Politica

Italia viva è pronta a votare con Forza Italia contro la riforma Bonafede

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Si scrive prescrizione ma potrebbe finire per leggersi crisi di governo. Non foss’altro che, almeno al momento, è orma quasi stabile lo spostamento in ‘zona rossa’ della lancetta che misura le tensioni nella maggioranza. Quelle, insomma, a rischio di sfociare verso nuove elezioni.

La giornata riparte come era finita la precedente, con il tema della riforma della giustizia che provoca una raffica avvertimenti a viso aperto. E con i segnali che arrivano dall’Ue sull’altro fronte caldo, quello del Mes, che certo non aiutano a dissipare le nubi. Anzi.

Ecco Matteo Renzi, allora, guardare allo stato di salute generale della maggioranza per ammonire che “stare insieme non è un obbligo” e che di fronte a una “situazione molto seria, chi vuole rompere deve solo dirlo”. Quella delle elezioni, dice il leader Iv, “non è un timore del Pd, ma una loro (folle) speranza”. Ecco Luigi Di Maio che sta al tema della riforma della prescrizione senza ammettere deroghe e riaffacciando un sospetto nei confronti dell’altro azionista forte del governo: “Se il Pd poi vuole votare una legge con Salvini e Berlusconi per far tornare la prescrizione com’era ideata da Berlusconi sarà un Nazareno 2.0, ma non credo avverrà”.

Non semplici schermaglie, ma Giuseppe Conte sparge olio sulle onde: “Ci sono posizioni politiche diverse, ma c’è un tavolo dove stiamo lavorando a una soluzione”, taglia corto il presidente del Consiglio. Il fatto è che torna a farsi vivo anche Alessandro Di Battista, attualmente non eletto ma sempre più accreditato come reale ‘dioscuro’ del capo politico M5s. “Se il Pd, con Salvini, Meloni, Berlusconi e Renzi dovesse bloccarla, se ne assumerà le responsabilità”, e’ l’avvertimento che arriva appunto sul dossier prescrizione. “Non credo che questo accadrà anche perché se si andasse al voto anticipato molti renziani resterebbero a casa, dentro e fuori il Pd, senza immunità parlamentare, a rischio intercettazioni e, mai come oggi, questo non gli conviene”, è l’ulteriore messaggio che arriva dall’ex deputato M5s.

Italia viva peraltro replica colpo su colpo: “Se il tema è prescrizione o morte, allora morte sia”, manda a dire Davide Faraone. Di più, il capogruppo Iv al Senato anticipa che “se il governo continua a restare vago su questo punto noi voteremo sicuramente con FI contro il progetto della prescrizione killer”.

Risponde frontalmente lo stesso Pd. “Di Maio forse non ha capito la gravità della situazione. Sulla prescrizione non faremo passi indietro. Consiglio al capo M5s di smetterla con le provocazioni”, avverte il presidente dei senatori dem, Andrea Marcucci. Leu, con Federico Conte, della commissione Giustizia alla Camera, riconosce che “la riforma della prescrizione introdotta dal precedente governo va bilanciata” e che “la maggioranza deve trovare una soluzione” ma si schiera a favore di un eventuale slittamento rispetto al quel 1 gennaio che per M5s è scritto sulla pietra e ricorda che “su questi temi non si possono accettare ultimatum”.

Più o meno, invece, quello che arriva da Bruxelles sul nodo Mes. “Non vedo necessità” di modificare l’accordo, chiarisce il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno. “Abbiamo raggiunto un accordo politico a giugno, il lavoro tecnico è stato fatto e oggi faremo il bilancio con la prospettiva di formare la modifica al trattato molto presto l’anno prossimo”, aggiunge spiegando che la firma a inizio 2020 “non va interpretata come un rinvio”, anche se l’Eurogruppo è disponibile ad “andare incontro a tutti i dibattiti che sono presenti nei nostri Paesi”.

“Non vedo né un rischio di veto al Consiglio Ue né un rischio di spaccatura nella maggioranza. Ci sono procedure tempi e modi ai quali ci atterremo”, rassicura Conte. “Ci siamo aggiornati con con il ministro Gualtieri, ci sarà un passaggio parlamentare e procederemo con una interlocuzione lineare con i partner. Vedremo i tempi e modi per procedere. C’è una logica di pacchetto e a quella ci atteniamo”, conferma il presidente del Consiglio. 

