Innovazione

Al via le iscrizioni alla CyberChallenge.IT, competizione per i giovani prodigi della sicurezza informatica

iscrizioni cyberchallenge

La gara italiana per esperti di sicurezza informatica riparte con l’apertura delle iscrizioni alla CyberChallenge.IT, il primo programma nazionale di addestramento rivolto a giovani talenti per creare i cyber-defender del futuro.

Dopo il successo dell’edizione 2019, che ha portato l’Italia a conquistare il secondo posto della European Cybersecurity Challenge, il programma riparte quest’anno rilanciando l’ambizioso obiettivo di incoraggiare il “talento cyber” di giovani studenti e universitari dai 16 ai 23 anni.

Le registrazioni sono aperte dal 2 dicembre al 17 gennaio e daranno l’opportunità a centinaia di giovani brillanti e motivati di essere selezionati per partecipare a un programma di addestramento gratuito presso ventisette sedi universitarie, nella primavera del 2020: primo passo per una futura carriera nell’ambito della sicurezza informatica.

I giovani talenti saranno seguiti da esperti universitari e da aziende leader del settore, che li introdurranno ai principi scientifici, tecnici ed etici della cybersecurity con attività pratiche di difesa dagli attacchi cyber. Il programma culminerà in una gara finale nazionale che eleggerà la migliore squadra d’Italia. Tra tutti i partecipanti alla formazione e alle gare, i migliori saranno poi selezionati per formare la Squadra Nazionale Italiana dei Cyberdefender, che avrà l’opportunità di confrontarsi con le altre nazionali in eventi e competizioni in tutto il mondo.

Il programma è organizzato dal Laboratorio Nazionale di Cybersecurity del CINI.

“Con questa iniziativa, ormai giunta alla quarta edizione, intendiamo incoraggiare lo sviluppo di nuovi innovatori nell’ambito della sicurezza informatica, dando ai più giovani l’opportunità di crescere in un percorso altamente qualificante e che dà grande lustro al nostro Paese – ha commentato il direttore Laboratorio Nazionale Cybersecurity del Cini, Paolo Prinetto -. CyberChallenge.IT è la punta di diamante tra le iniziative che il  Laboratorio ha progettato e realizzato, lavorando per colmare una carenza di figure professionali all’altezza delle sfide cibernetiche e industriali del futuro”.

Ulteriori dettagli sono disponibili sul sito Web: www.cyberchallenge.it.​

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it

Un anello contro i furti di impronte digitali

kaspersky

Contro i rischi di un furto delle impronte digitali, sempre più utilizzate per sbloccare smartphone e tablet, Kaspersky ha prodotto il primo anello sblocca-telefono. Un accessorio che oltre alla valenza estetica, integra un’impronta digitale artificiale univoca, che l’utente può chiedere di sostituire nel caso in cui questa venga compromessa.

Per realizzare il gioiello l’azienda russa specializzata nella sicurezza informatica si è rivolta al designer Benjamin Waye e all’agenzia di creativi svedesi Archetype, che lo hanno progettato. Realizzato da una gomma innervata di conduttori, l’accessorio viene letto dai sensori come un normale dito, la cui superficie contiene appunto l’impronta digitale. Questo può essere configurato per sbloccare un dispositivo, validare una transazione o aprire una porta ed è compatibile con i lettori di impronte in circolazione. Tuttavia, nel caso in cui l’impronta dovesse essere compromessa (se un attaccante è motivato, un bicchiere usato dal bersaglio può essere sufficiente), sarà sufficiente disattivare lo sblocco con impronta digitale del dispositivo ed eventualmente richiedere un nuovo anello.

Per garantire l’unicità del prodotto, spiega Kaspersky, l’accessorio è realizzato utilizzando uno specifico software che garantisce una distribuzione casuale delle fibre conduttive nascoste sotto l’impronta digitale. Una trama non ripetibile che rende la sola impronta insufficiente a sbloccare un dispositivo e dunque dà la possibilità all’utente di utilizzare il lettore biometrico senza doversi preoccupare che la sua impronta reale possa essere rubata.

Purtroppo per i più curiosi e appassionati di gadget digitali, l’anello è finora stato presentato esclusivamente con uno scopo dimostrativo. L’obiettivo dell’iniziativa è infatti tanto quello di fornire un esempio di miglioramento delle tecnologie biometriche quanto di accrescere l’attenzione verso soluzioni di questo tipo, che finora hanno dato numerose prove della loro inaffidabilità.

Se pin e password possono essere resettate e modificate, altrettanto non vale per le impronte digitali, che per loro stessa natura non sono modificabili. Ma il discorso può essere esteso a qualsiasi tipo di dato biometrico, ovvero di tutti quelle informazioni che fanno parte del nostro corpo e che una volta compromesse diventano inutili ai fini della sicurezza digitale.

[embedded content]

Un esempio eclatante risale al 2015, quando dei criminali informatici hanno avuto accesso a un archivio del personale dell’amministrazione statunitense, rubando e rendendo pubbliche le impronte digitali di circa 5,6 milioni di dipendenti. Utilizzate per l’identificazione biometrica, quelle informazioni sono irrimediabilmente compromesse.

Più recente invece la scoperta di un archivio non adeguatamente protetto e contenente le impronte digitali e le mappe facciali di oltre un milione di agenti di polizia, contractor militari e dipendenti bancari, per un totale di circa un milione di identità. Sebbene non vi sia prova che quelle informazioni siano state trafugate, il rischio che un criminale informatico se ne sia impossessato senza rendere nota l’informazione le rende potenzialmente compromesse.

