Innovazione

Droni per capire se i ponti sono sicuri (e risparmiare): il progetto di Intel

Droni per capire se i ponti sono sicuri (e risparmiare): il progetto di Intel

 Intel

Gli ispettori volanti di Intel hanno iniziato a sorvegliare i ponti degli Stati Uniti. I droni hanno sorvolato e analizzato il Daniel Carter Beard Bridge, tra Ohio e Kentucky, e lo Stone Arch Bridge in Minnesota. Ecco com’è andata.

Come funziona il volo

Ogni ponte è una struttura unica e obbliga a ispezioni regolari. Che spesso hanno un costo notevole. Rispetto ai droni tradizionali, il Falcon 8+ utilizzato da Intel è più robusto, perché deve mantenere stabilità e precisione anche in caso di vento e interferenze elettromagnetiche. Nella sua prima prova sul campo, ha sorvolato il Daniel Carter Beard Bridge, un ponte a otto corsie attraversato ogni giorno da 100.000 veicoli che collega le sponde del fiume Ohio. L’ispettore volante ha catturato circa 2.500 immagini aeree ad alta risoluzione, generando 22 GB di dati. Sono stati la base per creare un “gemello digitale della struttura”. Cioè un modello in 3D che consentisse agli ingegneri di valutare con calma e da ogni prospettiva la tenuta del ponte.

Droni per capire se i ponti sono sicuri (e risparmiare): il progetto di Intel

 Intel

Quanto si risparmia

Il secondo test ha coinvolto il Dipartimento dei trasporti del Minnesota e Collins Engineers (una società che si occupa di infrastrutture). Il drone ha sorvolato lo Stone Arch Bridge, un ponte pedonale e ciclabile di Minneapolis. La struttura, che come dice il nome è in pietra, richiede particolare cura. Se la maggior parte dei ponti viene ispezionata una volta ogni due anni, gli occhi degli analisti si posano sullo Stone Arch Bridge ogni 12 mesi. L’uso dei droni ha ridotto le ore di lavoro del 28% e le spese del 40%. Tradotto in dollari: il risparmio per le casse pubbliche (incaricate dei controlli) sarebbe di 160.000 dollari in dieci anni.

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Cosa cambia con i droni

Rispetto ai metodi tradizionali, i droni consentono di ridurre i tempi e i costi delle ispezioni, aumentano la precisione e l’accuratezza dei dati raccolti, offrono più sicurezza agli operatori e non obbligano a bloccare il traffico. Negli Stati Uniti ci sono oltre 600.000 ponti, il 10% dei quali è vecchio o ha problemi strutturali. Il problema però è globale, come dimostra il crollo del ponte Morandi a Genova. “In tutto il mondo – spiega il vicepresidente di Intel Anil Nanduri – ci sono problemi strutturali non rilevati a causa di processi di ispezione e monitoraggio inefficienti e dati inaffidabili”.

Gli occhi dei droni, grazie a piani di volo programmati, possono arrivare dove gli ispettori non arrivano o riescono a farlo con difficoltà, tra funi, imbragature e manovre complesse. Non è, però, solo una una questione di praticità: le soluzioni basate sui droni, assicura Intel, “forniscono agli ingegneri informazioni preziose per valutare la sicurezza e pianificare azioni future”.

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Google ha chiuso l’app di messaggistica Allo

google chiude allo

 (Afp)

 Google

Google chiude Allo, l’app di messaggistica lanciata nel 2016. Avrebbe dovuto sfidare Whatsapp e (soprattutto) iMessage di Apple. Non ci è riuscita: modesta è stata l’accoglienza da parte degli utenti. Allo è, di fatto, già alla deriva: Google non spenderà più né un minuto né un centesimo per il suo sviluppo. Fino al prossimo marzo, quando chiuderà definitivamente.

Big G ha spiegato in un post di volersi concentrare su “Messaggi”, l’app ufficiale di Android per la messaggistica e le chat. La compagnia sostiene di aver “imparato molto da Allo, in particolare sull’applicazione del machine learning e di Google Assistant”. Alcune funzionalità di Allo sono già state adottate da Messaggi. Ma è difficile non parlare di fallimento. La chiusura di Allo conferma le difficoltà di Mountain View nella messaggistica. Apple ha iMessage, l’applicazione base a disposizione di tutti gli utenti iOS. È un po’ quello che dovrebbe essere Messaggi per Android. La Mela però ha saputo creare un’esperienza più fluida, con chiamate e video gratuiti verso altri dispositivi iOS. Google è quindi in ritardo, non essendo riuscita a creare (o ad acquistare, come ha fatto Facebook con WhatsApp) un’applicazione di messaggistica di successo.

Google e messaggi: un rapporto complicato

Con Messaggi, spiega spiega Google, “vogliamo che ogni singolo dispositivo Android abbia una grande esperienza di messaggistica predefinita. Stiamo lavorando a stretto contatto con il settore della telefonia mobile per aggiornare gli SMS in modo che le persone di tutto il mondo possano godere più facilmente di chat di gruppo, condividere foto ad alta risoluzione e ricevere conferme di lettura su qualsiasi dispositivo Android”. Visto lo scarso successo, già dall’inizio di quest’anno Big G ha messo in secondo piano Allo per dedicarsi al progetto Rich Communication Services (Rcs). Somiglia ad iMessage (utilizza la rete dati), opera su Android e rappresenta un ibrido tra SMS e Whatsapp (con invio di foto e video, spunte per la ricezione e indicatori di scrittura in tempo reale).

