Politica

Ue: fiamminghi N-VA dicono no a M5s; restiamo con i Conservatori

fiamminghi N-VA no a M5s

CREDITNICOLAS MAETERLINCK / BELGA / AFP 

Il consiglio direttivo del partito indipendentista fiammingo della N-VA ha annunciato la decisione di voler rimanere nel gruppo dei Conservatori e Riformatori Europei (ECR) all’Europarlamento, bocciando nei fatti l’ipotesi di creare un nuovo gruppo con il M5s. “La N-VA rimane nel gruppo ECR al Parlametno Europeo”, ha annunciato via Twitter Piet De Zaeger, uno degli esponenti storici del partito: “l’ECR è un gruppo molto vario che garantisce esplicitamente ai suoi membri la massima libertà possibile”.

La scorsa settimana diverse fonti avevano confermato i colloqui in corso per la formazione di un nuovo gruppo tra il M5s e la N-VA, ostile alla convivenza con i nazionalisti spagnoli di Vox nell’ECR. Il “no” della N-VA rende sempre più difficile il tentativo del M5s di formare un nuovo gruppo diverso da quello “Europa delle Libertà e della Democrazia Diretta” che era stato creato con Nigel Farage nel 2014.

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Zingaretti prova a ricompattare il Pd

direzione pd zingaretti

Rimanere uniti per fronteggiare una egemonia illiberale che promette di non essere breve. Nicola Zingaretti parla alla Direzione del Partito democratico, al termine di tre giorni di un duro scontro nel partito originato dall’inchiesta sulle nomine nelle Procure che ha investito anche Luca Lotti, e dal varo della segreteria che le minoranze del partito accusano di essere una sorta di monocolore zingarettiano. E trova orecchie attente, sia tra la maggioranza che lo sostiene, sia nelle minoranze che lo hanno duramente criticato negli ultimi giorni.

Fino a ieri, infatti, la direzione era attesa con preoccupazione a causa dei toni che avevano sfiorato l’insulto dentro il partito. Poi, una serie di contatti tra ieri e questa mattina – l’ultimo con Lorenzo Guerini – hanno stemperato il clima. A riportare a più miti consigli gli esponenti dell’opposizione interna sarebbero state anche le numerosi voci della base, veicolate dai social network, che accusavano i dirigenti di pensare alle loro “beghe interne” piuttosto che tentare di fermare Salvini e la deriva del Paese.

“L’egemonia delle forze illiberali potrebbe essere duratura”

E proprio dal tema più sentito dalla base parte Zingaretti per la sua relazione: “Siamo davanti a un quadro difficile perché l’orientamento degli italiani spinge ancora nelle vele di Salvini. Siamo di fronte a una possibile e duratura egemonia di forze illiberali. Anche per questo motivo sento su di me tutta la responsabilità di proporre un intervento per ricostruire un clima di fiducia dentro a un clima unitario che ci consenta di combattere le nostre battaglie”.

Per questo, Zingaretti mette in guardia sul rischio di ricominciare a perdere terreno rispetto alla forze populiste e nazionaliste, dopo novanta giorni – tanti ne sono passati dalle primarie che lo hanno incoronato segretario – in cui segnali di ripresa, seppur timidi, si sono potuti registrare. Un appello che la minoranza sembra accogliere e che potrebbe mettere da parte, almeno per il momento, le divisioni interne a favore di quello che il segretario dem considera un piano di rilancio dell’azione di opposizione al governo, a cominciare dal decreto sicurezza e dal decreto crescita, e di un viaggio attraverso l’Italia per riconnettere il Pd con la propria base.

“Devono essere rispettate e tenute in considerazione anche le sensibilità piu’ diverse. Questo spirito unitario ci ha consentito di ottenere risultati di ripresa anche rispetto a un anno fa. Non dobbiamo affossare questi segnali di ripresa”. Il Partito democratico, spiega Zingaretti, deve muoversi sul doppio binario dell’opposizione al governo e su quello della costruzione di una “alternativa credibile”.

