Politica

Niente saluti romani da CasaPound, che applaude Berlusconi più di Salvini

casapound piazza san giovanni

I militanti di CasaPound, guidati da Simone Di Stefano, hanno seguito tutta la manifestazione del centrodestra in piazza San Giovanni applaudendo i leader intervenuti sul palco (più Berlusconi che non Salvini) e astenendosi da qualsiasi saluto romano. Arrivati compatti dalla loro sede di via Napoleone III, si sono posizionati al centro della piazza.

Di Stefano si è concesso a numerosi selfie chiesti dai manifestanti. Conversando con i cronisti al termine della manifestazione ha osservato: “CasaPound non si presenta alle elezioni, ma la compagine sovranista di questa piazza ha trovato la direzione giusta. Ho sentito una critica forte all’Ue, quindi credo che ci sia la possibilità di ragionare sul futuro governo della nostra nazione. Sicuramente – ha proseguito Di Stefano – la Meloni ha fatto un discorso più politico rispetto a Salvini, che ha toccato temi più alti. Comunque sia, molte cose che sono state dette sono importanti e sono state prese da discorsi che abbiamo fatto noi in precedenza”.

Di Stefano ha, infine, affermato che c’erano circa “mille e cinquecento” militanti di CasaPound, molti dei quali portavano un tricolore. Nessuna bandiera con la croce celtica o altri simboli. 

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La Leopolda fa esplodere lo scontro tra Italia Viva e il Pd

 leopolda scontro italia viva pd 

 Alessandro Serrano / AGF

Matteo Renzi

Il partito ‘delle tasse e delle tessere: dalla Leopolda parte il cannoneggiamento contro il Partito democratico, la casa madre che Matteo Renzi ha ripudiato e che oggi è dipinta come il partito dei vizi da Prima Repubblica. Ma dal Pd la risposta è secca, dura e materializza lo spettro del voto: se Renzi e il suo partito deve “distruggere per esistere, il viaggio del Titanic è appena cominciato”.

Ad aprire il fuoco, politicamente parlando, è l’ex premier dal palco, infilando in mezzo al programma dei lavori della seconda giornata di lavori, quella dedicata alla presentazione del simbolo e all’apertura delle iscrizioni, un affondo: “Le iscrizioni a Italia Viva saranno solo online, mai più signori delle tessere, ciao ciao correnti”.

Il Partito democratico non è citato, naturalmente, ma è a chiaro a tutti che il messaggio è diretto ai dem e la platea si scalda, contagiata dal fervore iconoclasta del fondatore. “Italia Viva sarà il primo partito de-correntizzato”, tuona Renzi con un riferimento che sembra diretto a chi, prima della scissione, parlava della necessità di un Pd “de-renzizzato”.

Braccio di ferro sulla manovra

Ma l’attacco più duro arriva dalla capogruppo di Italia Viva alla Camera, Maria Elena Boschi, di casa alla Leopolda come e forse più di Matteo Renzi. “Il Partito democratico sta diventando sempre di più il partito delle tasse. Noi non lo siamo”, dice. Il riferimento è al braccio di ferro avviato dai renziani su Quota 100 e, da oggi, anche su altri punti della manovra come la sugar tax sulla quale Renzi e compagni annunciano emendamenti in Parlamento. Un braccio di ferro che coinvolge direttamente il premier Giuseppe Conte, impegnato su due diversi tavoli: quello di Quota 100 contro Renzi e quello del regime forfettario sulle partite Iva, in cui Conte se la vede direttamente con Luigi Di Maio.

Sul cambiamento del regime forfettario delle partite Iva e il No alla sugar tax, inoltre, Renzi e Di Maio sembrano marciare appaiati. Di fronte a questo scenario non c’è una remota possibilità che l’esecutivo possa indebolirsi? Niente affatto rispondono quasi in coro dalla Leopolda. Anzi. “È normale, quando si lavora insieme in maggioranza, fare delle proposte e chiedere insieme di cambiare parti di provvedimenti. Credo faccia parte del dibattito in Parlamento”.

