Innovazione

Instagram ha reso i profili più sicuri in caso di furto delle credenziali

instagram furto identita profilo

Instagram ha annunciato che aggiornerà le proprie funzioni di sicurezza in modo da rendere i profili più sicuri in caso di furto delle credenziali. L’iniziativa, come spiega la stessa azienda in un comunicato, permetterà all’utente di rientrare in possesso del proprio profilo più facilmente. In particolare, le nuove funzioni – per ora in via sperimentale – riguardano il la funzione “bisogno di ulteriore aiuto”, che comparirà dopo ripetuti tentativi di accedere al profilo.

Da lì, l’utente potrà inserire diversi tipi di informazioni specifiche relative all’ account, ad esempio, l’indirizzo e-mail o il numero di telefono associato, o l’e-mail o il numero di telefono utilizzato al momento della registrazione su Instagram, per poi ricevere un codice di autenticazione per il recupero dell’account. Grazie a questa funzione, precisa l’azienda, sarà possibile “recuperare il tuo account anche se le informazioni (come nome utente e le informazioni di contatto associate) sono state modificate da un hacker”.

Sempre più spesso infatti gli utenti cadono in trappole tese dai truffatori digitali e mirate a cercare di acquisire nome utente e password degli account. Si tratta del classico esempio delle pagine di phishing, che emulano graficamente un servizio, inducendo l’utente a effettuare il login. In realtà, sta inserendo le informazioni in un finto form, direttamente leggibile dal truffatore. “L’obiettivo nei prossimi mesi è quello di consentire agli utenti di recuperare l’account direttamente dall’applicazione, senza bisogno di ulteriore supporto da parte del nostro Community Operation team”, scrive l’azienda.

Altra novità introdotta da Instagram – già disponibile su Android e in fase di rilascio per iOS – riguarda il nome degli account, che non sarà più immediatamente disponibile ad altri nel caso in cui lo volessimo cambiare. Questa soluzione eviterà le sostituzioni di account, impedendo che un intruso sostituisca il nome del nostro account per poi riutilizzarlo immediatamente dopo su un altro profilo.

“Vogliamo assicurarci che lo username sia al sicuro per un determinato periodo di tempo dopo aver apportato modifiche all’account, il che significa che non può essere richiesto da qualcun altro se perdi l’accesso al tuo account”, si legge nella nota. “Abbiamo notato che se qualcuno cambia o perde il proprio nome utente, a volte questo può essere rivendicato rapidamente da un’altra persona – e prosegue -. Con questa funzione, diamo al titolare dell’account la sicurezza di sapere che il suo nome utente non sarà disponibile per essere rivendicato da qualcun altro per un periodo di tempo a seguito di eventuali modifiche”.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.

Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.

Come funzionerà e a cosa servirà Libra, la moneta di Facebook

libra moneta facebook

Mark Zuckerberg

Il logo e i partner di Libra

Alla fine è arrivata. La moneta di Facebook. Non proprio una moneta di Internet, come spiegavamo qua, ma comunque un bel passo avanti, ora che Mark Zuckerberg ha rivelato, in un lungo post su Facebook, chi entrerà a far parte del club che sosterrà Libra, come si chiama la nuova criptovaluta. Un nome non scelto a caso: in latino significa ‘bilancia’ e il messaggio è chiaro, ossia trasmettere senso di equilibro e stabilità in un mondo, quello delle criptovaute, che la stabilità non sa nemmeno cosa sia

Zuckerberg è riuscito a riunire intorno a sé  27 organizzazioni in tutto il mondo per quella che ha definito “un’associazione senza scopo di lucro” e il lancio vero è fissato per il 2020, ma l’idea di creare una infrastruttura finanziaria globale che autorizzi transazioni tra miliardi di persone in tutto il mondo – si calcola che sarà al servizio di 2,38 miliardi di utenti di Facebook –  alimentate dalla tecnologia blockchain è destinata a rivoluzionare il mercato sei servizi online. Non a caso quasi tutti i 27 partner sono società di servizi web, tra cui Booking, eBay, Farfetch, Lyft, Spotify e Uber, ma anche di pagamento tradizionale e online come Mastercard, Paypal, PaYu, Stripe e Visa.

L’obiettivo, spiega Zuckerberg, è di poter usare il denaro senza portarlo con sé e senza pagare commissioni extra sui trasferimenti. “Un aspetto importante per le persone che non hanno accesso alle banche tradizionali o ai servizi finanziari e in particolare”, sottolinea il fondatore di Facebook, “quel miliardo di persone che non ha un conto in banca, ma hanno un cellulare” e quindi la possibilità di usare il social network.


A che servirà e come funzionerà Libra

L’obiettivo è di rendere facile per tutti inviare e ricevere soldi proprio condividere messaggi e foto sui social. Per farlo, Facebook sta lanciando una struttura indipendente chiamata Calibra che costruisce servizi che permetteranno di inviare, spendere e accumulare Libra a partire da un portafoglio digitale che sarà disponibile su WhatsApp e Messenger e come app a sé a partire dal 2020.