Parla di “leadership” il segretario, ma non della sua, messa in discussione da esponenti di primo piano delle minoranze renziane come Ettore Rosato ed Alessia Morani. Parla della leadership che il Pd deve costruire attorno a se stesso, facendo da “calamita”, ma senza cedere alla tentazioni di farsi dispensatore di “patenti”: “Sinistra, moderati, delusi dal Movimento 5 Stelle, se sono interessati, noi siamo qui”, sottolinea Zingaretti: “Costruire una leadership, un soggetto autorevole che si candida a guidare il Paese e sento su di me il ruolo della costruzione di un soggetto plurale e unitario che si candidi a guidare la Repubblica”.

“Non c’è stata alcuna volontà di esclusione”

Questo l’orizzonte, la linea del Pd tanto invocata ad Assisi durante la kermesse dell’area Giachetti. Presupposto per perseguire l’obiettivo è finirla con le liti interne come quella sulla segreteria: “Non c’è stata alcuna volontà di esclusione nel fare la segreteria. Non ci sono state le condizioni politiche per coinvolgere pienamente le minoranze congressuali. Bisognava scegliere e io ho scelto. Io ho indicato una strada, una linea politica, che richiederà delle scelte”.

Da parte della minoranza dem, almeno della parte rappresentata da Base Riformista, le parole di Zingaretti vengono recepite positivamente. È Lorenzo Guerini a “cogliere l’invito di Zingaretti alla responsabilità comune. La mia attenzione è sempre stata sul metodo. Mettiamo da parte le discussioni sul passato, non possiamo continuare la discussione su quello che è stato. L’egemonia di Salvini ci impone la discussione sul futuro”.

E Maurizio Martina ribadisce che “il Pd non può diventare parte del problema del Paese. Tema principale è come fare tutti un passo in avanti. Torniamo tutti a un lessico, una modalità e una logica di discussione, anche aperta e sincera tra di noi, che abbia però un punto di tenuta. Troppo spesso noi diamo la sensazione che noi non abbiamo fiducia di noi è questo italiani lo capiscono”. Una lunga serie di interventi dilata i tempi della direzione che, al termine, farà segnare 6 ore di discussione. Non è previsto il voto finale, viene invece votata la risoluzione che ricostituisce la Conferenza delle Donne.

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Prime sanzioni ai lobbisti a Montecitorio. Fico: “Le regole valgono per tutti”

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ANDREAS SOLARO / AFP 

Roberto Fico (Afp) 

Per la prima volta alla Camera dei deputati è stato sanzionato chi ha violato le regole sulla presenza e l’attività dei lobbisti a Montecitorio, norme di cui la Camera si è dotata dalla scorsa legislatura. “Cosa significa? Chi è iscritto nel Registro dei portatori di interessi deve rendere conto di quanto fatto in Parlamento, ovvero chi ha incontrato e per fare cosa”, spiega Roberto Fico su Facebook.

“Non tutti hanno presentato le relazioni su quanto fatto o hanno fornito le informazioni rispetto, per esempio, agli incontri con i deputati, ed è per questo che in Ufficio di Presidenza, su proposta dei Questori, abbiamo deciso le prime sanzioni – aggiunge il presidente della Camera -. A chi non ha rispettato le regole, è stato revocato il tesserino di accesso alla Camera, in modo temporaneo o in alcuni casi per l’intera durata della legislatura, a seconda della gravità della violazione”.

“È una questione di trasparenza fondamentale perchè ne va dell’autorevolezza di questa istituzione in cui lavora chi rappresenta i cittadini. Ed è un faro che deve orientare l’attività di ciascuno. La Camera dei deputati deve essere il luogo della trasparenza. E le regole valgono per tutti”, sottolinea Fico.

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Pd: appello di Zingaretti all’unità, “Il nemico è Salvini”

pd zingaretti unità

Maria Laura Antonelli – AGF 

Luigi Di Maio, Matteo Salvini e Nicola Zingaretti

Nicola Zingaretti lancia un appello all’unità del partito e avverte: il nemico è Matteo Salvini che rischia di dar vita a una “egemonia duratura e illiberale”. Il segretario coglie l’occasione per tentare di ricompattare i suoi all’indomani delle forti polemiche suscitate dall’esclusione della minoranza renziana dalla segreteria e dalla gestione del caso Lotti.

Immediata la replica della corrente renziana che raccoglie l’invito alla tregua. Dice Lorenzo Guerini: “Colgo l’invito di Zingaretti alla responsabilità comune. La mia attenzione è sempre stata sul metodo. Mettiamo da parte le discussioni sul passato, non possiamo continuare la discussione su quello che è stato. L’egemonia di Salvini ci impone la discussione sul futuro”.

