Innovazione

Dopo il fatto in casa, ecco il derivato di serie: cosa sapere su Emui 10 di Huawei

huawei emui 10

SUN YUNYI / IMAGINECHINA

Huawei

Due prodotti, la stessa filosofia. Dopo aver presentato il sistema operativo fatto in casa (HarmonyOS), Huawei ha lanciato la sua nuova versione di Android: Emui 10. Non è certo una sorpresa: il gruppo ha ribadito più volte che la collaborazione con Google (di cui Emui è figlio) è l’opzione preferita, tanto che HarmonyOS rivolge per il momento lo sguardo altrove (smart speaker e smartwatch).

Due strade, lo stesso orizzonte

In attesa che il quadro si schiarisca, Huawei procede lungo due tracce parallele. Non si toccano ma sono molto simili, come gli slogan con cui sono stati presentati i due sistemi operativi. Se HarmonyOS doveva rispondere a “un’esperienza intelligente su tutti i dispositivi e in ogni scenario”, la nuova versione di Emui punta a “permettere una ‘smart live’ in ogni scenario”. Praticamente la stessa cosa. Che sia un sistema operativo fatto in casa o derivato di Android, l’obiettivo di Huawei non cambia: si punta a far dialogare con meno attrito possibile più dispositivi. Il gruppo ha sottolineato in una nota che il futuro sarà caratterizzato da dispositivi intelligenti diversi e, di conseguenza, le loro applicazioni sono destinate a intersecarsi, se non a fondersi: “Gli utenti devono avere la stessa esperienza e l’accesso allo stesso servizio con qualsiasi dispositivo, indipendentemente da dove si trovino. Di conseguenza, gli sviluppatori devono affrontare grandi sfide nell’adattamento multi-dispositivo”.

Arriva la modalità “dark”

Oltre ai ritocchi grafici tipici di ogni nuova versione, la funzione che forse fa meglio cogliere questo aspetto riguarda chiamate e videochiamate, che potranno essere effettuate non solo da smartphone ma anche dagli altoparlanti intelligenti. Tra le funzionalità che ambiscono a un maggiore dialogo tra dispositivi c’è il mirroring. In pratica, quello che compare sul display dello smartphone sarà utilizzabile come fosse un pc, tramite collegamento wireless. Arriva, sull’onda della tendenza che la sta portando ovunque, anche la modalità “dark”, cioè scura per le ore notturne e per far riposare gli occhi. In attesa di testare il sistema operativo con mano, Emui 10 promette di essere più veloce rispetto al suo predecessore e di avere un consumo energetico inferiore. La versione beta sarà testata su P30 e P30 Pro dall’8 settembre. I primi smartphone Huawei ad arrivare in commercio con la nuova versione definitiva saranno i nuovi dispositivi della gamma Mate.

Un messaggio a Google (e a Trump)

La presentazione di Emui 10 è stata anche l’occasione per diffondere alcuni numeri: il sistema operativo di Huawei derivato da Android ha 500 milioni di utenti attivi ogni giorno, in 216 Paesi e in 77 lingue. Le statistiche mostrano tassi di aggiornamento del 79% per di Emui 8.0 e dell’84% per Emui 9.0. Gli utenti che aggiorneranno con la versione 10 dovrebbero essere circa 150 milioni. Informazioni come queste non sono un’anomalia. Nel contesto in cui vengono pronunciate, però, potrebbero essere un messaggio. Mezzo miliardo di utenti attivi vuol dire (al netto delle metriche differenti) avere un bella fetta dei 2,5 miliardi di dispositivi su cui gira Android (dato reso pubblico da Google lo scorso maggio). Non è un messaggio ostile, anche perché il nemico non è Mountain View (che dalla rottura con Huawei ci perderebbe). Il gruppo di Shenzhen ha parlato di “atteggiamento cooperativo e aperto”. Due aggettivi che si rivolgono agli sviluppatori, ma vanno dritti negli Stati Uniti.  

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Gli abiti progettati per confondere le telecamere di sorveglianza

abiti targhe auto

Fonte: Twitter

Le telecamere che incontriamo nella nostra quotidianità – ad esempio nei parcheggi o in altri luoghi pubblici – hanno la capacità di leggere le targhe delle automobili con l’obiettivo di seguirne e tracciarne i movimenti. Per questo è nata un’intera linea di abbigliamento per combattere quest’invadenza dei governi nella nostra privacy. L’idea dall’hacker e designer di moda Kate Rose, presentata sabato alla conferenza sulla sicurezza informatica DefCon di Las Vegas, si basa proprio sulla possibilità di confondere questi mezzi di sorveglianza. 

Gli abiti sviluppati dalla linea, denominata Adversarial Fashion, eludono questa capacità per non far mettere a fuoco quei numeri e quelle lettere che costituiscono una targa specifica e riconoscibile. Ancor più negli Stati Uniti dove è personalizzabile. La stilista ha presentato i suoi look caratterizzati da tante scritte rappresentate come se fossero targhe automobilistiche. Basta una t-shirt, una felpa o un vestito per disorientare il sistema di sicurezza.

In quell’occasione, come scrive il Guardian, Rose racconta di aver avuto la trovata chiacchierando con un amico ricercatore della Electronic Frontier Foundation Dave Maass che gli spiegava alcuni bug del sistema automatico di controllo delle targhe, il cosiddetto ALPR. “È un sistema di sorveglianza di massa che invade ogni parte della nostra vita. Ma se può essere ingannato da un tessuto, forse non dovremmo farci così tanto affidamento”.

Quello di Rose in realtà, a quanto pare, non è ancora un progetto imprenditoriale ben definito ma sembra piuttosto un atto politico, dimostrativo, un guanto di sfida al Big Brother tecnologico che vigila costantemente sulle nostre vite attraverso la tecnologia che ci ha messo in casa e nelle tasche. La sua missione è chiara: “Vorrei invitare le persone che pensano che questi sistemi siano fondamentali a trovare modi migliori per effettuare le loro verifiche”.

