Innovazione

Storia di Wiko, i cinesi di Francia che con i loro smartphone puntano alla ‘pancia’ del mercato

smartphone wiko come sono

Wiko

La serie View3 di Wiko

Un tempo c’era il dominio europeo sulla telefonia mobile. C’erano marchi come Ericsson e Nokia che si davano battaglia con giganti americani come Motorola. Poi è arrivato lo smartphone e sappiamo tutti com’è finita.

Motorola sta solo di recente cercando di resuscitare gettandosi in un campo relativamente nuovo come gli smartphone pieghevoli con un’idea relativamente vecchia: rispolverare una gloria come il Razr. Nokia ed Ericsson hanno deciso di lasciare il campo ai device asiatici e si sono concentrati sulle infrastrutture di rete. E così l’Europa sembra scomparsa dal palmo della mano del mondo, dove ora dominano marchi come Apple, Samsung, Huawei

Non è esattamente così, però, perché c’è qualcuno che l’onda cinese, invece che lasciarsene travolgere, ha deciso di cavalcarla. Un piccolo marchio con grandi ambizioni, nato meno di dieci anni fa in Francia, ma con più di un piede molto lontano.

Wiko nasce come startup nel 2011 a Marsiglia. Dal dicembre 2017 fa parte della holding Tinno Mobile Technology Corp: i leader di queste due aziende, Laurent Dahan (Co-fondatore di Wiko) e James Lin (Fondatore e Presidente del gruppo Tinno, Co-fondatore di Wiko), hanno unito le loro competenze e creato un’impresa che, grazie al  “doppio passaporto” franco-cinese, può essere presente in oltre trenta Paesi in Europa (in Italia da fine 2013), Africa, Medio Oriente, Asia e Stati Uniti dove nel maggio del 2019 ha debuttato con l’apertura di due sedi a Dallas (in Texas) e ad Atlanta (in Georgia). I soldi per lo sviluppo dei prodotti e la gestione vengono da Tinno che, assicurano in azienda, è una società privata, non finanziata dal governo cinese e che non investe in infrastrutture. Un chiaro riferimento a due player importanti come Huawei e Zte,

Anche se con qualche falsa partenza, ​con gli anni Wiko è riuscita a corregere alcuni importanti difetti e a conquistarsi la quinta posizione nella top 5 delle vendite di smartphone in Italia. Il 6,5% che viene attribuito al marchio franco-cinese dalla rilevazione di settembre 2019 può sembrare una quota marginale, ma significa essere alle calcagna di Xiaomi (associato al sub-brand Redmi) nel polarizzato e difficile mercato italiano dominato da Samsung, Huawei e Apple..

Il pregio di Wiko è stato saper interpretare le  esigenze degli utenti e piazzare sul mercato i prodotti giusti: smartphone di ragionevoli pretese a poco più (o poco meno) di 100 euro e che abbiano un design, una batteria e un sistema operativo non da smartphone economici. 

Il 2019 è stato ed è un anno importante per Wiko. Il brand ha rinnovato il suo logo, mantenendo l’iconica forma della W e il caratteristico colore Bleen (fusione di blue e green), ma ha deciso di semplificare e razionalizzare il proprio portfolio, andando a perfezionare l’esperienza utente, focalizzandosi sulla durata della batteria e sulle prestazioni del processore.

I modelli di punta sono quelli della View3 collection che si compone dei modelli View3 Pro, View3 e View 3 Lite ed è la naturale evoluzione della View2 collection presentata nel 2018. Questi device integrano display full screen, tripla fotocamera intelligente e una più che rispettabile batterie da 4.000 mAh.

I mercati centrali del business di Wiko sono quelli dell’Europa occidentale dove, dicono in azienda, “nonostante le turbolenze a cui il mercato di riferimento è soggetto e la fortissima competitività, Wiko si è mantenuta salda nella posizione consolidata”. L’obiettivo a medio termine è di conservare l’attestazione attuale. L’ingresso negli Stati Uniti al fianco dell’operatore Sprint (tra gli operatori leader degli Usa) è una sfida che darà al brand nuovo ossigeno e nuove risorse, “da incanalare in un maggiore impegno sul fronte ricerca e sviluppo, in modo da poter offrire prodotti sempre più rispondenti alle esigenze dei consumatori”.

Il target di riferimento di Wiko è quello dell’età15-35. In questa fascia l’attenzione al prezzo è altissima e Wiko è in grado di rispondere con prodotti dal miglior rapporto prezzo-prestazione, all’interno di un “guscio” piacevole. Nella pratica Wiko è in grado di abbracciare un pubblico più ampio e trasversale, che interessa anche gli over 60: la discriminante del prezzo è appetibile in maniera universale.

Fortemente radicato e strutturato nell’open market, Wiko contempla anche accordi con i principali operatori di telefonia in Europa come Orange, Deutsche Telekom e Vodafone. La strategia europea è fatta essenzialmente di 4 asset: osservazione ed analisi dei bisogni e delle richieste dei consumatori, anche attraverso un monitoraggio continuo e costante dei social network; la complementarietà di un know-how francese e di una potenza industriale cinese; la capacità di rendere la tecnologia disponibile a quante più persone possibile con il giusto equilibrio tra tecnologia, design, qualità e prezzo; e infine l’agilità di comunicazione e marketing sui vari mercati, implementando operazioni e attività studiate e adattate per ogni singola nazione

In Italia Il business si concentra fortemente sull’open market: presenza capillare sul territorio nella maggior parte delle realtà distributive italiane. Questo legame con il retail si traduce nella disponibilità dei prodotti in circa 5.000 punti vendita, corrispondenti al 97% del mercato.