“L’anello è solo uno dei possibili modi che abbiamo a disposizione per affrontare i problemi di oggi legati alla cybersecurity in ambito biometrico e di sicuro non rappresenta la soluzione definitiva – ha commentato il direttore del team di ricerca e analisi europeo di Kaspersky, Marco Preuss – Una soluzione definitiva comporterà la creazione di misure e di tecnologie che garantiscano davvero la protezione dell’identità unica delle persone. Una soluzione di questo tipo deve ancora essere sviluppata e, a voler essere onesti, lo stato attuale degli studi relativi alla sicurezza in campo biometrico non ha ancora raggiunto una tale maturità”.

Tuttavia, l’impiego di simili metodi è in costante crescita, imponendo agli utenti e al mondo della sicurezza informatica un cambio di passo nel modo in cui vengono conservati e protetti i dati. “Per questo abbiamo pensato fosse estremamente importante avviare un dibattito all’interno delle aziende interessate – conclude Preuss -, in modo da sviluppare al più presto un approccio collaborativo che sia in grado di portare a una protezione più efficace”.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it

Le relazioni pericolose tra la politica Usa e i big della tecnologia

lobby congresso usa big tech amazon apple microsoft 

SAUL LOEB / AFP

Il Campidoglio

“Il 99% di House of Cards è vero. L’1% è falso perché è impossibile far approvare così in fretta una legge sull’istruzione”. Pare che, qualche anno fa, l’ex presidente Bill Clinton abbia confidato a Kevin Spacey il gradimento per la serie che racconta gli intrighi della politica statunitense. In quel 99% c’è anche Remy Danton, un lobbista che era stato a capo dello staff di Frank Underwood-Spacey. O almeno è quello che suggerisce l’archivio di Opensecrets.

Per l’organizzazione che traccia l’attività di lobbying negli Stati Uniti, Congresso e gruppi di pressione sono divisi da “porte girevoli”. La metafora rende bene l’idea della facilità con cui i due mondi comunicano. Forse però i numeri lo fanno ancora meglio. Attualmente, sette ex membri del Congresso lavorano per una delle cinque maggiori società tecnologiche. E 63 lobbisti assunti o incaricati da Amazon, Apple, Microsoft, Facebook e Alphabet hanno un passato nello staff di chi oggi è seduto in Senato o alla Camera dei rappresentanti. Senza grandi distinzioni politiche.

Dagli incarichi federali alle lobby

In pratica, un parlamentare statunitense su dieci ha un ex collaboratore pagato dalle “Big 5”. Se poi ci si allarga dai membri degli staff a chiunque abbia o abbia avuto un ruolo federale, si arriva a 344 incarichi sui 429 totali (il numero dei lobbisti è di poco inferiore perché alcuni lavorano per più di una società). Oggi, quindi, l’80% dei professionisti ingaggiati dalle principali compagnie tecnologiche hanno fatto parte di comitati, organismi di controllo e uffici con i quali è molto probabile che si confrontino, questa volta dall’altra parte del tavolo.

Arruolare questi profili non è prerogativa esclusiva di Silicon Valley e dintorni. Negli Stati Uniti l’attività di lobbying è istituzionalizzata, come dimostra il fatto che questi dati, spulciando, sono aperti e reperibili. Ma colpisce comunque la frequenza con cui politica, gruppi di pressione e grandi società si scambiano competenze. Porte girevoli, appunto. Attraversate da assistenti, consiglierei, addetti alla comunicazione. E da chi, per anni, è stato a capo dello staff della speaker Nancy Pelosi o del vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence.

Sette ex parlamentari per Amazon e Microsoft

Sette ex membri del Congresso si sono dati, più o meno di recente, alle lobby. Quattro lavorano oggi per Amazon, tramite incarichi che passano da tre società esterne. Vic Fazio ha avuto un posto alla Camera dei rappresentanti tra il ’79 e il ’98. Democratici come Fazio sono Kendrick Meek e Norm Dicks.

Il primo è stato membro della Camera tra il 2003 e il 2011. Ha poi fatto parte della delegazione Usa all’Onu. È un lobbista dal 2017, e rappresenta – tra gli altri – anche British American Tobacco.

Dicks è stato alla Camera dal 1976 al 2012. Poi la nuova esperienza professionale e l’incarico di rappresentare Amazon, ma anche Expedia e Boeing.

L’unico repubblicano del gruppo è Ander Cranshaw, alla House of representatives dal 2001 al 2017. Gli altri tre ex parlamentari lavorano per Microsoft. Steve Buyer, repubblicano, è stato alla Camera dal 2001 al 2010. La società di Redmond risulta essere il suo unico cliente. Caso curioso: se l’incarico a Buyer passa da una società esterna (10 Square Solutions), tra i lobbisti assunti direttamente da Microsoft c’è Michael Copher, che è stato capo staff di Buyer ai tempi della sua carriera politica.

L’esperienza parlamentare di Benjamin Quayle, un altro repubblicano, si è consumata tra il 2010 e il 2012. Molto più folta pare quella da lobbista. Si sono affidati a lui ben 27 clienti, tra i quali Bayer e Garmin.

Alla Camera ci ha invece passato quasi trent’anni il democratico Howard L. Berman. Dal 2013 è passato alle lobby. Nel 2019 non ci sono altri ex membri del Congresso al servizio delle grandi società tecnologiche. Facebook ha però collaborato per anni con il repubblicano John Shadegg (alla Camera dal ’95 al 2011) e Alphabet si è avvalsa fino allo scorso anno di Susan Molinari, altra repubblicana che dal ’90 al ’97 ha rappresentato lo Stato di New York. 