Non è un’applicazione ma un nuovo standard, che lascia agli sviluppatori e agli operatori il compito di creare un prodotto finito. A settembre, Google ha firmato un accordo con Samsung per estendere l’adozione di questa tecnologia a tutti i dispositivi del gruppo coreano. Mountain View afferma che “grazie agli accordi con più di 40 operatori e produttori di dispositivi, oltre 175 milioni utenti utilizzano Messaggi”. Cioè meno di Telegram e un decimo di Whatasapp. Il confronto è improprio, ma dà l’idea di quanto l’applicazione fatichi nonostante usufruisca della gigantesca spinta di Android. Il sistema operativo di Big G è presente sull’85% dei dispositivi mobili del pianeta.

Come salvare le conversazioni su Allo

Gli utenti che hanno usato o usano Allo dovranno scaricare le proprie conversazioni per non perderle. Per farlo basta accedere all’app, aprire la finestra di Menu (contrassegnata dall’icona con tre linee), accedere a Impostazioni e quindi a Chat. L’utente dovrà a questo punto selezionare l’opzione “Esporta messaggi dalle chat” (che scarica solo il testo dei messaggi) o “Esporta elementi multimediali archiviati” (che scarica anche video, foto e altri file). L’applicazione chiederà dove si desidera depositare le conversazioni sul proprio dispositivo. I messaggi saranno in un file csv, gli allegati multimediali in un file zip. Una volta terminato il download, basterà aprirli per ritrovare il contenuto delle chat.   

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Facebook voleva localizzarci nei negozi per mostrarci pubblicità su misura

facebook android

 (Afp)

 Mark Zuckerberg, amministratore delegato di Facebook

“Facebook usa il nuovo aggiornamento di Android per curiosare nella vostra vita privata in modi sempre più terrificanti – leggendo i registri delle chiamate, tracciandovi quando entrate nei negozi eccetera”: sarebbe stato questo il titolo perfetto, per il responsabile dell’implementazione Bluetooth di Facebook, Mike LeBeau, se i giornali avessero scoperto che la loro app per Android era in grado di accedere al registro delle chiamate degli utenti.

L’ironico commento emerge dalla documentazione di 250 pagine raccolta dalla Commissione parlamentare britannica sullo scandalo Cambridge Analytica e diffusa dagli stessi deputati perché ritenuta “di interesse pubblico”. Tra le migliaia di email catalogate, nel 2015 alcuni dirigenti di Facebook si interrogano sull’impatto che avrebbero avuto due modifiche che valutavano di apportare. La prima riguarda appunto l’accesso da parte del social network ai registri di chiamate e Sms; la seconda – apparentemente mai implementata -, l’utilizzo della connessione Bluetooth per sapere quando si entra in un negozio e mostrare pubblicità pertinenti.

Il domino Cambridge Analytica

A marzo di quest’anno, sull’onda dello scandalo che ha investito l’azienda di Mountain View, molti utenti hanno scaricato copia delle informazioni che il social aveva sul loro conto (se siete curiosi, qui il link per accedere al pannello di download). Così alcuni hanno scoperto che tra queste, Facebook conservava anche il dettaglio delle telefonate effettuate, comprensivo di destinatario e orario. Scopo di questi dati è “migliorare la funzione Pymk (Persone che potresti conoscere), calcolo dei coefficienti, classificazione del feed, ecc.”, come si legge in una frase attribuita a Mike LeBeau in un’email inviata il 4 febbraio 2015 da Mark Tonkelowitz, all’epoca responsabile di servizi geolocalizzati di Facebook. 

A marzo l’azienda rispose con un post sul suo blog, chiarendo che la raccolta delle informazioni, “ampiamente utilizzata” dai servizi web, è avvenuta solo previo consenso dell’utente. Ma le comunicazioni divulgate dal Parlamento britannico suggeriscono la volontà del “growth team” (dall’inglese, la squadra addetta all’espansione) di manipolare i permessi di Android, ottenendo così l’accesso a quel tipo di informazioni senza che l’utente ne fosse consapevole.

Inizialmente il servizio avrebbe dovuto prevedere un consenso esplicito, ma in un’altro scambio il gruppo che sviluppa la funzione sembra vedere la schermata delle autorizzazioni Android come un fastidio, aggirabile con un aggiornamento dell’app grazie a una debolezza del sistema Android. L’operazione risulta estrema agli occhi dello stesso LeBeau, per il quale si tratterebbe di “un rischio piuttosto elevato dal punto di vista dell’immagine pubblica”. 

“Naturalmente abbiamo discusso la possibilità di tenere, rimuovere o modificare le caratteristiche del servizio che offriamo”, si legge nella replica di Facebook pubblicata da The Verge. “Questa caratteristica specifica consente alle persone di scegliere di dare a Facebook l’accesso alle chiamate e ai messaggi di testo nei log di Facebook Lite e Messenger sui dispositivi Android. Utilizziamo queste informazioni per fare cose come dare migliori suggerimenti su chi chiamare su Messenger e per classificare le liste di contatti in Messenger e Facebook Lite”.