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Il sudoku delle elezioni anticipate

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ELIANO IMPERATO / CONTROLUCE

Giuseppe Conte

Prescrizione e Mes rischiano di mettere a dura prova la tenuta del governo. Almeno questo è lo scenario che sembra delinearsi in queste ore alla luce dell’escalation dei toni tra alleati, con ultimatum e aut aut reciproci e la minaccia di voto anticipato che torna ad essere ventilata a turno da Pd, M5s e Italia viva. Sebbene poi, sempre a turno, venga assicurato che nessuno intende mettere la parola fine al Conte II. Chi nella crisi ci spera, e incalza l’esecutivo con il tentativo di far deflagrare la maggioranza, è Matteo Salvini, che punta alle elezioni di fine gennaio in Emilia Romagna per dare la ‘spallata’ finale.

Proprio gennaio, in un intreccio di date da segnare in rosso, sarà il mese che più potrebbe incidere sul destino del governo giallorosso. Dal primo giorno del 2020 entrerà in vigore la riforma della prescrizione, con lo stop alla sua decorrenza dopo il primo grado di giudizio. Il 12 gennaio scadono i tre mesi di tempo prescritti dalla Costituzione per chiedere il referendum sul taglio dei parlamentari. Il 15 gennaio la Consulta dovrebbe pronunciarsi sul referendum leghista per l’abolizione della quota proporzionale dell’attuale legge elettorale.

C’è di mezzo il taglio dei parlamentari

Il 26 i cittadini di Emilia Romagna e Calabria saranno chiamati alle urne. Sono alcune delle ‘scadenze’ che, appunto, potrebbero avere ricadute negative sul governo. E data per scontata la non prosecuzione della legislatura in caso di crisi – ipotesi che praticamente tutte le forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione, si sentono di avallare – l’interrogativo principale è se si tornerà a votare eleggendo 945 parlamentari o solo 600.

Tutto dipenderà, appunto, dal referendum e da quanto le forze politiche vogliano tentare l’azzardo di un Parlamento ‘corposo’ ma ‘delegittimato’ – da una riforma approvata ma che non verrebbe ‘utilizzata’ – e che, tra l’altro, si troverà a dover eleggere il nuovo Capo dello Stato. Al momento nessuno dei promotori ha annunciato di aver raggiunto le firme necessarie: la raccolta avviata al Senato è vicina al traguardo, mancano circa una quindicina di sottoscrizioni. Ma l’esito delle diverse raccolte di firme dipende molto da quanto è alto o meno l’interesse dei vari partiti a rinunciare a una buona fetta di deputati e senatori. O, piuttosto, tentare il blitz e tornare al voto senza che la riforma sia in vigore.

Altra variante, da considerare, è appunto la data di possibili nuove elezioni politiche. E qui entra in gioco il calendario: se si dovesse svolgere la consultazione popolare, infatti, le elezioni non potrebbero esserci prima di maggio se non dopo l’estate. Ma anche se non si dovesse procedere con la consultazione popolare, la riforma per entrare in vigore avrebbe bisogno di almeno due mesi, necessari per ridisegnare i collegi, quindi urne non prima della tarda primavera.

Quale legge elettorale?

Ma con quale legge elettorale? Altro elemento da tenere in considerazione, infatti, è il referendum leghista sul maggioritario: la Consulta dovrebbe pronunciarsi il 15 gennaio. Se darà il via libera, sarebbe difficile un ritorno alle urne per scegliere il nuovo Parlamento con una legge elettorale ‘sub iudice’ della volontà popolare. E qui entra in gioco la carta riforma del sistema di voto, su cui si sta confrontando la maggioranza, con l’intento di chiudere su un modello entro dicembre (ma i tempi potrebbero slittare a gennaio).

Incastri di date a parte, e mese di gennaio ancora da venire, il governo e la maggioranza si trovano ora a dover fronteggiare una questione spinosa ben più urgente: il voto in Aula di mercoledi’ 11 dicembre sul Mes. La riforma del Trattato sul Meccanismo europeo di stabilità è stata già al centro di un duro scontro tra Pd e M5s, con Lega e FdI pronti alle barricate e il premier Giuseppe Conte che ha reso un’informativa in Parlamento – dove si è registrato il gelo con Luigi Di Maio – e che tornerà a parlarne mercoledì prossimo, quando svolgerà le comunicazioni in Aula sul Consiglio Ue del 12 e 13 dicembre.