Queste le parole di Zingaretti nel suo intervento in apertura di direzione: “Siamo in una fase in cui combattiamo per rappresentare un’alternativa, ma siamo davanti a un quadro difficile perché l’orientamento degli italiani spinge ancora nelle vele di Salvini. Siamo di fronte a una possibile e duratura egemonia di forze illiberale. Anche per questo motivo sento su di me tutta la responsabilità di proporre un intervento per ricostruire un clima di fiducia dentro a un clima unitario che ci consenta di combattere le nostre battaglie”.

Poi uno sguardo al futuro: “Dobbiamo concentrarci sull’esterno dove ci sono segnali di pericolo, siamo di fronte a una crisi di sistema e l’Italia si sta guardando intorno alla ricerca di chi possa interpretare questo cambiamento. La nostra sfida principale è quella di costruire una l’alternativa per l’Italia. Ce lo chiede una condizione economica e sociale dopo un anno di governo che è drammatica”.

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Salvini a Mattarella: “Conti in disordine a causa delle regole della Ue”

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“I conti sono in disordine perché abbiamo applicato per troppi anni le regole della precarietà e dell’austerità e dei tagli imposti dall’Europa”: lo ha detto il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini commentando le osservazioni contenute nel messaggio del presidente Mattarella.

“Il debito è cresciuto di 650 miliardi in 10 anni – ha aggiunto Salvini parlando  a margine dell’assemblea di Confartigianato – per far diminuire il debito occorre che italiani lavorino, e gli italiani lavorano di più e meglio se le imprese pagano meno tasse. L’impegno che abbiamo preso con gli italiani e’ di abbassare le tasse, non a tutti ma a tanti e lo faremo”.

Il presidente della Repubblica aveva sottolineato l’importanza di “assicurare la solidità dei conti” come strumento essenziale “per la tutela del risparmio e per l’accesso al credito, per sostenere l’economia reale e lo sviluppo di nuovi progetti per la valorizzazione dei nostri territori, per creare lavoro di qualità e una crescita inclusiva”.  

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La ‘pax zingarettiana’ è finita. Se mai era iniziata

pd scontro calenda zingaretti

Nervi sempre più tesi nel Partito democratico, tanto che alcuni esponenti dem guardano con viva preoccupazione all’appuntamento di oggi, con la direzione. A far deflagrare la pax zingarettiana – se, poi, di ‘pax’ si e’ mai trattato – è stato il varo della segreteria, l’organo esecutivo del partito che, tradizionalmente, è espressione del segretario. Solo che Nicola Zingaretti aveva promesso, al momento del suo insediamento, di voler fare del Pd il partito del ‘Noi’, in netta contrapposizione con il partito dell’io degli ultimi anni, quelli renziani. Un proposito che ha avuto un compimento solo parziale nella composizione dell’ufficio di presidenza dell’assemblea dove, accanto a Gentiloni, hanno trovato posto Deborah Serracchiani e la turborenziana Anna Ascani.

“Un esercizio di bullismo”

Il segretario ha tentato, venerdì, di trovare un accordo con le minoranze per potere presentare una segreteria che esprimesse anche esponenti vicini alla mozione Giachetti, ‘Sempre Avanti’, e a quella di Base Riformista. Giachetti, tuttavia, ha risposto picche, argomentando di non riconoscersi nella linea del segretario. Nessuna irritazione, dunque. Eppure domenica, in occasione dell’iniziativa che la mozione Giachetti ha tenuto ad Assisi, in molti sono saliti sul palco esprimendo il proprio dissenso con toni bellicosi, e la deputata Alessia Morani è intervenuta duramente su Huffingtonpost definendo Zingaretti “prigioniero del correntismo malato del Pd” e la segreteria appena varata “un esercizio di bullismo”.

Uno scontro che si arricchisce anche della vicenda Lotti, con l’ex ministro renziano coinvolto nell’inchiesta sulle nomine nelle procure di Roma e Perugia. Non a caso, sempre da Assisi, Maria Elena Boschi ha denunciato il fatto che Luca Lotti sia stato attaccato più dall’interno del Pd che non dall’esterno”, chiaro riferimento al senatore e tesoriere Luigi Zanda che per primo ha chiesto le dimissioni dell’ex responsabile dello Sport.