Un asse, quello tra Italia Viva e Movimento 5 Stelle, che si rafforza con il sostegno dei renziani alla richiesta dei pentastellati di un vertice di maggioranza da tenere prima del Consiglio dei ministri di lunedì. “Quando un partito di maggioranza importante come M5s chiede un vertice di maggioranza, non vedo come si possa dire di no”, spiega Ettore Rosato: “Ci sono le condizioni per rimetterci al lavoro”, sottolinea: “Conte scelga la strada che preferisce”, ritorno in Consiglio dei ministri o emendamenti in Parlamento, “è importante come la legge di Bilancio entra in Parlamento e non come ne esce”, aggiunge il vice presidente della Camera che di battaglie parlamentari ne ha viste tante.

Fiano evoca il Titanic. Orlando il voto

Alle accuse risponde Emanuele Fiano, deputato rimasto nel Pd dopo essere stato una delle punte di diamante dei renziani pre-scissione: “Per Rosato e Boschi il Pd è il partito delle tasse. Non sembrava così quando l’altra mattina alle cinque”, dopo il Consiglio dei Ministri notturno sulla manovra, “Teresa Bellanova ed Elena Bonetti hanno approvato la legge di bilancio. Se dovete distruggere per esistere, il viaggio del Titanic è appena cominciato”, sottolinea Fiano riferendosi ai destini del governo e al cosiddetto piano B: con la caduta dell’esecutivo si torna dritti al voto. Una prospettiva che, a legge elettorale in vigore, non sorride nè a Renzi nè a Di Maio. 

Ancor più duro Andrea Orlando: “Agli alleati chiediamo di dirci se non vogliono più tentare questa scommessa. Se qualche elemento di fiducia è venuto meno, forse è meglio che si dica”.  

Per il vicesegretario del Pd, la caduta del governo e il ritorno alle urne, al momento, “è una ipotesi di scuola che non voglio prendere in considerazione, ma non si può tenere in piedi un governo se non ha la possibilità di governare”.

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Renzi apre la Leopolda: “Lanciamo idee, non ultimatum”

renzi leopolda

Arriva sul palco, dopo aver attraversato la lunga sala della Leopolda, bloccato dalle centinaia di persone presenti che gli stringono la mano, gli ‘battono il cinque’ lo abbracciano, si fanno un selfie con lui. Matteo Renzi, sulle note di ‘Natural’ degli Imagine Dragons, apre così la Leopolda numero 10, e all’arrivo sul palco dice: “Siamo vivi. Il cartello più bello è quello di Pomigliano: ‘Un’Italia viva c’è. Meno male che quest’anno doveva essere la Leopolda dei flop – ironizza Renzi di fronte ad una sala particolarmente gremita – grazie a tutti quelli che hanno fatto propaganda perché non venisse nessuno. Per la prima volta abbiamo dovuto chiudere i cancelli”.

La storica sede della convention era affollata in ogni spazio sin dall’apertura. In tantissimi sono accorsi fin dalle 15, quando l’ex premier ha inaugurato la mostra dedicata alla memoria dello scomparso Tiberio Berchielli, fotografo di Palazzo Chigi. A rallentare l’afflusso, i controlli di sicurezza prima dell’ingresso, attenti ma non pressanti, mentre lo staff, rodato da 10 edizioni, lavora senza intoppi tra registrazioni e la vendita dei gadget, marcati con il logo dell’edizione 2019, “Leopolda10 – Italiaventinove”, su tazze, lapis e magliette.

All’interno tutti esauriti i posti a sedere, in particolare intorno al palco, su cui svetta un albero di corbezzolo, accanto a un vecchio sofà in pelle e alla ‘consolle’ con le postazioni degli oratori; sulla pedana protesa sulla platea solo il numero “10” disegnato da un proiettore.

“Per il populismo l’idea è ultimatum, per noi è sostanza”

“Chi non vuole aumentare l’Iva, non vuol far cadere l’economia: se noi lanciamo delle idee, non si può dire che lanciamo ultimatum. Per il populismo un’idea è un ultimatum, ma per chi crede nella politica l’idea è sostanza della politica”, prosegue Renzi nel discorso inaugurale, “il giornalismo è una componente essenziale della democrazia, noi difendiamo sempre i giornalisti, stare dalla parte dei giornalisti è un valore: ma non puoi arrivare ad un livello in cui il giornalista si sostituisce all’avversario politico”.

