Politica

Salvini: “Il ragazzo dice di non essere spacciatore? I cittadini non hanno dubbi”

salvini citofono bologna 

“Il ragazzo dice di non essere uno spacciatore? Difficile trovare un rapinatore che confessi di essere un rapinatore. I residenti del quartieri non hanno dubbi, hanno certezze”. Matteo Salvini, a ‘L’Italia s’è desta’ su Radio Cusano Campus, torna così sull’ormai famosa, e contestata, ‘citofanata’ al Pilastro di Bologna e ribadisce che “per me che sono stato a San Patrignano a parlare con ragazzine di 15 anni che si facevano di eroina, gridare che la lotta alla droga debba essere un obiettivo primario della politica e’ mio dovere. Che poi uno spacciatore sia tunisino, italiano o finlandese – aggiunge riferendosi alle proteste ufficiali arrivati dalla Tunisia – non è importante”.

“Se c’è una mamma coraggio che ha perso un figlio per droga che ti chiama e ti chiede di dargli una mano a segnalare lo spaccio, io ci sono sempre. Poi Polizia e Carabinieri faranno il loro lavoro. Però – rivendica il leader della Lega – era giusto squarciare il silenzio che purtroppo c’è in tanti quartieri italiani”.

“Travaglio parla di giustizia citofonica? Secondo Travaglio io dovrei andare in galera, con una pena maggiore rispetto a quella degli spacciatori di droga, perche’ il reato per cui sono imputato prevede fino a 15 anni di carcere. E’ assurdo che i Travaglio e il Pd di turno ritengano che sia normale una roba del genere, secondo me e’ un enorme spreco di denaro pubblico questa roba qui”, osserva riferendosi al caso Gregoretti.

“Mi chiedono di citofonare ai mafiosi? Sono andato a bermi un caffé con Nicola Gratteri che è uno dei principali nemici delle mafie, che si batte ogni giorno contro la ‘ndrangheta. Ricordo poi che la villa ai Casamonica con la ruspa l’ho abbattuta io, non Fabio Volo o Fabio Fazio. E a Corleone il commissariato di Polizia confiscato alla mafia l’ho inaugurato io. Se c’è qualcuno a cui sto sulle palle sono proprio mafiosi e camorristi”, dice ancora il leader della Lega.

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La Cei bacchetta Salvini: “Infelice citofonare alla famiglia tunisina” 

cei salvini citofonare

Il segretario generale della Cei, Stefano Russo, ha definito “non particolarmente felice” il gesto del leader leghista, Matteo Salvini, che a Bologna aveva suonato al citofono dell’abitazione di un giovane tunisino chiedendogli se fosse uno spacciatore. Russo ha auspicato che ci si richiami “al Presidente Mattarella e a quanto ha detto nel messaggio di fine anno sulla cultura della responsabilità”, perché “non possiamo vivere in costante campagna elettorale”. 

“Il ragazzo dice di non essere uno spacciatore? Difficile trovare un rapinatore che confessi di essere un rapinatore. I residenti del quartieri non hanno dubbi, hanno certezze”. Matteo Salvini, a ‘L’Italia s’è desta’ su Radio Cusano Campus, torna cosi’ sull’ormai famosa, e contestata, ‘citofanata’ al Pilastro di Bologna e ribadisce che “per me che sono stato a San Patrignano a parlare con ragazzine di 15 anni che si facevano di eroina, gridare che la lotta alla droga debba essere un obiettivo primario della politica è mio dovere. Che poi uno spacciatore sia tunisino, italiano o finlandese – aggiunge riferendosi alle proteste ufficiali arrivati dalla Tunisia – non è importante”.

“Se c’è una mamma coraggio che ha perso un figlio per droga che ti chiama e ti chiede di dargli una mano a segnalare lo spaccio, io ci sono sempre. Poi Polizia e Carabinieri faranno il loro lavoro. Però – rivendica il leader della Lega – era giusto squarciare il silenzio che purtroppo c’è in tanti quartieri italiani”. “Travaglio parla di giustizia citofonica? Secondo Travaglio io dovrei andare in galera, con una pena maggiore rispetto a quella degli spacciatori di droga, perché il reato per cui sono imputato prevede fino a 15 anni di carcere. È assurdo che i Travaglio e il Pd di turno ritengano che sia normale una roba del genere, secondo me è un enorme spreco di denaro pubblico questa roba qui”, osserva riferendosi al caso Gregoretti.

“Mi chiedono di citofonare ai mafiosi? Sono andato a bermi un caffè con Nicola Gratteri che è uno dei principali nemici delle mafie, che si batte ogni giorno contro la ‘ndrangheta. Ricordo poi che la villa ai Casamonica con la ruspa l’ho abbattuta io, non Fabio Volo o Fabio Fazio. E a Corleone il commissariato di Polizia confiscato alla mafia l’ho inaugurato io. Se c’è qualcuno a cui sto sulle palle sono proprio mafiosi e camorristi”, dice ancora il leader della Lega.