Non è la prima volta che si mette in evidenza come il sistema in questione abbia difficoltà oggettive a fare un lavoro pulito e preciso circa l’identificazione delle nostre targhe. All’interno dello stesso DefCon, ad esempio, durante una lezione di un altro hacker di nome Droogie, è stato mostrato come il sistema possa creare evidenti danni. Droogie ha raccontato la sua esperienza e di come tempo fa ebbe una geniale idea: per fare uno scherzetto all’ALPR personalizzò la propria targa utilizzando la parola “NULL”, ovvero il codice utilizzato in un certo numero di sistemi di database utilizzati per rappresentare una voce vuota.

In un lampo ha cominciato a ricevere notifiche di multe dal dipartimento di polizia di Los Angeles per un totale potenziale di 12 mila dollari. Il computer è cascato nel tranello fin troppo bene affibbiandogli ogni singola multa per eccesso di velocità per tutte quelle targhe trovate prive di validità. La polizia alla fine ha deciso di strappare le multe e Droogie ha subito cambiato targa. Ma le falle, nel sistema, sono invece rimaste. 

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Tumblr, l’ex unicorno venduto a WordPress per pochi spiccioli

vendita tumblr wordpress

NASIR KACHROO / NURPHOTO

Tumblr

Questa è la storia di un unicorno venduto al prezzo di un appartamento. Tumblr entra nella famiglia WordPress a un prezzo che dire scontato è poco. Il social network è stato venduta da Verizon Media ad Automattic, la società che controlla la piattaforma per la gestione di blog e siti. La cifra non è ufficiale, ma sarebbe lo zerovirgola di quella sborsata da Yahoo nel 2013: 1,1 miliardi di dollari.

Un’acquisizione al prezzo di un appartamento

Il passaggio ad Automattic sarebbe avvenuto – per un’acquisizione e visti i nomi in ballo – per pochi spiccioli. Il sito Axios aveva inizialmente parlato di una cifra “ben al di sotto” dei 20 milioni di dollari, ma l’autore dell’articolo, il giornalista Dan Primack, aveva consigliato su Twitter di soffermarsi sul “ben al di sotto” piuttosto che sui numeri.

Poco dopo, infatti, Primack ha scritto che Tumblr sarebbe finito nelle mani di WordPress per meno di 3 milioni di dollari. Cioè meno dello 0,3% di quanto pagato da Yahoo sei anni fa. Per dare l’idea della pochezza, BuzzFeed – perfido – ha scritto un articolo in stile agenzia immobiliare che s’intitola “Sette appartamenti che puoi comprare a New York allo stesso prezzo”.

Secondo il Wall Street Journal, che per primo ha pubblicato la notizia, Automattic dovrebbe mantenere i circa 200 dipendenti di Tumblr. Il ceo del nuovo proprietario, Matt Mullenweg, ha parlato di un marchio “iconico” e “complementare” con WordPress. Tumblr ha ancora 475 milioni di blog, ma le cifre dell’affare dimostrano quanto sia sfiorita rispetto ai tempi d’oro.

Una storia in discesa

Lanciata a New York nel 2007 da David Karp, la piattaforma è diventata molto popolare tra gli (allora) giovani, soprattutto con una vena artistica, tra scrittura e immagini. La concorrenza di WordPress e, ancor di più, di Reddit, Facebook e Instagram, hanno cambiato lo scenario, relegando Tumblr alla periferia digitale. Quell’acquisizione da 1,1 miliardi – che già al momento della firma era stata contestata al ceo Marissa Mayer perché troppo generosa per una società che fatturava poco o nulla – è presto diventata un peso per il bilancio di Yahoo. Tre anni dopo, il valore di Tumblr era già precipitato a 230 milioni.

Quando Verizon ha acquisito il gruppo nel 2017 per 4,48 miliardi di dollari, la piattaforma di blogging era inclusa nel pacchetto. E non aveva certo contribuito a rimpolparlo. Adesso Verizon Media (ex Oath, la costola di Verizon che fa da ombrello alle attività media che includono anche Huffington Post, AOL e TechCrunch) ha deciso di disfarsene a prezzo di saldo. È il segnale non solo della crisi di Tumblr, ma anche di una scelta strategica di Verizon: l’idea di raggruppare marchi del settore media per far sì che la somma superasse gli addendi non sta pagando. E così il gruppo ha deciso di alleggerirsi, mollando soprattutto la zavorra social: prima di Tumblr, nel 2018, ha venduto Flickr.

Quel pasticciccio del porno

Tumblr, oltre a non dare segnali di recupero, negli ultimi mesi ha portato parecchi grattacapi. Lo scorso novembre, Apple ha rimosso l’applicazione dall’App Store per aver violato le norme. I filtri di Tumblr non erano riusciti a bloccare la pubblicazione di immagini pedo-pornografiche. Pur di rientrare nelle grazie della Mela, la piattaforma ha deciso non solo di rafforzare i controlli, ma anche di proibire ogni immagine pornografica. Una decisione che si è rivelata un pasticcio. L’intelligenza artificiale incaricata di individuare le foto proibite non si è dimostrata efficace, bollando come hard normali immagini di oggetti e volti. E, soprattutto, ha provocato il fuggi fuggi da una piattaforma già in precario equilibrio.

Fino alla fine del 2018, infatti, Tumblr aveva accolto contenuti già da tempo vietati su altri social network: le norme più lasche consentivano la pubblicazione di immagini pornografiche o di contenuti artistici che non superavano le barriere di Facebook. Quanto le luci rosse pesassero su Tumblr lo ha rivelato un’indagine di TheVerge: tra dicembre 2018 e marzo 2019 (cioè da quando il bando è diventato operativo) il traffico della piattaforma sarebbe calato del 30%.

Insomma: il porno contava parecchio. Tanto che, quando a maggio Verizon Media ha iniziato a cercare un compratore, il primo a farsi avanti è stato MindGeek, il gruppo proprietario di Pornhub e YouPorn. Il vice presidente di Pornhub, Corey Price, aveva spiegato BuzzFeed il perché dell’interesse: prima che intervenisse l’algoritmo censorio, Tumblr era “un rifugio sicuro per coloro che volevano esplorare ed esprimere la propria sessualità”. Automattic, invece, sembra volersi dirigere altrove. Il Mullenweg ha spiegato al Wall Street Journal che “la compagnia intende mantenere le norme esistenti sul bando dei contenuti per adulti”.   