“Questa è la Leopolda del decennale. Dieci anni fa sembrava impossibile riempire la Leopolda di domenica, invece oggi dimostriamo che c’è un popolo vivo, vero, che in questi dieci anni ha fatto qualcosa di grande”, ha proseguito, “chi sono le persone che sono passate di qua? Persone che hanno fatto un pezzo di strada con noi e poi se ne sono andate”.

“Questo è un luogo di libertà, c’è tanta gente libera, che vuol provare a fare politica perché non ne può più del populismo”, ha detto ancora Renzi, “a me piace l’idea che la Leopolda del decennale si sia aperta con la mostra dedicata a Tiberio, che è con noi. Tra le tante persone che vorrei ricordare ne scelgo una: un magistrato che per anni ha lavorato con noi, Raffaele Cantone, che è stato per anni un esempio a livello internazionale. Oggi l’addio di Cantone è passato un po’ in secondo piano – ha aggiunto Renzi – bene, vorrei che oggi, nel momento in cui Raffaele lascia, ci sia un grande applauso per lui e per chi fa politica, per chi lotta contro la corruzione”. 

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Meloni attacca Salvini alla vigilia della manifestazione contro il governo

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Non un palco da cui si attendono annunci roboanti su rinascite o morti di alleanze, ma una piazza piena per dare un segnale a chi ha dipinto la Lega come un movimento morente, con un progetto politico che non sopravvive al crollo del governo con il M5s. Così Matteo Salvini vede la manifestazione di domani a Roma. Insieme alle Regionali in Umbria che è convinto di vincere la prossima settimana, il segretario leghista cerca la legittimazione del ‘suo’ popolo. E lo fa nella storica piazza romana della sinistra, davanti alla basilica di San Giovanni a Roma, dove si celebrarono i funerali di Enrico Berlinguer, e dove ogni anno i sindacati festeggiano il Primo maggio.

Una sorta di “prova di forza” della piazza, per Salvini, volta a contarsi, vedersi e confrontarsi – spiegano in via Bellerio – e dare un segnale a a un governo “non illegittimo ma abusivo”: l’esecutivo dei “porti aperti e delle tasche vuote”, secondo l’espressione usata oggi dallo stesso capo leghista in diretta Facebook proprio da San Giovanni. Dopo le critiche di una parte di Forza Italia, e per l’esattezza di Mara Carfagna, per l’auto-annunciata presenza in piazza dell’ultra destra di Casapound, oggi è stata la giornata delle polemiche con Fratelli d’Italia.

I malumori di Fratelli d’Italia

Giorgia Meloni e Ignazio La Russa hanno criticato la presenza sul palco leghista dei simboli della Lega Salvini premier. “Fratelli d’Italia, su tutto il territorio nazionale, si sta mobilitando per la grande manifestazione di domani a Piazza San Giovanni. Ci saremo, con le bandiere tricolori, come avevamo promesso e come tutti avevamo annunciato. Mi dispiace però – ha lamentato Meloni – dover scoprire a 24 ore dal suo svolgimento, che quella che doveva essere una manifestazione di tutti avrà in realtà i simboli della Lega, addirittura sul palco. Come se fossimo ospiti in casa d’altri, in una piazza che, con passione, abbiamo contribuito a riempire. Peccato, un’altra occasione persa di dimostrare che siamo compatti, di mettere i sogni del nostro grande popolo prima degli interessi del singolo partito”.

“È una manifestazione della Lega e c’e’ il simbolo della Lega – è la replica degli ex lumbard -. Abbiamo aperto la piazza a tutti ma rimane una manifestazione della Lega : è incomprensibile lo stupore di FdI”. Con una scaletta ancora in via di definizione, come da tradizione leghista, sicuramente interverranno dal palco un sindaco in rappresentanza degli amministratori di centrodestra, gli otto governatori – compreso Giovanni Toti – che già avevano partecipato alla riunione convocata da Salvini a Milano, e, a chiudere, gli interventi di Meloni, Berlusconi e Salvini.

Berlusconi riconosce Salvini leader

Il leader di Forza Italia, il quale ha mostrato ai cronisti di non aver tanto gradito l’uscita di Carfagna che mina il suo obiettivo primario di ricreare un centrodestra unito, stamane a Perugia ha messo le mani avanti. “Vado in piazza per dire agli italiani ‘Attenzione qui mettono a rischio le vostre libertà. Quelli della Lega potranno avere reazioni, tipo fischio, non importa niente. Io sono sicuro di quello che penso io, di quello che decido io e faccio sempre quello che a me pare giusto”, ha detto. Il Cavaliere ha fatto mostra di eleganza nel riconoscere i meriti degli altri due leader del centrodestra.