Calibra sarà regolamentata come altri fornitori di servizi di pagamento: tutte le informazioni condivise con Calibra saranno tenute separate da quelle su Facebook. All’inizio permetterà di inviare Libra a quasi chiunque con uno smartphone a costo zero o quasi. Nel tempo, la prospettiva è di offrire servizi per le persone e le imprese come il pagamento delle bollette, l’acquisto di un caffè o di un biglietto dei mezzi pubblici.


Sembra qualcosa di già visto, con WeChat, per esempio, dove però i la ricarica del social network polifunzionale made in China è legato all’esistenza di un un conto corrente o di una carta di credito con soldi veri, sonanti, e non alla tecnologia blockchain.

Tecnologia che, assicura Zuckerberg, servirà anche a garantire la sicurezza delle transazioni e la privacy, ed è in qualche modo ironico che sia Facebook a farsene garante. “La privacy e la sicurezza saranno costruite in ogni passo” scrive, “Ad esempio, Caibra avrà un team dedicato di esperti nella gestione dei rischi, incentrato sulla prevenzione delle persone che lo utilizzano per scopi fraudolenti. Abbiamo la protezione dalle frodi, quindi se si perdono le Libra, offriamo i rimborsi. Crediamo anche che sia importante che le persone abbiano delle scelte così avrai le opzioni per usare molti altri portafogli di terze parti sulla rete di Libra”.

Nel club di Libra sono entrati anche no-profit che lavorano sull’inclusione finanziaria come Kiva, Mercy Corps e Women’s World Banking, ma anche alle aziende del settore crypto come Anchorage, Coinbase, Xapo e Bison Trail

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.

Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.

La startup dei distributori automatici di racconti brevi

startup distributori racconti

Immaginate un distributore automatico che invece di caffè eroghi racconti brevi. Gratis, per di più. Non è una favola, ma l’idea – diventata realtà – di una casa editrice francese. Il primo distributore ha fatto la sua comparsa nel 2016 all’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi. Oggi la Short Edition è presente nelle stazioni della metro, dei treni, nei bar o nelle sale d’attesa francesi e anche negli Usa.

Come funzionano

Per leggere un racconto basta premere uno dei tre pulsanti presenti sulla colonnina a seconda del tempo che si ha a disposizione: ci sono racconti da 1, 3 o 5 minuti che vengono stampati su carta ecologica in formato scontrino. La lunghezza massima del racconto è di un metro e venti.

A rendere l’idea ancor più allettante il fatto che sia gratis. Lo scopo della casa editrice è quello di adattare la letteratura al mondo moderno combinando il piacere della lettura alle nuove tecnologie e ai ritmi frenetici.

L’idea alla macchinetta del caffè

“Nel 2011 abbiamo creato il sito short-edition.com, a Grenoble, per promuovere i contenuti brevi e costruire una community di lettori e scrittori” racconta Loïc Giraut, Business Development Manager della piattaforma. Alla fine del 2015 – racconta il sito Millionaire – i quattro fondatori (Isabelle e Quentin Pleplé, Sylvia Tempesta, Christophe Sibieude) hanno avuto l’idea davanti alla macchinetta del caffè: “Perché non creare un distributore, non di bibite e snack, ma di letteratura?”.

Così è nato Short Story Dispenser. Il primo è stato installato a Grenoble. Il progetto pilota ha subito riscosso grande successo. Il sindaco della città ha richiesto altri dispenser, i media hanno promosso l’idea e in pochi mesi la startup ha installato le macchinette dei racconti anche a Parigi e nel resto della Francia.

La svolta è arrivata nel 2016, quando il team di Short Édition è stato contattato da Francis Ford Coppola. “Ero a Parigi e per caso ho sentito alcune persone che parlavano del vostro concept” avrebbe detto il regista. “Adoro l’idea di un distributore automatico che non distribuisce patatine, birra, caffè o banconote, ma ti dà arte. Mi piace soprattutto che non devi metterci soldi”.

Com’è nata

Fondata nel 2011 Short Édition conta oggi oltre 230.000 lettori iscritti alla sua piattaforma. La startup ha ricevuto investimenti per oltre 2 milioni di euro. Oggi conta 19 dipendenti, tra Grenoble e Parigi. Ha distribuito i racconti attraverso 172 distributori.

La casa editrice vanta, inoltre, 9000 autori indipendenti, selezionati e promossi dalla community di cui fanno parte loro stessi. I migliori racconti, infatti, vengono poi scelti per il dispenser. “Tutti i nostri autori firmano un contratto con Short Édition che protegge la loro proprietà intellettuale. Vengono pagati in royalty”. 

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.

Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.

Honor 20Pro arriva in Italia e non è solo una notizia da nerd

honor 20P pro arriva italia

Ugo Barbàra / Agi

Zhao Ming, presidente di Honor

Honor 20Pro arriverà anche in Italia. Sembra una notiziola da nerd, ma è un segnale importante nella guerra dei dazi tra Usa e Cina che ha fatto come vittima eccellente la collaborazione tra Google e Huawei. 