Il meccanismo sviluppato da Facebook sembra quindi confortare l’idea che vogliamo essere raggiunti dalle persone con cui abbiamo parlato al telefono. Numerose eccezioni possono essere portate a esempio: dai giornalisti d’inchiesta che all’improvviso potrebbero ritrovarsi tra gli amici suggeriti a un criminale con cui hanno parlato per ottenere informazioni ai sempre più frequenti casi di stalking che la rete ha reso, se non più frequenti, almeno più evidenti all’opinione pubblica. Possibilità a cui la creatura di Zuckerberg, votato a connettere il mondo, sembra non pensare.

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Un hacker ha bucato 50 mila stampanti per aiutare il più famoso YouTuber del mondo

attacco hacker stampanti

Un hacker ha violato 50 mila stampanti connesse a Internet per diffondere un comunicato di sostegno alla celebrità di YouTube, PewDiePie. Tra i dispositivi forzati a stampare il comunicato ci sarebbe anche una periferica di una stazione di polizia di Washington, come segnala un utente.

L’episodio, avvenuto il 27 novembre, evidenzia quali rischi possano derivare da un uso inconsapevole e improprio dell’Internet delle Cose (dall’inglese, Internet of Things, IoT), ovvero dell’ecosistema di strumenti che comunicano autonomamente con la rete.

“Dopo aver giocato per 4 ore consecutive a Destiny 2 ero annoiato e ho deciso che volevo hackerare qualcosa”: autore dello scherzo informatico è un anonimo hacker noto con lo pseudonimo di TheHackerGiraffe, il quale spiega che proprio dopo la segnalazione del coinvolgimento di una stazione di polizia ha deciso di aprire un account Twitter per fornire chiarimenti.

Dopo una prima ricognizione su Shodan, motore di ricerca specializzato nell’individuazione di dispositivi connessi a Internet, l’hacker ha semplicemente eseguito una ricerca su Google alla ricerca di software capaci di prendere il controllo delle stampanti. Così ha individuato Pret, insieme di strumenti in grado di prendere il controllo delle periferiche, liberamente scaricabile online.

Un software dalle “caratteristiche spaventose”

“Pret ha caratteristiche spaventose”, tra cui la “possibilità di accedere ai file, danneggiare la stampante, accedere alla rete interna – ammette TheHackerGiraffe -. Ho agito per aiutare le organizzazioni e le persone così che possano proteggersi”. Al di là della quantità di funzioni disponibili usando Pret, la vulnerabilità reale è causata dal fatto che le porte di connessione dei dispositivi vengono spesso lasciate aperte in rete per incuria da parte dell’installatore.

Come spiega lo stesso TheHackerGiraffe, è stato sufficiente “scegliere” le prime 50 mila stampanti vulnerabili dalla lista fornita da Shodan e lanciare il software malevolo utilizzando un piccolo script (insieme di comandi eseguibili da un computer) che “ironicamente rientra tutto in un Tweet”. A questo punto per l’hacker è stato sufficiente individuare un messaggio da far stampare alle periferiche (l’originale è stato pubblicato online) e dare il comando.

Con 73 milioni di followers, PewDiePie ha approfittato dell’occasione per promuovere il suo canale al fine di restare primo nella classifica degli youtuber nel 2018. Record insidiato dall’utente T-Series, al quale mancano 69 mila followers per raggiungere il capofila, come ci spiega TheHackerGiraffe. Ma la speranza è che una simile pubblicità porti per l’anno nuovo maggiore consapevolezza dei rischi legati ai dispositivi perennemente connessi in rete. 

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Le migliori app dell’anno per Android (secondo Google)

Le migliori app dell'anno per Android (secondo Google)

La migliore app dell’anno è “Drops: impara 31 nuove lingue”. Usa illustrazioni e giochi per insegnare parole straniere. E lo fa ad alto ritmo, imponendo un limite di 5 minuti per ogni sessione. La corono l’ha assegnata, come ogni anno, Google Play, scegliendo tra le applicazioni disponibili per dispositivi Android. Il premio del pubblico è invece andato a Youtube TV. Big G e utenti si sono invece trovati d’accordo sul miglior gioco: è Pugb Mobile.

Le app più divertenti

Oltre ai primi in classifica, Google Play ha indicato il meglio diviso in diverse categorie. Le app più divertenti sono Vimage (un “Generatore di foto live”, che consente di aggiungere effetti di movimento alle tue foto), No.Draw (che aiuta i bambini e rilassa gli adulti abbinando numeri e colori), Neverthink (una sorta di “telecomando” che raggruppa il meglio dei video online), TikTok (la comunità che ha assorbito i video-playback di Musical.ly) e Scout FM (un aggregatore di podcast).

App per imparare qualcosa

Tra le migliori applicazione per l’apprendimento, oltre alla vincitrice Drops, ci sono: Mimo (per imparare i principi del coding), 10% Happier (specializzata in tecniche di meditazione), Keep (un “allenatore digitale” a domicilio), MasterClass (che propone corsi online tenuti da star del proprio settore, dalla fotografa Annie Leibowitz al cestista Stephen Curry).