A chi gli chiedeva il motivo del sorpasso di FdI, ha risposto: “Si vede che la Meloni è piu’ brava di me”. E su Salvini è stato netto: “Nel centrodestra, come in tutte le coalizioni dovrebbe essere, abbiamo sempre detto che il leader è colui il cui partito ottiene più voti: quindi e’ logico che, se Salvini e’ oltre il 3 per cento, sia lui il” leader del “centrodestra”.”Noi sottolineano che noi non siamo la Lega e che a differenza della Lega siamo in continuatori della tradizione occidentale, cristiana, liberale, democratica, garantista, dell’Occidente”, ha aggiunto.

Appuntamento quindi domani in piazza San Giovanni, dalle 15 alle 18. Otto i treni prenotati e 500 i pulmann, Salvini ha detto di attendersi tra le 10 0mila e le 200 mila persone. Sia Lega sia FdI raccoglieranno le firme a sostegno delle rispettive proposte di legge di iniziative popolare per il presidenzialismo. Gli ex lumbard allestiranno anche diversi gazebo per chiedere le dimissioni di Virginia Raggi e Salvini sicuramente dedicherà parte del suo discorso ai problemi di Roma, una battaglia cui dedica blitz settimanali nei luoghi critici della capitale (oggi è stato in un deposito Atac). Ma gli strali del segretario leghista si concentreranno sul governo giallorosso. 

“Sulla manovra economica faremo battaglia. Domani ci sarà la piazza degli italiani che non vogliono essere spennati per l’ennesima volta”, ha anticipato da San Giovanni. “Questa è la piazza delle grandi adunate della sinistra. Adesso ci siamo noi. Perché in mezzo agli operai, agli studenti, alle partite Iva, alle mamme in cerca di lavoro, ci siamo noi. Ormai nelle sedi dl Pd e alle Leopolde ci sono più banchieri che lavoratori”.

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La presenza di CasaPound alla manifestazione di sabato agita il centrodestra

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Agf

Mara Carfagna

La presenza di CasaPound alla manifestazione organizzata dalla Lega ‘agita’ Forza Italia. Se, da una parte, Silvio Berlusconi conferma la sua presenza in piazza San Giovanni a Roma, sabato pomeriggio, dall’altra, arriva il ‘distinguo’ di Mara Carfagna la quale fa sapere che non ha alcuna intenzione di sfilare insieme “all’estrema destra” e chiede un “ripensamento” nel suo partito.

“È giusto manifestare contro una manovra fatta di tasse e debito pubblico, come quella che le sinistre al governo stanno per infliggere agli italiani. Ma ritrovarsi in piazza fianco a fianco con esponenti di estrema destra, che hanno annunciato la propria presenza sabato a San Giovanni, non potrebbe che creare difficoltà in chi, come me, ha vissuto e condiviso la storia e i valori rappresentati negli ultimi 25 anni da Forza Italia”, scandisce in una nota la vice presidente della Camera.

“Per questo – aggiunge – condivido le perplessità già esposte da autorevoli colleghi e l’invito rivolto al mio partito a riflettere sulla partecipazione a una manifestazione che sta assumendo una connotazione ben distante dalle nostre radici liberali, moderate, riformiste”. Fatto sta che Berlusconi non accoglie il richiamo. E, in serata, in Umbria per la campagna elettorale con Giorgia Meloni e Matteo Salvini, ribadisce più volte che intende garantire la sua presenza alla manifestazione organizzata dalla Lega.

“Io avevo detto, come Forza Italia, che le manifestazioni in piazza vengono dopo e che sarebbe stato meglio fare opposizione responsabile in Parlamento”, premette. “Questa volta ho deciso di andare anch’io, di parlare anch’io in piazza, dopo la notizia di quello che il governo ha annunciato di fare contro l’evasione fiscale”, ovvero, introdurre, nell’ambito della riforma della giustizia, pene “fino a otto anni di carcere per chi evade per 50 mila euro”.