Ma andiamo per ordine. Honor è uno spin-of del marchio Huawei: pensato all’inizio per essere la versione più economica dei sofisticati smartphone del colosso cinese ha conquistato via via importanti quote di mercato in alcuni Paesi (tra cui l’Italia, grazie all’exploit di Honor 8 alcuni anni fa) al punto di cominciare a pensare di rescindere il cordone ombelicale com la casa madre.

Ma proprio quando stava muovendo i primi passi – grazie a un prodotto di successo come il View 20 – è arrivata la mazzata del bando al sistema operativo Androidi decretato da Google per andare incontro alle disposizioni della Casa Bianca. Ed è arrivata proprio alla vigilia della presentazione a Londra della Serie 20, quella che, nelle intenzioni di Honor, dovrebbe segnare un passo diverso rispetto al passato e aiutare a conquistare quella fascia di mercato desiderosa di avere a un prezzo ragionevole uno smartphone fluido con un ottimo  comparto fotografico, mutuato – non a caso – dai cugini della Huawei.

La reazione dei due marchi, come si ricorderà, è stata piuttosto scomposta, con manager che ostentavano sicurezza solo per essere smentiti dopo poche ore e l’imbarazzo di Zhao Ming, presidente della società, arrivato per presentare una fuoriserie e costretto a lanciare una dignitosa utilitaria. Sì, perché a Londra, il 21 maggio, dovevano essere lanciati sia l’Honor 20Pro, orgoglio della casa, che il suo valvassore, il 20. Al segnale di partenza, però, la fuoriserie è rimasta ferma, di fronte allo sgomento di tutti. Perché, fu spiegato, mancava la certificazione di Google per il sistema operativo Android, che invece era già arrivata per il fratello minore. Un po’ come se al una Porsche nuova di zecca mancasse la targa e si fosse costretti ad andare in giro su una microcar di lusso.  

Ora, rivela il sito HdBlog con una notizia confermata da fonti Honor, la certificazione è arrivata e Il top gamma 2019 della casa cinese arriverà in Italia nelle prossime settimane con 8 giga di ram e 256 di memoria a circa 600 euro. Uno smartphone in grado di offrire un ottimo hardware, batteria da ben 4000mAh, processore Kirin 980 e ben quattro fotocamere posteriori. Tutta un’altra cosa rispetto all’Honor 20.

Ma, caratteristiche tecniche a parte, è il segnale che qualcosa continua a muoversi nelle trattiatve tra Washington e Pechino per sbloccare l’impasse che incombe sugli impianti del colosso di Shenzen e che, forse, l’Honor 20Pro non sarà l’ultimo smartphone Huawei (con sistema operativo Android) che terremo tra le mani.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.

Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.

Il salto triplo dell’Africa tra innovazione digitale, svolta “green” e cooperazione

africa innovazione digitale green

A Nairobi in Kenya nascono nuovi quartieri adibiti (come l’hub di Konza Technopolis) a ospitare startup, servizi digitali per la gestione della connessione a banda larga e nuovi modelli per un approccio più ampio e diffuso delle fonti rinnovabili. È la Silicon Savannah, il fiorente panorama tecnologico del Kenya. Se ne discute alla Summer School “Energy Management e Digital Innovation per lo Sviluppo Sostenibile in Africa Subsahariana” organizzata dalla Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM) insieme al Politecnico di Bari, che prenderà il via il prossimo 24 giugno proprio nel capoluogo pugliese.

Il programma prevede interventi di docenti tra cui Giulio Sapelli, Veronica Ronchi, e Manfred Hafner di FEEM; Mario Citelli e Vito Albino del Politecnico di Bari, Mario Giro dell’Università per Stranieri di Perugia. A loro si affiancheranno anche due tra le principali protagoniste di questa rivoluzione digitale e rinnovabile: Funké Michaels dell’Università di Nairobi e Ruth Ndegwa del Kenya Climate Innovation Centre.

Giovane, istruita e sana: benvenuti nell’Africa Sub-Sahariana

I ricercatori della Fondazione Eni Enrico Mattei ci spiegano che l’Africa Sub-Sahariana è in una posizione unica per trarre vantaggio dall’economia digitale: è giovane (il cosiddetto ‘dividendo demografico’ contribuisce all’incremento del PIL); meglio educata che in passato (l’alfabetizzazione è quasi ovunque al 70%); più ricca (il tasso di povertà estrema è calato dal 56 al 35 percento dal 1990); e vi è un rischio minore di contrarre Aids e malaria (tra il 2000 ed il 2012 la mortalità per malaria è calata del 50%). Un terzo della popolazione è in possesso di un telefono cellulare, i sistemi di moneta elettronica (e-mobile systems) sono in rapida espansione (si veda il successo di M-Pesa in Kenya), e una rete di start-up ispirato alla Silicon Valley si sta velocemente sviluppando, con 200 centri d’innovazione già esistenti e finanziamenti in crescita letteralmente esponenziale”.

Questo slancio di innovazione è trainato dalla tecnologia, che attira investimenti da ogni parte del mondo. Per rendersi conto dell’attenzione che c’è verso questa regione, basta vedere il programma della Nairobi Innovation Week che è in programma per la prima metà di giugno. Tra gli ospiti dell’evento, investitori internazionali e manager delle principali compagnie mondiali di smartphone e di servizi digitali. Anche giganti come Google hanno voluto contribuire alla crescita digitale del Kenya con un programma molto particolare: mandare in volo palloni aerostatici fino a 20 km di altezza per diffondere il segnale Internet anche nelle aree più remote del paese.