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Di Maio lascia la guida dl M5s. Per il centrodestra il governo è finito

di maio m5s dimissioni governo

JOHN THYS / AFP

Luigi Di Maio

Luigi Di Maio lascia la guida del Movimento 5 stelle. Non senza togliersi qualche sassolino dalle scarpe (“basta con le pugnalate alle spalle dalle retrovie”) e assicurando che non abbandonerà mai i 5 stelle, perché sono la sua famiglia. Le sue dimissioni non hanno nulla a che fare con il governo, scandisce, che anzi deve andare avanti.

Di tutt’altro avviso Matteo Salvini e Giorgia Meloni, che subito attaccano: l’esecutivo “è finito”. Gli alleati di governo, però, la pensano esattamente come Di Maio: le sue dimissioni da leader del M5s non avranno “alcuna ripercussione sul governo”, assicura il segretario dem Nicola Zingaretti, che di dice “dispiaciuto”. Sulla stessa linea Italia viva. Non ha alcun dubbio il premier: “La decisione di Di Maio rappresenta una tappa di un processo di riorganizzazione interna al Movimento 5 stelle ormai in corso da tempo e che, sono persuaso, non avrà alcuna ripercussione sulla tenuta dell’esecutivo e sulla solidità della sua squadra”, scrive Giuseppe Conte in una nota.

Di Maio lascia il testimone a Vito Crimi, che traghetterà i pentastellati fino a marzo, quando si svolgeranno gli Stati generali. Ma lì, puntualizza Di Maio, si deciderà il ‘cosa’, ovvero la nuova organizzazione e le nuove regole del Movimento. Il ‘chi’, ovvero il suo successore, si deciderà solo dopo. Parole che alimentano le voci, dentro M5s ma anche tra le altre forze politiche, su un possibile ritorno sulla scena di Di Maio, magari con una ricandidatura per la leadership.

Ma si tratta di rumors prematuri, oggi è il giorno del passo indietro. Dopo la svolta storica del Movimento, nel settembre del 2017, di darsi una struttura ‘verticistica’, con un capo politico eletto a stragrande maggioranza dagli attivisti e iscritti, a ventotto mesi di distanza, il leader lascia la guida di un Movimento, per sua stessa ammissione, che vive un “momento complesso”. Ma ce la farà, “la strada è ancora lunga”, spiega.

Un giorno intero prima di pronunciare la fatidica frase: “Rassegno le dimissioni da capo politico”. Per un giorno intero infatti si susseguono le voci sull’addio imminente, poi la conferma in mattinata ai ministri M5s. Quindi, Di Maio dà appuntamento nel pomeriggio al tempio di Adriano. L’iniziativa doveva servire a presentare i facilitatori regionali, ma Di Maio si prende tutta la scena. E esordisce: “Ho portato a termine il mio compito”.

Ma bisogna rimboccarsi le maniche, avverte Di Maio: “è giunto il momento di rifondarsi” e si si scriveranno nuove regole, poi “vanno rispettate”. E oggi “si chiude un’era, è la fine di una fase, ma non del mio percorso”, torna a garantire. Quindi, rivendica le vittorie ottenute, il lavoro fatto, ricorda di aver “difeso il Movimento dalle trappole e dagli approfittatori”. Poi, l’affondo: “I peggiori nemici sono all’interno”, nel M5s “c’è chi ha giocato al tutti contro tutti”. Infine, i ringraziamenti, a Conte, a Mattarella, a Grillo e Casaleggio (e anche alla fidanzata Virginia Saba).

L’ultimo gesto è simbolico: sempre in giacca e cravatta, Di Maio lascia il palco, in una sala stracolma e dove l’emozione è palpabile, sfilandosi proprio la cravatta dal collo, quasi a segnare il cambiamento. Immediate le reazioni degli avversari: “Di Maio abbandona la guida dei 5 stelle al tracollo, Zingaretti annuncia lo scioglimento del Pd, Renzi litiga con tutti. Il governo è finito”, sentenzia Salvini.

Per Silvio Berlusconi le dimissioni di Di Maio “cambiano poco, hanno fallito”. Per Giorgia Meloni “tra Zingaretti che tenta di nascondere il Pd proponendo lo scioglimento del suo partito e Di Maio che si dimette da capo politico del M5s, assistiamo alle battute finali di un governo fantoccio”. Al fianco di Di Maio si schierano invece sia Conte che Casaleggio: “La scelta di Luigi mi rammarica, ma è una decisione di cui prendo atto con doveroso rispetto”, afferma il premier.