E Calenda sbotta: “Basta cavolate”

Prova a gettare acqua sul fuoco Carlo Calenda, che in un video su Twitter invita tutti ad evitare di azzuffarsi su “cavolate” e riprendere a fare opposizione in modo unitario, dato che – sottolinea ancora Calenda – “qualche risultato è stato ottenuto nelle ultime elezioni”. E sulla segreteria la ricetta del neo deputato europeo è quella di un “governo ombra” che “marchi a uomo” i ministri del governo, “come faccio io con Di Maio”. Una soluzione già testata in passato, durante la segreteria Veltroni, che non portò – tuttavia – grandi risultati: fu inaugurato il 9 maggio 2009 e, dopo le elezioni regionali in Sardegna e le dimissioni del segretario, decadde a febbraio 2009, dopo nemmeno un anno. 

La base sgomenta: “Mentre litigate, Salvini si mangia l’Italia”

Dirigenti allo scontro, militanti ed elettori ad assistere, sgomenti: è lo scenario che offre il Partito Democratico visto dai social network, dove la base nel partito si confronta sulle bordate arrivate dalle fila renziane sulla segreteria appena varata da Nicola Zingaretti.

“Il momento chiede unità e azione, non beghe”, scrive Viviana Desio ribadendo un concetto sottoscritto da molti: “Passiamo oltre, c’è un’Italia in agonia e come al solito dimostriamo di non sapere ascoltare”, è il pensiero di Paola, mentre Emilio Masala si rivolge direttamente ad Alessia Morani, autrice di un intervento molto duro contro il segretario: “Cara Alessia, mentre voi litigate, Salvini si mangia l’Italia”.

A Simona Malpezzi, che su Twitter scrive “hanno fatto la segreteria. La loro. Buon lavoro alla segreteria di Zingaretti” risponde Maria Morello: “Cara Simona, il peccato della divisione è gravissimo in politica, non sbagliamo ancora. La diversità di idee deve essere un arricchimento per tutti”. Ma c’è anche chi chiede “decisioni forti”: e’ il caso di Marco Bello che scrive “nuovo partito subito!”.

Una lancia spezzata a favore di Nicola Zingaretti arriva da Giusy Di Billy che chiede di finirla con i litigi anche perché Zingaretti “è stato eletto segretario per prendere delle decisioni. All’interno del Pd ci sono tante teste e tante idee, ma bisogna conviverci e trovare unità per evitare altri 20 anni di Salvini”. Anche Gabriele Bontempi ricorda al partito che l’avversario è fuori dal Pd: “Continuiamo cosi’ e Salvini arriverà al 40%”.

E Carmine Tomei: “Gli avversari sono altri! Il Pd che voto è un partito che porta 1 milione e 600 persone a scegliere liberamente da chi vogliono essere guidati”. Parla di “stillicidio” Venere Suma: “A volte si sta in maggioranza, a volte in minoranza, ma si sta insieme”, aggiunge. Lorenzo Sala ricorda ai renziani che “nemmeno un briciolo di serietà vi impedisce di scrivere quando, una volta fatto il selfie alle 7 del mattino, non si sono più viste segreterie, tantomeno unitarie”.

Il riferimento è alla gestione Renzi, quando l’organo esecutivo del partito – dopo una prima fase di riunioni all’alba – fu riunito quasi a cadenza annuale. “Potrei concludere citando l’epurazione di numerosi e bravi dirigenti del Pd nella notte delle liste, ma evito”, aggiunge Lorenzo. Suona come una supplica la richiesta di Concetta Modaro: “Per rispetto di noi poveri elettori che ci ostiniamo a votarvi dovreste smetterla di litigare e pensare di più al bene del Paese”.

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Salvini a Washington: “Siamo il partner più attendibile degli Usa”

salvini in america usa washington

“Per me c’è l”Italia first’ come c’e’ l”America first'”: con queste parole il vicepremier Matteo Salvini ha ribadito la “totale sintonia su come muoversi a livello a internazionale” con l’amministrazione Trump, dopo aver incontrato a Washington il segretario di Stato, Mike Pompeo, e il vicepresidente Mike Pence.