Il Kenya è capofila nell’innovazione digitale in Africa

“In questi ultimi 5-10 anni – spiega Mario Citelli, che è uno dei coordinatori della Summer School organizzata dalla Fondazione Eni Enrico Mattei – il Kenya ha conosciuto un vero e proprio boom dei dati sulla penetrazione delle infrastrutture di rete che è stato favorito proprio dalle condizioni preesistenti di grande arretratezza”. Due i fattori chiave: una rete prevalentemente aerea e una scarsa penetrazione sul territorio con indici tra i più bassi al mondo. “Non si è dovuto praticamente scavare per implementare le nuove reti e in più la diffusione del mobile ha fatto il resto”, aggiunge Citelli.

I dati, presentati dalla Communications Authority of Kenya parlano di un tasso di penetrazione in costante crescita che ha ormai raggiunto l’88,1% della popolazione. Sono questi i numeri che hanno sostenuto e sostengono progetti come la Silicon Savannah, il distretto tecnologico realizzato nel distretto di Kanza a una sessantina di chilometri da Nairobi sulla strada per Mombasa, principale porto commerciale del paese. Le ricadute, per tutta l’area Sub-Sahariana di questo nuovo ecosistema economico sono davvero tante e non riguardano solo il Kenya.

Funkè Michaels nel corso di una Lecture promossa dalla Fondazione Eni Enrico Mattei  a giugno 2018, ha spiegato: “Quando Calestous Juma, professore dell’Università di Harvard, parlò delle ricadute positive dell’innovazione tecnologica sulla geografia africana, pensava alla Kenyan Tech Valley e al suo impatto sul mercato nigeriano. Riuscì a prevedere quello che fino a poco tempo prima era considerato un evento improbabile: il sodalizio tra le app e i sistemi sviluppati dai kenyoti e il fiuto nigeriano per gli affari. Nelle imprese indigene come la Cellulant (Kenya e Nigeria), il progetto per la diffusione dei fertilizzanti ha permesso a un numero maggiore di contadini di accedere alle sovvenzioni per questi prodotti, incrementando la produttività agricola dei rispettivi Paesi. Adesso gli agricoltori sanno che è possibile definire dei calendari digitali per la semina e accedere ai sussidi per i fertilizzanti. Ora ci si deve assicurare che i progressi fatti siano mantenuti. Attraverso le piattaforme di cross-learning e le opportunità di partenariati regionali, l’Africa si sta rapidamente preparando a sfruttare queste opportunità di formazione”.

Modelli errati sono quelli europei e del mondo occidentale

Nel corso della Summer School, Funkè Michaels, esperta di temi legati allo sviluppo, parlerà più nello specifico proprio di come le nuove tecnologie digitali stiano favorendo cambiamenti sostanziali nelle società africane. “La digitalizzazione non ha raggiunto le comunità rurali africane allo stesso tempo e con la stessa velocità e risultati. Per questo non possiamo basare la nostra osservazione solo sulle cifre perché la nostra popolazione non ha le stesse abitudini degli utenti come in Europa, per esempio. Non solo anche le statistiche ci dicono poco se pensiamo al fatto che molto spesso un singolo smartphone o un laptop possono essere usati da diversi utenti anche commerciali. In questo contesto diventa difficile basare l’incidenza e la distribuzione esclusivamente sui numeri. Tuttavia le storie di successo sono molte: la Mpesa del Kenya è conosciuta in tutto il mondo; e la digitalizzazione agricola della Nigeria ha portato a un database di agricoltori rurali che aiuta nella diffusione di informazioni e input agricoli come fertilizzanti. In Tanzania gli abitanti delle zone rurali stanno imparando a proteggere l’ambiente e a salvare gli alberi utilizzando le informazioni agricole fornite digitalmente per aumentare la produzione e la resa per metro. Sta succedendo in tutta l’Africa: la facilità di comunicazione e la disponibilità di informazioni continueranno ad essere un catalizzatore per l’innovazione e la crescita”.

È però in Kenya che questa rivoluzione sta assumendo forme e strutture più solide, anche grazie a una attenta e costante azione di sostegno da parte del governo locale e di investitori privati, anche stranieri. “Il Kenya è un laboratorio, ma lo è tutta l’Africa, dove si sperimentano nuove forme di organizzazione del territorio, dell’economia, della società; con processi accelerati visto che l’evoluzione post-coloniale non ha ancora creato significative e consistenti strutture intermedie sul modello occidentale. Quelle già presenti mantengono un alto grado di flessibilità, favorendo il cambiamento, anche con la formazione in molti casi di comunità funzionali che cercano di utilizzare positivamente nuovi e vecchi strumenti a loro disposizione”, dice ancora Mario Citelli. Questo processo spiega anche il successo e l’ampia diffusione dei nuovi strumenti digitali, come per esempio, M-Pesa, un sistema di pagamento in cui M sta per mobile, pesa per danaro in swahili, strumento per la circolazione di denaro, pagamenti e prestiti, attraverso telefono mobile e smartphone, che si appoggia a una rete di telecomunicazioni mobili.

