Cultura

La lirica non si arrende al Covid

AGI – “Siamo consapevoli della gravità e della delicatezza della situazione generale in cui versa il Paese e non possiamo non prendere atto delle parole del Presidente del Consiglio e del Ministro Franceschini con riferimento alle recenti decisioni del Governo”. Lo affermano Francesco Giambrone e Fulvio Macciardi, rispettivamente presidente e vicepresidente dell’Associazione Nazionale Fondazioni Lirico Sinfoniche (Anfols) la cui assemblea si è riunita in via d’urgenza per valutare le conseguenze del Dpcm che ha disposto la sospensione degli spettacoli.

Governo riduca al minimo questa fase

 “Compatibilmente con la gravità della situazione nella quale ci troviamo e con l’evoluzione del quadro epidemiologico – proseguono Giambrone e Macciardi – sollecitiamo, laddove possibile, di ripensare la decisione di chiudere i teatri e in ogni caso confidiamo nella volontà manifestata dal Governo di ridurre al minimo questa fase di dolorosa chiusura. Abbiamo dimostrato in questi mesi che i teatri sono luoghi che possono essere messi in sicurezza in maniera da garantire la salute del pubblico e dei dipendenti. Anche se ci rendiamo conto che in questo drammatico momento la prima priorità è la salute pubblica”.  

Tenere vivo il rapporto col pubblico

 L’Anfols ha deciso di darsi l’orizzonte temporale stabilito dal Dpcm e di valutare cosa fare fino al 24 novembre. “Abbiamo condiviso l’esigenza di rispondere alla paradossale situazione in cui ci troveremo da oggi e fino al 24 novembre di non poter accogliere il pubblico nei nostri teatri – dichiarano ancora il presidente ed il vicepresidente – utilizzeremo tutti gli strumenti a nostra disposizione con l’obiettivo di scongiurare il blocco totale di tutte le attività e, soprattutto, di tenere vivo il rapporto con il pubblico e tutelare l’occupazione e il lavoro di centinaia di artisti e tecnici che operano nei nostri teatri”. 

Continua a leggere – Fonte dell’articolo

 

Trenta anni senza Tognazzi, inventò la supercazzola

AGI – Ricorrono domani, i trent’anni dalla morte di Ugo Tognazzi, scomparso improvvisamente nel sonno il 27 ottobre 1990 per un’emorragia cerebrale all’età di 68 anni. è stato uno dei grandi interpreti del cinema italiano del dopoguerra che, insieme a Vittorio Gassman, Alberto Sordi, Nino Manfredi ha rappresentato nei film vizi (tanti) e virtù (poche) degli italiani. Tante le pellicole memorabili che sono anche lo specchio di un’epoca: da ‘I mostri’ (e ‘I nuovi mostri’) di Dino Risi che raccontano il lato oscuro degli ‘italiani brava gente’ ai tre film della serie ‘Amici miei’ di Mario Monicelli che ha segnato (anche culturalmente) una stagione cinematografica e lasciato in eredità espressioni – supercazzola (espressione del Conte Mascetti che oggi è addirittura un neologismo), come se fosse antani, zingarata, bella figlia dell’amor – che sono diventate più famose delle stesse pellicole; da capolavori come ‘Il federale’ di Luciano Salce, ‘La donna scimmia’ e ‘La grande abbuffata’ di Marco Ferreri o ‘Il vizietto’ di Edouard Molinaro a pellicole di grande impegno come ‘La tragedia di un uomo ridicolo’ o ‘La terrazza’ di Ettore Scola.

In 40 anni di carriera ha interpretato 148 film, lavorando con registi del calibro di Bertolucci, Pasolini, Dino Risi, Zampa, Pietrangeli, Monicelli, Ferreri, Comencini, Petri, Germi e Magni. Dopo aver iniziato con commedie leggere con Totò ed essere diventato celebre in coppia (sia in tv che al cinema) con Raimondo Vianello, l’approdo nella grande commedia d’autore con Salce e Ferreri e la consacrazione come uno dei massimi interpreti italiani che lo porterà, nel 1981 a vincere il premio a Cannes per la Miglior interpretazione maschile per ‘La tragedia di un uomo ridicolo’ di Bernardo Bertolucci (oltre a tre David di Donatello, quattro Nastri d’Argento, un Globo d’oro e due Grolle d’oro).