“Bisogna riconoscergli il merito di tanti risultati ottenuti. è stato il protagonista della realizzazione dei valori cardine del Movimento”, aggiunge Conte. Un “grazie” arriva dal figlio del cofondatore: “La sua resilienza da agonista gli ha permesso di raggiungere grandi risultati personali, ma soprattutto per una grande comunità di persone”, osserva Davide Casaleggio. “Purtroppo non tutti glielo hanno riconosciuto in modo pubblico con la falsa convinzione che, non esponendosi, avrebbero evitato di inimicarsi qualcun altro. Altri con dolo pubblicavano i loro distinguo per inseguire un titolo di giornale. Ma la maggior parte delle persone lo sa. Sa che quando era ora di metterci la faccia o rimetterci le ore di sonno Luigi è sempre stato in prima linea”. 

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I 28 mesi di Luigi Di Maio alla guida del Movimento 5 Stelle

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JACOPO LANDI / NURPHOTO

 Luigi Di Maio

Ventotto mesi. Poco più di due anni è durata la leadership di Luigi Di Maio, che ha guidato il Movimento 5 stelle portandolo dalle piazze fin dentro i palazzi che contano, diventando la maggiore forza di governo, prima alleata con la Lega e poi, dopo la crisi voluta e cercata da Matteo Salvini, con il Pd.

La parabola del ‘prescelto’ a trasformare i 5 stelle da Movimento di protesta a forza responsabile e istituzionale si consuma in un arco temporale ristretto, che lo ha visto toccare vette altissime, conquistando percentuali quasi inaspettate e festeggiare grandi successi, fino a veder erodere il consenso elettorale votazione dopo votazione, mentre il mondo pentastellato iniziava a puntare il dito proprio contro la sua gestione troppo accentrata del potere, con divisioni interne via via crescenti.

Ed è alla viglia di quella che, salvo sorprese, si preannuncia come una nuova debacle per i 5 stelle, le regionali in Emilia e Calabria, che Di Maio accetta la ‘resa’ e lascia il timone del Movimento. Non è bastata a sopire i malumori la decisione di farsi affiancare dai ‘facilitatori‘. Non ha certo aiutato la querelle sui rimborsi, con i tanti parlamentari morosi a un passo dall’essere espulsi.

Ma Di Maio, fino ad oggi, ha sempre rivendicato la giustezza delle scelte fatte, forte dell’appoggio del cofondatore del Movimento, Beppe Grillo – intervenuto più volte in questi due anni nei momenti cruciali per blindare il leader – e del sostegno del figlio dell’altro fondatore, Davide Casaleggio. La storia politica di ‘Giggino’, come lo hanno spesso ribattezzato i critici e detrattori, nasce in Campania.

Gli esordi di un futuro capo

Di Maio dopo il diploma di liceo classico si è iscritto all’Università, in un primo momento alla facoltà di ingegneria, poi a giurisprudenza alla Federico II di Napoli. Ma alla fine ha rinunciato e non si è mai laureato. Nel suo curriculum si legge che è giornalista pubblicista dal 2007, che ha lavorato per un breve periodo come webmaster e anche come steward allo stadio San Paolo Di Napoli.

Poi, la scelta della politica con la candidatura nel Movimento 5 stelle. Nel 2007 Di Maio ha aperto il meetup di Pomigliano d’Arco aderendo così all’iniziativa di Grillo che proponeva la costituzione di gruppi di cittadini che si occupassero dei problemi del loro comune. Nel 2010 si è candidato come consigliere comunale del suo comune, ma ottenendo solo 59 preferenze non è stato eletto.

Successivamente, con le cosiddette ‘Parlamentarie’ del Movimento 5 stelle, è stato candidato online e con 189 preferenze è riuscito ad entrare alla Camera, per poi essere eletto vicepresidente di Montecitorio. Nel 2017 la svolta ‘leaderistica’: Di Maio viene eletto dalla Rete con 30.936 voti (l’82% dei votanti) candidato premier e Capo politico del Movimento il 23 settembre, in occasione della kermesse grillina di Rimini.

Il Movimento cambia pelle

Con lui, di fatto, il Movimento ha cambiato pelle: molti poteri sono accentrati nelle sue mani e le decisioni, che nella Fase 1 del Movimento venivano prese dalla Rete e dalle assemblee, adesso vengono prese direttamente da leader e talvolta ratificate da eletti e attivisti. Nel suo cursus, prima di essere eletto capo politico, Di Maio aveva già ricoperto incarichi di vertice: nominato membro del cosiddetto Direttorio del Movimento, costituito nel novembre 2014 da cinque parlamentari, scelti da Beppe Grillo con l’obiettivo di costruire il principale organo direttivo del Movimento che avesse una funzione di raccordo tra il leader e gli eletti in parlamento.