La squadra più numerosa: Microsoft

L’intreccio si amplia quando si guarda ai lobbisti che hanno fatto parte dell’entourage dei parlamentari in carica. Tutte le società integrano il proprio ufficio di rappresentanza con professionisti pescati tramite società esterne.

Per Microsoft sono in tutto 110 persone, costate quest’anno 7,8 milioni. Ben 90 hanno nel proprio curriculum incarichi federali. Il loro passato è legato a 27 membri del Congresso. La matassa non si esaurisce in questi numeri. Basti pensare a chi non è incluso in questo conteggio: gli ex parlamentari o chi ricopre ruoli di prestigio pur non facendo parte del Congresso. È il caso dei governatori. O del vicepresidente degli Stati Uniti. Il suo capo staff per oltre dieci anni, William Smith, lavora per Microsoft.

Nella squadra ci sono altri cinque lobbisti che hanno ricoperto lo stesso ruolo per altri politici. Michael Hutton è stato accanto al senatore Robert Menendez per vent’anni. Quasi due decenni è durata anche la collaborazione tra William Hollier e il senatore repubblicano Mike Crapo. In alcuni (rari) casi, i ruoli convivono: Jeffrey Alan Shapiro, lobbista sia per Microsoft che per Facebook, risulta ancora oggi capo dello staff del rappresentante repubblicano Adrian Smith.

Facebook e lo staff di Nancy Pelosi

Quest’anno Facebook ha già speso 12,3 milioni. Gestisce una rete di 69 lobbisti, 58 dei quali con un passato federale. Nonostante una squadra più contenuta, Menlo Park spende molto (solo Amazon sborsa di più) e ha una scuderia legata a 22 membri del Congresso. In sette casi si tratta di ex capo staff. Luke Albee ha fatto addirittura doppietta democratica, essendo stato prima il braccio destro di Patrick Leahy, poi di Mark Warner.

Ma Facebook ha attinto soprattutto dai collaboratori di Nancy Pelosi. Sono tre quelli che oggi lavorano per il gruppo. Dean Aguillen (consigliere della speaker della Camera dal 2002 al 2007) e Shanti Stanton sono stati ingaggiati passando da società esterne. Ma c’è anche un caso di assunzione diretta, non proprio marginale. Uno dei 12 lobbisti che lavorano solo per Facebook è Catlin O’Neill, capo dello staff di Pelosi per dieci anni, tra il 2003 e il 2013.

Nessuno spende quanto Amazon

Nessuno, quest’anno, ha speso in lobbying quanto Amazon tra le società tecnologiche: 12,4 milioni di dollari. Risorse che pagano 101 professionisti, in 69 casi con incarichi federali nel proprio passato. Una rete che riconduce a 20 parlamentari in carica. Per quattro di loro, i lobbysti di Amazon sono stati capo staff. Non fanno parte di questo conteggio (perché il loro assistito non è un parlamentare in carica) Steven Elmendorf, vice manager della campagna presidenziale di John Kerry (nel 2004), e Barry LaSala, che di Kerry è stato consigliere tra il 2003 e il 2007.

I 108 lobbisti di Alphabet 

Anche la squadra di Alphabet, la holding cui fa capo Google, è numerosa: 108 lobbisti, sostenuti con 9,7 milioni di dollari. Quelli passati dalle porte girevoli sono 90 e riconducono a 20 parlamentari. Una miscela di repubblicani e democratici che ha regalato alle lobby ben sei capo staff.

Tra i quali Kyle Simmons, per 15 anni accanto al republicano Mitch McConnell. Segni particolari di questo senatore (eletto per la prima volta nel 1984): dai suoi uffici è passata la bellezza di 58 ex o attuali lobbisti. David Quinalty non è stato alle dipendenze di attuali parlamentari. Ma per otto anni è stato un funzionario di vertice del Comitato per il commercio, la scienza e i trasporti del Senato. Nel 2017 è diventato l’unico lobbista assunto da Waymo, la società di Alphabet specializzata nella guida autonoma.

Apple, ingaggiati sei ex capo staff

Apple è più parsimoniosa: ha speso 5,5 milioni nel 2019 e conta su 41 lobbisti. Quasi tutti (37) hanno un passato tra commissioni e uffici federali, 11 un legame con senatori e rappresentanti in carica. Walt Kuhn, ex capo consigliere del senatore repubblicano Lindsey Graham, è un dipendente della Mela. 

Anne Macmillan è stata consigliere di Nancy Pelosi per due anni. Billy Piper assistente speciale del senatore Mitch McConnell (sempre lui) per vent’anni. L’anomalia è Robert Seidman: fa il lobbista, oltre che per Apple, anche per Verizon, Walt Disney e Dropbox.

Secondo l’archivio di Opensecrets, non risulta aver abbandonato l’incarico di “policy director” per la senatrice repubblicana Marsha Blackburn. Remy Danton è un personaggio di fantasia inventato per House of Cards. O forse no.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it

Il copione dell’ultimo film di Star Wars è finito all’asta su Ebay

star wars copione ebay

I fan di Star Wars attendono con trepidazione il 18 dicembre, quando nelle sale di tutto il mondo sarà proiettato l’ultimo capitolo di quella che è probabilmente la saga, inaugurata nel 1977, più lunga e coinvolgente della storia del cinema.

Una data storica dunque e chiaramente l’attesa fa la sua parte contribuendo a trasformare una curiosità in una vera e propria ossessione. Un gioco delle parti che rischiava di rovinarsi in maniera quasi catastrofica quando qualche tempo fa una copia del copione di “Star Wars: L’ascesa di Skywalker” è finita in vendita su Ebay.