“È molto importante che un consumatore che cerca un telefono del brand possa sempre trovarlo in negozio” dicono in Wiko, “Questo è uno degli aspetti su cui si concentra maggiormente la strategia commerciale che risponde all’esigenza di chi quando cerca un telefono, innanzitutto ha in mente un determinato budget di spesa, offrendo il prodotto migliore per quel prezzo. Essere a scaffale in quel momento del processo d’acquisto è assolutamente indispensabile.

Anche se nel mercato degli smartphone Android svettano top di gama da oltre 700 euro – come il P30 Pro di Huawei, il 7tPro di OnePlus e l’S10 di Samsung, la grande “pancia” del mercato ​​è la fascia medio-bassa, quella che va da poco meno di 100 euro fino ai 300. Ed è questo il segmento che Wiko vuole presidiare.

La mission, dicono in azienda, non è portare avanti la cosiddetta innovazione fine a sé stessa, ma di “democratizzare la tecnologia”, offrendo prodotti che condensano alcuni dei principali e migliori trend tecnologici a un prezzo accessibile. Spingere quello che può interessare la massa, quindi, e non le sole nicchie. E in questa strategia si inseriscono la scelta di portare sul mercato il primo smartphone 18:9 full screen sotto i 200 euro con il View, e successivamente il 19:9 full screen al di sotto dello stesso prezzo con il View2. E ancora, nel 2019, la tripla fotocamera al di sotto dei 180 con il View3. 

In questa direzione, il 2020 sarà per Wiko l’anno del 5G. Solo allora l’azienda sarà davvero pronta a “democratizzare” anche questa tecnologia, sulla quale sta già attivamente lavorando.

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L’auto del futuro è uno smartphone su quattro ruote

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Cav, connected and automated vehicles: nel prossimo futuro le auto non saranno solo elettriche e dunque più silenziose e meno inquinanti, ma saranno anche sempre più connesse e, in prospettiva anche dotate di sistemi di guida autonomi. È in questa prospettiva che va inserito l’annuncio di Fiat Chrysler Automobiles che ha detto di avere in corso discussioni con Hon Hai Precision Ind. Co. (Foxconn) per la possibile costituzione di una joint venture paritetica per lo sviluppo e produzione in Cina di veicoli elettrici di nuova generazione e l’ingresso nel business IoV (Internet of Vehicles).

La collaborazione proposta, inizialmente focalizzata sul mercato cinese, consentirebbe alle parti di unire le capacità di due affermati leader mondiali nell’ambito della progettazione automobilistica, dell’ingegneria, della produzione e della tecnologia mobile software, per concentrarsi sul crescente mercato dei veicoli elettrici a batteria. Anche se i due colossi sono ancora lontani dalla firma di un accordo definitivo, è interessante notare che proprio nei mesi scorsi il presidente della Foxconn, Young Liu, aveva dichiarato che la società si sarebbe concentrata su tre aree chiave come futuri driver di crescita: auto elettriche, medicina digitale e robotica avanzata.

Se l’accordo con Fca dovesse andare in porto sarebbe dunque un ulteriore passo in avanti verso la realizzazione di piattaforme automobilistiche che vanno sempre più nella direzione Cav, che non nel semplice sviluppo di veicoli elettrici. Foxconn è infatti il più importante costruttore mondiale di smartphone e di altri dispositivi elettronici e dispone del know-how industriale e tecnologico che permetterà di trasformare le auto, cosi’ come le conosciamo oggi, in veri e propri Cav. Le auto del futuro saranno infatti una sorta di smartphone con le ruote, alimentate però da motori elettrici. I nuovi veicoli infatti in grado di processare e di gestire una serie di dati e di rimanere connessi con le nuove reti 5G attraverso le quali riceveranno le informazioni per arrivare a destinazione e svolgere tutte le attività connesse al servizio.

L’innovazione in mostra al Ces

Le sperimentazioni in corso e gli accordi per lo sviluppo di piattaforme Cav, che includono cioè oltre al veicolo (hardware) anche i software (sistemi a intelligenza artificiale, big data) e le reti di connessione e di acquisizione dei dati (5G), sono diverse e l’ultima edizione del Ces, la mostra dell’elettronica che si è da poco conclusa a Las Vegas, ne ha fornito diversi esempi che mostrano come questo particolare sviluppo sia una sfida che va oltre l’ambito delle industrie automotive e coinvolge anche quelle delle telecomunicazioni e quelle dell’elettronica, in un processo di integrazione tecnologica totale.

Non è un caso se tra i prototipi che sono stati presentati al Ces ci sia quello realizzato da Sony il gigante dell’elettronica giapponese che ha proposto, accanto agli altri, il suo modello di veicolo autonomo. Sony non è l’unica: accanto a lei, a competere nello sviluppo di nuovi modelli di veicoli autonomi ci sono giganti del calibro di Google, Huawei Technologies e Apple. Anche Ibm è scesa in campo con Seat per lo sviluppo di sistemi integrati di assistenza alla guida dotati di Intelligenza artificiale.

La vera sfida è la sicurezza

Come è stato evidenziato anche da una ricerca pubblicata su Journal of Traffic and Transportation Engineering ad aprile dello scorso anno, il principale ostacolo che frena lo sviluppo dei Cav è quello legato alla sicurezza. La tecnologia Cav è infatti un sistema estremamente complesso che, oltre a gestire il veicolo e il conducente, deve necessariamente dialogare anche con l’ambiente che lo circonda: strade, attraversamenti, pedoni, altri veicoli, tutto deve poter essere in qualche modo trasformato in un segnale che deve essere raccolto e processato in tempo reale dal computer di bordo. Per fare questo occorre una piattaforma dotata di diverse tecnologie (sensori ottici, radar, segnali radio) che devono parlare tra loro.