Per quanto riguarda le vicende interne, Salvini ha chiarito che “l’obiettivo primario sarà abbassare le tasse, anche se in deficit. Sia chiaro che noi abbasseremo le tasse con le buone o… con le buone. Non faremo una manovra per tirare a campare e non prendo nemmeno in considerazione che non si faccia un taglio delle tasse”, E ha aggiunto: “Non possiamo accontentarci dello zero virgola, ma dell’uno virgola, due virgola, eccetera. Quando incontrerò di nuovo gli Stati Uniti, spero stavolta da noi, voglio mostrare una crescita sostenuta”. L’Italia, ha proseguito, ha raggiunto uno status nuovo con gli Usa. “Siamo il partner europeo più attendibile”.

Il vicepremier si è detto convinto che l’Italia possa diventare l'”interlocutore europeo” privilegiato degli gli Stati Uniti. Commentando l’incontro con Pompeo, Salvini ha spiegato: “Abbiamo visioni comuni sull’Iran, la Libia, il Venezuela, il Medio Oriente, sul diritto all’esistenza di Israele, sulla preoccupazione riguardo la prepotenza cinese nei confronti dell’Europa e del continente africano. Puntiamo a soluzioni comuni, in questo momento di fragilita’ delle istituzioni europee, l’Italia punta a essere il più valido, credibile, coerente interlocutore degli Stati Uniti”.

Con il vicepresidente americano, Mike Pence, ha proseguito, “abbiamo ribadito non il diritto ma il dovere di tagliare le tasse, siamo in sintonia per il 99 per cento con gli Usa sul piano economico e fiscale”. L”incontro alla Casa Bianca con il numero due di Donald Trump. “è andato benissimo”, ha spiegato.

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Conte vuole più tempo da Bruxelles e dice no al “primato della finanza”

conte lettera ue salvini usa pompeo

Francesco Fotia / AGF 

Giuseppe Conte

Il premier Giuseppe Conte punta ad abbassare i toni con la Commissione Europea, “vedo tanta agitazione, la lettera conterrà un messaggio politico”, dice. Ma sulla procedura di infrazione per disavanzo eccessivo i messaggi giunti da Bruxelles sono chiari: servono impegni ben precisi. Il presidente del Consiglio però sottolinea di voler rivolgersi alla “nuova legislatura europea”, non quindi ai vertici in scadenza, “quindi che arrivi un giorno prima o un giorno dopo non cambierà molto”. Resta il tentativo di richiedere più tempo per il negoziato e regole meno rigide per il futuro, facendo emergere “l’apporto critico” che Roma intende portare avanti, in sostanza “il primato della finanza non offre delle chance di crescita all’Europa”.

Forse mercoledì il vertice con i vicepremier

Conte avrà un confronto sul contenuto della missiva da inviare alla Commissione con i vicepremier Salvini e Di Maio, in un vertice che si dovrebbe tenere mercoledì, giorno in cui M5s e Lega cominceranno a discutere più approfonditamente anche sulla riforma della giustizia con lo stesso premier che invoca calma per non agire “a caldo”, dopo il caos che ha colpito il Csm. “C’è un clima di fiducia. Adesso – ha sottolineato Conte da Parigi – dobbiamo lavorare nell’interesse dei cittadini italiani. Affrontare questo passaggio, per quanto riguarda l’avvio di questa procedura, con unità di intenti. Dobbiamo lavorare nella stessa direzione di marcia. Scongiurare questa infrazione”.

A metà settimana quindi si tireranno le somme, con Conte che illustrerà la posizione italiana nell’informativa alle Camere in vista del prossimo Consiglio Ue. Il 20 e il 21 giugno il premier giocherà in Europa la partita sulle nomine: “L’ Italia è pienamente coinvolta”, sottolinea. Nessun isolamento, la rassicurazione del premier che venerdì a Malta ha avuto un colloquio con il presidente francese Emmanuel Macron: “L’ho trovato molto attento – riferisce – alle ragioni dell’Italia, che poi spiegherò ancor meglio nei passaggi successivi e nelle sedi opportune. Sicuramente anche da parte della Francia c’è anche molta sensibilità alla istanze di stabilità sociale e non solo stabilità finanziaria”.