È quella l’occasione in cui si testerà la tenuta della maggioranza: è infatti previsto il voto sulle risoluzioni (prima alla Camera e poi al Senato, dove i numeri sono più ristretti e potrebbe farsi sentire la fronda dei malpancisti M5s). Anche se i giallorossi stanno tentando di arrivare a un documento condiviso, l’accordo sembra essere ancora in alto mare. Tanto che Salvini ha già iniziato a sfregarsi le mani: sarà come il voto sulla Tav per la precedente maggioranza gialloverde, ovvero l’avvio della crisi, è la previsione leghista.

Prescrizione e Autonomie i fronti più caldi

Altro fronte caldo, anzi caldissimo, quello sulla prescrizione: la riforma Bonafede entrerà in vigore dal 1 gennaio, ma Pd e Italia viva non ci stanno senza garanzie sulla durata dei processi. I 5 stelle non hanno aperto alcuno spiraglio. Ed è di ieri l’escalation di accuse reciproche, ultimatum e minacce di voto anticipato. Altro fronte che potrebbe aprirsi è sull’Autonomia differenziata: lo schema di ddl è pronto, il ministro Boccia lo ha già illustrato nello scorso Cdm e vorrebbe portare il testo del provvedimento alla riunione del Cdm di oggi. Ma Iv, Leu e M5s frenano e chiedono un supplemento di riflessione. Per ora non si registrano scontri né toni ultimativi.

Anche il destino dell’ex Ilva, che ha già diviso la maggioranza sul tema dello scudo penale, rischia di riesplodere, con la trattativa con ArcelorMittal che non offre segnali distensivi e sulla quale incombe la spada di Damocle degli esuberi.

Non va dimenticato il fronte caldo della manovra: tensioni si registrano ancora su plastice sugar tax e la ‘robin tax’ sui concessionari pubblici. Sul decreto fiscale, che si voterà con la fiducia, resta aperto il nodo fondazioni. Infine, ma solo per una questione di calendario, le elezioni in Emilia e Calabria: una sconfitta del Pd, soprattutto nella storica regione rossa, segnerebbe una profonda crepa nell’alleanza di governo. 

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“Basta ricatti 5S. Avanti oppure si va al voto”, dice Delrio

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Oramai le parole voto ed elezioni non sono più un tabù. S’insinuano nei colloqui di corridoio, affiorano sulle colonne dei giornali in colloqui diversi. E in un’intervista a la Repubblica anche Graziano Delrio, capogruppo dem alla Camera dei deputati, dice che come Pd “non abbiamo paura delle elezioni” e “non l’avevamo neanche la scorsa estate – aggiunge – quando ancora non si erano verificate due scissioni (di Renzi e Calenda) e avremmo potuto rafforzare il Pd correndo alle urne”. Ma sono state evitate perché “abbiamo scelto il Paese e le famiglie italiane che altrimenti avrebbero pagato i 23 miliardi della tassa Salvini sull’Iva”, ribadisce.

Però, sottolinea Delrio, “Vedo minacce del tipo ‘senza di me questo non passa’ oppure ‘noi siamo l’ago della bilancia’” mentre, aggiunge, “dobbiamo rispettare tutte le sollecitazioni che vengono dalle forze di maggioranza, a maggior ragione quando arrivano dal partito più forte in Parlamento: il Movimento 5 stelle”. Poi chiosa, deciso: “Ma l’approccio di Di Maio non mi piace. Ricattare gli alleati non può essere un metodo”.

Sulle prospettive future una volta conclusa la Finanziaria, Delrio assicura che “l’obiettivo è continuare a lavorare per sbloccare investimenti fermi da due anni, stimolare il lavoro per i giovani, mettere i soldi nelle tasche dei lavoratori dipendenti come abbiamo già cominciato a fare con la manovra” ma più che fare un nuovo contratto come suggerisce lo stesso capo politico del M5S, Di Maio, il capogruppo dem a Montecitorio invoca la necessità di rafforzare nel programma di governo “i temi comuni decisi ad agosto, che anche Beppe Grillo ricorda continuamente: un’agenda per l’ambiente, l’attenzione alla giustizia sociale, un nuovo sviluppo sostenibile”.