Nato a Cremona il 23 marzo 1922, figlio di un ispettore di una società di assicurazioni,

Continua a leggere – Fonte dell’articolo

 

A MIlano un ufficio per promuovere la street art

AGI – Un ufficio ad hoc per promuovere la street art. La giunta del Comune di Milano ha approvato una delibera che dà operatività all’Ufficio “Arte negli spazi pubblici” nato lo sorso aprile. In particolare avrà il compito di: censire le opere già presenti sul territorio, verificarne lo stato di conservazione, comunicarle e valorizzarle; promuovere la realizzazione di interventi coordinati di street art; pubblicizzare due cataloghi di muri appartenenti al patrimonio di Servizi abitativi pubblici del Comune di Milano, in gestione ad MM Spa, il primo riguardante superfici libere da vincoli di natura monumentale o paesaggistica, e il secondo invece relativo a superfici soggette a vincoli; coordinare le procedure di autorizzazione in collaborazione con le altre direzioni, e anche con gli altri istituti coinvolti nel caso di muri vincolati.

Con la delibera della giunta milanese si intende anche favorire il coinvolgimento dei cittadini attraverso la condivisione dei progetti con i Municipi, anche attraverso patti di collaborazione tra privati Comune e Municipi; definire, tramite un disciplinare-tipo, una procedura di autorizzazione delle superfici standardizzata e semplificata a beneficio della street art così da agevolare gli operatori locali nella istruttoria di richieste per nuovi progetti.

L’attivita’ dell’Ufficio “Arte negli spazi pubblici” è quindi tesa al raggiungimento degli obiettivi previsti dal documento “Milano 2020. Strategie di Adattamento”, che considera il nuovo uso e gestione dello spazio pubblico all’aperto come un elemento fondamentale di risposta alla situazione attuale di contenimento post-lockdown; ma anche agli scopi del piano per la Milano 2030, che esprime la volontà di trasformare le infrastrutture di connessione della città, e quindi anche il patrimonio abitativo, in elementi di ricucitura urbana, culturale e sociale.  

Continua a leggere – Fonte dell’articolo

 

Un libro racconta i misteri dell’archeologia tenendo alla larga i ciarlatani

Questo “Atlante dei luoghi misteriosi dell’antichità”, appena pubblicato da Bompiani, è un ottimo esempio di come si fa una corretta divulgazione archeologica e storiografica: i due autori, Francesco Bongiorni (illustratore) e Massimo Polidoro, sciolgono con chiarezza la maggior parte degli enigmi affrontati, che sono fra quelli su cui un pubblico sempre più numeroso di appassionati cerca da tempo una chiave di lettura interpretativa.

E su quei misteri che – per ora – rimangono tali, la rivelazione arriva comunque, chiara e limpida: ed è semplicemente l’ammissione che ancora non sappiamo, senza i voli di fantasia e le invenzioni cui indulgono i molti ciarlatani che infestano l’editoria della divulgazione culturale; non per nulla Polidoro è il segretario nazionale del Comitato Italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze (CICAP) e accanito accalappiatore di “bufale”.

Gli Autori riescono a raccontare con chiarezza e a spiegare sorridendo i tanti luoghi misteriosi, lontanissimi nello spazio e nel tempo, sui quali storiografi e archeologi hanno potuto fare luce, con una documentazione plausibile e studi improntati a raziocinio e sapienza.

Ma nel libro si espongono anche le diverse ipotesi avanzate di volta in volta e dei tentativi – riusciti e no – di svelare tutti quei misteri promessi dal titolo, compresi quelli che ancora sono inspiegati; e fra queste ipotesi non ci si tira indietro nemmeno nel citare – con la dovuta ironia – anche l’immancabile intervento degli extraterrestri, il cui soccorso ha consentito più volte a diversi fanta-archeologi di proporre rivelazioni che sovente risultano involontariamente comiche. Ben più emozionante è la lettura delle autentiche scoperte restituite dagli scavi di archeologi veri, raccontati in modo avvincente e con linguaggio perfettamente abbordabile anche da un lettore non necessariamente ferrato in storia antica.