A raccontare l’imprevisto, incapace di nascondere il fastidio, il regista JJ Abrams al popolare show radiofonico “Good Morning America”. “Uno degli attori, – sostiene Abrams – non dirò il suo nome anche se vorrei, l’ha lasciato sotto il suo letto ed è quindi stato trovato da qualcuno che si occupava delle pulizie che l’ha poi dato a qualcun altro”.

Di certo chi si è ritrovato in mano il copione non ha ben capito quale immenso tesoro aveva tra le mani, tant’è che il prezzo fissato per cederlo era di 65 sterline, circa 76 euro, una miseria per un appassionato di Star Wars, e il mondo ne è pieno. Fortunatamente a salvare il progetto è intervenuta la Disney, casa di produzione del film, che ha immediatamente ritirato l’asta.

Ma la curiosità è rimasta ed è subito scattata la caccia alle streghe: chi è l’attore che stava rischiando di diffondere quello che è forse lo spoiler più grave della storia della pellicola? Immaginatevi se qualcuno vi avesse rivelato in anticipo il nome del padre di Luke Skywalker, giusto per restare in zona Guerre Stellari, uno dei colpi di scena più iconici di sempre; l’intera saga probabilmente avrebbe perso di appeal.

Alla fine è arrivata la confessione: ad aver dimenticato il copione sotto il letto durante un trasloco è stato John Boyega, che nella saga interpreta Finn. Sempre agli stessi microfoni di “Good Morning America” racconta: “Stavo traslocando, ho lasciato il copione di Star Wars sotto il letto. Tra me e me mi sono detto: ‘lo lascio qui sotto il letto, quando mi sveglio domattina lo riprendo e vado via’. Ma poi – spiega – sono venuti a casa degli amici, abbiamo festeggiato un po’ e il copione è rimasto lì”.

Fortuna che l’intervento della Disney è stato tempestivo, altrimenti il guaio, in termini di incassi, avrebbe potuto assumere dimensioni catastrofiche. “Mi hanno chiamato tutti i capi. – racconta Boyega – Perfino Topolino mi ha chiamato per chiedermi: ‘Ma che hai fatto??’”. Pericolo scampato, come tradizione impone negli action movie, ora non resta che aspettare circa un mese per poi vedere, con i nostri occhi, come si conclude questa magnifica epopea.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it

Il bando all’uso di Google sugli smartphone Huawei, spiegato

bando usa huawei google

Emin Menguarslan / ANADOLU AGENCY

Google e Huawei

Il 16 novembre qualcuno del quartier generale di Huawei, a Shenzhen, ha storto il naso. Gli americani avevano appena tirato un altro dei loro scherzi, rinnovando per la seconda volta consecutiva la moratoria al bando imposto dalla Casa Bianca all’utilizzo di Google sui loro smartphone, computer e tablet. O almeno su tutti quelli per i quali l’utilizzo era stato approvato prima del 15 maggio 2019, quando un’azienda da 188 mila dipendenti e più di 100 milioni di pezzi venduti in tutto il mondo ha scoperto di essere stata tagliata fuori dal mercato.

Non una cattiva notizia, ma nemmeno buona, perché costringe l’azienda in un limbo in cui rischia di logorarsi.

È per questo che il Mate 30, smartphone di punta di Huawei, non è ancora arrivato sul mercato europeo ed è per questo che il V30, modello 5G di Honor (il brand della casa cinese creato per i giovani), arriverà in Italia a maggio 2020 senza Gms (Google mobile services), ossia senza Gmail, Maps, YouTube , Pay e altre app.

Nei sei mesi da quando è in vigore il ban si è detto di tutto: che il destino di Huawei (e Honor) sia segnato, ma anche che la soluzione della crisi è ormai prossima. O anche che il colosso cinese sia pronto a fare da solo e a imporre sul mercato un nuovo sistema operativo.

Ma come stanno davvero le cose? A fare il punto ci ha pensato James Zou, presidente di Honor overseas, che Agi ha incontrato a margine della presentazione del V30 a Pechino.

“Dieci anni fa non abbiamo avuto esitazioni ad adottare Android perché pensavano fosse open-source” dice Zou, “Se allora avessimo pensato che avremmo avuto questi problemi non ci saremmo cascati e ora saremmo in una situazione completamente diversa”.

bando usa huawei google

Il V30 di Honor

Per capire, bisogna innanzitutto distinguere Android da Google e partire da quando Google comprò per un pugno di noccioline una società destinata a cambiare il modo con cui oggi usiamo gran parte della tecnologia della nostra quotidianità: dallo smartphone, alla smart tv. Quella società produceva un sistema operativo – Android, per l’appunto – che, a differenza di iOs di Apple, era open-source: ossia tutti potevano metterci le mani e adattarlo a proprio piacimento, creare applicazioni, giochi e servizi. E per di più gratis.

Google intuì il potenziale e per questo decise di facilitare il lavoro degli sviluppatori e mettere loro a disposizione gli strumenti per realizzare app in poco tempo utilizzando pacchetti preconfezionati da assemblare. Prendiamo il caso di TripAdvisor: per dirci che recensioni hanno i ristoranti intorno a noi si basa su un sistema di geolocalizzazione. Quanto tempo sarebbe stato necessario (e quanti soldi) per sviluppare la app se non avesse avuto la possibilità di utilizzare Google Maps, semplicemente prendendolo e inserendolo come elemento nel software?

Tutta quella serie di funzioni che prevedono l’utilizzo di cose come la geolocalizzazione; l’uso di email (Gmail), il caricamento di video (YouTube) e i pagamenti (Google Pay) va sotto il nome di Gsm Core. “Era un progetto pieno di buone intenzioni perché aiutava a far maturare l’ecosistema” dice Zou “e rendeva più rapido e facile lo sviluppo delle app”.