In attesa del vertice M5s e Lega rilanciano le proprie agende. Con Luigi Di Maio che ha riunito i ministri pentastellati per mettere un argine ai ‘desiderata’ della Lega. “Il Dl dignità – il paletto del capo politico M5s che ha rilanciato su salario minimo, conflitto d’interesse e taglio del cuneo fiscale – non si tocca”.

Salvini a Washington irrita il M5s

Nello stesso momento Matteo Salvini incontrava a Washington il segretario di Stato americano Mike Pompeo. Toccando tutti i temi della politica estera: dal 5G (“Lavoriamo per verificare le problematiche e gli eventuali rischi concreti che ci possono imporre una riflessione”) agli F35 (“Non si rimangiamo gli accordi”), dal rapporto con la Cina a quello con l’Iran: “Sono d’accordo con le preoccupazioni Usa”.

Gelo da parte del Movimento 5 stelle sulla trasferta americano del vicepremier. Ad insorgere contro il partito di via Bellerio è Di Battista: “Se la Lega – argomenta – ogni giorno vuole mettere bocca sulle intercettazioni e su ogni cosa, in maniera subdola tirando il sasso e nascondendo la mano… A Salvini non interessa il miglioramento della vita degli italiani, sono politicanti”. L’ammissione però è che M5s non può mollare il governo.

“Occorre contrastare le spinte al protezionismo”, dice Conte che pur sottolineando come “il 2019 verrà ricordato come un anno sicuramente di rilievo nella storia dei rapporti tra Italia e Cina” evita qualsiasi polemica con Salvini: “Nella politica estera del governo non c’è nessuna discrepanza e la fedeltà dell’Italia all’alleanza euroatlantica è confermata ai massimi livelli. Nessun equivoco con il presidente Trump”. 

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Com’è andato il voto in Sardegna

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Fonte: Facebook

Il centrodestra conquista Cagliari e Alghero al primo turno mentre a Sassari si andrà al ballottaggio, così come a Monserrato, importante centro dell’hinterland del capoluogo. È il risultato del voto in Sardegna che in questa tornata elettorale ha visto l’elezione, complessivamente, di 26 sindaci. Un risultato, però, ancora ‘sub iudice’ dato che la candidata del centrosinistra a Cagliari, Francesca Ghirra (Progressisti) ha chiesto il riconteggio. Il suo avversario del centrodestra, Paolo Truzzu, ha superato la soglia del 50% di appena 55 voti e a questo punto, con circa 1.300 schede nulle, la sua vittoria potrebbe essere in discussione.

Il primo cittadino in pectore, 46 anni, consigliere regionale di FdI, non ha comunque alcun dubbio. “È un risultato importante, che restituisce Cagliari al centrodestra dopo 8 anni”, ha affermato nel corso di una conferenza stampa assieme al presidente della Regione Christian Solinas, guardando già al futuro: “La prima cosa da fare è ripulire la città perché Cagliari “non è mai stata cosi’ sporca”.

E proprio sulla raccolta dei rifiuti si è giocata la fase finale della campagna elettorale con qualche strascico al veleno, anche a urne chiuse, con il sindaco uscente Massimo Zedda, sostenitore della candidata del centrosinistra, che attacca: “Mi auguro che gli organi competenti approfondiscano la questione sul sistema di raccolta dei rifiuti, che ha funzionato per otto mesi. Improvvisamente e stranamente il servizio è stato interrotto alcuni giorni in campagna elettorale, con montagne di sacchetti di spazzatura, spesso di colore uguale, che venivano abbandonati di notte ai lati delle strade per poi essere bruciati: qualcosa non quadra”.

Ghirra spera nel riconteggio

Al di là delle polemiche, Ghirra, che si è fermata al 47,8% dei voti contro il 50,1% del suo avversario, spera ancora: “Abbiamo avuto un buon risultato. Ci sono quasi 1.300 schede nulle e dunque serve prudenza e aspettare cosa succederà nei prossimi giorni. Chiederemo un riconteggio dei voti, con la verifica dei verbali e un eventuale ricorso”. Il terzo candidato, Angelo Cremone di ‘Verdes per Cagliari pulita’, ha riportato appena il 2,1% dei consensi. Il centrosinistra esce quindi sconfitto nel capoluogo sardo dove aveva governato per oltre sette anni e dove aveva ottenuto un buon successo alle regionali del 24 febbraio, anche se il Pd con oltre il 16% dei voti si conferma primo partito in città.

