero il “Rabbit” dei record

Il coniglietto di Koons, alto 91,4 centimetri, è una scultura realizzata con un calco in acciaio inossidabile che gli dà quella lucentezza minimalista, facendolo apparire come il protagonista di un cartone animato.

Per i critici il “Rabbit” è allo stesso tempo “carino e imponente, divertente e frivolo, esuberante e perfetto, vacuo, monouso e immortale”, analizza il sito della celebre casa d’asta britannica.

Come pochi altri lavori della sua generazione, il coniglio di Koons è diventato una creazione riconoscibilissima, riprodotta decine di volte su copertine di libri, riviste e cataloghi di mostre ai quattro angoli del pianeta. 

E’ stato accolto, non solo dagli esperti, come un concentrato di contraddizioni intrinseche – leggero e pesante, duro e morbido – diventate la sua essenza, il suo più grande potere e la sua universalità in una società in rapida trasformazione e a sua volta contraddittoria.

Allo stesso tempo il vivace “Rabbit” di Koon senza volto è diventato un vero concentrato di significati e riferimenti ad altre rappresentazioni artistiche – tra cui Disney, Playboy, la Pasqua, l’infanzia, Brancusi, Lewis Carroll, i ready-made di Duchamp, i Silver Clouds di Andy Warhol – pur rimanendo impassibile nella sua apparenza e distaccato.

E’ stato un po’ tutti e nessuno allo stesso tempo.

Il coniglio si colloca nel periodo creativo in cui il suo inventore ha realizzato opere considerate da critici di carattere neo-geo, ma soprattutto giudicate come kitsch.

Si tratta di opere che riproducono oggetti comuni, quali giocattoli e soprammobili, ma il “Rabbit” è diventato la scultura più rappresentativa della serie denominata “Statuary”, accanto al busto di Luigi XIV, creata lo stesso anno, entrambi calchi in acciaio.

Koons ha volutamente scelto un materiale che incarnava i principi di efficienza e durevolezza, un materiale che ossessionava le case moderne. Essendo un materiale povero simile ai materiali ricchi, come l’argento, usarlo per produrre opere d’arte era utile a stimolare mobilità sociale, senza conflitti.

“Un materiale di poco costo dovrebbe essere reso più solenne per produrre mobilità nelle classi più povere, e allo stesso tempo per appagare l’aristocrazia” spiegava lo stesso Koons.

La scultura è stata creata nel 1986, in tre esemplari, oltre alla prova dell’artista.

Quella venduta oggi all’asta proviene dalla Collezione di S.I Newhouse, che non è più stata presentata al pubblico dal 1988. Un altro esemplare del ‘Rabbit’ è conservato alla Broad Foundation di Los Angeles e un altro è stato promesso al Museo di Arte contemporanea di Chicago dai suoi proprietari, Stefan T. Edlis e H. Gael Neeson.

La prima volta del “Rabbit” a New York

Quando venne mostrato per la prima volta alla galleria Ileana Sonnabend a New York nel 1986, la critica d’arte del ‘New York Times’, Roberta Smith, lo descrisse come “un coniglio oversize con carota fatto in plastica gonfiabile.

In acciaio inossidabile si presenta come un aggiornamento abbagliante delle forme perfette di Brancusi, anche se trasforma la lepre in un invasore giunto da un luogo ignoto”.

Il celebre direttore di museo Kirk Varnedoe lo considerò una “pietra miliare”, ricordando di essere rimasto “esterrefatto” quando lo vide per la prima volta in mostra alla Sonnabend.

E di lui il suo ideatore, un po’ come Geppetto con Pinocchio, diceva che “ha un aspetto lunare poiché si riflette. Non è interessato a te anche se allo stesso tempo lo è”.

Per gli esperti di Christie’s, “è luccicante come alcuni lussuosi idoli futuristici, ma è anche uno specchio per il pubblico: in lui si rispecchia chi lo osserva, inglobandolo nello spettacolo sempre mutevole che va di scena sulla sua superficie. Siamo tutti abbracciati da questo totem”.