A chi gli chiede un commento alla posizione di Carfagna, Salvini preferisce, invece, non rispondere, anche se, in mattinata, a margine di un comizio a Terni, non aveva mostrato di fare un plissè in merito all’annunciata presenza di Simone Di Stefano e del suo gruppo. “Noi abbiamo aperto la piazza a tutti italiani buona volontà, poi ovviamente la piazza la organizza la Lega e sul palco interviene chi decide la Lega”, chiarisce. Il che tradotto significa: nessun esponente di CasaPound, con la quale la Lega fece un accordo per le Europee del 2014, salirà sul nostro palco. Il segretario leghista rifiuta poi l’etichetta della ‘piazza etremista’.

“Questo giochino della piazza di fascisti – dice – fa ridere e non ci crede più nessuno”. E mentre in Umbria, per il sostegno alla candidatura della leghista Donatella Tesei alla presidenza della Regione, va in scena la foto del centrodestra unito (con la conferenza stampa congiunta di Salvini, Berlusconi e Giorgia Meloni), per sabato, nel partito di via Bellerio, sembrano più preoccupati dalla presenza di Berlusconi sul palco che da quella di CasaPound in piazza.

Oltre ai governatori del centrodestra, alcuni professionisti, gli interventi politici saranno affidati, tra gli altri, a Meloni, Berlusconi e, in chiusura, Salvini. Ma il timore dei leghisti è che si ripeta quanto successo a Bologna nel 2015, ovvero che il Cavaliere venga fischiato. Non sarebbe una bella immagine del centrodestra che si riunisce e riparte e guasterebbe la festa a Salvini che mira a riempire la storica piazza romana della sinistra (come già fatto da Berlusconi nel 2006 e nel 2010).

Intanto, in Umbria, i tre leader dovrebbero tornare la prossima settimana per chiudere insieme la campagna elettorale delle Regionali, che contano di vincere contro l’alleanza partorita in “laboratorio”, come l’ha definita Salvini, tra Pd e M5s. “Il 27 daremo una bella lezione a Zingaretti e Di Maio“, ha garantito il leghista. Dopo la conferenza stampa, Salvini, Meloni e Berlusconi hanno partecipato a un convegno organizzato da Massimo Gandolfini, promotore del Family day. Nel manifesto firmato dalla candidata Tesei un programma ultra-conservatore a sostegno della “famiglia naturale” e della “vita”, contro la pratica dell’utero in affitto e le politiche educative cosiddette gender.

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“Oggi al governo ci sono 4 partiti che derivano dal comunismo”, dice Berlusconi

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FILIPPO MONTEFORTE / AFP

Silvio Berlusconi

Il comunismo è “l’ideologia più criminale e delittuosa della storia e oggi abbiamo non uno ma quattro partiti che derivano dal comunismo: il Pd che i 5 stelle chiamano comunisti da salotto, i 5 stelle che quelli del Pd chiamano comunisti da strada, Più libertà e unità (Liberi e uguali, ndr.) più il neonato partito di Matteo Renzi”. Così Silvio Berlusconi parlando in conferenza stampa a Perugia.

“Pensavo di fare una opposizione responsabile, aspettando di vedere i provvedimenti. Poi ho letto del carcere per gli evasori e delle nuove tasse e mi ho deciso: andrò in piazza San Giovanni contro questo governo. C’eravamo stati già nel 2006 quando Prodi esagero’ con le tasse”, ha scritto poi su Twitter il presidente di Forza Italia.

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La manovra è “un risultato accettabile”, dice Teresa Bellanova

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FRANCESCO MILITELLO MIRTO / NURPHOTO

Teresa Bellanova

La manovra? “Un risultato accettabile” ma anche “il primo banco di prova vero della nostra capacità di tenuta e sintesi”. In un’intervista al Corriere della Sera la ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova, plenipotenziaria della guida di Italia viva di Matteo Renzi nel governo, commenta così il varo della legge finanziaria avvenuto nella notte. E ascrive al nuovo gruppo costituito dall’ex premier ed ex segretario del Pd Renzi l’aver ottenuto il non aumento dell’Iva, un. Blocco che “è un pezzo del patto fondativo di governo” specifica nelle prime battute del colloquio.