Inoltre, i sistemi di intelligenza artificiale hanno bisogno di enormi quantità di dati da poter analizzare per imparare e modellizzare i loro processi. Per questo, da più parti (Europa, Stati Uniti e Giappone), industrie automobilistiche, gestori di reti telefoniche, enti di ricerca e gestori di reti autostradali, stanno lavorando insieme per dar vita a dei veri e propri living lab dove testare tutte queste tecnologie. Si tratta di vere e proprie smart city come per esempio quella che costruirà Toyota alle falde del Monte Fuji in Giappone. Woven city, questo il nome della città, occuperà l’area precedentemente occupata da una fabbrica dismessa e sarà abitata da 200 ricercatori, ingegneri e sviluppatori che si dedicheranno proprio allo studio di soluzioni a supporto delle Cav.

Negli Stati Uniti, a poche miglia dal distretto automotive di Atlanta in Georgia, proprio all’inizio di questa settimana è stata annunciata la realizzazione del Laboratorio di tecnologia delle infrastrutture automobilistiche (Iatl), che mira a riunire case automobilistiche, operatori di reti cellulari, società di dispositivi di controllo del traffico e produttori di semiconduttori in un unico hub tecnologico per creare, sviluppare e testare la sicurezza dei veicoli connessi applicazioni. Un vero e proprio laboratorio dal vivo della mobilità innovativa. “La capacità dei veicoli di comunicare con l’infrastruttura di controllo del traffico è fondamentale per migliorare la sicurezza stradale e per la rapida adozione della tecnologia dei veicoli connessi in tutta la flotta”, ha affermato Jovan Zagajac, responsabile della tecnologia dei veicoli connessi per Ford Motor Company, uno dei partner del progetto.

Le sperimentazioni in Germania

In Europa invece sono molto attivi i tedeschi, che, in bassa Sassonia hanno avviato il progetto “Campo di prova della Bassa sassonia per la mobilità automatizzata e in rete”. Mercoledì scorso, il Dlr Institute of Transportation systems ha aperto infatti il percorso di prova sull’autostrada A39 vicino a Braunschweig, una sezione dell’intero percorso previsto nell’ambito del progetto “Testfeld Niedersachsen” avviato insieme al Lander della Bassa Sassonia.

Negli ultimi tre anni, lungo questo tratto autostradale, Dlr ha installato una settantina di pali dotati di sensori in grado di rilevare il movimento degli autoveicoli e raccogliere dati che possono essere riutilizzati per facilitare lo sviluppo di tecnologie destinate a supportare la circolazione di veicoli senza pilota. I sensori possono comunicare tra loro e con i veicoli se adeguatamente equipaggiati. Oltre ai sensori installati in modo permanente, esistono versioni mobili. I dati raccolti formano poi una mappa che raccoglie tutti i database del progetto. Verrà creata una piattaforma aperta di ricerca e sviluppo, verrà offerta una combinazione unica e completa di diverse opzioni di test e test – dalla simulazione ai percorsi negli spazi pubblici.

La costruzione dell’infrastruttura per il progetto “Testfeld Niedersachsen” e la digitalizzazione della rete stradale sono state attuate con fondi del Fondo europeo per lo sviluppo regionale e dello Stato della Bassa Sassonia. Il campo di prova della Bassa Sassonia comprende sezioni delle autostrade A2, A7, A39, A391, nonché parti delle strade federali e statali B3, B6, B243 e L295. Integra inoltre i percorsi stabiliti della piattaforma applicativa Intelligent mobility (Aim) , che è in funzione nel centro della città di Braunschweig. Ciò consente il collaudo in diverse situazioni di traffico e nella transizione tra diversi tipi di strade. In totale, il campo di prova della Bassa Sassonia coprirà oltre 280 chilometri con settori di varie attrezzature tecniche dopo il completamento.

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L’Ue potrebbe vietare l’uso del riconoscimento facciale per alcuni anni

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Ugo Barbàra / Agi

La telecamera per il riconoscimento facciale

L’Unione Europea potrebbe vietare l’uso del riconoscimento facciale per tre o cinque anni. A darne notizia sono state Politico e Reuters, che hanno anticipato il contenuto di un libro bianco di diciotto pagine attualmente in discussione alla Commissione Europea e in attesa dei pareri degli Stati membri. La misura dovrebbe servire a prendere tempo, in modo da realizzare un quadro normativo comunitario in grado di coniugare le esigenze del comparto industriale con il diritto alla privacy dei cittadini.

Di fatto, sono numerosi i progetti e le iniziative che in tutta Europa hanno al centro tecnologie in grado di riconoscere i volti: queste vanno dal contrasto alla criminalità fino al riconoscimento dei partecipanti durante gli eventi pubblici. Tuttavia i risultati sono spesso diversi dalle aspettative e numerosi studi hanno già dimostrato come gli algoritmi per il riconoscimento facciale non siano realmente efficienti, soprattutto quando si tratta di individuare potenziali criminali e prevenire il crimine.

“Costruito sulla base di quanto rappresentato, il futuro regolamento quadro potrebbe andare oltre e includere un divieto limitato nel tempo sull’uso di tecnologie per il riconoscimento facciale nei luoghi pubblici”, specifica il documento. Nel frattempo, l’idea è di approfondire i complessi risvolti etici e tecnologici di queste soluzioni, le quali richiedono “un’affinata metodologia per valutare l’impatto di queste tecnologie e possibili misure di gestione dei rischi che devono essere individuate e implementate”.

Tuttavia, il divieto potrebbe prevedere eccezioni specifiche per l’impiego del riconoscimento facciale nella ricerca e nei progetti legati alla sicurezza pubblica. Tra le proposte al vaglio della Commissione Europea anche quella che i Paesi membri nominino delle autorità nazionali incaricate di sorvegliare sull’implementazione delle nuove norme. La proposta verrà adesso sottoposta all’attenzione di Margrethe Vestager, Commissario europeo per la concorrenza, le cui considerazioni sono attese entro febbraio.