Un successo mondiale e senza tempo, un evergreen che a distanza di 33 anni ha fatto segnare un record allo stravagante Koons: la riconquista dello scettro di artista vivente più caro mai pagato in asta, che gli era stato sottratto dall’inglese David Hockney lo scorso autunno. Il precedente primato era stato stabilito, infatti, il 15 novembre 2018 dal dipinto “Portrait of an artist (pool with two figures)” di Hockney, venduto da Christie’s a New York per 90.312.500 dollari.

Jeff Koons, re del kitsch e ex marito di Cicciolina​

Jeff Koons, 64 anni, spesso presentato come il re dell’arte kitsch, è anche noto per essere il marito della pornostar Ilona Staller, in arte Cicciolina.

Con le sue opere l’artista statunitense, nato a York il 21 gennaio 1955, illustra ironicamente l’american way of life e la sua tendenza al consumismo. Alla stregua del suo “Rabbit”, viene considerato un’icona dello stile neo-pop oltre ad essere uno degli artisti più ricchi al mondo.

Nel corso della propria carriera, Koons si è espresso attraverso l’utilizzo di un’ampia gamma di tecniche, tra cui scultura, pittura, installazioni e fotografia, e l’utilizzo di differenti materiali come pigmenti, plastica, gonfiabili, marmo, metalli e porcellana.

L’artista viene generalmente definito erede di Andy Warhol e continuatore della pop art. Altro autore a cui viene generalmente associato è Marcel Duchamp, del quale reinterpreta la tecnica del ready-made

Dopo gli studi presso il Maryland Institute College of Art di Baltimora (1972–1976) e l’Art Institute di Chicago (1975–1976), Koons lavora come operatore di borsa presso Wall Street e al Moma di New York.

Le sue primissime opere risalgono alla fine degli anni 70’, e includono alcune composizioni di fiori e giocattoli gonfiabili disposti su superfici specchianti come, ad esempio, “Inflatable Flowers” (1979) composto da due fiori poggianti su uno specchio.

Con la serie “The Pre-New” combina oggetti d’uso quotidiano come tostapane o teiere ad un fondo di metallo o a lampade al neon, creando composizioni da appendere al muro come quadri tradizionali.

La serie “The New”, che prende il nome dalla mostra allestita da Koons nel 1980 al New Museum of Contemporary Art di New York, è composta da comuni aspirapolvere racchiusi in teche trasparenti e illuminati da luci al neon. Messi in vetrina come al supermercato, ma isolati dalla loro funzione pratica, gli aspirapolvere di Koons diventano oggetti da contemplare per la loro bellezza, nuovi per sempre in quanto destinati a non essere mai usati.

Dello stesso periodo del suo “Rabbit” e del busto di Luigi XIV risalgono le sculture appartenenti alla serie “Luxury and Degradation”, dedicata ad indagare la relazione fra alcolismo, pubblicità e classi sociali, lavori in porcellana quali “Michael Jackson and Bubbles” (1988) e “Pink Panther”(1988), appartenenti alla serie “Banality” nonché, a partire dagli anni ’90, i “Puppy”: enormi sculture botaniche raffiguranti animali.

Gli anni 90’ sono quelli della love story con Cicciolina, sposata nel 1991, con la quale ha avuto un figlio, Ludwig.

coniglio koons

 Jeff Koons e Ilona Staller all’epoca del loro matrimonio (EPA/AFP)

L’unione non è durata molto e la coppia si separa poco dopo la nascita del figlio, nel 1992, protagonista di una dura battaglia legale per il suo affidamento.

Molte delle opere di carattere hard firmate da Koons in quel periodo sono ispirate alla moglie, con scene di sesso e con l’artista stesso come coprotagonista, ad esempio nella serie serie “Made in Heaven” (1989-1991), complessa installazione comprendente fotografie e sculture appartenenti alla serie viene esposta alla Biennale di Venezia del 1990.