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Cercare un luogo con la nuova funzione Live View di Google Maps

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NASIR KACHROO / NURPHOTO

Google Maps

Google ha iniziato il rilascio di un nuovo aggiornamento per la sua applicazione Maps, con il quale sarà possibile sovrapporre le indicazioni del navigatore a ciò che vede l’occhio della fotocamera. Già disponibile in fase di test per i telefoni Pixel, prodotti da Google, la nuova funzione Live View potrà essere utilizzata anche dai dispositivi Android e iOs.

Grazie a Live View è possibile camminare seguendo le indicazioni sullo schermo, che saranno mostrate sovrapposte all’immagine in tempo reale dello scenario che l’utente ha davanti. Il sistema è stato pensato per consentire di ricevere indicazioni contestualizzate sul luogo nel quale ci si trova, eliminando così l’ultima barriera tra l’informazione che dà il dispositivo e il mondo circostante.

“Niente è come esplorare una città a piedi: è un ottimo modo per scoprire luoghi e suoni di un posto  nuovo. Ma può essere difficile sapere esattamente in quale direzione andare. Con una funzione beta chiamata Live View, puoi usare la realtà aumentata (AR) per vedere meglio da che parte andare quando ti muovi a piedi – si legge sul blog di Google – Le frecce e le indicazioni sono posizionate nel mondo reale per guidare il vostro cammino”.

Tra le altre novità introdotte da Google, anche una funzione che tiene traccia di tutte le prenotazioni aeree e gli alberghi in un’unica finestra operativa, disponibile anche in modalità offline. In questo modo l’utente potrà accedere a un’area riassuntiva del proprio viaggio che contiene biglietti aerei e dettagli delle prenotazioni d’albergo.

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“Vi racconto cosa vuol dire investire in una società di Elon Musk”

elon musk space x

FREDERIC J. BROWN / AFP

Chi ha investito nelle società di Elon Musk deve badare alle prospettive, ai fondamentali finanziari e a quelli delle proprie coronarie. “È un genio, anche se alcune sue uscite possono essere non adeguate”. Marco Valta sa cosa vuol dire perché ha puntato su Space X. Come ha fatto anche con Lime, AirBnB, la fintech Revolut, Snap prima che si quotasse.

Da BravoAvia ad AirBnB

Laureato in economia e commercio, un master a Berkeley, Valta è partito da imprenditore, fondando BravoAvia e vendendola a Bravofly. Poi è passato agli investimenti, puntando su circa 80 società e realizzato 17 exit negli ultimi sei anni. Ha creato un portafoglio fatto di early stage (cioè di investimenti su startup ai primissimi passi) e round più maturi. I primi sono più rischiosi, ma hanno ritorni potenzialmente molto maggiori. “Serve più intuito”. I secondi tendono ad avere rischio minore, ma richiedono una “quota d’ingresso” più onerosa, come quella sborsata per entrare in AirBnB quattro anni fa. In entrambi i casi, “sono fondamentali il network e il passaparola”.

Space X: investire su Elon Musk

Il miliardario americano, specie quando si è parlato di Tesla, ha regalato agli investitori gioie e sudori freddi. È stato più cauto, fino a ora, su Space X: “Se si guardano i pro e i contro di una società di Musk – spiega Valta – credo lui possa essere inserito in entrambi. È l’imprenditore più geniale del nostro tempo ma implica anche degli inconvenienti”. Non solo per le sue uscite social poco ortodosse o per le promesse che sparano in alto. Un investitore, spiega Valta, deve chiedersi: “E se succedesse qualcosa a Musk?”.

In società così legate alla figura di chi le guida, “perdere la sua vision potrebbe essere un fattore di rischio”. Meglio, allora, scavare e andare oltre Musk. “Ho puntato su Space X perché credo nel progetto. Ho avuto modo di conoscere ex founder di Paypal e altri investitori che stavano scommettendo sulla società e mi hanno fatto appassionare. I manager stanno costruendo un’azienda che si basi su diversi canali di revenue (dall’esplorazione spaziale ai satelliti) e si autosostenga”.

Lime e il futuro dei monopattini

Tra le scommesse di Valta in corso c’è quella in Lime, una delle società – assieme a Bird – che ha smosso il mercato dei monopattini elettrici in condivisione. Da Uber a Lyft fino a Ford: sono molte le società accorse per intercettare la spinta di quelli che in Usa chiamano “scooter”. Settore ad alto potenziale o bolla? “Credo che ci sarà una regolamentazione, perché i monopattini non possono essere lasciati ovunque. Dal punto di vista del business, mi spaventa il fatto che non c’è bisogno di grossi asset. Chiunque oggi raccolga capitale può lanciare una flotta con il suo software e arrivare sulle strade. Diventerà un gioco di acquisizioni. Reggerà chi si muoverà in modo più veloce, mentre chi non raccoglierà capitale sparirà”.

Da Snapchat ai nuovi social privati

Un altro investimento, più maturo, di Valta è stato quello in Snap, la società che ha portato in borsa Snapchat. Arrivata a Wall Street con promesse esorbitanti, dopo un’Ipo trionfale è colata a picco, un po’ per l’incapacità di generare profitti e un po’ perché Instagram e Facebook hanno importato la sua principale innovazione: i messaggi a scomparsa, le Storie. Valta ha evitato il tracollo post-Ipo perché ha venduto prima. “Da investitore il rischio del mercato non rientra nelle nostre competenze. Quando una società si quota o viene acquisita, creiamo liquidità”. Snap, quindi, è stato un affare: “Abbiamo realizzato un ottimo ritorno”.