Poi però poi elenca anche il Family act, che “prende forma” con 600 milioni per le famiglie, asili nido, sette giorni di permesso di congedo per i padri. “Le famiglie si tutelano così, perché non si debba scegliere tra fare figli e lavorare”, precisa. E Terranova è anche soddisfatta perché “rimettiamo al centro dell’Agenda l’agricoltura” dice. Ovvero, l’Irpef agricola, il fondo di solidarietà per l’emergenza cimice asiatica, sostegno ai giovani e alle donne. “Le nostre priorità sono chiare: crescita e inclusione, qualità territoriale fisica e sociale”. Tutte, per altro, priorità del governo Renzi “e hanno funzionato”, sottolinea.

Però c’è anche qualcosa che non convince la ministra, frutto anche del fatto che “siamo una maggioranza composita, la sintesi è un lavoro” e perciò “la sobrietà nelle dichiarazioni preziosa”, tuttavia – dice – “quota 100, l’ho sempre considerata una misura inopportuna, senza togliere a nessuno il diritto alla pensione” in quanto di tratta di un provvedimento “non strutturale, a tempo e per pochi”. E poi “non considera i lavori usuranti, discrimina i lavoratori e sottrae, in una situazione in cui la coperta è stretta, risorse a migliaia di giovani e famiglie”. Mentre “abbiamo proposto di investire quelle risorse su famiglie, giovani, chi il lavoro lo cerca e se fossero destinate alla crescita lo potrebbe trovare, chi difficilmente avrà una pensione perché non l’ha maturata nonostante anni di lavoro” dichiara. Ma omette di dire cosa avrebbe voluto Italia viva nella manovra che non c’è per non fare “il gioco del più uno”.

Infine, quanto ai desiderata di Conte che vuole azioni più stringenti sull’evasione, Bellanova sostiene che “il deterrente non sono né le manette né l’entità della pena”. Semmai “la confisca dei patrimoni alla criminalità mafiosa dice cos’è che fa male. Chi utilizzava il contante continuerà a farlo. La fatturazione elettronica l’abbiamo fatta noi, e ha permesso a questa manovra qualche agio in più”. Alle manette, spiega la ministra, “ preferisco la semplificazione, la sburocratizzazione, un patto sociale con il Paese”. “E se lo sai mantenere, funziona meglio e dà di più”, garantisce.

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Faremo crescere il Paese senza mettere nuove tasse, dice Gualtieri

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Cristiano Minichiello / AGF

Roberto Gualtieri

“È andata molto bene, perché abbiamo approvato tutto all’unanimità”. In un’intervista a Il Sole 24 Ore il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri si dimostra assai soddisfatto del risultato ottenuto nel cuore della notte con l’approvazione e il varo della legge finanziaria. E sulle polemiche emerse anche nel cuore dell’esecutivo nelle ultimissime ore, prima del licenziamento del provvedimento, il titolare del dicastero di via XX Settembre sostiene che “la discussione è fisiologica in un governo di coalizione” ma che alla fine i punti del programma di governo “sono diventati i capitoli di una manovra che oltre ad affrontare l’eredità del passato avvia con più ambizione del previsto le misure per la crescita”. E chiosa: “Senza l’elenco di nuove tasse che qualcuno temeva all’inizio”.

L’obiettivo della legge, secondo Gualtieri, “è di rimettere il Paese sulla strada della crescita, con meno debito, meno evasione e tasse più basse su lavoro e impresa”. Ma per ottenere ciò e partire “bisognava prima di tutto riportare l’Italia sulla carreggiata giusta come protagonista in Europa”. Anche perché per gestire il dopo quota 100, sottolinea il ministro “bisogna costruire un assetto più equo, flessibile ed equilibrato del sistema previdenziale”.

Tuttavia, rileva, un vantaggio c’è, perché “la scarsa adesione dei potenziali interessati al pensionamento anticipato continua a proiettare una spesa molto minore rispetto al previsto, e quindi ci è sembrato più opportuno seguire questo andamento, utilizzarlo per la definizione dei saldi e avviare nel frattempo un dialogo con le parti sociali”.