Ma il Direttorio ebbe vita breve risultando inefficace. Nel 2016 Di Maio è stato anche nominato responsabile degli enti locali per M5s. Poi, appunto, la svolta: preso in mano il timone del Movimento, Di Maio porta i 5 stelle, alle elezioni politiche del 4 marzo 2018, a toccare vette altissime: i pentastellati sfiorano il 33% dei consensi. Ed è da questa posizione di forza che Di Maio, pur dovendo rinunciare alla premiership, tratta con Salvini per la nascita del primo governo Conte.

La nascita del governo gialloverde

Di Maio è l’artefice dell’ingresso dei 5 stelle a palazzo Chigi, all’interno delle stanze che contano. Un’alleanza post-elettorale che alla partenza sembra granitica, con un contratto di governo a fare da collante. Per sè Luigi ritaglia il triplice e ‘pesante’ ruolo di vicepremier – condiviso con Salvini – e di ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico.

Ma la presenza ingombrante del leader leghista e le difficoltà del Movimento, ‘ingabbiato’ in un ruolo istituzionale e di responsabilità, costretto a mediare e a scendere a patti, spesso offuscano la leadership del capo politico, che deve fare i conti anche con l’ala non governista del Movimento, tra cui militano i pentastellati che sin dall’inizio mal hanno digerito l’intesa con la Lega.

E arrivano le prime ‘batoste’: alle europee del 2019, poco più di un anno dopo l’exploit delle politiche, il Movimento 5 stelle subisce una dura sconfitta, fermandosi a quota 17%. Un tracollo che apre le porte al malessere interno. E iniziano le prime ‘messe in mora’ del leader.

Intanto, però, Di Maio incassa battaglie storiche per il Movimento: il taglio dei vitalizi per gli ex parlamentari, la riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari (anche se il via libera finale arriva solo successivamente, con il governo Conte II), lo ‘Spazzacorrotti‘, il Reddito di cittadinanza. Ma, allo stesso tempo, i 5 stelle devono ‘accettare’ le leggi bandiera della Lega, dalla legittima difesa ai due decreti Sicurezza. Scelte che hanno minato la tenuta stessa del Movimento, con l’arrivo dei primi pesanti dissensi e, soprattutto, addii. Ma anche espulsioni di parlamentari che non si allineavano.

Le sconfitte elettorali erodono la leadership

Tra alti e bassi si arriva alla scorsa estate, al deterioramento non più ricucibile del rapporto con Salvini che, a inizio agosto, stacca la spina al governo. Seguono giorni convulsi, dentro e fuori il Movimento, con l’ipotesi di un esecutivo a traino M5s-Pd. Di Maio non nasconde le perplessità, poi ‘cede’ dopo l’intervento di Grillo, che dà il suo placet e ci mette la faccia. Nasce così il governo Conte II. Ma sin dai primi passi del nuovo esecutivo, la parabola della leadership di Di Maio continua a virare verso il basso.

Altri duri colpi arrivano dalle elezioni amministrative e regionali, dove il Movimento subisce nuove sconfitte. Cresce la fronda ‘anti-Luigi’, con ripetuti attacchi sotterranei ma anche pubblici. La forza contrattuale del Movimento al governo si assottiglia, anche a causa del dover trattare con diversi alleati (dal Pd a Leu fino ai riottosi renziani) e non più con uno solo in una sorta di pragmatico do ut des come avvenuto con la Lega.

Secondo diversi osservatori il colpo quasi ferale arriva con le regionali in Umbria: un nuovo tracollo, con i 5 stelle che scendono sotto il 10%. Si susseguono riunioni (anche ‘carbonare’) dei dissidenti, e i primi senatori, ma anche deputati, escono allo scoperto mettendo in discussione la leadership solitaria di Di Maio. Fioccano gli addii (oltre 20 i parlamentari che lasciano M5s).

Nuovamente Grillo è costretto a correre nella Capitale: il cofondatore incontra i vari ‘big’ e lo stesso Luigi. Ma è solo una tregua (armata), e anche i rapporti interni e con i vertici storici del Movimento iniziano a traballare sul serio. Fino a un passo indietro che ha preso in contropiede anche i fedelissimi.  

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Nel governo aumentano i timori sulle prossime mosse di Di Maio

futuro governo di maio

JOHN THYS / AFP

Luigi Di Maio

Giornata convulsa per il Movimento 5 stelle fra timori di un passo indietro di Luigi Di Maio, alla vigilia delle elezioni in Emilia Romagna, due nuove defezioni alla Camera e la maggioranza in frantumi in Campidoglio dopo che quasi la metà del gruppo pentastellato ha votato assieme alle opposizioni per il ritiro della delibera di giunta che indica Monte Carnevale come sito per una nuova discarica.

Di Maio ha dato appuntamento per oggi a palazzo Chigi alla delegazione ministeriale del M5s. A Montecitorio è da stamattina che si rincorrono le voci delle possibili dimissioni da capo politico che potrebbero dare il via libera ad una gestione collegiale del Movimento.