Tuttavia Delrio intima: “Se qualcuno pensa che non sia possibile farlo ce lo dica chiaramente. Non intendiamo correre dietro a nessuno”. Gli scogli non mancano. Ad esempio, sul Mes, il fondo salva-stati, l’11 dicembre quando si vota in Parlamento, la maggioranza presenterà una sola risoluzione? Alla domanda Delrio risponde sicuro: “Non ho dubbi. È l’unica strada. Sarebbe auspicabile che la firmassero anche i partiti di opposizione, ma questo forse non è possibile”.

Ma sulle due posizioni sul Mes, che al momento tra Pd e 5Stelle appaiono inconciliabili, il capogruppo dem osserva: “Non capisco la drammatizzazione. Non ho mai sentito spiegare da Di Maio dove va cambiato e perché. Ho invece ascoltato solo avvertimenti e dichiarazioni di principio. Spero che il capo politico dei 5 stelle ne abbia parlato con Gualtieri e abbia detto a lui dove occorre intervenire. In questi giorni il ministro dell’Economia siederà ai tavoli internazionali. Lì si discuteranno modifiche e correzioni. Ma il dibattito italiano è surreale”.

Soluzioni? Margini di trattativa? “Gli esecutivi durano se hanno obiettivi chiari” avverte Delrio, e. “questo significa avere uno spirito di governo. Un’anima, come dice Zingaretti. Cioè dare la percezione ai cittadini, oltre che la sostanza, che siamo impegnati a risolvere i loro problemi quotidiani. Il Mes non lo è. Lo si risolve a livello europeo. Stare a quel tavolo è il modo migliore per difendere la sovranità nazionale”.

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“Stare insieme non è un obbligo”, dice Renzi

Matteo Renzi Italia viva elezioni

Filippo MONTEFORTE / AFP
 

Matteo Renzi

Le elezioni sono più vicine? E Italia Viva è intenzionata a staccare presto la spina all’esecutivo per votare a marzo? Alle due domande Matteo Renzi risponde in un’intervista a Il Messaggero dicendo che quella delle elezioni “non è un timore del Pd, ma una loro (folle) speranza”. E secondo il leader di Italia Viva c’è “una parte del Pd sogna le urne, invocandole con lo stesso giubilo con cui hanno anticipato le elezioni in Umbria, condannandosi a una clamorosa sconfitta”.

Poi Renzi aggiunge: “Fosse per me si voterebbe nel 2023. Ma non l’ha ordinato il dottore di stare tutti insieme. Chi vuole rompere deve solo dirlo. Noi nel frattempo lavoriamo alla proposta “Italia Shock” per sbloccare 120 miliardi di euro di cantieri”.

Ma sulla prescrizione l’ex presidente del Consiglio mette le mani avanti e avverte, anticipando quelle che potrebbero essere a breve le mosse di Italia Viva: “Noi abbiamo votato contro l’assurdità voluta dai populisti sulla prescrizione. Volere una giustizia senza fine significa proclamare la fine della giustizia. E non abbiamo cambiato idea. Ora ci sono due alternative: la prima è che la nuova maggioranza trovi una soluzione. E sarebbe meglio. Se non accadrà noi non ci inchineremo al populismo giudiziario imperante. E dunque, se non ci sarà accordo, voteremo il ddl di Enrico Costa, persona saggia e già viceministro alla giustizia del mio governo”. Poi chiosa:  “Bonafede può cambiare la sua legge, se vuole, ma non può pretendere di cambiare le nostre idee”.

Tuttavia Renzi non è pentito della scelta fatta sul governo in piena estate, così nell’intervista afferma Abbiamo fatto benissimo a evitare le elezioni: oggi l’Italia è uscita dal radar delle tensioni europee, ha bloccato l’aumento dell’Iva, ha recuperato fiducia. Il problema non è la scelta di ieri, ma le tensioni di oggi”. E su questo punto il quotidiano fa notare che per esempio ieri è stata un’altra giornataccia per il governo, che tra Conte e Di Maio non c’è più nemmeno un saluto e che Di Maio dice che il M5S è l’ago della bilancia e sul Mes si farà come dicono lui e Di Battista.