Oggi il mercato è tornato a scommettere sul social guidato da Evan Spiegel, non si sa se più attratto da un conto economico non più così rosso o ingolosito dal prezzo di saldo. Snapchat è stato schiacciato da Zuckerberg, ma Valta è convinto che “ci sarà altro che farà diventare vecchio anche Instagram. Se me lo avessero chiesto quattro o cinque anni fa non avrei rinunciato a Facebook, oggi credo che potrei farlo. Zuckerberg ha detto che i social saranno sempre più ‘privati’. E questo vuol dire meno condivisione. È ancora presto per dire se diventeranno dei trend, ma negli Usa ci sono app che vogliono creare delle piccole community, costituite dai propri familiari o da un gruppo di amici”.

La presenza di un attore dominante, come Facebook nei social, non sarebbe un limite per un investitore. Tutt’altro. In un panorama in cui poche grandi società si espandono fino a includere settori lontani da quello originario (basti pensare ad Amazon con il food delivery o AirBnB con i viaggi), ci sono “grandi opportunità, perché – sottolinea Valta – se crei un servizio fatto bene e specifico che possa essere integrato, per le grandi società è meno costoso comprarlo che svilupparlo internamente. Anche perché non si acquisisce solo il servizio, ma anche le competenze, il team e gli utenti”.  

Investire è (anche) questione d’età

Metà del portafoglio di Valta è investito negli Stati Uniti e circa un terzo in Europa. Due universi che restano distanti: “In Silicon Valley c’è una propensione al rischio diversa. Il mercato statunitense è gigantesco, con una sola lingua e un marketing unico fatto per cinquanta Stati. Trovi fondi e startup che ti propongono moltissimi servizi, ci sono distretti dove trovi le professionalità capaci di farle crescere. La controparte è nei costi e nella maggiore concorrenza. Dal punto di vista delle competenze, ad esempio, l’Italia è uno dei mercati più interessanti”.

La distanza non è solo questione di risorse: “Spesso si vedono idee anche molto buone che però devono scontrarsi con la dimensione del mercato. Se è destinato solo all’Italia, quanto potrà crescere? Questo limita tantissimo gli investimenti”. Nel nostro Paese, poi, si aggiunge un altro fattore: “Credo ci sia una grossa differenza generazionale”, afferma Valta, che è un under 40. “Chi oggi ha le mani sul capitale appartiene a una generazione che, nella maggior parte dei casi, non ha propensione sufficiente a investire nel digitale. Se poi non lo fa in maniera professionale, c’è il rischio di essere attratti da chi fa un pitch migliore anche se sotto non c’è sostanza. È vero che il digital ti permette di scalare più velocemente, ma bisogna pur sempre creare un’azienda”.

Le nuove tendenze

La sfida di un investitore, come sempre, è quella di intercettare le tendenze prima che si consolidino. Quali sono quelle all’orizzonte? “Computer vision e realtà aumentata saranno un grosso trend”, afferma Valta. “Oggi se guardiamo le applicazioni di mappe, vengono fatte in 2D. Siamo ancora dei punti sulla cartina. Ci sarà una grossa innovazione con l’utilizzo della fotocamera che permetterà di collocarti in un luogo con la realtà aumentata in 3D. Oppure potrò fotografare delle scarpe e vedere subito il link per comprarle. L’altro grande trend è tutto quello che è analisi dei dati. È fondamentale per ogni azienda. Sapere cosa vuole un consumatore e cosa posso offrirgli permette di canalizzare tutto in modo vincente”.

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I monopattini elettrici non sono così green come sembrano. Uno studio

monopattini elettrici inquinamento manutenzione 
 

Foto: Nicolas Armer / DPA / dpa Picture-Alliance 

  E-scooter / monopattini elettrici

Sempre più utilizzati anche in Italia, i monopattini elettrici sono considerati spesso una risposta ai problemi di traffico e inquinamento. Ma una nuova ricerca pubblicata dall’Università della Carolina del Nord, mette in discussione in particolare quest’ultimo aspetto, suggerendo che la correlazione tra il cosiddetto scooter sharing e la diminuzione dell’impatto ambientale non sia così scontata come può apparire, soprattutto a causa della filiera produttiva di questo tipo di mezzi e della loro manutenzione.

Produzione, trasporto, ricarica delle batterie: secondo quanto scoperto dagli studiosi, l’impiego di monopattini elettrici in condivisione pone il problema dell’impatto generato da tutto ciò che riguarda le due ruote elettriche, soprattutto per quanto riguarda i sistemi cosiddetti “dockless”, ovvero che non prevedono la riconsegna a una torretta di ricarica e che di volta in volta devono essere alimentati da operatori in movimento.

monopattini elettrici inquinamento manutenzione 
 

LUIZ SOUZA / NURPHOTO

Monopattini elettrici

“Se si pensa solo alla parte visibile del ciclo di vita, quindi a bordo di un veicolo privo di tubi di scappamento, è facile ipotizzare (che i consumi siano ridotti)”, ha spiegato a The Verge Jeremiah Johnson, autore dello studio e professore associato di ingegneria civile ed edilizia ambientale dell’Università della Carolina del Nord. “Ma se fai un passo indietro, puoi vedere tutte le altre cose che sono un po’ nascoste nel processo”.

A partire dalla produzione dei materiali che compongono gli scooter (monopattini), come evidenzia lo studio. Dalle batterie al litio alle parti in alluminio, la gran parte dei veicoli in commercio sono composti di elementi prodotti in Cina, che poi li invia nelle destinazioni d’uso. Alla produzione industriale, sono da aggiungere il trasporto dei mezzi, le continue ricariche e la ridistribuzione periodica sul territorio, come parte del servizio di scooter sharing senza postazione di ricarica.

Per gli studiosi, questi elementi presi nel loro insieme svantaggiano molto l’impiego degli scooter elettrici per la riduzione dei consumi, che potrebbe essere addirittura maggiore di quella degli autobus diesel in una zona trafficata.