E così, pur non avendo abolito Quota 100, il ministro rivendica tuttavia una “discontinuità di merito”, che consiste nell’aver detto “no ai condoni” per mettere risorse su investimenti e cuneo fiscale invece che sulla flat tax. Poi, in merito all’accusa di aver introdotto nuove tasse, Gualtieri dice: “Capisco benissimo il ruolo dell’opposizione, ma va detto che in realtà gli interventi di questo tipo sono decisamente limitati sia nel numero sia nell’importo, e quasi sempre l’aumento fiscale è accompagnato da forme di incentivi in una logica di transizione verso la sostenibilità”.

E al quotidiano confindustriale che fa notare al ministro che anche sulla cedolare secca per gli affitti a canone calmierato, portata dal 10% al 12,5%, sono già partite le polemiche, Gualtieri ribatte che “anche questa misura va vista con più attenzione” perché “in realtà, l’aliquota del 10% era temporanea ed era destinata a risalire al 15%. Con il nostro intervento invece la rendiamo strutturale al 12,5%. A ben vedere quindi si tratta di una riduzione e non di un aumento di tasse” precisa. E in merito ai provvedimenti di detrazioni e deduzioni anche “in chiave retroattiva, il ministro dell’Economia spiega che “ci sarà una riduzione delle agevolazioni su alcune spese, ma in misura molto graduale e limitata ai redditi molto alti”.

E a Il Sole 24 Ore fa poi notare che nell’ambito della lotta all’evasione un ruolo chiave è affidato alla stretta sulle compensazioni, ma che in questo modo si rischia di colpire anche i contribuenti onesti che vedono un allungamento dei tempi prima di poter utilizzare una compensazione a cui hanno diritto, con effetti negativi sulla loro liquidità, il ministro risponde affermando che proprio “per evitare questo effetto abbiamo deciso di accantonare l’ipotesi più invasiva, che interveniva direttamente sui 730” e che anche l’altra misura, “che vale un miliardo” e chiede di utilizzare il credito di imposta solo dopo averlo indicato in dichiarazione, “per Gualtieri “affronta oggettivamente un problema reale, quello di un livello di abusi insostenibile che emerge chiaramente dai dati”. Per cui, dichiara, “ci potrà essere qualche difficoltà iniziale, ma a regime questa misura sarà metabolizzata dal sistema, come accaduto ad altri interventi del passato”.

In conclusione, per Gualtieri il succo della manovra consiste nel fatto che essa “cancella gli aumenti Iva del 2020 e riduce in modo significativo quelli previsti nel 2021 e 2022. Ma soprattutto non mette nuove clausole sugli anni successivi” specifica il ministro.

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“Conte si richiama ai nostri valori, ha sdoganato la Dc”, dice Rotondi

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 Foto: Armando Dadi / AGF

 Gianfranco Rotondi (Agf)

“Oggi Berlino è ancora amministrata dai democristiani mentre noi abbiamo dovuto aspettare Conte per vedere riconosciuto il cattolicesimo democratico”. In un’intervista a Il Fatto Quotidiano, Gianfranco Rotondi, ex Dc, ex ministro di centrodestra, rimasto con il cuore per oltre un ventennio nel ventre della vecchia Balena Bianca, ascrive il premier Giuseppe Conte alla famiglia ex democristiana. Lunedì scorso, poi, Giuseppe Conte è anche andato ad Avellino, ospite della fondazione Fiorentino Sullo, dove schierati in prima fila c’erano personaggi come Gargani, Zecchino, Franco De Luca, De Mita, Bianco, Mancino.

“Conte – prosegue Rotondi – si richiama ai nostri valori, ha sdoganato la Dc mentre gli altri l’hanno sempre rimossa” per poi aggiungere che il premier, prima gialloverde e oggi giallorosso, “cita sempre La Pira e Moro. E ripete una frase di Scoppola: ‘Non è più tempo di Democrazia Cristiana ma di democrazia dei cristiani”. E per suffragare questa annessione, l’ex ministro senza portafoglio del governo Berlusconi cita anche il tatto che Conte di recente “ha incontrato la figlia di De Gasperi, fa riferimento al popolarismo di don Sturzo”.