Le più utili 

Le app scelte per facilitare la vita quotidiana sono invece Tasty (una sorta di libro di video-ricette sempre aggiornato), Sift (l’app traccia gli acquisti online e suggerisce le offerte e le possibilità di rimborso che di solito sfuggono all’utente), Cava (uno strumento gratuito per il fotoritocco), Notion (blocco note e agenda per smartphone), Otter Voice Notes (un’agenda personale che combina note scritte con audio e foto).

Cinque “chicche nascoste”

Google ha selezionato, infine, cinque “chicche nascoste”. App poco note ma che si sono meritate l’attenzione di Android. Slowly utilizza il digitale per trovare un “amico di penna” che abbia gli stessi interessi. Le “lettere” sono digitali, ma vengono spedite e consegnate con i tempi del mondo “analogico”: variano a seconda della distanza reale. Unfold offre risorse (foto ed elementi di design digitale) per creare Storie sui social network. Just a Line permette di realizzare disegni in realtà aumentata, catturando in immagini l’intreccio tra mondo digitale e fisico. Luci è un tutor che aiuta a ricordare i sogni. Una sorta di diario digitale della propria attività onirica. Learn Spanish with Lirica aiuta a imparare lo spagnolo partendo dalla musica e dai brani latini più famosi.   

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Le 50 donne italiane più influenti nel campo della tecnologia

Le 50 donne italiane più influenti nel campo della tecnologia

 Facebook/Inspiring Fifty

 Inspiring Fifty 2018

Cinquanta donne, dai 17 anni agli 81 anni. Sono le più influenti nella tecnologia italiana, incluse nella lista di “Inspiring Fifty”: imprenditrici, manager d’azienda, docenti universitarie, ricercatrici ed esponenti delle istituzioni che si sono distinte nel 2018. La più giovane è Valeria Cagnina, premiata per la sua attività di formazione digitale. Nella lista ci sono, tra le altre, anche l’assessore alla Trasformazione Digitale del Comune di Milano Roberta Cocco, la ceo di Codemotion Chiara Russo e la country manager di Amazon Mariangela Marseglia.

Cos’è Inspiring Fifty

L’iniziativa Inspiring Fifty, a cura di Janneke Niessen e Joelle Frijters, dopo numerose edizioni in Europa e nel mondo, è arrivato anche nel nostro Paese – con il supporto di Microsoft Italia e Klecha & Co. – per individuare le eccellenze al femminile. Sono state scelte da una giuria composta da personalità del mondo imprenditoriale, del business e dell’accademia su oltre 200 candidature. Rappresentano settori e campi diversi, dall’informatica all’astrofisica fino a ingegneria e filosofia.

Tutti i nomi 

Viviana Acquaviva, Professore Associato presso CUNY

Valeria Cagnina, Co-founder e Mentor, valeriacagnina.tech

Serena Cameirano, Principal Software Engineer Salesforce

Marilù Capparelli, Legal Director, Google Europe

Barbara Caputo, Professoressa presso IIT Istituto Italiano di Tecnologia

Lorella Carimali, Docente presso il Liceo Scientifico Vittorio Veneto e scrittrice

Tiziana Catarci, Docente presso l’Università La Sapienza

Lucia Chierchia, Managing partner Gellify

Roberta Cocco, Assessore alla Trasformazione Digitale e ai Servizi Civici, Comune di Milano