Non bisogna pensare che Google lo avesse creato per il bene dell’umanità: più device usavano Gms Core, più licenze si vendevano e più dati si controllavano. Ma a tutti andava bene così: dalle aziende (praticamente tutti i produttori di smartphone a eccezione di Apple, visto che Windows Mobile è destinato all’estinzione) all’utente finale.

Certo, qualcuno ha deciso di far da sé e stiamo parlando di colossi come Facebook, Amazon e Netflix che hanno le loro app (si chiamano Api) indipendentemente da Google. E questa è la ragione per cui, ad esempio, per loggarsi in Facebook serve una id di Facebook e non basta quella di Google).

Poi a maggio 2019 Donald Trump ha deciso di portarsi via il pallone, anche se il pallone non era suo. Ha impedito alle aziende Usa di fare affari con aziende cinesi incluse in una lista speciale (la ormai famigerata entity list) senza una esplicita autorizzazione della Casa Bianca.

Ma allora come mai Huawei e Honor possono continuare a usare Android? Perché è un servizio gratuito e non un prodotto in vendita. Microsoft, ad esempio, si è trovata tagliata fuori da milioni di computer di Huawei e Honor perché gli era proibito vendere loro le licenze di Windows, ma quando è stato chiaro che i cinesi erano pronti a invadere il mercato con i loro portatili funzionanti con sistema operativo Linux (un altro open-source, come Android) si è affrettata a fare lobbying pesante fino a ottenere l’autorizzazione della Casa Bianca a riprendere gli affari.

Perché Google non abbia fatto lo stesso (il Congresso è infiltrato fino alla cupola di lobbisti al soldo di Google, Facebook, Apple e vai dicendo) se lo chiedono anche i cinesi, ma tant’è: non si vede una soluzione all’orizzonte e per questo Huawei ha deciso di fare da sé.

Come? Tirando fuori dal portafogli 3 miliardi di dollari per incrementare Huawei Mobile Services (Hms) un insieme di applicazioni e servizi che faranno concorrenza a Gsm. Non un sistema operativo, però: sui device Huawei e Honor continuerà a girare Android finché gli Usa non troveranno il modo di impedirlo.

I cinesi hanno cominciato a fare scouting per arruolare tecnici (20 mila in sei mesi) e fornitori di servizi (in Italia, ad esempio, Giallozafferano, insieme con decine di altri partner che si divideranno uno stanziamento di 10 milioni di dollari) per sviluppare app per Hms, ossia in grado di funzionare su smartphone, tablet, sistemi per auto, tv, senza Gsm Core.

E cosa succederà se Trump tornerà sui propri passi e permetterà a Google di tornare a fare affari con Huawei? Niente: l’architettura che l’azienda sta sviluppando è in grado di gestire sia Hms che Gms, quindi di prendere il meglio di entrambi. E se invece la Casa Bianca riuscisse a impedire anche l’utilizzo di Android? Per quello a Shenzhen hanno già un piano b in fase avanzata e si chiama Harmony Os di cui però si sa ancora poco.

Ma che possibilità hanno degli smartphone senza YouTube, Maps, Gmail, di farsi largo in  un mercato già di per sé difficile come quello europeo? Poche probabilmente. Ma il punto sta proprio in questo: allungare lo sguardo oltre il ricco, ma pur sempre limitato, cortile europeo. Alle centinaia di milioni di clienti in Cina e Russia (dove già ora di Gms Core non sanno che farsene), ma anche India, Asia sudorientale e America Latina. Tutti posti in cui, presto o tardi, il braccio di ferro tecnologico può diventare ideologico e dove gli americani non hanno poi questo gran numero di fan.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it

Il 5G corre più veloce del 4G. Le stime di Ericsson

5g rete

Josep LAGO / AFP

5G

Entro la fine del 2025 ci saranno 2,6 miliardi di abbonamenti al 5G e le nuove reti copriranno fino al 65% della popolazione mondiale, gestendo il 45% del traffico dati mobile. Lo afferma l’Ericsson Mobility Report. Considerando l’attuale slancio, il rapporto prevede che l’adesione al 5G sarà più veloce rispetto al 4G/LTE. Il ritmo sarà più rapido soprattutto in Nord America, con il 74% degli abbonamenti mobile 5G entro la fine del 2025. Seguono Nord Est, con il 56%, e l’Europa con il 55%.

I numeri del 5G

Il passaggio moltiplicherà sia il consumo dei dati. I primi passeranno dagli attuali 7,2 GB medi a 24 GB al mese. La crescita sarà in parte guidata dai nuovi comportamenti dei consumatori, più inclini a utilizzare streaming e realtà virtuale. Per avere un riferimento: con 7,2 GB al mese è possibile trasmettere ogni giorno 21 minuti di video HD, mentre 24 GB equivalgono a 30 minuti di video HD e 6 minuti di contenuti in realtà virtuale. Le nuove reti spingeranno il numero totale di connessioni IoT cellulari, che dovrebbero raggiungere i cinque miliardi entro la fine del 2025, partendo da 1,3 miliardi a fine 2019, per un un tasso di crescita annuale del 25%. Se queste sono le prospettive, Ericsson definisce il 2019 l’anno dell’attivazione. Il lancio del 5G in Cina a fine ottobre ha comportato anche un aggiornamento degli abbonamenti stimati entro la fine del 2019, passati da 10 a 13 milioni.