Come riporta The Verge, le emissioni medie di gas serra per miglio di uno scooter equivalgono a circa 200 grammi di CO2. Più o meno il doppio dei 400 grammi per miglio del ciclo di vita di un’automobile. Il problema è che, secondo i ricercatori, solo un terzo degli spostamenti in scooter ne rimpiazza uno in automobile. A fronte del 34 per cento di persone che avrebbero utilizzato un’auto, il 49 per cento sarebbe andato a piedi, l’undici per cento avrebbe preso un autobus e, infine, il 7 per cento avrebbe rinunciato al viaggio.

In parole povere, l’impatto di simili mezzi sarebbe più positivo se servisse soprattutto a ridurre la quantità di automobili, non di pedoni.

monopattini elettrici inquinamento manutenzione 
 

 Afp

 I monopattini elettrici della Spin a San Francisco

Ma il problema principale, per Paesi come gli Stati Uniti che producono circa il 63 per cento della propria energia da combustibili fossili, non è solo legato alla ricarica dei mezzi. Lo studio evidenzia che i consumi sono resi più importanti dal materiale utilizzato per la produzione dei veicoli – prevalentemente alluminio – e dal consumo degli operatori incaricati di ricaricare gli scooter ogni giorno.

A fronte di questi dati, i ricercatori hanno anche ipotizzato una serie di scelte che potrebbero rendere molto più efficienti i mezzi elettrici. A partire dall’estensione del ciclo di vita di ciascuno scooter, tramite l’impiego di materiali migliori che ne garantiscano un ciclo di vita più esteso: “Se le compagnie dei monopattini riuscissero a estendere la vita dei loro mezzi senza raddoppiare l’impatto di materiali e produzione, questo ne ridurrebbe di molto l’impatto per miglio – spiega Johnson – Se riuscissimo a farli durare due anni, già avremmo un netto miglioramento”.

La mobilità condivisa in Italia

Secondo i dati dell’Osservatorio nazionale sharing mobility, anche in Italia negli ultimi anni si è registrato un sensibile aumento della diffusione di mezzi condivisi. Solo per il noleggio di scooter elettrici, la crescita sarebbe stata del 285 per cento in un anno, per un mercato della dimensione complessiva di 33 milioni di spostamenti su mezzi condivisi nell’arco del 2018. Ma a favorire la diffusione di mezzi elettrici, per privati e società di noleggio, ci sono anche gli incentivi voluti dal governo e varati a fine del 2018. Sicuramente un aiuto a chi vuole convertirsi a mezzi meno inquinanti, anche se per raggiungere questo obiettivo rimane importante affidarsi alla qualità anziché privilegiare il risparmio. 

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I veri motivi della crisi dei tablet

tablet crisi modelli mercato

FRANCESCO BUTTITTA / CULTURA CREATIVE

Tablet

Disse la Cassandra: i tablet scompariranno nel giro di pochi anni. L’estinzione sarebbe stata provocata da smartphone sempre più grandi e dal successo dei 2-in-1 (un po’ laptop e un po’ display da passeggio). È vero: l’età dell’oro dei tablet è passata. Secondo l’analisi di Idc, le vendite del secondo trimestre 2019 hanno registrato un calo del 5%. Male, ma non certo abbastanza da iniziare a recitare il de profundis. Mettiamola così: se si scommettesse un euro sulla ripresa del mercato, probabilmente sarebbe un euro perso. Ma un euro lo avrebbe perso anche chi, qualche anno fa, avesse puntato sulla rapida scomparsa dei tablet. Sono in declino, ma lento. E si stanno trasformando da dispositivi casalinghi a professionali, in un mercato che ha un chiaro vincitore: Apple. 

Il mercato cala ma non precipita

Tra aprile e giugno, sono stati venditi 32,2 milioni di tablet in tutto il mondo. Il calo del 5% anno su anno non fa certo stappare lo spumante, ma non è poi così nero. Idc parla di “declino modesto”, anche se segue il fragoroso tonfo dello scorso anno (-13,5%). Tra gennaio e marzo 2019 la flessione era stata del 5%. In altre parole: il marcato dei tablet sta rallentando a velocità costante, ma non sta sprofondando nonostante un periodo poco brillante per le vendite di hardware. Per fare un confronto: nel primo trimestre 2019, le vendite di smartphone sono calate del 6,6% (cioè più dei tablet) e nel secondo continuano a segnare rosso (-2,3%). Certo, i picchi sono lontani.

La cancelliera tedesca Angela Merkel (JOHN MACDOUGALL / AFP)

Nel secondo trimestre 2013, i tablet venduti erano stati 44,4 milioni e l’anno successivo 48 milioni. Da lì è iniziato il declino. Il mercato non ha più avuto sussulti. Ma non si è neppure comportato come una slavina che accelera fino a valle: -8,1% nel secondo trimestre 2015, -10,8% nel 2016, -2,8% nel 2017, prima del tondo dello scorso anno. A guardare da questa prospettiva, lo scenario del 2019 non sembra più così cupo. E non dovrebbe diventarlo per almeno cinque anni.

Tra il 2019 e il 2023, il calo medio – afferma un’altra analisi di Idc – sarà del 3,5%. Nonostante la domanda tenderà a indebolirsi, “permangono punti positivi sul mercato poiché prevediamo una crescita dei segmenti commerciali”. Potrebbe quindi esserci “un rimbalzo dei tablet nelle aziende”. Saranno quindi strumenti professionali, evoluti, più costosi, abbinati ad accessori come pennini e tastiere. Meno casa e più lavoro, in un mondo da nomade digitale in cui il proprio ufficio non è solo l’ufficio. 

Apple pigliatutto

Chi ha già intrapreso questa strada avanza. Gli altri arretrano. Nel secondo trimestre 2019, Apple è il leader di mercato: ha venduto 12,3 milioni di unità, il 6,1% in più rispetto allo scorso anno. Vuol dire che il 38% dei tablet acquistati tra aprile e giugno è stato un iPad. Merito soprattutto del nuovo Air, svelato alla fine di marzo. Un indizio sulla buona stagione dei tablet Apple era già arrivato nella trimestrale di Cupertino.