“L’applicazione M-pesa – racconta Citelli – è il risultato di un’attività condotta da un ente di ricerca e sviluppo britannico, il Department for International Developmant (DFID), che nel 2002 registrò la diffusione informale del telefono in Africa orientale per anticipare e sostenere pagamenti. Nel 2005 viene affidata a Vodafone, attraverso la sua consociata Keniana Safaricom, la realizzazione di un’esperienza pilota, sfruttando un software realizzato da uno studente della Moi University, keniano. Nel 2007 l’applicazione viene lanciata come strumento di pagamento diffuso, con una gestione tecnica delegata a IBM e successivamente a Huawei. Negli anni successivi il servizio è lanciato anche in altri Paesi: Tanzania, Afghanistan, India, Romania e Albania. In Kenya il servizio è ora utilizzato da circa 22 milioni di persone (su 48 milioni di abitanti del Paese), a cui va aggiunta un’altra percentuale di persone che si avvale di servizi simili, avviati da altre compagnie telefoniche, competitor di Vodafone/Safaricom. Servizio che permette di depositare e ritirare denaro, trasferirlo tra utenti, pagare bollette e fatture; regolamentato per quanto riguarda l’identità degli utilizzatori, ma assolutamente al di fuori del sistema bancario. Nel 2008 un gruppo di banche operanti in Kenya tentò, attraverso azioni di lobbing, di fermare l’evoluzione del servizio, senza successo”.

Innovazione fondamentale per lo sviluppo di agricoltura ed energy mix

Un aspetto su cui le innovazioni digitali potranno fornire un ulteriore contributo è quello critico dell’accesso all’energia, soprattutto quella rinnovabile, uno dei cardini dell’Agenda per la Sostenibilità delle nazioni Unite e anche uno dei temi della Summer School organizzata dalla Fondazione Eni Enrico Mattei. I ricercatori della Fondazione spiegano che per sostenere queste nuove dinamiche, la regione sta registrando un cospicuo aumento di investimenti nell’energia pulita e proseguendo su questa strada potrebbe emanciparsi dalla sua dipendenza energetica, che da sempre costituisce uno dei principali ostacoli al suo sviluppo. Il futuro energetico dell’Africa passa inevitabilmente per le fonti rinnovabili. Meno del 25% delle abitazioni dell’Africa Sub-sahariana ha oggi accesso all’elettricità, appena il 10 per cento nelle aree rurali. Come risposta, i governi cercano una soluzione nelle energie rinnovabili, fissando obiettivi sempre più ambiziosi e investendo in tecnologie solari, eoliche e geotermiche. Secondo l’Agenzia internazionale delle energie rinnovabili (Irena), la quota di energia da rinnovabili in Africa potrà passare, in media, dal 17 del 2009 al 50% nel 2030.

Un esempio di come le tecnologie digitali possono sostenere la crescita e la migliore e più efficace distribuzione dell’energia è il progetto realizzato da Giacomo Falchetta, ricercatore FEEM che collabora al Future Energy Program coordinato da Manfred Hafner, che ha sviluppato un progetto, basato su Google Earth Engine, che incrocia dati satellitari, geografici e demografici per mostrare come si è diffusa l’elettrificazione in Africa Subsahariana dal 2014 a oggi. Questo dataset può essere utilizzato in molti ambiti: per esempio verificare quali sono i modi più efficienti per portare l’accesso all’elettricità oppure capire meglio come indirizzare gli investimenti per lo sviluppo o tenere traccia del SDG 7 Agenda 2030, per potenziali usi futuri concreti.

Il problema, infatti, non è verificare se il Sudafrica ha un tasso di accesso all’energia intorno all’85-90% e che il Malawi si attesta intorno al 25, perché questi dati sono molto semplici da reperire anche in modo tradizionale. Una domanda invece a cui è molto difficile rispondere è che a fronte dell’85% di persone che in Sudafrica hanno accesso all’energia ce n’è un 15% che non ce l’ha: questo dato riguarda diversi milioni di persone. Ma dove sono queste persone? Grazie alla mappatura è possibile avere un’idea più precisa in merito.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.

Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.

Gli smartphone pieghevoli sono un flop. Per ora

smartphone pieghevoli flop

E due. Dopo il Samsung Galaxy Fold, anche il Mate X di Huawei rimanda il lancio. I primi smartphone pieghevoli di sempre non funzionano come dovrebbero. E così le società, impegnate nella corsa a chi arriva prima, rischiano entrambe di perdere.

Perché il Mate X ritarda

Il Mate X, presentato a febbraio, sarebbe dovuto arrivare nel primo semestre, al più a cavallo tra giugno e luglio. Arriverà a settembre. Il motivo non sarebbe legato a problemi di fornitura, né alle tensioni con Google ma alla volontà di assicurarsi che il dispositivo funzioni. Anche perché costa 2.600 dollari. Huawei procederà quindi con ulteriori test, mirati soprattutto a migliorare la qualità del display, ha spiegato al Wall Street Journal il vicepresidente Vincent Peng. L’obiettivo, ha confermato un portavoce del gruppo Cnbc, è evitare che un intoppo possa “distruggere la reputazione del gruppo”.