Connessa alla storia d’amore e d’arte con la Staller anche la serie “Celebration” che, a partire dalla metà degli anni ’90, celebra la nascita e l’infanzia del figlio Ludwig con quadri e monumentali sculture che riproducono oggetti legati a momenti spensierati come feste, compleanni o vacanze, e comprende le cinque versioni in cinque diversi colori dei “Ballon Dog”.

L’artista dai mille successi e riconoscimenti

Nel 2001, il presidente della Repubblica francese Jacques Chirac lo nomina ‘Chevalier de la Légion d’Honneur’.

La sua ricerca prosegue, a partire dai primi anni del 2000 con la serie “Popeye” con la quale Koons trasferisce la tecnica del collage dalla pittura alla scultura, proponendo installazioni composte da calchi in alluminio di giocattoli gonfiabili combinati con altri oggetti come pentole o sedie e destinate ad essere appese al soffitto con delle catene come, ad esempio, “Monkeys” (Chair) (2003), “Lobster” (2003) e “Caterpillar Ladder” (2003). Seguono la serie “Hulk Elvis”, che somiglia alla figura di Elvis Presley ritratta nelle stampe di Andy Warhol, e “Antiquity” con “Balloon Venus”.

Nel 2006 a Venezia espone “Hanging Heart” per la mostra “Where are We Going? Works from the François Pinault Collection”.

Nel 2013 partecipa alla realizzazione della cover dell’album Artpop di Lady Gaga, creando appositamente per il disco una statua di cera raffigurante la cantante.

Nel 2014 il Whitney Museum of American Art lo celebra con una grande retrospettiva, che nel 2015 viene trasferita prima a Parigi, al Centro Georges Pompidou, e poi al Guggenheim di Bilbao, con grande successo di pubblico.

Koons non è nuovo a cifre da capogiro nelle più prestigiose vendite all’asta: nel novembre 2013 da Christie’s la sua opera Balloon Dog (Orange) è stata venduta 58,4 milioni di dollari, diventando l’opera d’arte più costosa del mondo realizzata da un artista vivente. record battuto il 16 novembre 2018 da un dipinto di David Hockney acquistato per 90,3 milioni di dollari e di nuovo superato oggi grazie al suo fortunato “Rabbit”.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.

Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.

Leowalk, un’app per seguire le tracce di Leonardo a Milano

leowalk app Leonardo Milano

Una “web-app” permette di seguire le tracce di Leonardo Da Vinci a Milano, dove il genio toscano visse per una ventina di anni ai tempi di Ludovico il Moro. Si chiama Leowalk ed è disponibile online gratuitamente, in italiano e inglese. 

A guidare i 5 percorsi a tappe attraverso i luoghi che Leonardo ha frequentato nei vent’anni trascorsi nella città degli Sforza sarà la voce del conduttore radiofonico Carlo Pastore. Chi decide di seguire i percorsi, ascolterà i suoi racconti sull’atmosfera dell’epoca, l’arrivo di Leonardo alla corte di Ludovico con una lettera di presentazione in dieci punti e la ‘raccomandazione’ di Lorenzo il Magnifico.

La Milano del Quindicesimo secolo non pare così diversa dall’attuale, visto che anche a Leonardo, come a molti giovani di oggi, fu fra l’altro chiesto di lavorare per organizzare un “evento”: la “Festa del Paradiso” al Castello Sforzesco, e il genio toscano si produsse anche nell’ideazione di uno speciale cocktail afrodisiaco, l’Acquarosa.

L’iniziativa fa parte del palinsesto di eventi e proposte culturali della citta’ per celebrare il cinquecentenario della morte di Leonardo da Vinci ed è realizzato dalla Marketing & Communication Agency BrandMade in collaborazione con il Comune di Milano.

leowalk app Leonardo Milano

Come funziona l’app

“Leowalk – Sulle tracce di Leonardo” propone una mappa della Milano leonardiana da percorrere in 5 itinerari della durata compresa tra 37 minuti e 1 ora e mezza e lunghi tra i 3 e i 7 chilometri.