Il ministro degli Esteri dovrebbe fare in ogni caso un annuncio, riferiscono fonti parlamentari pentastellate. “Non mi fa piacere se Di Maio lascia la guida del M5s”, ha sottolineato oggi Zingaretti commentando le indiscrezioni. “Si dimette prima delle regionali. Dicono”, è il post pubblicato su Facebook dal senatore Gianluigi Paragone.

L’attesa per la mossa di Di Maio si inserisce in un clima teso. Oggi pomeriggio altri due deputati pentastellati, Michele Nitti e Nadia Aprile, hanno lasciato il gruppo della Camera.

A stretto giro di posta arriva il commento di fonti M5s: “Basta andare sul sito tirendiconto.it per vedere che la deputata Nadia Aprile ha effettuato la sua ultima restituzione a dicembre 2018, mentre per Michele Nitti le restituzioni sono ferme ad Aprile 2019. Per tale motivo i due, che oggi hanno annunciato di lasciare il gruppo M5s alla Camera, andavano incontro a un provvedimento disciplinare”. Ma Aprile rilancia con un j’accuse di “deriva autoritativa del Movimento. 

Poi Aprile spiega la sua decisione. “Mi ha offeso l’ingiustificato attacco mediatico a cui sono stata sottoposta (venendo dipinta, da quasi tutti gli organi di stampa nazionale, come ‘morosa’ e inadempiente agli obblighi assunti per vili fini personali di natura economica), senza ricevere alcuna tutela da parte del Movimento, benché (circostanza ben nota ai vertici), io abbia solo cercato, sin dallo scorso mese di aprile, di avere chiarimenti sull’autoritaria costituzione del ‘Comitato per le rendicontazioni/rimborsi del Movimento 5 Stelle’ e sull’imposizione di destinare le restituzioni al predetto organo privato, costituito, ad hoc, dopo l’inizio della legislatura”.

“Svilire tutta la politica ad un dibattito sui soldi sta diventando nauseante”, afferma, difendendo Nitti, il presidente della commissione Cultura della Camera, Luigi Gallo. “Oggi dovremmo solo ringraziare il maestro Nitti, deputato della commissione Cultura che fino ad oggi, con passione, ha lavorato per il Paese e per il M5s”, scandisce.

“In soli due anni – prosegue il deputato M5s – la sua passione e il nostro lavoro di squadra hanno garantito un’attenzione enorme sui temi dell’Alta formazione artistica e coreutica con conseguenti investimenti di risorse nel settore in legge di Bilancio. Con lui siamo stati promotori della mozione per istituire il DanteDì e sempre con lui abbiamo lavorato per salvaguardare il patrimonio artistico e storico dei conservatori di Italia promuovendo un archivio digitale delle opere e delle testimonianze. Per questo non posso essere che dispiaciuto per questo distacco del Maestro Nitti dal M5s”.

E ancora: “Diventa sempre più urgente – rilancia allora Gallo – anche in occasione degli Stati Generali lavorare a proposte e fare le giuste riflessioni e i giusti cambiamenti per riportare nel M5s alcune delle professionalità che stiamo perdendo. Tutte quelle professionalita’ e quelle passioni – osserva ancora – che in questi mesi hanno lavorato per costruire, come ha fatto il parlamentare Michele Nitti”.

Gli stati generali, lanciati da Luigi Di Maio per il prossimo mese di marzo, sono oggetto della richiesta di alcuni senatori, che trova porte aperte fra i deputati pentastellati, di una assemblea congiunta dei parlamentari perché si chiarisca il metodo con cui verrà portata avanti la discussione: nessuna voce – viene osservato – deve rimanere inascoltata.

Fonti parlamentari M5s guardano all’appuntamento di domani per la presentazione dei facilitatori regionali che farà il capo politico, temendo che possa essere la sede in cui arrivi un primo annuncio di cambiamenti ai vertici. Tra le ipotesi c’è quella che Di Maio possa lasciare la guida del Movimento per restare reggente cosi’ da traghettare i 5 Stelle verso gli Stati generali fissati a marzo e lì dare vita a un organo collegiale.

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La Libia (e il petrolio) al centro dello scontro tra Conte e la Lega

conte lega scontro libia petrolio

 ELIANO IMPERATO / CONTROLUCE

Matteo Salvini e Giuseppe Conte

L’appello di Sergio Mattarella a favore di un “supplemento di saggezza” da parte della comunità internazionale e le preoccupazioni di Giuseppe Conte e della Farnesina sui rischi del blocco delle esportazioni di petrolio. La situazione in Libia resta al centro del dibattito politico interno, con la Lega che attacca il presidente del Consiglio, accusato di “incapacità e dilettantismo” nella gestione degli interessi energetici italiani.