Il caso Corea del Sud

Le attivazioni sono troppo recenti avere già un bilancio. Ma qualche indizio arriva dalla Corea del Sud, il primo Paese a lanciare il 5G, lo scorso aprile. Gli operatori del Paese hanno registrato più di tre milioni di abbonamenti sottoscritti entro la fine di settembre. E stanno osservando un’espansione più rapida rispetto al 4G, non tanto in termini di copertura quando di adozione. Le reti della precedente generazione, ha spiegato l’operatore coreano SK Telecom, sono state lanciate nel 2011 e hanno impiegato circa 11 mesi per avere un copertura nazionale. Il 5G dovrebbe raggiungere il 90% della popolazione entro la fine del 2020. Ma se il 4G aveva impiegato otto mesi per toccare il milione di abbonati, al 5G ne sono bastati 4 e mezzo. Certo, merito di una base molto più ampia, ma anche di una scelta precisa dell’operatore. SK Telecom ha deciso di non procedere in ordine sparso ma coprendo prima le aree dove ha identificato una numero maggiore di potenziali clienti, con offerte dedicate a singole aree geografiche legate alla quantità di servizi disponibili.

I prezzi degli abbonamenti

Andando oltre la Corea del Sud, si ha anche un indizio sui possibili prezzi degli abbonamenti 5G. Gli operatori sono ancora pochi (una ventina) e le maggiorazioni rispetto agli abbonamenti 4G sono ancora abbondanti. Ericsson individua però una tendenza che sembra rispondere alle aspettative dei potenziali clienti. In un sondaggio di inizio 2019, la società aveva evidenziato che per il 5G gli utenti sarebbero stati disposti a spendere – in media – il 20% in più rispetto al loro attuale pacchetto. Le offerte attuali, per quanto ancora limitate, sono in media più care del 18%. “Nel 2020 – ha affermato Fredrik Jejdling, executive vice president e head of networks di Ericsson – faranno il loro esordio sul mercato molti nuovi dispositivi compatibili con il 5G e questo aumenterà considerevolmente l’adozione della nuova tecnologia. La domanda non è più se, ma quanto velocemente possiamo convertire i casi d’uso in applicazioni pertinenti per i consumatori e le imprese”.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it

Huawei investe 10 milioni di dollari per far sviluppare app italiane fuori da Google Play

huawei developer program

Emin Menguarslan / ANADOLU AGENCY

Huawei e Android

Huawei ha deciso di investire 10 milioni di dollari in Italia per sviluppare un ecosistema che la renda indipendente da piattaforme come Google Play
La decisione di dare una spinta alla App Gallery di Huawei, preinstallata sui device della casa cinese, era venuta dopo il varo del bando voluto dalla Casa Bianca all’utilizzo delle suite di Google.

La scelta di investire sull’ecosistema proprietario risale in realtà a un anno prima, nella primavera del 2018, ma il terremoto scatenato da Trump nel maggio del 2019 ha spinto l’azienda a premere sull’acceleratore sia del sistema operativo proprietario Harmony che sulle app che lo renderanno fruibile.

In un mondo come quello occidentale, dominato dalle app di Google (da Maps a GMail, da Drive a Photo), in pochi scommettono su un’operazione che di fatto punta a creare un ‘mondo alternativo’ a quello di iOs e Apple Store da una parte e Android con Google Play dall’altro. Non a caso quasi 4 su 5 delle 50 mila app già disponibili su Huawei Gallery sono cinesi. 

Per questo Huawei ha deciso di allettare gli sviluppatori mettendo sul tavolo un bel po’ di soldi: un miliardo di dollari di cui 10 milioni destinati all’Italia. Per fare cosa? Per rendere, ad esempio, disponibile su un Mate30 (oggi non commercializzato in Italia proprio perché privo delle app più popolari) servizi come Giallozafferano, più tutti gli altri che dominano la classifica di quelli più scaricati e che, di fatto, sono indispensabili per uno smartphone nelle mani di un italiano. (

L’annuncio dell’investimento in Italia è stato dato durante il Huawei Developer Day, che è servito anche a presentare il Huawei Developer Program, un’iniziativa italiana, per sostenere la comunità locale degli sviluppatori.

Gli investimenti verranno corrisposti in parte attraverso incentivi monetari, in parte attraverso attività di marketing e comunicazione. Per accedere al programma, tra i vari requisiti, verranno presi in considerazione la rilevanza del partner per il territorio e la velocità di integrazione dei servizi Huawei. Il modello di business prevede una suddivisione dei ricavi per il primo anno con l’85% allo sviluppatore e il 15% all’azienda.

Il Huawei Developer Program prevede tre livelli: Silver, Gold, Platinum. Ciascun livello ha accesso ad un piano di visibilità offerto dall’azienda. Sono previsti investimenti fino a 100 mila dollari per sviluppatori e aziende che rientrano nella categoria Silver; fino a 300 mila per la categoria Gold; più di 300 mila  per la categoria Platinum.

“Con 13 milioni di telefoni Huawei in circolazione in Italia, l’obiettivo non è solo sviluppare delle app, ma creare un ecosistema” sottolinea all’AGI Pier Giorgio Furcas, deputy general manager Huawei Italia, “non um mondo circoscritto, limitato allo smartphone ma che si può espandere a tutta una serie di strumenti come gli smartwatch e gli auricolari smart e, in futuro, la smart tv. Stiamo cercando di fare un passo diverso che non si fonda sulle caratteristiche tecniche ma va oltre, per definire quale app può dare una esperienza d’uso migliore sulla nostra piattaforma piuttosto che altrove”. 

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it

Lo smartphone 5G di Honor è pronto. Arriverà anche in Europa?

honor smartphone 5g

Tolga Akmen / AFP 

George Zhao

A sei mesi dall’inizio della guerra scatenata dalla Casa Bianca contro Huawei e che ormai è un capitolo a parte in quella, più ampia, dei dazi tra Usa e Cina, è ormai chiaro che il colosso cinese non ha alcuna intenzione di farsi spaventare.