Il gruppo guidato da Tim Cook non rivela le unità vendute ma solo il fatturato generato: 5 miliardi di dollari, l’8,4% in più rispetto allo stesso periodo del 2018. Se si allarga lo sguardo ai primi nove mesi dell’anno fiscale della Mela (dallo scorso ottobre a fine giugno) il progresso supera il 15%. Insomma: l’iPad è in salute, tanto da aver probabilmente contribuito alla scelta di Google, che ha annunciato di voler mollare i tablet. Non ci sarà un nuovo Pixel Slate: a Mountain View ne hanno interrotto lo sviluppo. Google esce quindi da un mercato in cui si era tuffata nel 2015, con l’ambizione di rosicchiare quota di mercato nei tablet di gamma alta. Obiettivo mancato. Meglio allora concentrarsi altrove, come sui portatili Pixelbook, sugli smart speaker e sugli smartphone.

Promossi e bocciati

Promosso Amazon: è il quarto produttore e ha registrato una crescita del 46,3%. La nuova gamma funziona. E non dovrebbe perdere slancio nel trimestre in corso, che ha ricevuto la spinta del Prima Day, la giornata di sconti che quest’anno è stata il 16 luglio. Rimandata Samsung. Il gruppo è il secondo produttore e ha ampliato la propria quota di mercato (al 15,2%), ma solo perché le sue vendite hanno rallentato (-3,1%) meno del mercato.

Le prospettive? Incerte. Anche se i tablet Samsung – senza Google – rappresentano gli ultimi top di gamma Android, il grosso delle vendite arriva ancora dai dispositivi di fascia bassa. Che – stando alle indicazioni di Idc – sono i più esposti all’erosione della domanda. Nebuloso è anche l’avvenire di Huawei. Il gruppo cinese è riuscito a mantenere intatta la propria quota di mercato (10,3%), “nonostante i venti politici contrari”, afferma Idc. Ma le vendite sono calate del 6,5% e, con “le crescenti tensioni tra gli Stati Uniti e la Cina, il futuro di Huawei nel mercato dei tablet rimane incerto”. Chiude la cinquina dei leader Lenovo, con una quota di mercato (stabile) del 5,8%. Ha sofferto un calo del 6,9% ma è cresciuta nei mercati più maturi (e ricchi): Stati Uniti, Europa occidentale e Giappone.

Un futuro per pochi

La classifica dei sommersi e dei salvati va scorsa fino all’ultima riga, dove c’è un dato che indica la direzione del mercato. I produttori definiti come “altri” (cioè tutti esclusi Amazon, Samsung, Huawei, Amazon e Lenovo) hanno venduto appena 7,5 milioni di tablet, cioè meno di un dispositivo su quattro. Messi insieme non si avvicinano neppure alle vendite dei soli iPad. E valgono meno della somma di Huawei e Samsung. Ma quello che più colpisce è l’intensità con cui “gli altri” calano. Crollano. Rispetto allo scorso anno, è evaporato un quarto delle vendite. Significa che il mercato dei tablet è sempre più concentrato. E visto che continuerà a contrarsi, non attirerà nuovi produttori (al più, c’è qualcuno che scappa, come Google). I tablet hanno ancora un futuro, ma sarà per pochi.

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La nuova arma contro la plastica è il detersivo disidratato

rinuncia plastica detersivo disidratato

Fonte: sito Blueland

Più del 90% del contenuto di una bottiglia di prodotto per pulire la casa è formato da acqua. Parte da questa considerazione la battaglia eco-friendly di alcune aziende americane che, per combattere il problema della plastica, propongono capsule piccole e colorate di concentrato di prodotto. Una volta a casa, basterà mettere la capsula in una bottiglia, aggiungere l’acqua secondo quanto riportato dalle istruzioni, agitare e il prodotto è pronto all’uso. E non vale solo per i prodotti per pulire, in commercio ci sono capsule per la cura della persona, prime tra tutte quelle per realizzare il collutorio.

Disidratare questi prodotti trasformandoli in pastiglie fa sì che si possa ridurre il volume dell’imballo e risparmiare sul trasporto che normalmente avviene via nave o camion. A sua volta questo farà sì che anche le emissioni di carburante relative al trasporto si ridurranno

Secondo Vox, se si spedisse solo il principio attivo di un prodotto, si potrebbe sostituire circa il 20 percento degli imballaggi di plastica usa e getta con soluzioni ecologiche. Ad oggi solo il 5 percento della plastica prodotta a livello globale viene riciclato. Nel frattempo i nostri mari si riempiono di plastica e nei Paesi in via di sviluppo, gli involucri delle confezioni invadono le spiagge e i fiumi.Sono diverse le aziende statunitensi che propongono le capsule ‘miracolose’, da Truman’s a CleanPath, passando per Amazon.

Alden Wicker, giornalista di Vox ha provato le pastiglie di Blueland raccontando la sua esperienza sul sito: “Sono onesta, l’estetica è il motivo principale per cui ho scelto Blueland. Lanciato in occasione della Giornata della Terra nell’aprile 2019, tra tutti i detergenti disidratati in commercio era l’unico che non aveva plastica monouso nel suo sistema di ricarica, oltre a vantare un’ottima certificazione. Ho ordinato il kit e, pochi giorni dopo, ho ricevuto una semplice scatola di cartone. All’interno, ho trovato tre flaconi spray infrangibili acrilici con il fondo  rosa, giallo o blu caraibico, con su incollata un’etichetta: bagno, multi-superficie, vetro + specchio. Ho riempito le bottiglie con dell’ acqua di rubinetto, ho scartato tre compresse del colore corrispondente, ho messo gli involucri postmodernisti nel cestino del compost e ho lasciato cadere le compresse nelle bottiglie, dove si sono sciolte come antiacidi. Un’ora dopo, ho usato i detergenti leggermente profumati per pulire il mio piano di lavoro e lo specchio e la mia vasca da bagno”.

Poi continua: “Ho davvero cercato di trovare qualcosa di sbagliato nei prodotti e non ci sono riuscita. Blueland ha creato una categoria di acquisto completamente nuova, rosicchiando porzioni di mercato. Ho già provato a realizzare da sola i detergenti e mi sono ritrovata con dei frammenti di vetro nel piede dopo che il mio gatto ha spinto il flacone dal bancone. Inoltre, non credo che l’aceto bianco semplice funzioni come i prodotti di pulizia formulati”.