I “luoghi misteriosi” che sono il filo conduttore del libro abbracciano tutte le latitudini e longitudini del nostro

Continua a leggere – Fonte dell’articolo

 

“Il corto sulla Calabria è inguardabile”, gli intellettuali attaccano Muccino

AGI – Gli intellettuali calabresi stroncano Gabriele Muccino. L’opera del regista, costata 1,6 milioni di euro e commissionata dal governo regionale per ridisegnare l’immagine della Calabria, non è piaciuta. Presentato al festival cinematografico di Roma, il cortometraggio è diventato “virale” sul web, accompagnato dai commenti negativi del popolo dei social. L’AGI ha raccolto le voci del mondo della cultura su un prodotto fortemente voluto dalla compianta governatrice Jole Santelli con lo scopo dichiarato di rilanciare la regione sul mercato turistico. “Un lavoro artisticamente incommentabile” risponde lo scrittore Gioacchino Criaco.

        “Muccino può piacere o no – dice – è certamente uno che di cinema ne capisce, ma il suo cortometraggio è di una pochezza assoluta che non ti aspetti”. Criaco, impegnato in questi giorni nella promozione del suo ultimo romanzo “L’ultimo drago d’Aspromonte”, conosce la materia. Il suo best seller “Anime Nere” è diventato un film. “Questo cortometraggio – aggiunge – è esattamente il contrario di quello che Jole Santelli voleva ottenere. Il suo ultimo post è stato dedicato proprio alla presentazione del corto di Muccino che, ripeto, è un prodotto incommentabile: carente sul piano della recitazione e su quello della sceneggiatura”. Criaco, molto attivo sui social, interviene costantemente sui problemi della sua regione. “C’è un errore di fondo – dice – in cui la politica calabrese incorre continuamente: che il problema principale della regione sia l’immagine e che cambiando certi stereotipi tutto si risolva. In realtà occorre prima un lungo processo culturale, occorre cambiare la sostanza delle cose, poi cambierà la percezione che si ha della Calabria. Adesso ci rideranno tutti dietro”.  

                “Atmosfere da padrino” 

       Non meno critico è Santo Gioffrè, autore di “Artemisia Sanchez”, romanzo  da cui è stata tratta una serie televisiva. “È volgare – spiega – perché trasmette l’idea di una colonia sottomessa alla madrepatria. Le atmosfere sono da Padrino, sembra

Continua a leggere – Fonte dell’articolo

 

L’ictus ferma la mano sinistra di Keith Jarrett : “Non sono più un pianista”

AGI – Keith Jarrett probabilmente non suonera’ piu’ in pubblico. Un ictus lo colpi’ a febbraio del 2018 e un altro a maggio dello stesso anno. A rivelarlo e’ il grande pianista jazz, interprete autorevole anche di musica classica, amatissimo in Italia, in una intervista al New York Times. “Ero paralizzato – ha detto, lasciandosi intervistare dal critico Nate Chinen al telefono mentre lui si trovava in una casa nel New Jersey – la mia parte sinistra era parzialmente paralizzata. Ero in grado di camminare servendomi di un bastone, me c’e’ voluto troppo tempo, oltre un anno. Non so – ha aggiunto – cosa ne sara’ di me in futuro. Non sento di essere un pianista. E’ tutto cio’ che riesco a dire”.

L’ultima volta di Jarrett in pubblico fu alla Carnegie Hall nel 2017, diverse settimane dopo l’elezione di Donald Trump, che lascio’ in lui molta amarezza, tanto da parlane alla platea durante quella esibizione. L’autore di ‘Koln Concert’ sarebbe dovuto tornare nella stessa sala a marzo dell’anno successivo ma il concerto venne annullato, insieme alle altre date della tournèe.

In quell’occasione la sua casa discografica, l’Ecm fondata da Manfred Eicher, si limitò a indicare in modo generico che all’origine delle cancellazioni vi erano ragioni di salute. Nell’intervista intitolata in modo significativo “Keith Jarrett fa i conti con un futuro senza pianoforte”, l’artista – a capo di indimenticabili trio, come quello storico con il bassista Gary Peacock e il batterista Jack DeJohnette, in album come “Standards Trio 1” e altri – ha raccontato di non aver realizzato quanto grave fosse stato il primo ictus.