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Come funziona e dove vuole andare Apple Tv+

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Prezzo aggressivo, grandi nomi, pochi titoli. Apple Tv+ si è presentata così il primo novembre. Niente offerta chilometrica: i contenuti – tutti originali – sono al momento una decina. Altri ne seguiranno, ma Apple Tv+ non è, e forse non sarà mai, un serbatoio stracolmo di contenuti come Netflix. La scelta, stilistica e finanziaria, è un’altra. Sta pagando?

Come funziona Apple Tv+

Apple Tv+ è stata rivelata, dopo mesi di rumors, lo scorso marzo. È una piattaforma di streaming come ce ne sono altre, da Netflix ad Amazon Prime Video. Ci si abbona e si ha accesso a una galleria di film e serie tv. Tra i più reclamizzati ci sono The Morning Show e See. La prima si è guadagnata diverse candidature ai Golden Globe, compresa quella alla migliore serie drammatica. Non ha vinto, ma nel lotto delle candidate era l’unica alla prima stagione. È una serie ambientata nel dietro le quinte dei programmi mattutini americani. I protagonisti sono Reese Witherspoon, Jennifer Aniston e Steve Carell. Gente che mette insieme tre Golden Globe e un Oscar.

See è invece una serie, interpretata da Jason Momoa, in cui un’epidemia ha ridotto il genere umano alla cecità. Gli altri contenuti sono For All Mankind, Dickinson, La madre degli elefanti, Helpsters, Lo scrittore fantasma, Snoopy nello spazio, Servant, Truth Be Told e Hala. Più in là ci saranno anche le due docu-serie (una sulla salute mentale e una sugli abusi sul posto di lavoro) firmate da Oprah Winfrey. Nell’evento di lancio, si erano visto sul palco anche Steven Spielberg (redento sulla via dello streaming dopo aver proposto che le produzioni Netflix fossero escluse dalla corsa agli Oscar) e in video Sofia Coppola, Ron Howard, M. Night Shyamalan, Damien Chazelle e J.J. Abrams. Statuette a manciate.

Il prezzo da battaglia

L’abbonamento si sottoscrive inserendo i propri dati. Si inizia a pagare dopo sette giorni di prova. La novità – praticamente inedita per Apple – è che Tv+ non è limitata ai possessori di dispositivi della Mela. Può iscriversi chiunque, anche se non ha un iPhone, un iPad o un Mac. C’è quindi da una parte l’esclusività dei contenuti (che non sono disponibili altrove), dall’altra una fessura nel – solitamente chiuso – ecosistema Apple. Un passo che la dice lungo sul nuovo approccio di Cupertino, meno ancorato all’hardware.

C’è però un (piccolo) incentivo all’acquisto dei dispositivi: chi compra un prodotto di Cupertino avrà un anno di abbonamento in regalo. Un bonus da meno di 60 euro. Il prezzo di Apple Tv+ è infatti di 4,99 euro al mese. Ingresso aggressivo se si considera che Netflix parte da 7,99 euro. Per un’offerta tecnica vicina a Apple (video in 4K e condivisione familiare fino a sei persone), serve però sottoscrivere la versione premium da 15,99 euro. Come detto, però, c’è una discrepanza enorme a livello di quantità: migliaia di contenuti contro una decina.

La scelta di offrire meno scelta

Per fare quantità, Apple ha rinnovato l’app Tv (senza plus). Il suo funzionamento è simile a quello di Google Play: si noleggia o si acquista il singolo titolo. Niente abbonamenti quindi, ma la possibilità (anche in questo caso) di usufruirne anche senza iPhone o Mac. Apple Tv+ fa quindi una scelta precisa: investire, tanto, ma per un’offerta tutt’altro che sterminata.

Netflix è andata in direzione opposta, imboccando un circolo (se virtuoso o vizioso non è ancora certo): gli investimenti in contenuti originali lievitano, i prezzi degli abbonamenti vengono ritoccati al rialzo per reggere, ma vanno giustificati con nuove produzioni originali e un’offerta sterminata. Che a sua volta ha fame di dollari. A volte, se gli algoritmi non funzionano a dovere, il risultato è una navigazione un po’ dispersiva. Apple non ha certo problemi di cassa: ha quindi deciso di limitare le opzioni a disposizione. Le amplierà. Ma potrebbe non avere interesse a raggiungere le dimensioni del catalogo Netflix. La priorità è un’altra.

La priorità è la costanza

Si parla molto di Apple Tv+ come antagonista di Netflix. L’obiettivo – chiaro – per entrambi è sempre guadagnare. Ma per Cupertino, anche se è Cupertino, non sarà semplice partire da zero per inseguire una piattaforma da 160 milioni di abbonati. Ammesso che voglia farlo. A Tim Cook sbaragliare la concorrenza e intascare miliardi non farebbe certo ribrezzo, ma la vera priorità è ottenere un flusso d’incassi più costante, spalmato lungo tutto l’anno. È questo il motivo per cui Apple sta puntando sui servizi, dei quali Tv+ è un tassello: sono più remunerativi e poco o per nulla stagionali (a differenza dell’hardware che fa il pieno a Natale e latita d’estate).

L’abbonamento è mensile, può essere disdetto in ogni momento, ma si rinnova in automatico. Ecco perché i servizi (e anche Tv+) sono stati individuato come antidoto agli squilibri di Apple: attingono a nuovi settori, crescono ma servono anche ad allentare la dipendenza da iPhone e rappresentano una rete di protezione nel caso in cui (com’è successo nelle ultime annate) le vendite di smartphone vadano in affanno.