Google non c’entra

Huawei rassicura che, questa volta, la black list di Trump non c’entra nulla. Versione più che plausibile: il Mate X, come tutti i dispositivi di punta del gruppo, ha chip fatti in casa. Che quindi isolano il dispositivo dalle tensioni con i fornitori statunitensi. Il pieghevole, ha assicurato il portavoce a Cnbc, non dovrebbe neppure incappare nella tagliola di Google. Il bando americano nei confronti di Huawei è congelato fino al 19 agosto e sarà quindi attivo prima del lancio commerciale dello smartphone. Sul Mate X dovrebbero però esserci Google Play e una piena licenza Android perché il dispositivo è stato presentato prima che il gruppo fosse incluso nella lista nera della Casa Bianca.

Il portavoce ha quindi ripetuto quello che Shenzhen dice da settimane: la prima scelta è Google, ma se non dovesse esserci un accordo, un nuovo sistema operativo cinese sarebbe pronto “entro sei-nove mesi”. Anche se per ragioni diverse, è il secondo stop a un prodotto Huawei nel giro di pochi giorni. La società ha rimandato il lancio del nuovo laptop, il MateBook X Pro. Questa volta sì, per problemi legati alle tensioni con gli Stati Uniti.

Pieghevoli rimandati

Ambivano a essere la grande novità del 2019: rischiano di diventare la delusione dell’anno. I due pieghevoli hanno saputo catturare l’attenzione in un mercato degli smartphone stagnante, sia per vendite che per novità capaci di solleticare gli utenti. Huawei e Samsung hanno avuto fretta, anche se in modi diversi.

Il Galaxy Fold è stato protagonista di una presentazione durata mesi. Era stato svelato a novembre, in penombra. Qualche dettaglio è emerso qua e là nelle settimane successive. La possibilità di toccare con mano il dispositivo, però, è stata ritardata fino a pochi giorni dal lancio ufficiale di aprile. Un percorso singolare, indice probabilmente di una maturazione tardiva o di inghippi non previsti in fase di progettazione. Alla fine di maggio sono scaduti i preordini, ma del Galaxy Fold non c’è ancora traccia. Nessuna comunicazione sulla nuova data di lancio.

Adesso non c’è neppure il pungolo di Huawei, che ha dato qualche mese in più a Samsung per potersi fregiare del titolo di “primo pieghevole al mondo” (una medaglia che, visti gli inconvenienti, probabilmente non verrà portata in giro con troppo orgoglio). Anche la gestazione del Mate X è stata bizzarra.

A fine gennaio il gruppo ha affermato che al Mobile World Congress avrebbe portato il suo primo pieghevole 5G. Il 25 febbraio lo ha svelato (ma non fatto toccare) al mondo. Un percorso fulmineo, forse troppo. Che ci siano stati errori e leggerezze, pare evidente. Che adesso la cautela sia la scelta migliore, anche. La batosta sulla reputazione c’è e non si cancella, ma sarebbe stata peggiore se i difetti fossero spuntati dopo la vendita. Non è una bella notizia, ma i danni economici sono probabilmente contenuti: Mate X e Fold non sono stati pensati per ribaltare i bilanci di Huawei e Samsung. Non è una bocciatura definitiva: pieghevoli rimandati.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.

Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.

Alcuni smartphone Huawei potrebbero avere Android Q

smartphone huawei android q

Emin Menguarslan / ANADOLU AGENCY

Huawei e Android

La lettera chiave è Q. Anonima, per quanto un po’ curiosa, ma fondamentale per quanti stanno seguendo con ansia gli sviluppi della guerra che oppone la Casa Bianca a Huawei. Con, nel mezzo, il bando imposto a Google (e da Google) per quanto riguarda l’utilizzo del sistema operativo Android sugli smartphone del colosso cinese.

Dopo aver dato bizzarri nomi di dolciumi alle varie versioni del suo sistema operativo (dal Cupcake del 2009 al Pie del 2018), Google sta mettendo a punto Q, quello, per intenderci, che dovrebbe girare anche sugli smartphone pieghevoli (quando saranno finalmente pronti per il battesimo del mercato) e che è vissuto come uno spartiacque nel futuro di Huawei: se i prossimi modelli non funzioneranno con quello, allora probabilmente avranno Ark, come è stata battezzata la versione ‘occidentale’ del sistema operativo al quale la casa cinese si è messa alacremente al lavoro per non dover più dipendere dagli umori dell’inquilino di turno a Washington.

Il timore di chi ha in tasca uno smartphone Huawei nuovo di pacca o aveva intenzione di comprarne uno, era di restare drammaticamente indietro con l’aggiornamento dei sistemi operativi, ma questa preoccupazione potrebbe essere spazzata via da un accordo raggiunto nel bel mezzo della sospensiva del bando decisa quando alla Casa Bianca qualcuno ha capito che spostare repentinamente su ‘off’ la collaborazione con il secondo produttore mondiale di smartphone poteva non essere per tutti l’idea migliore del mondo.