Poi cominciarono a emergere altri sintomi, che lo convinsero a ricoverarsi in ospedale. Dimesso, il secondo ictus lo colse in casa. Da luglio del 2018 allo scorso mese di maggio Jarrett si e’ limitato a suonare al piano in casa, utilizzando solo la mano destra, ma con risultati per lui non esaltanti. “Pretendevo di essere Bach con una mano sola – ha detto – ma mi rendevo conto

Continua a leggere – Fonte dell’articolo

 

La scrittura della lotta

Ma no, lo stile “non ha niente da spartire con la forma, non è un fatto estetico”. Lo stile è “in un altrove irraggiungibile, in qualcosa che vedi ma non tocchi, che sogni ma non trovi, e ti lascia dentro quella malinconia che non toglie la luce dal tuo sguardo, ma lo vela. Quello è il tuo stile, la strada maestra dove chi ti cerca non ti trova, il sentiero dove chi si avventura trova solo te”. Già in quarta di copertina si dichiara la poetica di Antonio Franchini, ribadita con Il vecchio lottatore e altri racconti postemingueiani (NN Editore, pp.256, euro 17). Esce a dieci anni dal suo libro precedente, Signore delle lacrime, perché è tracciato anche sul rarefatto passo temporale, senza timore delle assenze, lo stile di un autore cui ogni recensione associa, per dovere d’ufficio, la qualità professionale di Lettore con la “elle” maiuscola riconosciuta al più celebrato editor italiano.

“La prosa è architettura, non decorazione d’interni, e il Barocco è finito”: questa la massima che dettò Hemingway in Morte nel pomeriggio, fra i libri ispiratori di Franchini nel racconto A un aficionado, dove le suggestioni della corrida, di tori e toreri e di un’arte tremenda vengono rilavorate per interrogarsi sulla vita e la perdita, sulla passione e il suo senso rispetto all’incombenza della fine, la cui rimozione è praticabile ma inammissibile per un toreo de verdad o per una scrittura che non sia semplice “decorazione d’interni”. È questa la sincerità dello stile che “non è un fatto estetico”, ma emana dalla sognata dimensione cui aspira chi scrive, chi pratica la lotta, chi s’arrampica in montagna o sfida sifoni fluviali in canoa. E questo è il mondo di Franchini scrittore, maestro di Brazilian jiu-jitsu, canoista, pescatore, con la sua necessità di un corpo immanente che metta ogni racconto

Continua a leggere – Fonte dell’articolo

 

A Nazca in Perù scoperto per caso il geoglifo di un gatto gigante

AGI – Il disegno di un gatto lungo 37 metri, vecchio di 2 mila anni, è stato rinvenuto per caso durante lavori di manutenzione nel sito archeologico di Nazca e Palpa, altopiano desertico del Perù meridionale. Si tratta dell’ultima insolita scoperta sulle linee geoglifi di Nazca, tracciate con pietre durante un periodo di oltre 700 anni, patrimonio dell’umanità dell’Unesco dal 1994.

“La figura del gatto di 37 metri era appena visibile e stava scomparendo poiché si trova su un terreno in forte pendenza, soggetto all’erosione naturale” ha riferito il ministero della Cultura, spiegando di aver lavorato per intere settimane per riuscire a ripulire e conservare il nuovo geoglifo. In tutta l’area dell’altopiano tra le città di Nazca e Palpa, che si estende per 80 km nel Sud del Paese, sono presenti numerosi geoglifi, tutti realizzati tra il 200 a.C. e il 600 d.C., che coprono una distanza totale di 50 chilometri.

“Ci stupiamo di trovare ancora nuovi disegni. Sappiamo che ne esistono altri ancora. Negli ultimi anni i droni ci hanno permesso di scattare foto delle colline”, ha precisato Johny Isla, archeologa responsabile delle linee peruviane. Secondo lei, il gatto in questione può essere datato tra il 500 a.C. e il 200 d.C., alla fine dell’era Paracas. La prima di queste grandi figure visibili solo da una certa altezza era stata individuata nel 1927 e dall’allora, ciclicamente gli archeologici identificano dall’alto piante e animali delineati sul terreno sabbioso.