Martina Cusano, Co-founder e CEO Mukako

Margherita della Valle, CFO Vodafone

Lucia Di Masso, Founder e CEO SEMS

Simonetta Di Pippo, Director UNOOSA

Veronica Diquattro, Executive VP DAZN

Amalia Ercoli Finzi, Professoressa Emerita Politecnico di Milano

Gigliola Falvo, Senior Director Broadband Operations Sky Italia

Elena Ferrari, Docente presso l’Università dell’Insubria

Valeria Ferrari, General Manager Teethan

Francesca Gabrielli, Co-founder e CEO Assist Digital

Laura Gori, Founder e CEO Way2Global

Cecilia Laschi, Docente presso Scuola Superiore Sant’Anna

Daria Loi, Principal Engineer Intel

Stefania Mancini, Co-founder e CTO I-Tel

Gioia Manetti, VP International Scout24

Mariangela Marseglia, Country Manager Italy and Spain, Amazon

Gianna Martinengo, Founder e Chairman Didael KTS

Alice Melocchi, Co-founder e CTO Multiply Labs

Paola Moretto, Co-Founder e CEO, Nouvola

Isabella Nova, Professore presso Politecnico di Milano

Francesca Patellani, COO Accenture

Fausta Pavesio, Investor, Board Member e Venture Partner SmartUp Capital

Chiara Petrioli, Founding Partner e Director, WSENSE

Manuela Raffatellu, Docente presso UCSD

Elisabetta Romano, CTO TIM

Elisa Romondia, Founder e CEO Devoleum

Chiara Russo, Co-founder e CEO Codemotion

Katia Sagrafena, Co-founder e COO Vetrya

Donatella Sciuto, Prorettore Vicario presso Politecnico di Milano

Alessandra Sciutti, ricercatrice presso IIT Istituto Italiano di Tecnologia

Cinzia Silvestri, Co-founder e Managing Director, BI/OND Solutions

Gea Smith, Vice President, Head of Digital Consulting Telco & Media, Capgemini

Mariarosaria Taddeo, Research Fellow, University of Oxford

Alessandra Todde, CEO Olidata

Serena Torielli, Co-founder e CEO, Virtual B

Francesca Tranquilli, President Online Flagship Stores, YNAP

Paola Velardi, Docente presso l’Università La Sapienza

Francesca Vergara, CIO Italgas

Grazia Vittadini, CTO, Airbus

Susana Voces, General Manager, eBay Italy and Spain

Silvia Wang, Co-founder and President, ProntoPro

Donne e innovazione in Italia

“La tecnologia è il futuro e non possiamo lasciare che sia costruito da un piccolo gruppo di persone”, spiega Janneke Niessen, co-fondatrice di Inspiring Fifty. Il numero e la qualità delle candidature hanno mostrato quanti talenti incredibili ci siano nel Paese, e ci rendono ottimiste sul futuro dell’ecosistema italiano”.

Tutte le Inspiring Fifty individuate nelle edizioni dei singoli Paesi, tra cui l’Italia, faranno parte d’ufficio del pool all’interno del quale verranno scelte le nuove Inspiring Fifty europee nel 2019. “Abbiamo individuato cinquanta leader che hanno ottenuto risultati di eccellenza”, ha commentato Paola Bonomo, componente della giuria e selezionata tra le Inspiring Fifty europee nel 2015 e 2016.

“Secondo una ricerca Microsoft – sottolinea Barbara Cominelli, Direttore Marketing & Operations di Microsoft Italia, selezionata tra le Inspiring Fifty Europe nel 2016 e 2017 – per il 45% delle studentesse italiane è importante avere un modello di riferimento femminile che sia fonte di ispirazione, stimoli l’interesse per le materie scientifiche e le incentivi a continuare il proprio percorso di studi in questo ambito. In Italia ci troviamo di fronte a un paradosso: abbiamo un tasso di disoccupazione giovanile del 30%, e contemporaneamente le aziende faticano a trovare le figure professionali di cui hanno bisogno perché cresce sempre di più il divario tra le competenze realmente disponibili e quelle richieste dal mercato. Nel giro di due anni si creeranno oltre 135.000 posizioni qualificate nell’ICT, ma il rischio è di non riuscire a coprirle. Diventa quindi fondamentale aiutare ragazze e ragazzi a comprendere le opportunità che il digitale e le nuove tecnologie aprono per il loro futuro”.  

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Il rating di uno Stato dipenderà presto dal suo grado di cybersecurity?

Il rating di uno Stato dipenderà presto dal suo grado di cybersecurity?

 Afp

 Cybersecurity

“Rating”, definizione: capacità di un Paese o un’impresa di ripagare il proprio debito. È un indice di affidabilità. E non vale solo per la finanza, perché l’affidabilità di un Paese dipende sempre di più dalla sua efficienza informatica. La sua solidità “si riflette sul ‘rating’ di cybersecurity, sia nel settore pubblico che in quello privato”, spiega Giulio Terzi di Sant’Agata, ex ministro degli Esteri e oggi presidente di Cybaze, neonata società che ha aggregato CSE Cybsec, Emaze e Yoroi per creare un polo italiano delle difesa informatica. Governi e istituzioni avranno quindi rapporti con gli alleati più complessi se percepiti come problematici. In fondo, uno Stato – in questo caso – non ragiona in modo diverso rispetto a un individuo: preferiremmo dare i nostri soldi e le nostre confidenze all’amico più ricco o a quello che li conserva meglio?

Paure gonfiate e minacce reali

“La sovranità e la libertà sono cose che entrano in diretta relazione con l’avere comunicazioni pulite e interlocutori affidabili”, afferma l’ex ministro degli Esteri. Un punto che all’Italia, spesso, ancora sfugge. “In questo Paese – aggiunge Marco Castaldo, amministratore delegato di Cybaze – si alza il livello della paura su cose meno significative, ma non si parla di altri argomenti fondamentali. La cybersecurity deve essere il principale argomento di preoccupazione di un’economia nazionale. Le aziende italiane spendono ancora troppo poco. Non basta più dedicare alla difesa informatica una quota dell’IT. Va alzato il livello di comprensione e l’interlocutore deve essere il ceo. A oggi gli amministratori delegati hanno una comprensione chiara dei rischi finanziari, ma non abbastanza di quelli informatici”.

“C’è una grande differenza differenza tra il grado di consapevolezza che c’è in Italia e quella che trovo in altri Paesi.”, dice ancora Domenico Cavaliere, che da ceo di Emaze diventa special advisor di Cybaze. “La consapevolezza si traduce anche in mercato. Il settore della cybersecurity di Singapore è grande quanto quello italiano, ma con 6 milioni di abitanti”.