Così la notizia, diffusa dal sito solitamente rigoroso e molto ben informato HdBlog, è che una sfilza di smartphone Huawei saranno aggiornati ad Android Q, ossia avranno le applicazioni Google perfettamente in regola nell’immediato e in futuro. I dispositivi potranno quindi accedere a tutti i servizi come Google Play, Gmail, Maps e ad applicazioni come Whatsapp, Facebook, Instagram. Oltre, ovviamente, ad avere gli aggiornamenti di sicurezza con cadenza regolare.

Ecco quali saranno:

  • P30 PRO
  • P30​
  • P30 LITE
  • MATE 20 
  • MATE 20 PRO 
  • MATE 20X 5G ​
  • PSMART 2019 ​
  • PSMART+ 2019​
  • PSMART Z 
  • P20 PRO ​
  • P20 

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.

Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.

Instagram in tilt: temporanea sospensione del servizio per migliaia utenti

Instagram down

LOIC VENANCE / AFP

Instagram

Una interruzione di Instagram ha lasciato senza accesso ieri migliaia di utenti del social network di proprietà di Facebook, e in tanti si sono riversati su Twitter per sfogare la frustrazione. Il sito DownDetector.com ha mostrato un picco nei report di Instagram non disponibili nel pomeriggio di ieri, arrivando a interessare 54.000 utenti. “Oggi, un problema tecnico ha fatto sì che alcune persone avessero problemi ad accedere ai loro account Instagram. Ora abbiamo completamente recuperato e ci scusiamo per l’inconveniente”, ha detto in una nota un portavoce di Instagram.

La società non ha precisato la causa o l’entità dell’interruzione. Le persone che hanno poi utilizzato l’hashtag #instagram su Twitter hanno postato che i tentativi di accedere al servizio su app o computer mobili sono stati respinti con messaggi come “impossibile aggiornare il feed” o “qualcosa è andato storto”. Insieme a lamentele e gif animate che giocavano sull’inconveniente, alcuni offrivano parole di saggezza.

“Immagina se Instagram e social media chiudessero ogni giorno alle 18:00 come in un negozio”, il tweet ad esempio dell’account di @stevebartlettsc. “Saremmo tutti costretti a incontrarci e parlarci nella vita reale, a essere presenti con le nostre famiglie, a lavorare fuori, a uscire, a leggere, a fare arte, musica … eurghhh, non importa”, un altro. Nel frattempo, alcuni giocatori che ieri avevano cercato di accedere alla rete PlayStation hanno ricevuto anche messaggi di errore.

“Siamo consapevoli del fatto che alcuni utenti stanno riscontrando problemi durante l’accesso a PSN. Grazie per la vostra pazienza mentre investigiamo”, ha dichiarato l’account Twitter ufficiale di Ask PlayStation. Secondo DownDetector.com, le interruzioni erano concentrate nell’Europa settentrionale e in Gran Bretagna, cosi’ come in diverse parti degli Stati Uniti e del Brasile. PlayStation non ha risposto immediatamente a una richiesta dell’AFP per un commento sull’interruzione. 

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.

Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.

“Zittisci l’autista”. L’ultimo servizio di Uber non è piaciuto ai conducenti

uber zittire autisti servizio

Lo scorso mese, la compagnia statunitense Uber è finita in tribunale per l’ultima novità del servizio offerto: la possibilità di silenziare il driver. L’opzione si chiama “Quiet preferred” e rappresenta un sogno per molti di coloro che spesso immaginano di mettere tacere qualcuno o qualcosa.

“Dalla prospettiva del driver è una cosa davvero offensiva e maleducata”, ha commentato un autista di Uber al Guardian.”È come se qualcuno dicesse ‘stai zitto!’. La dice lunga su Uber”.

Dal canto suo il colosso americano risponde alle accuse affermando che l’opzione è nata in risposta alle esigenze dei clienti che temevano di ricevere un punteggio basso perché poco disposti a parlare col conducente. Mentre quest’ultimo afferma di aver paura di iniziare una conversazione con un passeggero per la stessa ragione.

Ma chi di noi non ha sognato il magico tasto per ‘spegnere’ il collega noioso o il cameriere logorroico? Il primo a introdurre l’opzione muto è stato, nel 2014, Twitter. La novità del social dei cinguettii è stata subito apprezzata dagli utenti che potevano scegliere di non vedere post su un determinato argomento senza ricorrere a misure drastiche come quella di bloccare la persona. E senza che il diretto interessato lo venisse a sapere. Lo scorso anno è stato Instagram ad adottare la stessa misura.

“Gli esseri umani si sono evoluti in comunità formate da piccoli gruppi in cui tutti conoscono tutti”, ha spiegato al Guardian lo psicologo clinico Paul Gilbert, autore di Living Like Crazy. “Non siamo necessariamente adatti a interagire con uno sconosciuto. Alcune persone lo trovano faticoso, almeno in taxi si deve avere la possibilità di entrare e restare in silenzio”, commenta Gilbert che si dice favorevole a “tasto muto” di Uber.