Continua a leggere – Fonte dell’articolo

 

Bufalino e l’inquieto scrivere la vita, ritrovata la sua tesi di laurea

AGI – Lo scrivere come la vita, “un po’ cercarvi un ordine che c’inganni e ci salvi”. Nel fare ordine, a esempio, si è salvato un pezzo del patrimonio di Gesualdo Bufalino: la copia, destinata alla segreteria, della tesi di laurea dello scrittore di Comiso. E’ saltata fuori durante il trasferimento del materiale custodito nell’Archivio storico di ateneo dell’Università di Palermo nei nuovi locali del convento seicentesco di Sant’Antonino.   

Il dattiloscritto di novanta pagine reca sul frontespizio il titolo “Gli studi di archeologia e la formazione del gusto neoclassico in Europa (1738 – 1829)” e l’indicazione dell’anno accademico 1945-1946. In realtà Bufalino si sarebbe laureato a Palermo nel marzo del 1947, dopo avere ripreso gli studi intrapresi a Catania e interrotti bruscamente per la chiamata alle armi, sotto la guida del noto antifascista toscano Silvio Ferri (1890-1978), che dal primo dicembre del 1940 insegnava archeologia nell’Ateneo palermitano.

Nel titolo del dattiloscritto sono già riconoscibili i segni della più autentica cifra letteraria dell’autore di Diceria dell’untore, pubblicato nel 1981 ma pensato negli anni e negli ambienti in cui Bufalino era impegnato nella stesura della propria tesi di laurea, commenta il professore Mario Varvaro, delegato del rettore all’Archivio storico di ateneo. 

La tesi si annuncia,  “come l’incunabolo del gusto per la rievocazione e il recupero di ciò che è stato, proprio di uno scrittore educato e cresciuto al culto della memoria intesa come ‘spontaneo sortilegio di ombre cinesi, teca di magiche epifanie, cinematografo di larve dissepolte dalla sabbia del tempo’ (Museo d’ombre)”.   

In questo, l’archeologo e lo scrittore sono simili: entrambi restituiscono luce all’ombra, rinominano i segni muti del passato e lo fanno rivivere. Ma c’è dell’altro. compresa l’inquietudine indagatrice dell’autore di Cere perse: “Questo mi pare il compito civico e umanitario dello scrittore: farsi copista e insieme legislatore del caos, guardiano della legge e insieme turbatore della quiete.

Continua a leggere – Fonte dell’articolo

 

Morto Enzo Mari, icona del design italiano e mondiale

AGI – È morto a Milano, a 88 anni, Enzo Mari, icona del design italiano e mondiale. A dare la notizia è stato il presidente della Triennale, Stefano Boeri, in un post su Facebook: “Ciao Enzo. Te ne vai da Gigante”.

Nato in provincia di Novara, nel 1932, Mari ha frequentato l’Accademia di Brera dal 1952 al 1956, formandosi in letteratura e arte. Finiti gli studi, si è dedicato al disegno industriale, presentando il suo primo progetto al produttore di arredi milanese Danese nel 1957.

Dal 1963 al 1966 insegna presso la scuola della Società Umanitaria di Milano, continuerà ad insegnare sino agli anni 2000 in numerose istituzioni prestigiose tra cui il Politecnico di Milano, dove tiene diversi corsi nelle facoltà di Disegno Industriale e Architettura, o a Parma dove è docente di Storia dell’Arte.

Nel 1983 l’Università di Parma gli dedica una mostra personale, grazie a una collezione di 8.500 schizzi e disegni originali donati da Mari al Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’ateneo. Opere di Mari sono esposte nei principali musei di arte e design del mondo, tra cui, per esempio, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, o il Museum of Modern Art di New York o il Triennale Design Museum di Milano. 

“Con Enzo Mari se ne va un gigante del design italiano del Novecento. Un artista di fama mondiale, creatore di icone leggendarie, cinque volte Compasso d’Oro, un maestro che con la sua riflessione teorica ha formato generazioni di designer. Milano lo ricorderà sempre” ha dichiarato il sindaco di Milano, Giuseppe Sala. 

Continua a leggere – Fonte dell’articolo