La crescita dei servizi

Cupertino sta aprendo una tranquilla strada rettilinea che corra accanto alle montagne russe dell’hardware. Anche a costo di tirare sul prezzo, come nel caso di Tv+: i margini di Apple (e in particolare dei servizi) restano comunque ampi. Nell’anno fiscale chiuso lo scorso settembre, mentre le vendite complessive sono calate, quelle dei servizi sono aumentate del 16%. E, di conseguenza, il loro peso è cresciuto: nel 2018 valevano circa il 15% del fatturato, nel 2019 hanno sfiorato il 18%.

Oltre a descrivere la crescita, queste cifre dicono anche un’altra cosa: a differenza di Netflix, che campa solo con i contenuti, i servizi sono una parte del gigantesco bilancio Apple e lo streaming ne sarà un frammento. Aspettare che il rivolo di ricavi si trasformi in un flusso più consistente non è quindi un grosso problema.

Le stime degli abbonati

Cupertino, poco prima del lancio, ha fatto sapere a Cnbc di non aspettarsi da Tv+ un impatto finanziario significativo nel primo anno. Cautela, quindi. Anche perché ipotizzare cifre (cosa che Apple non ha l’abitudine di fare) è un rischio. Le stesse stime degli analisti sono ballerine. Per Barclays, nei primi 12 mesi Tv+ potrebbe conquistare circa 100 milioni di utenti, comprese però le prove gratuite (dopo le quali non è detto che scatti l’abbonamento).

Secondo un’analisi di Cowen di agosto, citata da Appleinsider, Gli abbonati potrebbero essere 12 milioni nel 2020 e 21 milioni nel 2021. E l’impatto sull’utile per azione potrebbe essere tra di 20-25 centesimi ogni 10 milioni di sottoscrittori. Per Morgan Stanley, gli utenti potrebbero essere 34 milioni nel 2020 (11 milioni dei quali paganti). Dovrebbero superare i 100 milioni complessivi nel 2023 e toccare i 136 due anni dopo. E qui i numeri iniziano a diventare corposi, anche perché nel frattempo il prezzo potrebbe rimpolparsi.

Qualche indicazione su Tv+ potrebbe arrivare il 28 gennaio, giorno di trimestrale Apple. La Mela, come di consueto, non dirà molto. Ma incrociando parole dette in conferenza e segmenti di bilancio si potrebbe raccogliere qualche indizio (difficile si ottenga di più). In un comunicato dell’8 gennaio, il gruppo si è limitato a dire che per i servizi è stato “un anno storico”, oltre che il migliore dal punto di vista finanziario. Nulla altro sui numeri dello streaming.

Verso un pacchetto di servizi?

Visti gli elementi del quadro (pochi titoli, prezzi concorrenziali, spinta sulla costanza dei flussi finanziari piuttosto che sulla loro abbondanza), Apple Tv+ va osservato come una componente di una pacchetto più ampio. Forse la più attraente, ma pur sempre una componente. Sin dall’annuncio di marzo, diversi analisti hanno sottolineato quanto sarebbe importante un “bundle”, cioè un’offerta che – con lo stesso abbonamento – metta a disposizione diversi servizi.

All’inizio di ottobre, l’ipotesi è stata rilanciata dal Financial Times, secondo il quale la Mela avrebbe già avviato un dialogo con le principali etichette discografiche per combinare Tv+ ed Apple Music, a un prezzo che dovrebbe essere poco inferiore alla somma dei due abbonamenti. Ma nel pacchetto potrebbero entrare anche altri servizi del gruppo, come Arcade, l’abbonamento dedicato ai videogiochi. E proprio da qui arriva un’altra conferma che la priorità sia la costanza e non il volume (o, meglio, il loro equilibrio): da dicembre è disponibile un abbonamento annuale di Arcade (a 49,99 euro), che affianca quello mensile da 4,99. Una decina di euro in meno, pur di essere certi di incassare per un anno intero.  

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Ibm ha raddoppiato le performance dei suoi computer quantistici

computer quantistici ibm

Ibm raddoppia. Nel corso del Consumer Electronic Show di Las Vegas, ha affermato di aver raddoppiato (da 16 a 32) il “quantum volume”, cioè l’indicatore che meglio rappresenta le performance di un computer quantistico. Continua così, facendosi sempre più frequente, il rimpallo di annunci tra la società guidata da Ginni Rometty e Google, tra i capofila di questa tecnologia.

Cosa vuol dire il raddoppio del quantum volume

I computer quantistici hanno una propria unità di elaborazione: il qubit. Permette di superare la logica binaria del bit, l’unità dei dispositivi tradizionali. La quantità di qubit è quindi un indicatore importante per capire quanto sia potente un computer quantistico. Nel suo primo sistema, battezzato nel 2016, Ibm era partita da 5 qubit, saltando poi a 16, 20, fino agli attuali 53 qubit. Sono, in un certo senso, i cavalli nel motore. Non è detto, però, che l’auto più veloce a fare un giro di pista sia quella con più cavalli. Certo, aiutano. Ma c’entrano anche aerodinamica, equilibrio e frenata. Ecco: se il qubit è il motore, il quantum volume è il tempo sul giro di pista. E Ibm lo ha dimezzato.

Si tratta, quindi, di un passo avanti importante verso il cosiddetto “quantum advantage”, cioè il punto di sviluppo oltre il quale le applicazioni quantistiche sopravanzano i computer tradizionali e iniziano ad apportare vantaggi significativi e concreti. Il progresso, ha spiegato Ibm, “conferma che i sistemi quantistici sono maturati in una nuova fase, che guiderà piattaforme sperimentali sempre migliori, per consentire una ricerca rigorosa, che faccia da ponte verso il quantum advantage”.