Mentre la crisi libica stenta a risolversi, con il timore delle ripercussioni del blocco del petrolio e la Francia che sembra giocare una partita in solitaria, il capo dello Stato, in visita in Qatar, lancia il suo appello a tutti gli attori in campo affinchè la tregua, dichiarata alla conferenza di Berlino, sia “realmente efficace e permanente”.

L’obiettivo, per il Quirinale, è che si avvii “un percorso politico che unifichi il Paese, lo stabilizzi e coinvolga tutte le sue parti sotto la guida dell’Onu e del loro rappresentante”. Un obiettivo che appare ancora lontano da raggiungere, ma su cui il presidente ha registrato la sintonia dell’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al-Thani durante il colloquio che segna il momento clou della visita ufficiale a Doha.

Sulla riduzione alle esportazioni di greggio, disposta dal generale Khalifa Haftar, arrivano il monito di Conte e della Farnesina. Si tratta di una azione, avverte il premier, che “può alterare il clima al pari di azioni militari”.

“Dobbiamo evitare iniziative di questo genere, dobbiamo fermare, non solo azioni militari – avverte il premier -, ma anche azioni come queste che possano mettere a repentaglio il recupero di risorse energetiche. Sono azioni che possono alterare il clima non meno delle opzioni militari e io confido che anche su questo si possa ritrovare una piena convergenza tra tutti i Paesi”.

Conte poi difende l’esito della conferenza di Berlino. Sulla crisi libica “il passaggio di domenica a Berlino è stato importante per ribadire l’unità della comunità internazionale, pur nella divergenza di opinioni”.

“È inutile nasconderlo: ci sono diverse posture, diverse opinioni e diversi concreti atteggiamenti, ma ci siamo ritrovati tutti su alcuni punti essenziali: innanzitutto dobbiamo perseguire il cessate il fuoco, e dobbiamo far rispettare l’embargo per le armi”, ammette.

“L’Italia esprime forte preoccupazione per le azioni che hanno portato alla sospensione delle attività estrattive e dei terminal petroliferi in Libia – si legge poi in una nota diffusa dal ministero degli Esteri -. Si tratta di uno sviluppo che sta già avendo serie conseguenze per l’economia e il popolo libici. Nel momento in cui proseguono gli sforzi internazionali per individuare una soluzione politica alla crisi, l’Italia richiama la necessità di mantenere l’integrità e la neutralità della Noc, unica compagnia legittimata a operare nel Paese”.

L’affondo dell Lega

Ma sul tema il Carroccio va all’attacco del governo. “Conte, anzichè rilasciare dichiarazioni di circostanza sulla Libia e sul ruolo dell’Unione Europea, sa che la Francia sta boicottando la condanna sul blocco del petrolio imposto da Haftar, sottoscritta dalle maggiori potenze atlantiche, tra le quali figurano Stati Uniti, Gran Bretagna e Italia?”, si chiedono i capigruppo di Matteo Salvini alla Camera e al Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo. “Lo sa, Conte, che tra gli impianti coinvolti c’è quello Eni di Mellitah, dove grandi professionalità italiane lavorano promuovendo cooperazione e sviluppo? Lui e Di Maio ce la fanno a difendere i nostri interessi, i nostri settori produttivi fuori dal Paese? Serve coraggio e buona politica, basta far pagare al Paese la loro incapacità e il loro dilettantismo”.

“Conte dov’è?”, chiede poi il vicepresidente della commissione Esteri della Camera, Paolo Formentini (Lega), che aggiunge: “L’Eni sta subendo danni ingenti dal blocco petrolifero inLibia. Una situazione gravissima che la Francia sta ulteriormente peggiorando, sabotando la dichiarazione congiunta dei paesi occidentali contro questa decisione assurda. Il presidente del Consiglio mostri una buona volta la schiena dritta. Serve una soluzione concreta, che tuteli gli interessi del nostro paese”, conclude.

Dello stesso avviso Eugenio Zoffili, deputato leghista e presidente del Comitato Bicamerale Schengen, e capogruppo della Lega in Commissione Affari Esteri della Camera: “Il governo Conte dimostra ancora una volta di non avere alcuna voce in capitolo sulla vicenda libica. Dopo l’annullamento dei vertici di Tripoli, la figuraccia a Berlino, che ‘fotografa’ perfettamente il peso dell’esecutivo giallorosso nello scacchiere politico internazionale, Conte incassa l’ennesima sconfitta, subendo i blocchi imposti da Haftar agli oleodotti Eni. Basta con queste sceneggiate”.