L’idea del detersivo concentrato e disidratato potrebbe funzionare davvero, eppure il concetto è tutt’altro che nuovo. “Lo facciamo da migliaia di anni. Con tè, caffè e sapone, ad esempio. È solo negli ultimi decenni che abbiamo preso questi oggetti precedentemente eco-compatibili, abbiamo aggiunto dell’acqua raccolta da aree scarse d’acqua; abbiamo inserito nel contenitore aspartame, aroma, profumo e vari altri ingredienti sintetici, li abbiamo messi ii bottiglie di plastica con loghi fantastici e ridicole promesse di salute e spediti in tutto il mondo”.

Secondo la ricerca di Blueland, in una casa americana media entrano circa 30 bottiglie in plastica monouso di detergente in un anno. Ridurle a zero è una buona cosa, ma non sufficiente: nel 2017, il consumo pro capite americano di acqua in bottiglia è salito di nuovo a 159 litri. In Europa, le bottiglie di plastica per bevande sono il rifiuto più comune trovato nei corsi d’acqua.

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Il 5G cambierà il modo di guardare il calcio, anche allo stadio

calcio stadio 5g

Ugo Barbàra / Agi

La 5G Live Tv di Zte

La crisi del calcio italiano ormai è un luogo comune, ma ci sono dei numeri che ne danno le dimensioni e che fanno riferimento alla partecipazione del pubblico a quel rito collettivo un tempo indiscutibile che è la partita di campionato.

Di fronte alla crescita esponenziale in mercati come quello statunitense e quello polacco,  il pubblico italiano negli stadi non è praticamente mutato negli ultimi 15 anni, segno che anche gli investimenti delle squadre sia nel rinnovo degli impianti che nel potenziamento delle rose non hanno avuto gli esiti sperati o sono riusciti solo ad arginare l’esodo che invece si è registrato in Paesi come la Grecia.

I dati certificati dal Cies, l’osservatorio sul calcio internazionale, parlano di un calo dell’1% del pubblico negli stadi italiani delle partite di Serie A tra il 2003 e il 2018 a fronte di un incremento del 6% per la Premier League e dell’11% per la Bundesliga.

E anche se i numeri del campionato inglese e di quello tedesco sono lontani da quelli della Major League Soccer americana (che ha registrato un +34%) o del calcio polacco (che è cresciuto del +47%), il confronto tra i 43.302 spettatori di media negli stadi in Germania e i 22.697 in quelli della serie A fa riflettere.

Sulle ragioni della stagnazione si potrebbe discettare a lungo, ma un aiuto per riportare il pubblico italiano negli stadi potrebbe venire proprio dal 5G, la tecnologia di trasmissione dati di ultima generazione di cui si parla da un paio di anni come di una panacea per tutti i mali.

Chiunque abbia visto come gli adolescenti guardano uno show in tv (che sia un talent, una serie o una partita) sa che la fruizione è ormai multidimensionale: si guarda (anche un po’ distrattamente) sul grande schermo e si commenta sui social attraverso lo smartphone. Il problema di guardare una partita allo stadio è che non sempre questo tipo di interazione è altrettanto facile.

Per un problema di connessione, innanzitutto: uno dei limiti del 4G è che solo un certo numero di apparati (in questo caso smartphone o tablet) può agganciarsi alla rete. Ne sa qualcosa chi assiste a megaconcerti o partite evento durante le quali è frustrante cercare anche solo di mandare un messaggio via WhatsApp.

Ma, soprattutto, è l’abitudine a un certo modo di guardare le partite da casa ad avere alterato l’esperienza dello spettatore. Dal divano si guardano i replay, in alcuni casi si sceglie l’angolazione e in altri ancora (ed è un futuro quanto mai prossimo) si può accompagnare la squadra del cuore dal momento in cui scende dal pullman a quello in cui entra in campo, per poi guardare l’incontro da ogni angolazione immaginabile, come nel caso del sistema che la Liga spagnola sta mettendo a punto per offrire alle tv un’esperienza sempre più immersiva.

E agli spettatori allo stadio chi ci pensa? Chi si preoccupa di dare a chi è sugli spalti la possibilità di rivedere un’azione da un’angolazione diversa, di zoomarla sul dettaglio, di capire se il rigore c’è o no prima che sia il Var a pronunciarsi? E, mentre si fa tutto questo, di commentarlo sui social?

Zte ci ha pensato e ha messo a punto il servizio “5G Live Tv”: un modo nuovo di assistere agli eventi sportivi che, nelle ambizioni dei tecnici dell’azienda che lo hanno illustrato a margine del Mobile World Congress di Shanghai, renderà “le Olimpiadi invernali di Pechino del 2022 la prima grande manifestazione sportiva in 5G”.

Il sistema permetterà ai tifosi negli stadi dei Giochi – ma, probabilmente già prima del 2022, anche a quelli di una partita di  calcio – di “interagire in diretta con l’evento attraverso uno smartphone”. Come? Ci si potrà confrontare con altri utenti, cercare statistiche degli atleti, ordinare del cibo o soprattutto scegliere di guardare una certa porzione di campo selezionando una delle telecamere a disposizione.

Una possibilità che fino ad oggi era irrealizzabile a causa dell’eccessivo ritardo che le immagini trasmesse avrebbero avuto rispetto all’evento live. La bassa latenza del 5G però, permette di ridurre i tempi di ricezione a meno di un battito di ciglia (circa 10 millisecondi) e quindi, ad esempio, di inquadrare l’azione che si svolge sotto la curva opposta rispetto a quella in cui si trova lo spettatore.

E se state storcendo il naso domandandovi se tutto il clamore intorno al 5G si riduce a impieghi come questo, vi basti pensare che quando fu varato il 4G nessuno immaginava che l’impatto più rilevante che avrebbe avuto sarebbe stato quello di dare un senso agli smartphone e alle app, rendendo – ad esempio – i social realmente a portata di mano.