La battaglia Google-Ibm

Insomma, si corre veloce. Anche se – come si nota dalle stesse dichiarazioni di Ibm, che parla di “ponte”, “ricerche” e “sperimentazioni” – le applicazioni concrete e affidabili non sono certo imminenti. Senza dimenticare che i computer quantistici non sono solo dei “supercomputer”, né dei dispositivi “da scrivania”. Per le applicazioni quotidiane, i pc continueranno a essere la soluzione migliore, a lungo e anche oltre. I computer quantistici sono un’altra cosa, perché “ragionano” in modo diverso. Potrebbero permettere di fare quello che i pc tradizionali non potrebbero mai, neppure dopo un forte potenziamento.

Solo per dare un’idea: se Ibm sta rafforzando il quantum advantage, lo scorso ottobre Google ha annunciato di aver raggiunto la “quantum supremacy”. In altre parole: il suo computer quantistico è riuscito a superare le prestazioni del più potente supercomputer al mondo (che è di Ibm). E non di poco: sono bastati 200 secondi per un’elaborazione che al collega avrebbe richiesto 10 mila anni. Ibm ha ridimensionato i tempi: con i giusti accorgimenti, al suo supercomputer sarebbero bastati due giorni e mezzo. Comunque molto di più.

I computer quantistici Ibm fuori dagli Usa

L’incremento del quantum volume e le applicazioni concrete passeranno dalla collaborazione tra sviluppatori, imprese e istituti di ricerca. Ibm lo sa bene. Ecco perché a Las Vegas ha annunciato anche altro. Saranno installati i primi due computer quantistici commerciali IBM Q System One al di fuori degli Stati Uniti: uno in collaborazione con la Fraunhofer-Gesellschaft, la più grande organizzazione europea di ricerca applicata, in Germania; l’altro con l’Università di Tokyo. Il gruppo ha ampliato il suo IBM Q Network, una comunità globale che include oltre cento organizzazioni attive in diversi settori (aziende Fortune 500, startup, università, laboratori), raccolta per esplorare le applicazioni pratiche del quantum computing.

Le ricerche su auto elettriche e aerei

Tra le collaborazioni strette più di recente, ci sono quelle con Delta e Daimler. Che c’azzeccano gli aerei e le macchine con i computer quantistici? Le ricerche di Delta Air Lines (il primo vettore a entrare nell’IBM Q network) si intrecceranno con quelle svolte alla NC State University, dove c’è a disposizione uno dei computer quantistici a 53 qubit. Esploreranno applicazioni per analisi del rischi, gestione dei prezzi dei biglietti, composizione di nuovi materiali, chimica e logistica. Daimler, il gruppo del marchio Mercedes, si sta invece concentrando sulla mobilità elettrica. Il computer quantistico potrebbe migliorare la costruzione di batterie per aumentarne di potenza, durata e costo.

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Una startup per creare startup. Il modello Bizplace per trovare soldi e cofounder

Una startup per creare startup. Il modello Bizplace per trovare soldi e cofounder

“Ho fatto Bizplace dopo il fallimento della mia prima startup. Cercavo cofounder, e non ne trovavo”. Federico Palmieri, 23 anni, è amministratore delegato di Bizplace. L’ha lanciata alla fine del 2016 dopo essersi chiesto: “possibile che nel 2017 non esista una piattaforma che metta in contatto potenziali co-founder che vogliono avviare un progetto insieme?”. Possibile. Qualcosa come Bizplace, una piattaforma che mette in contatto idee con possibili cofounder e startup con investitori, in Italia non c’era. Ameno nulla che offrisse il ‘pacchetto completo’. Ha deciso di fare di un dubbio un’azienda.  

Come è nata l’idea di BizPlace? 

“Ero alla ricerca di un partner che avesse delle competenze complementari alle mie, che sono un programmatore, con cui dar vita ad una nuova startup. Cercai per diversi giorni online la soluzione al mio problema ma non riuscivo a trovare una valida piattaforma che mi supportasse nella ricerca di un co-founder. A luglio 2016 abbandonai quindi la mia idea originaria di startup per buttarmi nel costruire una piattaforma che risolvesse il mio problema e quello di altri imprenditori come me”.

Come funziona? 

“Il team di BizPlace, dopo aver selezionato il progetto, crea una strategia d’investimento congrua alle esigenze dell’imprenditore e all’oggettività del deal creando documentazione per la startup (investor pitch e business plan) specifica sul fundraising e mirata a mostrare agli investitori le potenzialità del progetto. Terminata questa fase BizPlace segue la startup nella selezione delle migliori tipologie di investitori presenti (corporate, fondi, angels, club deal etc.), sia all’intero del vasto network di BizPlace ma anche al di fuori, e li guida nel presentare nel miglior modo possibile il progetto agli stessi, mostrando la documentazione precedentemente redatta”.

Quali sono i risultati ottenuti finora? 

“Ad oggi BizPlace conta un tasso di successo sulla chiusura di operazione per le proprie startup tra i più alti d’Italia (il più alto come società di advisory) e vede un costante incremento di startup ed investitori che ogni giorno gli affidano la ricerca di capitali che, con il metodo BizPlace, non è più un traguardo così difficile per le startup”.

Avete ottenuto soldi da investitori?
“No, abbiamo avviato BizPlace in bootstrapping, partendo con finanze personali che abbiamo guadagnato facendo altri lavori”.

Come pensi di guadagnare da BizPlace? 

“Il business model di BizPlace si basa sul far pagare un prezzo all’imprenditore (una tantum o mensile) per pubblicare il suo progetto all’interno dell’Area Investors di BizPlace. Il costo varia da 49€ per la sola pubblicazione fino a 99€ (o di più) per ricevere anche consulenza e un mantenimento dei rapporti tra investitori e imprenditorie durante la trattativa”.

Qual è la ‘reazione’ delle startup italiane? 