E se l’atteggiamento di Huawei è stato ora di minaccia – nemmeno tanto velata, come nel caso del discorso tenuto dal presidente di turno al Mobile World Congress di Shanghai – ora di sfida – come nel caso del lancio in Europa del Mate30 senza suite di Google – il suo spin-off Honor ha deciso di non essere da meno e si prepara a lanciare il suo primo smartphone 5G.

Del resto l’ultima edizione dell’Ericsson Mobility Report stima che nel 2025 ci saranno 2,6 miliardi di abbonamenti al 5G nel mondo e che dallo stesso anno gli utenti consumeranno in media 24 GB al mese da smartphone, rispetto ai 7,2 GB attuali, grazie all’aumento della fruizione di video in mobilità e all’introduzione di nuovi servizi.

Per questo la maggior parte dei produttori si sta preparando alla battaglia per il 5G: Xiaomi, uno dei player più interessanti nella fascia media, ha intenzione di lanciare oltre 10 smartphone con la connettività di quinta generazione entro il 2020 e nel 2020 sono attesi sul campo di gara anche Sony, Nokia e HTC.

Secondo le indiscrezioni, Honor V30 Pro – che sarà presentato a Pechino insieme al suo fratello minore senza connessione 5G V30 il 26 novembre – monta la versione 10 di Android e questo dovrebbe preludere a una commercializzazione anche in Italia.

Il lancio della serie 20 fu funestato dall’annuncio, appena 24 ore prima, del bando all’utilizzo di Google che ritardò di cinque mesi l’arrivo sul mercato italiano della versione Pro.

Come sempre il lancio è circondato da un alone di mistero rischiarato da indiscrezioni su indiscrezioni comparse sul web che poco lasciano alla sorpresa in vista della presentazione del 26 novembre a Pechino.

Da quanto si dice, il V30 Pro dovrebbe  presentare un doppio foro nel display simile a quello di Galaxy S10+, per alloggiare la fotocamera per i selfie e un sensore di profondità per lo sblocco intelligente. Il comparto fotografico posteriore dovrebbe alloggiare un modulo rettangolare con tripla fotocamera: il sensore principale da 60 MP, un grandangolo, un macro e ancora un sensore di profondità. A quanto sembra manca, per la prima volta in un Honor, il jack audio da 3,5mm.

All’interno la novità dovrebbe essere il nuovo processore di Huawei Kirin 990, che nella versione Pro adotterà la variante con connettività 5G, grazie al modem integrato che offre il supporto sia Standalone che Non-Standalone. Cosa significa questo? In una prima fase, le reti 5G saranno supportate dall’infrastruttura 4G esistente. Qui, gli smartphone abilitati per il 5G si collegheranno alle frequenze 5G per miglioramenti della velocità di trasmissione dei dati, ma utilizzeranno comunque il 4G per compiti non relativi ai dati. La diffusione dello standard Standalone porterà a una semplificazione e al miglioramento dell’efficienza, con una riduzione dei costi e un aumento delle prestazioni soprattutto in termini di bassa latenza e affidabilità. Il V30 Pro passerà da uno standard all’altro senza che l’utente si accorga di nulla.

Secondo quanto anticipato dal presidente di Honor, Zhao Ming, durante la conferenza World Internet in Cina, il V30 è pensato per un pubblico giovane, come sempre nei device della casa cinese, e per questo il comparto fotografico sarà particolarmente curato insieme al display – è atteso un Oled da 6,57 ​pollici con una frequenza di aggiornamento di 90Hz, ideale per il gaming e lo streaming. Il Pro dovrebbe essere equipaggiato con una batteria da 4.200 mAh e ricarica veloce da 40W, mentre la versione base dovrebbe avere una batteria da 4.000 mAh e rticarica da 25W. La ram dovrebbe andare da 6 a 8 giga e lo storage da 128 a 256 giga. Ma le reali caratteristiche, i prezzi e soprattutto la disponibilità in Europa saranno svelate sul palco allestito per l’evento al Politecnico di Pechino.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it

Cos’è, quanto costa e che giochi propone Google Stadia 

google stadia giochi costi

INA FASSBENDER / AFP

Google Stadia

Google Stadia è arrivato. A otto mesi dall’annuncio dello sbarco di Google nel settore del gaming da salotto, la vita di Stadia è ufficialmente iniziata. Da oggi, martedì 19 novembre, è infatti possibile accedere al servizio di cloud gaming del colosso di Mountain View e provare direttamente se davvero di rivoluzione si tratta.

Cosa è Google Stadia

Ma facciamo un passo indietro. Stadia promette, nelle intenzioni dei suoi creatori, di cambiare per sempre il modo in cui giochiamo ai videogame eliminando la necessità di avere console come PlayStation o Xbox. Al posto dei dispositivi fisici che si collegano alla tv, propone un abbonamento da fruire attraverso la Rete. Come altri prodotti di cloud gaming che nel frattempo si stanno affacciando sul mercato, punta insomma a spostare la potenza computazionale dalle console a casa ai server in cloud.

In poche parole il gioco non viene “elaborato” a casa nostra, ma nelle server factory di Google sparse per il mondo e che noi raggiungiamo con la banda larga. Un po’ come avviene per i servizi di streaming stile Netflix, ma coniugato ai videogame. Che pongono tuttavia tutta una nuova serie di sfide tecnologiche.

La velocità di risposta di un nostro input sul controller deve infatti ottenere una risposta immediata altrimenti il gioco sarà nei fatti inutilizzabile. Servono quindi una velocità e una stabilità di connessione all’altezza di questa sfida. E anche una banda ampia a sufficienza per garantire il ritorno di un’immagine in altissima definizione. Tutti elementi che dovranno essere messi alla prova dei fatti.