Ogni tappa di ogni percorso è accompagnata da testi e foto che narrano il forte legame di Leonardo con la città. Si parte dal Castello Sforzesco per passare dalla Pinacoteca e Biblioteca Ambrosiana, dove sono conservati il dipinto di Leonardo “Ritratto del Musico” e il celebre Codice Atlantico, fino al Duomo, al monumento a lui dedicato in Piazza Della Scala al Palazzo del Senato, dove è conservata l’unica firma autentica di Leonardo Da Vinci.

Gli altri itinerari prevedono un passaggio al monumento equestre in San Siro, al luogo in cui sorgeva la Casa dei Sanseverino, dove Leonardo era solito organizzare le sue feste, alla Casa Atellani, custode della Vigna di Leonardo, al Palazzo Reale, dove si suppone siano state eseguite le prove di volo della Vite aerea, e al Museo Poldi Pezzoli, che conserva il quadro di Leonardo “Madonna che allatta il Bambino”.

Sono previsti percorsi acquatici sui Navigli ideati da Leonardo, un passaggio a Brera e alla Biblioteca Trivulziana, situata nel Castello Sforzesco, che conserva alcuni preziosi scritti del Maestro, al Museo Nazionale della Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci, che ospita una mostra con le riproduzioni di alcune tra le più straordinarie opere di Leonardo e alla Veneranda Fabbrica del Duomo, il cui archivio serba documenti attestanti il coinvolgimento di Leonardo (attraverso una proposta mai accolta) nella progettazione del tiburio della cattedrale; naturalmente non puo’ mancare una visita al Cenacolo, la piu’ famosa “traccia” milanese di Leonardo Da Vinci.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.

Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.

La Torre Eiffel compie 130 anni. E in origine era di un altro colore

Tour Eiffel 130 anni

Artokoloro / Quint Lox / ARTOKOLORO QUINT LOX / Aurimages

Il cantiere di costruzione della Torre Eiffel nel 1890

A Parigi 130 anni fa, il 15 maggio 1889, la Tour Eiffel apriva al pubblico, nel giorno dell’inaugurazione dell’Esposizione universale di cui era la principale attrazione. In base al progetto la torre più alta al mondo per l’epoca avrebbe dovuto essere smontata al massimo dopo due decenni, ma 130 anni dopo e molti interventi di restauro, la ‘Dame de fer’, monumento iconico della capitale francese diventato un simbolo universale, troneggia orgogliosa sul lungo Senna, tra il Campo di Marte e il Trocadero.

La sua nascita è strettamente collegata all’Expo universale del 1889 per celebrare il centenario della Rivoluzione francese. Qualche anno prima un concorso venne indetto in vista della costruzione di un’opera che avrebbe dovuto dimostrare al mondo intero l’ottimo stato di salute economica della Francia, la sua ‘grandeur‘.

Decine di progetti furono consegnati, ma quello vincitore, datato 1884, era a firma di Emile Nouguier e Maurice Koechlin, due ingegneri dello studio ‘Eiffel & Compagnie‘. Il suo titolare, Gustave Eiffel, anche lui ingegnere e imprenditore specializzato nelle opere metalliche e le strutture in legname, ricomprò il brevetto ai due impiegati.

Per l’epoca si trattò di un progetto folle, un miracolo dell’ingegno umano: nella versione iniziale, la torre non superava gli 80 metri, ma alla fine raggiunse quota 300. La sua architettura ed estetica furono perfezionate anche grazie all’intervento dell’architetto Stephen Sauvestre che collaborò con Eiffel e gli organizzatori dell’Expo.

Dopo tre anni di studio la costruzione ebbe inizio nel 1887 e fu portata a termine da 300 operai in un tempo record di 2 anni, 2 mesi e 5 giorni. E per giunta senza alcun incidente mortale, ad eccezione di quello di un operaio che nel suo giorno di riposo domenicale si mise a scalare la torre in costruzione per impressionare la fidanzata ma morì cadendo.