“Inizialmente, come è giusto che sia, c’è stato molto scetticismo. Molti mi chiedevano: “ma come faccio a fidarmi di un co-founder che conosco in rete?”. La nostra risposta è sempre stata: “una persona conosciuta nel mondo ‘reale’ non può essere malfidata quanto una conosciuta online?” Attualmente c’è tanta stima e rispetto reciproco con gli startupper italiani”.

Un caso di successo della vostra piattaforma? 

“Due utenti veneti hanno avviato un business nel settore dell’esportazione dei prodotto vicentini in Florida. Erano due perfetti sconosciuti, non avrebbero mai avviato quest’azienda, e invece ora dopo essersi conosciuti su BizPlace stanno creando occupazione e ricchezza”.

Come funziona il rapporto con gli investitori che leggo nel vostro paper di presentazione? 

“Gli investitori presenti nella nostra piattaforma sono tra i più grandi fondi, associazioni e acceleratori presenti in Italia che investono in progetti e imprese innovative e tecnologiche. Con loro, che ringraziamo ancora per la fiducia che ci hanno dato, abbiamo un rapporto basato sul fare un lavoro continuo di screening per loro sui progetti che desiderano ricevere e con quelli più interessanti loro proseguono i contatti. Noi non riteniamo alcuna equity o percentuale dall’investimento”.

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Toyota costruirà una smart city alle pendici del Monte Fuji

toyota smart city

Verrà costruita alle falde del Monte Fuji, in Giappone, l’innovativa smart city che Toyota ha annunciato di voler realizzare. Si tratta, stando a quanto dichiarato dal presidente dell’azienda nipponica, Akio Toyoda, nel corso della presentazione ufficiale al Ces negli Stati Uniti, di un vero e proprio centro che ospiterà circa duemila abitanti – per lo più ricercatori, ingegneri e sviluppatori – che si occuperanno di sperimentare e collaudare una serie di nuove tecnologie, tra cui l’intelligenza artificiale, la mobilità umana, la robotica, la scienza dei materiali, l’energia sostenibile e l’autonomia in un ambiente controllato.

I dipendenti di Toyota (e generalmente i curiosi della tecnologia) sono stati invitati a trasferirsi in questo “laboratorio vivente” come soggetti di test a tempo pieno, con l’obiettivo finale di determinare il futuro dell’industria automobilistica, dell’urbanistica e della comunità. La città si chiamerà Woven City e sorgerà sul sito di una ex fabbrica Toyota di circa settanta ettari. I lavori inizieranno nel 2021.

“Costruire una città completa da zero, anche su piccola scala come questa, è un’opportunità unica per sviluppare tecnologie future, incluso un sistema operativo digitale per l’infrastruttura cittadina”, ha affermato Akio Toyoda. La città è stata progettata dall’architetto danese Bjarke Ingels e dal suo team del Bjarke Ingels Group (BIG).

Il gruppo Bjarke Ingels è stato precedentemente incaricato di progettare altri importanti progetti di architettura in tutto il mondo, come il 2 World Trade Center di New York, Google Mountain View, la Lego House in Danimarca e la sede di Londra. La nuova città sarà alimentata da celle a combustibile a idrogeno ed energia solare dai pannelli fotovoltaici che verranno montati su tutti i tetti. Gli edifici stessi saranno realizzati principalmente in legno.

Le case saranno dotate di robotica “per aiutare nella vita quotidiana”, così come sistemi di intelligenza artificiale permetteranno di monitorare la salute degli occupanti, “prendersi cura dei bisogni di base e migliorare la vita quotidiana”. A Woven City saranno ammessi solo veicoli completamente autonomi a zero emissioni, con consegne, trasporti pubblici e persino unita’ mobili al dettaglio basate sulla piattaforma Toyota e-Palette.  

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Uber ha presentato il suo taxi volante elettrico

taxi volante elettrico uber

DAVID MCNEW / AFP

La presentazione del taxi elettrico volante di Uber

Quante volte, bloccati per ore dentro la nostra auto, incolonnati per tornare a casa dopo una dura giornata di lavoro, abbiamo desiderato mettere le ali alla nostra macchina e bypassare il traffico cittadino volando? “Nel futuro sono sicuro potremo farlo” ci siamo detti. Bene, quel futuro potrebbe essere dietro l’angolo.

Dietro questa eventuale rivoluzione non poteva che esserci Uber, l’azienda che ha di fatto rivoluzionato la mobilità nei maggiori centri urbani del pianeta.

Durante il Consumer Electronics Show di Las Vegas, è stato presentato un modello a grandezza naturale del suo concept di aereo-taxi elettrico. Il progetto è stato sviluppato con la casa automobilistica sudcoreana Hyundai. L’aereo elettrico S-A1, questo il suo nome (anche Urban Air Mobility Vehicle), permetterebbe ad un pilota e tre passeggeri di compiere viaggi in città fino a 100 chilometri e ad una velocità fino a 290 Km all’ora.

Simile a un elicottero alato e con quattro eliche, il velivolo può decollare e atterrare verticalmente, ha una batteria che si ricarica in 5-7 minuti e può volare ad un’altezza tra i 300 e 600 metri.

Il servizio, che la società guidata dal Ceo Dara Khosrowshahi ha l’obiettivo di lanciare entro il 2023 (ma Hyundai pensa piuttosto al 2028), consisterebbe in un vero e proprio servizio di ridesharing aereo.

E’ dal 2016 che la società statunitense lavora a questo progetto. Ha anche creato anche una divisione chiamata Uber Elevate e stretto accordi di cooperazione con una decina di aziende, tra cui Boeing e Bell. Hyundai però è stata la prima azienda del settore auto a firmare. 

In passato Uber aveva anche compiuto test di prototipi di un taxi volante a Dallas in Texas e a Los Angeles in California e aveva già lanciato un nuovo prototipo di velivolo sempre al Ces, nel 2019.