Il centrodestra vede, invece, il successo di FdI, prima formazione della coalizione con quasi il 12% dei consensi. Il secondo partito del centrodestra è il Psd’Az che sfiora il 10% e che nelle passate elezioni era nella coalizione che aveva portato alla vittoria di Zedda. Si fermano a poco più del 5% Lega e Forza Italia. In una consultazione caratterizzata da una scarsa affluenza, con circa la metà dei cagliaritani che hanno preferito il mare al seggio, il voto disgiunto ha premiato Ghirra che prende un 2 per cento in più della coalizione.

L’altro importante centro chiamato alle urne, Sassari, dovrà attendere il ballottaggio del 30 giugno per sapere chi sarà il nuovo sindaco fra Mariano Brianda del centrosinistra (34%) e l’ex primo cittadino di An Nanni Campus (30,5%), sostenuto da tre liste civiche. Distanziati i candidati del centrodestra, Mariolino Andria, (16,3%), e Maurilio Murru del M5S (14,4%).

Il primo sindaco leghista dell’isola

Il centrodestra si afferma ad Alghero col sardista Mario Conoci che, col 53% dei voti, strappa al primo turno la città al centrosinistra e al sindaco uscente Mario Bruno. Una sconfitta netta quella del candidato sostenuto dal Pd che si a’ fermato al 31%. Il nuovo sindaco ha invece vinto alla guida di una coalizione che vedeva uniti Lega, Psd’Az, Riformatori-Fortza Paris, la civica ‘Noi con Alghero’, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Udc. Il M5S, con Roberto Ferrara, ha sfiorato il 15% dei consensi, un dato in crescita rispetto al 10% registrato alle regionali. Le elezioni di ieri in Sardegna passeranno alla storia per il primo sindaco leghista dell’Isola, Tittino Cau -ufficialmente candidato con la lista ‘Fermiamo lo spopolamento’ – nel paesino di Illorai, poco più di 830 abitanti, in provincia di Sassari. 

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Il bilancio di tre anni di Virginia Raggi al Campidoglio

tre anni raggi

Francesco Fotia / AGF 

Virginia Raggi

“Il vento sta cambiando, hanno vinto i romani, è una svolta”. Il 19 giugno 2016, Virginia Raggi festeggiava così la storica conquista del Campidoglio da parte del Movimento 5 Stelle. Tre anni dopo, passeggiando tra rifiuti che si accumulano fuori dai cassonetti e bus che circolano a singhiozzo, i romani faticano a percepire questo vento.

Se il primo anno di mandato della Raggi è stato caratterizzato dalle difficoltà sulle nomine, il secondo è scivolato via nell’attesa della sentenza del processo di primo grado per falso a carico della sindaca – assolta perché il fatto non costituisce reato – in relazione alla nomina di Renato Marra alla guida della Direzione Turismo. Mentre il terzo è passato nel tentativo di recuperare il tempo perduto, con alcune iniziative sul tema della legalità dal contrasto ai clan Casamonica e Spada alla difesa della scelta di assegnare le case popolari ai rom.

Nel frattempo, stando ai risultati delle ultime europee, se si andasse a votare oggi per il Campidoglio i 5 Stelle rimarrebbero fuori anche dal ballottaggio, con le periferie che hanno voltato le spalle al Movimento preferendogli una novità assoluta per la città: il centrodestra a trazione leghista. Eletta sull’onda dello sdegno cittadino per l’inchiesta Mafia Capitale, dopo tre anni la sindaca cerca ancora risultati tangibili sui principali dossier: mobilità, rifiuti e decoro.

La città resta poco funzionale per romani e turisti. E deve fare i conti anche con l’insofferenza crescente di ampi strati della popolazione che risiede nelle periferie, vive i disagi dei servizi pubblici carenti e beneficia poco o nulla della presenza di 13 milioni di visitatori ogni anno. Come dimostrano le rivolte degli ultimi mesi in alcuni quartieri, cavalcate dall’estrema destra.

Rifiuti e trasporti i nodi più gravi

La qualità dei servizi erogati dal Campidoglio tramite le sue partecipate resta distante da quelli delle altre capitali europee. Lo attestano i numeri: l’ultimo bilancio approvato di Atac certifica 5 milioni di chilometri in meno percorsi rispetto all’anno precedente. Mentre sulla raccolta differenziata se il piano industriale di Ama parla di obiettivo del 70% entro il 2021 la realtà dice che oggi siamo al 46%. Va segnalata una differenza tra le due aziende.