“Dobbiamo scegliere da che parte stare”

“Siamo in un mondo in cui la conflittualità cresce con lo stesso ritmo con sui cresce l’intelligenza artificiale”. La cybersecurity è un tema nazionale, ma, sottolinea Terzi di Sant’Agata “emerge con forza il coordinamento tra Stati, all’interno della Ue e della Nato”. In questo scenario geopolitico condizionato dalla sicurezza informatica, le imprese specializzate non possono limitarsi a fare affari. “È importatane capire quali valori contribuiamo a tutelare come azienda. Non facciamo biscotti o caramelle ma lavoriamo in un settore in cui quello che facciamo ha un impatto sull’intera società e sull’intero mondo delle democrazie liberali. Noi apparteniamo a uno schieramento europeo e atlantico”.

“È chiaro che siamo animati da spirito capitalistico, ma chi fa questo lavoro deve sentirsi dalla parte giusta della barricata”, conferma Castaldo. “Il nemico non è il concorrente ma chi utilizza le informazioni per fare danni”.

Difesa tradizionale e digitale: tre differenze

Marco Ramilli ha lasciato gli Stati Uniti per tornare in Romagna e fondare la sua società, Yoroi, di recente acquisita da Cybaze. “Oggi – spiega (Ramilli è un blogger di Agi) – non possiamo più parlare di cyber-protezione ma di cyber-difesa. Noi proteggiamo qualcosa che pensiamo non verrà violato. È difficile che l’antifurto dell’auto non funzioni. La difesa è diversa: dobbiamo dare per scontato che ci sia qualcuno in grado di attaccarci ed entrare nell’automobile”. “Anche nel mondo fisico c’è una ‘difesa’ – aggiunge Ramilli – ma ha alle spalle molta più esperienza. Il mondo digitale, invece, è molto più nuovo e corre più in fretta”. La complessità della cyber-difesa digitale è dovuta, soprattutto, a tre differenze.

“Nel mondo fisico – continua il fondatore di Yoroi – c’è coesistenza tra chi difende e chi attacca. Cacciatore e lepre sono lì nello stesso momento. Nel digitale no”. Un esempio? Lo spiega il Chief Technical Officer di Cybaze, Pierluigi Paganini, con la campagna “Marty McFly”. È stata un attacco non a caso chiamato come il protagonista di Ritorno al futuro. Si basa su un codice malevolo costruito nel 2010, che però fissava una data di attivazione futura: il 2017, quando la vulnerabilità da attaccare sarebbe stata scoperta. Come una bomba a orologeria, che esplode nel momento in cui viene trovata. Chi ha costruito il malware aveva previsto tutto (o ha fatto di tutto per far sì che succedesse). “Una complessità tale far presupporre che dietro l’attacco ci sia uno Stato”, ipotizza Paganini.

Altra differenza tra difesa fisica e digitale. Nella prima cacciatore e lepre condividono non solo il tempo ma anche lo spazio: “Devono essere nello stesso bosco”, spiega Ramilli. Con la cybersicurezza non è più così: “L’attacco può partire da un bar di Chicago per toccare un’azienda di Milano. Terza differenza: l’inversione di ruolo.

“Nel mondo fisico – continua il fondatore di Yoroi – ci sono un cacciatore e un bersaglio. Nel mondo una mail infetta mi rende vittima ma anche carnefice, perché potrei contribuisco a diffondere il malware”. “Queste tre caratteristiche Ramilli – rendono la cyber-defence qualcosa di molto complesso”. Una battaglia che può essere combattuta in maniera “umana”. “Le macchine sono brave a dare risposte ma solo noi possiamo fare le giuste domande”, conclude Ramilli. “L’idea originale di una attacco è sempre di un essere umano. E gli esseri umani sono gli unici capaci di comprendere davvero una minaccia”.

Yomi, il cimitero dei malware

Yoroi ha presentato il suo ultimo prodotto: un “cimitero dei malware”. Si chiama Yomi (che in giapponese significa, appunto, cimitero) ed è una nuova applicazione tutta italiana che consentirà di controllare se un file è infetto oppure no. La soluzione sarà disponibile, in versione beta, entro poche settimane. Yomi usa una “sandbox”. Letteralmente è il recinto di sabbia dove giocano i bambini. Nella cybesecurity è uno spazio controllato dove sperimentare un file. Cioè farlo “detonare” per capire i suoi effetti. È un po’ la versione digitale degli artificieri che fanno brillare un ordigno per disinnescarlo.

Allo stesso modo, chiunque (analisti ma anche utenti) potranno usare Yomi, trascinare al suo interno un file sospetto e capire se è quanto è pericoloso, con un grafica che indica il grado di rischi in “pallini rossi”. È un meccanismo simile a VirusTotal, ieri società indipendente e oggi strumento di Google. È sviluppata in Italia, nei laboratori di Cesena e Trieste e ha anche l’obiettivo di creare una cyber-comunità. “Stiamo valutando come ricompensare chi fa analizzare e permette di scoprire più file infetti”, spiega Marco Ramilli, fondatore di Yoroi. Potrebbe esserci quindi una classifica dei migliori “cacciatori” di contenuti malevoli.