Per Marco Zanni, europarlamentare della Lega, presidente del gruppo Id al Parlamento europeo, “Macron impedisce la condanna di Haftar che blocca i flussi petroliferi che partono dalla Libia, mentre Conte sta a guardare. Forse troppo impegnato a pensare all’interesse europeo, il presidente del Consiglio trascura quello italiano. Lo stop ai flussi verso il terminal Eni di Melita è un danno al nostro Paese, eppure da Palazzo Chigi nemmeno una parola. Con questo governo Pd-M5s, l’Italia è sempre più irrilevante sul piano internazionale: mentre la Francia la fa da padrona, grazie all’incapacità di Conte e Di Maio gli italiani sono di nuovo cornuti e mazziati”.

Infine, Guido Guidesi osserva: “Che Conte contasse poco o nulla in Europa lo abbiamo capito dalla sua vana ricerca di un posto in prima linea nella foto di rito a Berlino. Speravamo che almeno non ignorasse che la Libia era tornata ad essere un fornitore di petrolio di primo piano per l’Italia. è assurdo infatti che Conte non abbia mosso un dito nonostante la Francia stia imponendo la condanna di Haftar che di risposta ha chiuso il flusso di petrolio verso terminal Eni di Melita. Un blocco che mette in serie difficoltà un settore fondamentale del nostro Paese e che ricadrà sulle spalle di tutti gli italiani che vedranno aumentare benzina e riscaldamento. Il silenzio del governo è l’ennesima prova di come con Conte l’Italia abbia perso peso in ambito internazionale e sia relegata a ruolo di comprimario”, conclude il leghista.

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Ascani annuncia un piano per le scuole in difficoltà

ascani invalsi scuola

Pierpaolo Scavuzzo/ AGF

Anna Ascani

“L’Invalsi ci ha mostrato la cosiddetta dispersione implicita degli studenti: parliamo di ragazzi che restano a scuola ma che, al termine del corso di studi mostrano di non aver raggiunto le competenze minime previste”. Lo afferma la sottosegretaria all’istruzione Anna Ascani in un’intervista a Il Messaggero nella quale sottolinea anche che c’è un piano del ministero per intervenire e cercare di recuperare il gap esistente tra regioni del Nord e regioni del Sud: “il piano prevede infatti di intervenire su 5 regioni – spiega la sottosegretaria pd a viale Trastevere – Campania, Calabria, Puglia, Sicilia e Sardegna. Si tratta delle regioni in cui sono state registrate le situazioni di maggiore difficoltà”.

Secondo Ascani, “purtroppo tra la dispersione implicita e quella esplicita, vale a dire l’abbandono della scuola, arriviamo al 20% di studenti in difficoltà: un dato ancora troppo lontano dal 10% previsto dell’obiettivo europeo del 2017”. E se per il momento ci si focalizza sul Sud, tuttavia ammette Ascani, “anche al Nord ci sono scuole in difficoltà, quindi nel tempo coinvolgeremo tutte le regioni che decideranno di partecipare” per fare “fare formazione a tutto tondo e innovare le scuole in difficoltà” , precisa la sottosegretaria, e per questo scopo “useremo i fondi regionali ed europei, i fondi Pon per i progetti scolastici e le risorse dei capitoli gestionali del ministero”. Poi chiosa: “Il test Invalsi ti dice quanta febbre hai, per capire come intervenire”.

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“Non si può trasformare la Giunta in un palcoscenico”, dice De Falco

gregoretti salvini intervista de falco

Pierpaolo Scavuzzo/ AGF

Gregorio De Falco

Salvini come Silvio Pellico? “Lo ha fatto per poche ore anche nel caso della Diciotti. Poi ricordo che spuntarono le lacrimucce, nel discorso. Aveva paura. È normale che ce l’abbia, l’ha fatta grossa”. Lo afferma il senatore già 5 Stelle Gregorio De Falco in una breve intervista al Corriere della Sera.

Ora però Salvini si vuol far processare e ha chiesto ala sua Lega di votare a favore dell’autorizzazione a procedere, forse, dice ancora De Falco, perché “magari è convinto di prendere il potere assoluto” però ora “basta scappare”, sostiene l’ex grillino espulso, “è già fuggito dalle responsabilità di governo perché non poteva tenere fede alle sciocchezze che aveva promesso, con la complicità dei 5 Stelle”.

Il senatore, che in mattinata aveva pensato di votare contro l’immunità del leader leghista e a favore del suo processo, racconta poi al quotidiano di via Solferino si essersi convinto con il passare delle ore, “del contrario”. Perché? “Troppe forzature”, dice, anche perché  “non si può trasformare la Giunta in un palcoscenico politico” seguendo così le sorti della maggioranza, che ha disertato il voto della Giunta per le immunità. Poi aggiunge: “Non ho votato perché voglio tutelare le istituzioni” in quanto “si è fatta un’enorme sceneggiata, con colpi di teatro e boutade varie” tanto più che “già il percorso con cui ci si è arrivati è stato sbagliato”, sostiene De Falco, perché “la Giunta è stata marcata da totale parzialità”.