Ci vollero 5 mesi solo per realizzare le fondamenta della Torre Eiffel, sul Lungosenna, mentre gli elementi che la compongono sono stati costruiti nella fabbrica di Eiffel a Levallois-Perret, alle porte di Parigi, trasportati e assemblati in loco. Per procurarsi 8 mila tonnellate di ferro realizzato con la tecnica del ‘puddellaggio’ – un materiale moderno, molto resistente, simbolo del progresso tecnico e dell’era industriale – Eiffel si rivolse a Auguste Dupont, fondatore delle acciaierie Fould-Dupont con sede nella cittadina di Pompey, che a sua volta si rifornì nelle due miniere algerine di Zaccar e Rouina.

All’epoca la torre di 300 metri – 312 successivamente con le antenne radio e 324 oggi – ottenne il record mondiale di altezza e ha conservato il primato per 40 anni, fino alla costruzione nel 1929 del Chrysler Building di New York, alto 319 metri.

Ma questa costruzione gigante in ferro saldato – inizialmente di colore rosso – nel cuore di Parigi suscitò l’avversione di numerosi artisti ed intellettuali famosi che si costituirono in un collettivo per cercare di ostacolarne la costruzione con ogni mezzo, a cominciare dalla stampa. Tra i tanti ‘j’accuse’ pubblicati sui giornali è passata alla storia la lettera a firma, tra gli altri, di Emile Zola e Guy de Maupassant, indirizzata all’ingegnere Jean-Charles Adolphe Alphan, direttore dei lavori della Tour Eiffel, uno dei principali protagonisti del riassetto urbanistico di Parigi voluto dal barone Haussmann.

‘Carcassa’, ‘giraffa’, ‘prostituta che apre le gambe’, ‘lampadario tragico’, ‘supposta bucata’, ‘fallo gigante’ sono alcuni dei soprannomi sferzanti dei detrattori della Tour Eiffel, autoproclamati difensori dell’eleganza e del buon gusto nella Parigi delle Belle Epoque. La costruzione venne conclusa domenica 31 marzo 1889 e lo stesso giorno, alle 13.30, fu inaugurata mentre gli operai erano ancora al lavoro: Eiffel innalzò un tricolore in cima alla torre, alla presenza di alcune personalità del governo, del Comune di Parigi e dei vertici dell’Esposizione universale.

La celebrazione proseguì ai piedi della torre, con un vibrante omaggio di Eiffel a tutti i lavoratori. “Ho provato grande soddisfazione nell’aver visto sventolare la nostra bandiera nazionale sull’edificio più alto mai costruito dall’uomo” ha detto l’ingegnere francese, tra i più famosi della storia dell’edilizia moderna. Il 15 maggio 1889 l’Expo universale venne inaugurata e la torre aprì al pubblico, ma senza ascensore funzionante. Fu un successo immediato: solo la prima settimana 300 mila visitatori salirono i 1.710 gradini fino al vertice. Gli ascensori entrarono in servizio il 26 maggio. Alla luce dell’importante successo di pubblico – con 2 milioni di visitatori nei sei mesi dell’esposizione, conclusa il 6 novembre – le polemiche si placarono.

Da allora la Torre Eiffel, salvata dalla chiusura dal suo stesso fondatore, non ha mai smesso di rinnovarsi, illuminandosi col tricolore francese in alcune occasione, scintillante con luci bianche come diamanti in altre, o di rosa nella giornata di lotta contro il tumore al seno. Per celebrarla, 130 anni dopo, il comune di Parigi ha in agenda numerosi eventi lanciati lo scorso 30 marzo e che si protrarranno per diversi mesi: concerti, spettacoli, mostre, visite guidate, laboratori per bambini. Tra gli omaggi più vibranti alla ‘Dame de fer’ un ‘adventure game’ chiamato ‘Il dossier segreto della Torre Eiffel’ e uno spettacolo al Teatro dei Mathurins, ‘La Torre di 300 metri’, che ripercorre la storia della sua costruzione con personaggi storici e di finzione. 

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.

Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.