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La geopolitica del 5G

huawei usa 5g

Johannes EISELE / AFP

Smartphone Huawei (AFP)

Huawei passa dal catenaccio alla tattica del Marchese del Grillo: Io so io, e voi…Dal 2012, il gruppo è bandito dagli Stati Uniti, preoccupati che la società possa trasformarsi in un avamposto per lo spionaggio di Pechino. Huawei ha sempre ribattuto con garbo alle accuse di Washington. Adesso che la posta in gioco cresce, la compagnia di Shenzhen cambia tono e invia un messaggio chiaro alla Casa Bianca: se ci tenete fuori dagli Stati Uniti, a rimetterci siete soprattutto voi.

“Bando per motivi politici”

Fino a qualche mese fa, il tema centrale riguardava gli smartphone. Adesso il focus si è spostato sulle reti. Il 5G sta arrivando e cambierà interi settori grazie a connessioni più rapide e capaci. Le reti sono un’infrastruttura strategica, più centrale rispetto ai dispositivi mobile. Eric Xu, presidente di turno del Huawei, ha affermato che, senza il supporto del gruppo, gli Usa potrebbero perdere la corsa nelle reti di nuova generazione. La società è conosciuta soprattutto per gli smartphone, ma è uno dei leader globali nello sviluppo del 5G. “Huawei – ha spiegato Xu a Cnbc – non ha l’opportunità di servire gli utenti americani con soluzioni e servizi 5G. Il mercato statunitense non è in piena concorrenza”.

Una mancanza che sarebbe un freno per lo sviluppo. Perché, senza competizione, “le società di telecomunicazioni dovrebbero spendere di più per acquistare apparecchiature 5G e i consumatori dovranno spendere di più per ottenere servizi di qualità inferiore”. “Non sono sicuro – ha sottolineato Xu – che gli Stati Uniti raggiungeranno il loro obiettivo di diventare il numero uno al mondo nel 5G”. Per Xu, il bando a Huawei è fondato su “sospetti”, ha solo “motivi politici” e non è suffragato da alcun fatto che possa far pensare a problemi di cybersecurity. “C’è una domanda che mi frulla in testa”, ha detto il manager: “Perché il governo ha preso di mira Huawei? È perché siamo troppo bravi?”.

Un significativo cambio di registro

Washington avrebbe incoraggiato altri alleati occidentali a diffidare da Huawei. Il blocco è già arrivato in Australia e Nuova Zelanda. E, secondo il Financial Times, anche Germania e Regno Unito sarebbero preoccupate dalla prospettiva di concedere i permessi di installare infrastrutture 5G. Le reazioni immediate alle indiscrezioni del quotidiano britannico erano state, come al solito, soffici. Cui Haifeng, vice presidente Huawei per l’Europa occidentale, si era limitato a una dichiarazione istituzionale: la società sta facendo il possibile per rassicurare gli Stati e “cercherà sempre di mettere la sicurezza tra le priorità in modo che tutto, dal design, ai prodotti, ai servizi, sia sicuro”.

Passano poche ore e il registro cambia, per bocca del più alto in carica. Il presidente Xu afferma che Huawei potrebbe anche essere respinto da alcuni Paesi, ma “non ha cercato e non cercherà il sostegno del governo cinese per affrontare le sfide future. Faremo affidamento su noi stessi, sui nostri buoni prodotti, sui nostri buoni servizi. Stiamo bene anche se alcuni Stati non ci scelgono”. Bluff o realtà? Huawei dice: bene, se non ci volete non useremo l’ariete per entrare. Una provocazione per gli Stati Uniti, ma anche un messaggio ai Paesi che stanno pensando di seguire l’esempio di Washington. Come a dire: pensateci bene, perché noi possiamo fare a meno di voi. Al momento non importa se questo sia vero o no: è una dimostrazione muscolare di una società che, senza gli Stati Uniti, sta insidiando Apple come secondo produttore di smartphone al mondo. Che ha ambizioni globali ma anche un paracadute casalingo: in Cina gli investimenti nelle reti non mancano di certo. Il 5G è e sarà anche questo: non solo tecnologia ed economia, ma anche geopolitica.  

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Youtube perde la prima battaglia dello streaming: Originals sarà gratuito dal 2019

youtube sconfitta originals

Youtube fallisce l’operazione Netflix. Dal 2019, Originals, il servizio che propone su abbonamento serie tv e film originali, non sarà più a pagamento. Sarà gratuito e interrotto dalla pubblicità. Una sterzata che arriva dopo appena otto mesi.

Originals era stato battezzato a maggio, con un abbonamento che includeva anche Youtube Music (il servizio che incrocia streaming in stile Spotify con un archivio di video musicali e concerti). In Italia è arrivato a giugno, con un prezzo di 11,99 euro al mese per l’intero pacchetto.

Perché Youtube cambia 

L’obiettivo – ha spiegato un portavoce di Youtube a Business Insider – è “soddisfare la crescente domanda di un platea globale”. Tradotto: l’abbonamento non ha trovato l’accoglienza sperata, nonostante la richiesta di contenuti originali via web resti solida. Offrire i prodotti gratis vuol dire scommettere su un equilibrio che ancora non c’è. Youtube cerca di attrarre un pubblico per ora limitato (che diventi appetibile per gli inserzionisti) e, allo stesso tempo, prova a conservare parte degli abbonati.