La dimostrazione sarebbe contenuta nel fatto che proprio il presidente Gasparri “si è assegnato da solo il caso per l’ennesima volta, come già per la nave Diciotti. Cosa completamente inopportuna. E con una relazione che è politica, più che tecnica” assicura il senatore oggi passato al gruppo Misto.

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“L’Emilia è bianca dentro. Le Sardine saranno decisive”, dice Cofferati

sardine emilia sergio cofferati

L’Emilia-Romagna? “È votata a coniugare gli interessi contrapposti, a negoziarli sempre. È una regione riformista ante litteram”. Lo sostiene Sergio Cofferati, l’ex leader della Cgil ed ex sindaco di Bologna che nel 2004 riconsegno il capoluogo emiliano alla sinistra dopo la parentesi di centrodestra che nel 1999 conquistò il Comune con Guazzaloca, in un’intervista a Il Fatto Quotidiano.

Secondo Cofferati, l’Emilia è come se fosse rosso solo esternamente, nell’involucro, ma invece profondamente bianca dentro, ma aggiunge l’ex sindaco ed ex leader del sindacato rosso, “Salvini non è Guazzaloca, perché non c’è visione alternativa della società ma solo voglia di rendere la pariglia”. “Un assetto muscolare e nient’altro”, dunque, anche se “non c’è dubbio che Salvini abbia un popolo”, pur tuttavia Cofferati dubita che “quel popolo sia connesso in una rete, stia insieme condividendo i valori”. Sono, semmai, “tanti singoli che fanno gruppo” ma “ciascuno con una individualità, una speranza, un’idea di società distante dall’altro”. E ciò che li accomuna è “l’avversione, la contrarietà, a volte l’odio” ma senza nulla di strategico, senza orizzonte.

Per Cofferati domenica prossima, 26 gennaio, in Emilia “se gli emiliani vanno a votare, vince Stefano Bonaccini” tuttavia “la partita è aperta anche se sono entrati nuovi giocatori in campo”, come le Sardine, che l’ex sindaco ed ex leader Cgil vede come “figlie di quelli che l’altra volta disertarono le urne” e considera anche “un bel ristoro per il centrosinistra”. E per Cofferati la sensazione è che “anche se nuotano con il mare grosso, qualcosa di nuovo si stia realizzando” e  non è affatto “una suggestione”. Un fenomeno decisivo nel voto di domenica prossima.

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Per Marcucci “Casellati e Lega calpestano le istituzioni” 

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Maria Laura Antonelli / AGF

 Andrea Marcucci, PD (AGF)

“Siamo di fronte a forzature evidenti. Ed è gravissimo che prima Salvini e poi Casellati, che riveste un ruolo superpartes, dimostrino un tale grado di disprezzo delle istituzioni”. Lo afferma Andrea Marcucci, presidente dei senatori del Pd in un’intervista a Il Messaggero, nel corso della quale sostiene anche che questa situazione si è verificata “con un ordine del giorno, dunque con un atto che ha valore inferiore al voto in Giunta del Regolamento, sul quale la Casellati ha votato assieme ai rappresentanti del centro-destra dopo aver detto che non avrebbe partecipato al voto, è stato deciso di riunire ugualmente la Giunta”.

Secondo Marcucci, poi, il voto della Giunta è per altro illegittimo “perché sono scaduti i termini”. Il senatore dem sostiene infatti che “si doveva votare in Giunta per le Autorizzazioni entro il 17 gennaio a 30 giorni di distanza dalla richiesta della magistratura” mentre “venerdì abbiamo riunito la Giunta del regolamento e all’unanimità (compresi i tre i rappresentanti del centrodestra) è stato confermato che i termini per votare in Giunta erano scaduti”. Poi, spiega ancora Marcucci, è accaduto che “qualcuno nella Lega deve essersi accorto che stavano commettendo una gaffe dal loro punto di vista”.

Tuttavia, per il presidente del gruppo Pd a Palazzo Madama, “il voto che conta sull’autorizzazione a procedere per il processo a Salvini non è quello della Giunta ma quello dell’Aula” e che dovrebbe tenersi fra un mese, pertanto in questo caso “siamo di fronte a una parte politica che sta strumentalizzando un dossier solo perché domenica 26 gennaio ci sono le elezioni regionali dell’Emilia Romagna” in quanto “Salvini pensa che giocare nel ruolo di vittima gli porti voti”.

Quanto all’obiezione mossa dal quotidiano romano, che fa osservare che processando Salvini il centrosinistra rischia di perdere un’occasione per ribadire la sua connotazione garantista, Marcucci risponde di non crederlo affatto, sottolineando che “bisognerebbe smetterla con la politica fatta a colpi di tattica”, per poi aggiungere: “Credo che nessuno possa mettere in discussione la nostra contrarietà alla politica a colpi di manette”.

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