Il rovescio della medaglia è che “in questo modo si taglia fuori qualsiasi possibilità di instaurare una connessione umana”, si legge sul quotidiano britannico. “Si capisce subito, da come risponde alla domanda – come stai? – se un passeggero ha voglia di parlare o no”.

“Il trend più ampio è quello che viene definito – privatizzazione dello spazio uditivo – spiega Tom Rice, lettore di antropologia alla Exter University. Nel corso dei sondaggi alla domanda “quale è la cosa più irritante della vita moderna”, la maggior parte degli intervistati risponde “suoni e musica non gradita”. E ci si protegge con cuffie e auricolari.

Secondo Rice, se ascoltiamo i podcast, la musica o il rumore bianco tutto il tempo, ci stiamo allontanando dalla società e dalla possibilità di interagire, aiutare, provare piacere. “Personalmente non uso molto gli auricolari, penso che possano essere straordinariamente utili e arricchire la propria vita uditiva. Ma penso anche che si possa guadagnare molto prestando attenzione al proprio ambiente uditivo.”

Come? Ci sono suoni che fanno parte del nostro ambiente quotidiano e che ci infondono sicurezza e serenità: “Il modo in cui il lavandino al lavoro gorgoglia quando si chiude il rubinetto, il canto degli uccelli, il vento tra gli alberi, i passi che echeggiano sotto un ponte”.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.

Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.

L’unica, vera regola per generare una password sicura (secondo Microsoft)

password sicura regola unica

Microsoft ammette che la data di scadenza delle password potrebbe essere un pericolo per la sicurezza dei dispositivi digitali, e la rimuove dalle caratteristiche di autenticazione di Windows 10. A fornire maggiori spiegazioni a riguardo è la stessa azienda, che in un post sul suo blog spiega: “Recenti ricerche scientifiche mettono in discussione il valore di diverse pratiche di sicurezza delle password utilizzate per lungo tempo, e tra queste anche le politiche di scadenza delle password, meno preferibili rispetto ad alternative come l’applicazione di liste di password vietate e l’autenticazione a due fattori”.

Il problema, si evince dal documento, è che alla fine gli utenti cercano sempre un modo di semplificare il loro rapporto con le chiavi di accesso, finendo per riutilizzare sempre password simili tra loro o a scriversele in posti dove le possono vedere gli altri.

“Troppo spesso le persone ricorrono a password facili da indovinare o prevedere, e quando sono costrette a cambiarle, troppo spesso fanno modifica piccole e prevedibili, oppure le dimenticano”, ammette Microsoft. Un altro problema è anche quello del tempismo: nel momento in cui una chiave d’accesso dovesse essere sottratta, cambiarla velocemente è l’unica soluzione possibile e la funzione che impone di cambiarla a intervalli di tempo regolari potrebbe non intervenire in modo efficace. 

Ma la sicurezza informatica, come si dice spesso, è un orizzonte, e per quanto uno possa impegnarsi, non sarà mai del tutto al sicuro. Per questo, rimuovendo la funzione di scadenza delle password, quantomeno Microsoft riduce il fenomeno della cyber-fatigue. Rilevata dai più autorevoli rapporti sulla cybersecurity, la cyber-fatigue è letteralmente l’affaticamento dovuto al dover tenere presente troppi fattori nella protezione delle proprie identità digitali. Molti utenti infatti finiscono per allentare la propria attenzione proprio perché ripetono sempre le stesse pratiche, finendo per trovare delle scorciatoie come quella di scrivere una password su un post-it attaccato allo schermo del monitor.

La soluzione

Per risolvere l’ansia da prestazione di sicurezza che affligge chiunque utilizzi dei dispositivi digitali, è sufficiente ricorrere a dei password manager: software che consentono la generazione di password molto sicure e l’archiviazione delle stesse in modo cifrato. A questo punto, l’utente dovrà ricordarsi solo l’unica password necessaria ad accedere al password manager e copiare e incollare le credenziali quando ne ha bisogno. L’utilizzo di un password manager inoltre aiuta anche ad avere delle chiavi molto più robuste: tramite le funzioni di generazione fornite da servizi come KeePass e LastPass, con un click è possibile ottenere delle stringhe di numeri, lettere e simboli, che sarà sufficiente incollare nelle pagine di accesso per effettuare il login.

Naturalmente nel caso in cui si ricorra a questo tipo di software, è necessario che l’unica password (quella che consente di accedere alle altre) sia realmente robusta e possibilmente imparabile a memoria. Grazie anche agli strumenti di sincronizzazione tra più dispositivi, è possibile tenere un archivio di password in condivisione tra computer e pc.

A questo punto, come spesso si ripete nel mondo della sicurezza informatica, l’anello più debole della catena è costituito dal dispositivo più vulnerabile in nostro possesso. Per questo è sempre bene non installare software piratati e tenere aggiornati i propri dispositivi. Questo consentirebbe di avere un setup molto più robusto del nostro perimetro digitale, a patto ovviamente che il nostro dispositivo non sia già stato hackerato.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.

Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.