Per usare Stadia Google chiede una connessione minima da 10 Mbps che garantisce tuttavia solo una risoluzione di 720p. Per l’esperienza migliore con risoluzione 4K, video Hdr, 60 fps e audio Surround 5.1, è necessaria una connessione da 35 Mbps. Una qualità della banda che molti centri in Italia possono solo sognare.

google stadia giochi costi

JUSTIN SULLIVAN / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

La presentazione di Google Stadia

Quanto costa

Stadia è un servizio in abbonamento. I primi a poter giocare a Stadia saranno gli acquirenti della “Founder’s edition” che al prezzo di 129 euro comprendeva il controller wi-fi, il Chromecast Ultra (da collegare alla tv) e 3 mesi di abbonamento.

Esaurita questa, per tutti gli altri c’è invece la Premiere edition, identica alla Founder’s anche nel prezzo ma che propone un controller di colore diverso. Google ha inoltre comunicato che i vari pacchetti saranno spediti seguendo l’ordine di prenotazione, quindi chi ha scelto per tempo la Founder’s edition potrà giocare prima degli acquirenti della Premiere edition.

Finiti i tre mesi gratuiti, ogni mese di abbonamento costa 9,99 euro. L’abbonamento garantisce l’accesso al servizio, alla risoluzione a 4K e ad alcuni videogame. Gli altri giochi devono invece essere acquistati singolarmente. Nel 2020 è inoltre previsto il lancio di Stadia Base, senza costi di abbonamento e senza giochi inclusi, e con delle limitazioni tecniche.

Che giochi ci sono

La migliore delle piattaforme al mondo è inutile se non ci sono giochi all’altezza: è la regola numero uno per i gamer. Al momento del lancio Stadia propone una line-up di 22 titoli, tra cui molti blockbuster ma nessuna esclusiva. Ecco la lista dei giochi annunciata: Assassin’s Creed Odyssey, Attack on Titan: Final Battle 2, Destiny 2: The Collection, Farming Simulator 2019, Final Fantasy XV, Football Manager 2020, Grid 2019, Gylt, Just Dance 2020, Kine, Metro Exodus, Mortal Kombat 11, NBA 2K20, Rage 2, Rise of the Tomb Raider, Red Dead Redemption 2, Samurai Shodown, Shadow of the Tomb Raider, Thumper, Tomb Raider 2013, Trials Rising, Wolfenstein: Youngblood.

Ognuno di questi giochi va acquistato singolarmente per essere usato. Un costo che va aggiunto a quello dell’abbonamento. Gli unici giochi inclusi nell’abbonamento Stadia Pro (Premiere e Founder’s), e che quindi non richiedono un’ulteriore spesa, sono “Destiny 2: The Collection” e “ Samurai Shodown”. Ogni mese si prevede l’arrivo di nuovi titoli inclusi nell’abbonamento e nuovi giochi acquistabili.

Ma la rivoluzione dov’è?

Rispetto ai primi annunci, Stadia parte con il freno a mano tirato. Forse per la necessità di sistemare ancora qualcosa o per quella di testare il servizio, all’appello mancano non poche funzionalità promesse e potenzialmente rivoluzionarie. Al lancio manca infatti la possibilità di accedere al servizio base senza pagare abbonamento (Stadia base), mancano la possibilità di condividere una partita attraverso un link (Stream Connect), quella di mettersi in coda per giocare con gli Youtuber più seguiti (Crowd play) e anche la possibilità di usufruire del servizio da smartphone e tablet sarà limitata a pochi modelli di Android (Pixel 3, Pixel 3 XL, Pixel 3a e Pixel 3a XL).

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it

Lenovo aprirà a Milano il primo flagship store europeo

lenovo flagship store milano

Lenovo

Un rendering dello spazio Lenovo che aprirà a Milano

Lenovo aprirà all’inizio del 2020 il suo primo flagship store in Europa, a Milano. Uno spazio di tre piani all’angolo fra Corso Matteotti e Via S. Pietro all’Orto, articolato in aree espositive, zone di co-working, un auditorium, un angolo commerciale, un bar e un luogo di incontro.

L’intento è di essere uno spazio innovativo con un ruolo nella diffusione della conoscenza delle nuove tecnologie “come fattore di inclusione sociale e non solo di progresso economico e produttivo”. “Siamo orgogliosi di aprire a Milano uno spazio di incontro tecnologico, sociale, culturale ma anche di relax e di svago, in cui le persone possano provare nuove esperienze con il mondo digitale”, dichiara Emanuele Baldi, amministratore delegato e country general manager di Lenovo per l’Italia. “Ci auguriamo con questa iniziativa di dare un contributo alla creazione di un ecosistema dedicato all’innovazione, che possa offrire a Milano ulteriore impulso verso l’apertura e la crescita internazionali”.

“Stiamo progettando un luogo dove sia possibile sperimentare e conoscere le tecnologie che migliorano la vita di oggi e quella futura, dalle soluzioni dell’high performance computing ai nuovi PC e tablet con AI, dai dispositivi connessi al gaming alla realtà virtuale fino agli smartphone. Aperto a soluzioni di Partner e Brand che hanno un ruolo fondamentale nell’innovazione. Forme e design del Flagship Store interpreteranno questo obiettivo e i valori di Lenovo creando un contesto di conoscenza”, aggiunge Baldi.
Insieme alle aree dedicate a prodotti e all’assistenza ai visitatori ci saranno zone di dialogo, confronto e incontro per eventi e iniziative culturali. 

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it