Il servizio a pagamento, infatti, non scomparirà del tutto ma sarà disponibile per chi sia disposto a pagare pur di guardare serie e film senza pubblicità. In pratica si passa da un modello “premium” (pagare è l’unico modo per accedere, come Dazn o Netflix) a uno “freemium” (l’accesso è gratuito e si spende per avere servizi aggiuntivi, come Spotify). I contenuti attualmente disponibili resteranno esclusiva degli abbonati. Ma quelli pubblicati dal 2019 saranno accessibili a tutti.

Cosa vuol dire per lo streaming

La decisione solleva dubbi sull’avvenire di Youtube Premium, l’abbonamento che combina Originals e Music. Senza film, serie e programmi tv, il pacchetto sarebbe in parte svuotato e avrebbe senso solo per chi volesse continuare a vedere i contenuti e ascoltare musica senza pubblicità. Gli altri potrebbero interrompere l’abbonamento o migrare verso il solo servizio di musica in streaming (che costa qualche euro in meno).

La mossa di Youtube conferma quanto sia difficile competere con Netflix e in un mercato sempre più affollato. Apple è in arrivo con la propria piattaforma, probabilmente già dal prossimo marzo. YouTube non divulga il numero di abbonati di Premium, ma è chiaro che una correzione così netta e rapida indichi un successo quantomeno modesto.

youtube sconfitta originals

Alexander Pohl / NurPhoto
 

 YouTube

Pubblicità contro abbonamenti

Ricalibrare Originals sottolinea anche un altro tema, che non si limita al perimetro dello streaming ma tocca (tra gli altri) social network ed editoria: i servizi nati con un’offerta gratuita e basata sulla pubblicità sono spesso in difficoltà quando provano a proporre soluzioni a pagamento. Youtube, in particolare, non può rinunciare agli enormi incassi proveniente dalle inserzioni. Ma, dando priorità alla pubblicità, rischia di penalizzare gli abbonamenti. Non è solo una questione di incassi: un abbonamento offre flussi più costanti, riducendo oscillazioni, dipendenza dal mercato pubblicitario e dalle sue regolamentazioni.  

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Dal notch al foro: un nuovo stile per gli smartphone del 2019

nuovi smartphone huawei samsung notch

Il 2019 potrebbe essere l’anno del “foro”. Huawei e Samsung stanno lavorando a un nuovo design che dovrebbe superare il notch, quella tacca sulla parte superiore e al centro del display che include sensori e fotocamera. La soluzione è un buco, in uno degli angoli dello schermo, dove incastonare l’obiettivo frontale.

Il successo del notch

In principio era l’iPhone X. È stato il primo a introdurre il notch. Una soluzione adottata da Apple per restringere i bordi, abbandonare il tasto Home e ampliare lo schermo a parità di dimensioni complessive. Amato, odiato, a volte persino deriso da alcuni utenti che non lo hanno digerito. Largo, stretto, a goccia: il notch ha assunto diverse forme ma si è imposto come standard per tutto il 2018, soprattutto per gli smartphone di fascia medio alta. Solo per citarne alcuni: Google Pixel 3 XL, Huawei P20 e Mate 20, Honor 10. Ha invece resistito Samsung, che passerebbe direttamente al suo nuovo stile senza transitare per quello inventato dal principale rivale.

Samsung: Galaxy A8S in arrivo

Nelle scorse settimane, Samsung ha confermato di essere al lavoro su uno smartphone con un nuovo tipo di schermo, definito “Infinity-O”. SamMobile e Ice Universe, due siti specializzati in indiscrezioni tecnologiche, hanno riportato per primi che il dispositivo si chiamerà Galaxy A8S. Non sono concordi però sulla data del lancio, che dovrebbe comunque essere imminente: tra dicembre e gennaio. Ice Universe ha descritto il dispositivo come un “hole-screen mobile phone”.

È un gioco di parole che suggerisce la presenza del “foro”: “whole screen” vuol dire “a tutto schermo” e “hole” buco. Un altro indizio arriva dal social cinese Weibo. È spuntata un’immagina (per ora non confermata come ufficiale) che ritrae la nuova cover del Galaxy A8S: protegge il display e lascia l’obiettivo della fotocamera frontale libero grazie a un foro nell’angolo in alto a sinistra. Il Galaxy A8S potrebbe essere l’anteprima del design che rivedremo sul Samsung Galaxy S10: il dispositivo-ammiraglia della casa sud-coreana arriverà nel primo trimestre 2019 e, visto il numero tondo e la crisi del suo predecessore (che non ha venduto quanto sperato) si attendono novità consistenti.

Huawei: novità il 3 dicembre

La scelta di un design che ruota attorno a un foro non sarà esclusiva di Samsung. Sui social cinesi è spuntata un’immagine che svela il profilo di un nuovo smartphone Huawei dotato di una cavità per integrare la fotocamera all’interno del display. Il gruppo ha confermato a TheVerge la sua autenticità, aggiungendo che altre novità saranno rivelate il 3 dicembre. L’abolizione del notch e la sua trasformazione in un foro non sembrano quindi la fuga in avanti di un solo marchio. Ci stanno lavorando il primo e il terzo produttore di smartphone al mondo. Ecco perché i dispositivi “hole-screen” potrebbero essere il nuovo standard dei prossimi mesi.  

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