In Atac la scelta della giunta Raggi di procedere al concordato preventivo, visto il debito da 1,4 miliardi di euro che schiacciava i conti aziendali, è stata vincente. Il Tribunale fallimentare ha approvato il piano di risanamento e l’azienda, forte di un finanziamento di quasi 170 milioni della giunta ha avviato – seppure con qualche inconveniente – i bandi per acquistare in totale 600 nuovi bus entro il prossimo anno. Un passaggio necessario a ringiovanire un parco vetture che conta circa 2 mila mezzi, con oltre 11 anni di età media, (come testimoniano le frequenti rotture e i bus in fiamme) e ad aumentare chilometri percorsi e ricavi da biglietti e abbonamenti.

Mentre in Ama i continui cambi di governance, 4 in 3 anni, hanno reso difficile instradare una serie di scelte fondamentali per migliorare il ciclo di raccolta e smaltimento dei rifiuti, fragile e non autosufficiente. Così l’incendio del Tmb Salario di dicembre scorso ha portato alla chiusura dell’impianto, attesa da anni dai cittadini, ma non alla programmazione di nuove strutture permanenti chiamate a sostituirlo. E di fatto, ogni volta che uno dei 3 Tmb rimasti accusa un problema, il rischio di un’emergenza resta dietro l’angolo. 

Lo stallo sulle infrastrutture

Sulle nuove infrastrutture di trasporto si misura una certa difficoltà della giunta M5s di pensare il rinnovamento della città nel lungo periodo. La Raggi ha messo a frutto i 425 milioni di euro messi a disposizione dal governo di Paolo Gentiloni per la manutenzione delle Metro A e B: si parte da giugno ad agosto con la sostituzione delle rotaie in alcuni tratti. Ma quanto alle nuove opere di mobilità realizzate, per ora si contano solamente una serie di piste ciclabili (Nomentana, Tuscolana) e l’apertura a breve del corridoio filobus sulla Laurentina, i cui cantieri si trascinano dal 2009 tra ritardi ed inchieste giudiziarie.

La prosecuzione della Metro C oltre il Colosseo (l’apertura delle due fermate in costruzione è attesa per la fine del 2022) resta affidata ad una project review in corso da mesi, per la quale andrebbero poi reperiti i fondi. Mentre per le 5 nuove linee di tram, il restyling della ferrovia Termini-Centocelle e la funivia Casalotti-Battistini annunciati dalla giunta, ci sono i progetti ma non ancora le risorse.

Sull’investimento privato più grande atteso in città, lo stadio dell’As Roma a Tor di Valle, operazione da circa 1 miliardo, 2 anni dopo l’accordo tra la giunta, il club giallorosso ed il costruttore per rivedere l’opera diminuendo le cubature la situazione è in stallo. L’inchiesta avviata a giugno dello scorso anno dalla Procura di Roma per presunta corruzione attorno al progetto – che ha coinvolto a vario titolo il costruttore Luca Parnasi, l’ex presidente di Acea Luca Lanzalone, il presidente dell’Assemblea Capitolina, il 5 Stelle Marcello De Vito, ed esponenti politici di Pd e Forza Italia – di fatto ha congelato la situazione.

La sindaca ha voluto vederci chiaro sulla correttezza formale degli atti prodotti dal Campidoglio, affidando una due diligence al Politecnico di Torino sulla mobilità. Ma, una volta fugati i dubbi di legalità, manca ancora l’intesa finale con club e costruttore sulla convenzione da votare in Aula assieme alla variante urbanistica. Un braccio di ferro, legittimo vista la fragilità dell’opera sul versante della mobilità, che prolunga i tempi di un progetto di cui si ragiona da 5 anni senza essere arrivati ancora al via libera finale ai cantieri.

Così, tra un incedere che alterna strappi di grande visibilità mediatica con periodi sottotraccia, il rischio è che gli ultimi due anni di mandato si trasformino in una lenta attesa della prossima campagna elettorale, con la variabile di una possibile deroga del Movimento alla Raggi per tentare la rielezione e un secondo mandato.

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