Insomma, stando all’analisi di Rotondi, che proprio nel 2018 è stato eletto Presidente nazionale della Dc e che nelle Regionali abruzzesi del 2019 ha raccolto con l’Udc e IdeA il 2,28%, “Conte si richiama ai nostri valori, ha sdoganato la Dc mentre gli altri l’hanno sempre rimossa” mentre, sostiene, è giunto il momento di “fare la democrazia dei cristiani” anche perché “se uno inizia con Moro e finisce con l’Appello ai liberi e forti di Sturzo, alla fine dovrà tradurre tutto con due parole” chiosa Rotondi. Due parole che per Rotondi sono e suonano “Solidarietà nazionale”.

Ma come si raggiunge l’obiettivo di portare a termine questo progetto? Per l’ex Dc e per un periodo anche uomo di Berlusconi, dando corpo all’”umanesimo che va da Forza Italia a Conte”. E “se telefonasse a Berlusconi” Conte “diventerebbe il nuovo Moro”. 

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Il ministro Fioramonti cerca una miliardo per finanziare l’Università

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ANDREA RONCHINI / NURPHOTO

 Lorenzo Fioramonti

In un’intervista a Il Sole 24 Ore, il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti sostiene che solo il sistema universitario “ha bisogno di mezzo miliardo, un miliardo se consideriamo anche la ricerca”. E aggiunge che in Consiglio dei ministri “sono sempre andato con la richiesta di trovare risorse per questi interventi e di finanziarli con delle misure fiscali intelligenti”.

Per il ministro i 500 milioni sono necessari intanto come “finanziamenti ordinari” come gli stipendi del personale. Poi sottolinea che le università “sono diventate abbastanza virtuose ma rischiamo di caricare sulle loro spalle dei costi a cui non riescono più a fare fronte”, quindi è necessario “aiutarle a finanziare la no tax area, a fare concorsi da ricercatori, a potenziare gli uffici amministrativi”.

E così, a conti fatti, e tirando le somme, “tra una cosa e l’altra, 500 milioni vanno via subito”, chiosa il ministro. Il quale rilancia anche la lotta ai concorsi truccati nelle università, che si fa a suo avviso con due armi, che il Sole 24 ore sintetizza così: da un lato, con un nuovo sistema di reclutamento che dopo un’abilitazione snella e priva di scadenza, assegni il 50% dei posti su base nazionale e il restante 50% su chiamata diretta degli atenei. Dall’altro, con un nuovo Osservatorio che, supportato dall’Anac, aiuti i dipartimenti a scrivere meglio i bandi.

Secondo il titolare del dicastero di viale Trastevere a Roma, per evitare ad esempio che si ripeta un “caso Catania” all’università “sicuramente serve una nuova narrazione e una presa di posizione molto forte da parte della politica” e il motivo è semplice, aggiunge, perché “questi casi non soltanto sono inaccettabili ma rischiano di pregiudicare la reputazione di un settore, quello dell’università e della ricerca, che è tra le grandi eccellenze italiane” e per evitare che si ripetano casi simili, “serve un nuovo modello di reclutamento ma anche una serie di azioni di trasparenza per aiutare le università a fare dei bandi che siano il meno possibile impugnabili”.

Secondo Fioramonti in Parlamento esistono già delle proposte di legge che sono state avviate in questi mesi e che “sono un buon inizio”, con un sistema di valutazione “che favorisca chi recluta bene e disincentivi chi lo fa male”.

“Penso – aggiunge – a un sistema duplice: immissione in ruolo all’inizio della carriera universitaria per la metà dei posti con un concorso nazionale e la possibilità per le università di scegliere in maniera più diretta il restante 50% dei posti”. Anche perché, chiosa il ministro, ormai “l’abilitazione è diventata un concorso sul concorso”.

“Io credo – precisa – in un’abilitazione semplificata, con soglie più basse, che sia un vero patentino. E quindi non deve scadere. Una volta che il candidato è abilitato può fare un concorso nazionale o essere chiamato dalle università”.

A tale proposito, con il presidente Cantone il ministro Fioramonti lancia oggi un protocollo d’intesa che permetta all’Anac e al Miur di attivare presso il Miur un ufficio che – dice – “abbiamo chiamato ‘Osservatorio per il reclutamento universitario’”, che hai l compito “di assistere le università nella stesura dei bandi e possa ricevere osservazioni o segnalazioni da parte del mondo universitari” in modo da garantire più trasparenza nei bandi, di fatto “un aggiornamento delle linee guida di un anno e mezzo fa che suggerivano come scrivere i bandi”.

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