Leggi anche: Tutto quello che c’è da sapere sul 5G

Ma se è possibile portare un’esperienza come quella della 5G Live Tv negli stadi – che, è facile immaginare, saranno le prime strutture a essere connesse alla rete di nuova generazione – come fare per tutte quelle altre location in cui potrebbe servire avere una copertura particolarmente efficace?

Zte ha pensato anche a questo e ha messo a punto una tecnologia che ha chiamato ‘slicing’. In sostanza un operatore mobile potrà mettere a disposizione di un cliente – che sia una struttura sportiva, un’amministrazione pubblica o un’azienda – una condizione di rete con latenza particolarmente bassa e affidabilità particolarmente alta, in un dato luogo e per un dato periodo di tempo. Il tutto disponibile in pochissimo tempo e attivabile con semplicità attraverso una app.

Così, in sostanza, una società calcistica potrà chiedere una particolare copertura 5G per uno stadio solo per il tempo necessario a un incontro. O a un ospedale per il tempo di un intervento di telemedicina. O agli organizzatori di una fiera per la durata dell’esposizione.

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Huawei ha il suo sistema operativo, ma (per ora) niente smartphone

huawei sistema operativo

FRED DUFOUR / AFP

Huawei

Eccolo il sistema operativo di Huawei. Si chiama HarmonyOS: esiste (come era già stato confermato) ed è pronto a partire camminando sul filo: dimostrare che la casa cinese può farcela, ma sottolineando che Android è sempre la prima scelta.

Non è (ancora) tempo di guerra

Richard Yu, ceo di Huawei Consumer Business Group, ha mostrato i muscoli e affermato – durante la conferenza per gli sviluppatori – che il sistema operativo sarebbe in grado di sostituire Android. Sarebbe, perché dal gruppo di Shenzhen arriva un messaggio chiaro: si tratta di un’eventualità, ma al momento non c’è l’intenzione di portare HarmonyOS su smartphone. Questo non vuol dire che non lo farà mai. Potrebbe essere una via obbligata se lo scenario dovesse ingarbugliarsi. Yu ha parlato di un sistema operativo capace di offrire “un’esperienza olistica intelligente su tutti i dispositivi e in ogni scenario”. Ma per ora, nella roadmap presentata sul palco la parola “smartphone” non c’è. L’esordio sarà su “smart screen che verranno lanciati entro la fine del 2019”.

Poi si passerà a smartwatch, altoparlanti intelligenti, set per l’auto, visori per la realtà virtuale. Lasciare gli smartphone sullo sfondo non aizza un conflitto – per ora solo latente – con Google e Android. Occhio alle date. L’annuncio di HarmonyOS arriva ad appena dieci giorni da uno snodo cruciale. Il 19 agosto scadrà il congelamento della “lista nera” di Trump che di fatto blocca le collaborazioni tra società americane e Huawei. Da allora in poi si inizieranno davvero a capire le possibili ripercussioni. Il gruppo di Shenzhen si muove ma non ha intenzione (né interesse, come non ce l’ha Google) di andare allo scontro frontale. Huawei non ha infatti mai smentito lo sviluppo del sistema operativo (che trova la propria origine nel 2009 e le radici di HarmonyOS nel 2017) e parla da mesi di piano B. Lo ha fatto Richard Yu in molte altre dichiarazioni. Lo ha fatto il deputy general manager consumer di Huawei Pier Giorgio Furcas a luglio, durante la presentazione italiana del Mate 20X 5G: “Google rimane il partner importantissimo”, con il quale “il rapporto non si è mai interrotto”.

huawei sistema operativo

FRED DUFOUR / AFP

CEO Huawei

Com’è fatto HarmonyOS

Le presentazioni di Huawei sono, di solito, molto “comparative”. Il gruppo non ha mai avuto paura di confrontare le performance dei propri prodotti con quelle dei concorrenti. Pur senza spingere troppo, lo ha fatto anche stavolta. Yu ha sottolineato infatti che HarmonyOS è qualcosa di “completamente diverso” da Android e iOS. È open source e punta a rimuovere ogni attrito tra un dispositivo e l’altro. In sostanza: basta sviluppare l’app una volta per avere accesso a dispositivi diversi. Un accorgimento che, almeno potenzialmente, permette di raggiungere più utenti con un investimento di tempo e tenero minore.

Il sistema operativo è anche compatibile con Android: far migrare la propria app richiederà pochi giorni. Huawei punta sulla leggerezza: utilizza un “microkernel”, cioè un kernel (il cuore del sistema operativo) “compattato”. Secondo la casa cinese, un codice più snello permetterebbe una migliore adattabilità a ogni dispositivo, specie nell’Internet of Things, più sicurezza e minore latenza (con tempi di risposta più rapidi del 25%). 

Il vero obiettivo è l’ecosistema

In questo momento i dettagli tecnici contano fino a un certo punto. Per affiancarsi ad Android o (in prospettiva) sostituirlo non basta un sistema operativo. Come già aveva sottolineato il fondatore Ren Zhengfei a maggio, “la cosa più difficile è creare un ecosistema”. Cioè un ambiente nel quale ci siano sviluppatori che battezzino app e utenti che le utilizzino. È questa la vera forza del robottino verde: qualsiasi smartphone si acquisti (a eccezione dell’iPhone), si cammina in un universo digitale conosciuto, simile al precedente (al netto delle personalizzazioni di marchio).

Questo Huawei lo sa bene, tanto da ribadirlo nella nota ufficiale con la quale ha presentato HarmonyOS: il suo successo non dipenderà tanto da quanto va veloce ma soprattutto “da un ecosistema dinamico di app e sviluppatori”. Per crearlo Shenzhen partirà dalla Cina. Una mossa logica, che combina il vantaggio di un mercato casalingo con quello di non invadere il campo di Google. “Più avanti – ha spiegato Huawei – HarmonyOS si espanderà nell’ecosistema globale”. Di nuovo: il sistema operativo c’è ma resta – almeno per gli smartphone – il piano B.  

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