Naturalmente Uber non è stata la prima a pensare ai voli in città, ma prima di sviluppare un progetto del genere era necessario che la tecnologia fosse pronta, che i voli in aerei alimentati con sola elettricità fossero testati e sicuri. Un processo molto (troppo) lento, se si pensa che il primo aereo commerciale completamente elettrico al mondo, un vecchio idrovolante, ha fatto il suo volo di prova inaugurale solo il mese scorso.

E che sia questa la tecnologia del futuro non c’è alcun dubbio, sempre durante il Consumer Electronics Show anche Sony ha presentato la sua prima auto elettrica, una macchina che gode di tutti i comfort e l’intrattenimento frutto di anni di esperienza nel settore da parte dell’azienda. Ancora oscuro però il futuro della Sony nel settore automobilistico; fabbricherà auto? E questo scatenerà una gara con le aziende concorrenti? Avremo presto auto LG, auto Samsung? Oppure si limiterà a vendere la propria tecnologia mettendola al servizio dei leader del settore? 

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Il futuro secondo Samsung: meno hardware e più esperienze personalizzate

samsung ballie

Per i vertici di Samsung il 2020 sarà l’inizio di una nuova era tecnologica, focalizzata sullo sviluppo di esperienze personalizzate per gli utenti piuttosto che sui prodotti hardware.

La visione del colosso sudcoreano è stata illustrata al CES di Las Vegas dal Ceo della divisione Elettronica di consumo, Hyun Suk Kim. I consumatori, ha detto, “non cercano più di spendere per gli oggetti, quanto piuttosto per la comodità, la tranquillità e il divertimento”.

Per soddisfare questa domanda Samsung prevede di utilizzare il 5G, l’intelligenza artificiale, l’edge computing e la robotica per costruire un mondo pieno di esperienze personalizzate e Kim  ha mostrato alcune idee su come queste esperienze potrebbero manifestarsi, a partire da Ballie, un robot sferico in grado di coordinare le funzioni della smart home, ma anche di fungere da istruttore di fitness e di fare compagnia.

Kim ha detto in futuro che robot come Ballie “ci conosceranno, ci supporteranno e si prenderanno cura di noi in modo che potremo concentrarci su ciò che conta davvero”.

Anche le applicazioni di casa e città intelligenti sono state fortemente influenzate dalla visione di Samsung, con la connettività che ha trasformato ciascuna in “organismi viventi” in grado di comprendere e adattarsi alle preferenze e alle esigenze degli utenti. A partire dalle auto connesse che potrebbero essere in grado di rilevare quando c’è traffico durante il tragitto di un utente e coordinarsi con gli altri dispositivi per regolare automaticamente il piano di guida.

Samsung ha riconosciuto che esperienze più personalizzate si baseranno fortemente sui dati degli utenti, ma ha sottolineato che proteggerà rigorosamente la privacy dei consumatori e non condividerà mai informazioni con terze parti senza il loro consenso esplicito. 

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Le piante possono migliorare la vita lavorativa

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Ale Ventura / AltoPress / PhotoAlto 

Dal Giappone arriva la conferma che le piante possono migliorare la vita lavorativa. Masahiro Toyoda, Yuko Yokota, Marni Barnes e Midori Kaneko hanno analizzato l’uso pratico delle piante d’appartamento allo scopo di aumentare la salute mentale dei dipendenti.

La ricerca è stata pubblicata sulla rivista HortTechnology ed è stata condotta presso l’Università di Hyogo ad Awaji, in Giappone, allo scopo di verificare scientificamente l’impatto psicologico e fisiologico indotto dalle piante da interno. Invece di condurre esperimenti in un ambiente di laboratorio, i ricercatori hanno calcolato la riduzione dello stress sui dipendenti in ambienti di ufficio reali.

“Al momento, non così tante persone comprendono e sfruttano appieno il beneficio che le piante possono apportare sul posto di lavoro. Abbiamo deciso che era essenziale verificare e fornire prove scientifiche dell’effetto di riduzione dello stress che le piante possono produrre”, afferma Toyoda.

Il team di ricerca ha studiato i cambiamenti dello stress psicologico e fisiologico prima e dopo aver posizionato una pianta sulle scrivanie dei lavoratori. La ricerca ha coinvolto 63 lavoratori, divisi in due gruppi e invitati a riposarsi per tre minuti quando si sentivano affaticati. A differenza del gruppo di controllo, che non prevedeva l’interazione con la pianta, il gruppo di lavoratori che doveva prendersi cura di una piccola pianta manifestava una diminuzione della frequenza cardiaca in modo significativo dopo un riposo di 3 minuti e a seguito dell’interazione con la loro pianta da scrivania. Obiettivo della ricerca era verificare l’effetto di riduzione dello stress derivante della interazione con una pianta, scelta e accudita dallo stesso soggetto, in un ambiente di ufficio reale a seguito di una sensazione di affaticamento durante le ore d’ufficio.

Ai partecipanti è stata offerta una scelta di sei diversi tipi di piante da tenere sui loro banchi: piante aeree, piante bonsai, cactus san pedro, piante a fogliame, kokedama o echeveria. Ogni partecipante ha scelto uno dei sei tipi di piccole piante da interno e lo ha posizionato vicino al monitor del PC sulla propria scrivania. La ricerca dimostrerebbe che l’ansia diminuisce significativamente con l’interazione attiva (osservare e accudire la pianta) rispetto all’interazione passiva (scelta e posizionamento della pianta) in ogni fascia d’età e di impiego del campione di soggetti considerato.

Toyoda e il suo team suggeriscono agli imprenditori che le piccole piante da interno potrebbero essere una soluzione economica e utile per migliorare le condizioni d’ufficio dei dipendenti, promuovendo e facilitando la salute mentale degli impiegati. 

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