All’osservazione Renzi ribatte che sul fatto che “i due non si salutino non mi interessa: devono governare il Paese, non andare a cena fuori”, ma la vera domanda, semmai, “non è se sono ancora amici, ma se sono in grado di rappresentare l’Italia”. Quanto a Di Battista, l’ex premier chiosa: “Capisco che voglia tornare in Parlamento per sue ovvie esigenze personali e quindi cerchi ogni pretesto per rompere. Ma questo Governo è nato in quanto europeista e dunque Di Battista semplicemente non rileva”. Quindi Renzi conclude: “Se vogliono andare contro l’Europa, hanno sbagliato alleato: potevano tenersi Salvini”.

Di diverso tenore il colloquio dell’ex premier ed ex segretario del Pd con il Corriere, al quale sulla possibilità di voto spiega: “La situazione è preoccupante. Due mesi fa avrei detto che era impossibile andare a votare, che sarebbe stato autolesionismo puro. Ora invece lo metto nel conto”.

E sul Pd aggiunge: “So quello che va dicendo il Pd. E cioè che io ho paura di andare a votare perché non ho abbastanza consensi. Ma guardiamo ai fatti. Adesso, con lo scandalo di Open sui giornali Italia viva ha il 5 per cento. E questo vuol dire che con una campagna elettorale fatta bene posso arrivare anche al 10. E comunque me la gioco”.

Poi però Renzi frena e sottolinea che nel caso non è lui a voler ricorrere alle urne, “semmai sono quelli del Pd e de Cinque Stelle a volere il voto”, aggiungendo poi: “Le elezioni anticipate sarebbero un regalo ai sovranisti e infatti non sono io a voler andare a votare. Ma, come ho detto – si fa adesso più preoccupato – inizio a temere per la prima volta che la situazione non regga più. Si litiga su tutto. Su Alitalia, Mes, prescrizione, riforma delle Autonomie. E non si riesce a portare a casa un provvedimento perché queste continue liti paralizzano l’azione del governo. Perciò le elezioni non possono più essere un’ipotesi da escludere. Io posso anche cercare di reggere fino in fondo, ma non dipende da me…”.

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“Stufi di sfide tra Pd e 5 Stelle. Se è così, Italia Viva non ci sta”, dice Bellanova

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Alessandro Serrano / AGF 

Teresa Bellanova

Se Italia Viva di Renzi ha dato forfait disertando il vertice di maggioranza sul Mes è perché “Siamo stufi di assistere a litigi tra Pd e 5 Stelle”. Lo dice il ministro delle Politiche Agricole Teresa Bellanova in un’intervista al Corriere della Sera. E “se il balletto quotidiano è di questa natura – insiste la ministra – noi non ci stiamo. Perché impedisce qualsiasi ragionamento vero, provoca squilibri nei rapporti di forza complessivi e alla fine le sintesi non sono le migliori”.

Nel governo, in ogni caso, le fibrillazioni sembrano non finire mai. Bellanova ricorda anche che “il governo è nato con obiettivi precisi: sterilizzare l’Iva, fermare la deriva sovranista” E che non è affatto “il banco di prova di future alleanze strategiche”. Questo, semmai, “lo pensa chi ha una visione strumentale delle cose” perché “un tema serio come il Mes – sottolinea la ministra – non può essere utilizzato per la verifica di rapporti di forza”, mentre ancora ieri ha potuto leggere “di ultimatum tra Pd e 5 Stelle non sull’agenda politica ma sullo stato dell’arte della foto di Narni”. “Non è serio”, chiosa Bellanova, per la quale c’è un solo obiettivo: “Lavorare per il Paese”.

Quanto all’azione politica, Bellanova dichiara al quotidiano milanese che si deve “ragionare complessivamente su Mes, fiscalità, imprese” avendo ben presente in testa che “anche senza costituire una minaccia per l’Italia come sostengono i sovranisti, è abbastanza chiaro che favorisca però la Germania”. Perciò “discutiamone apertamente, in Parlamento, senza proclami sull’intoccabilità o, al contrario, sulla pericolosità della firma”. “È tempo di ragionevolezza”.

Poi Bellanova assicura: “Il governo è nato grazie a Italia viva e non cadrà per noi. Ma la pari dignità non può essere solo una petizione di principio”. Al quotidiano di via Solferino che poi insinua che aleggia il sospetto che Italia Viva abbia disertato il vertice di maggioranza sul Mes per una ripicca contro il Pd che non ha difeso Renzi nella vicenda Open e contro quei dem lo che hanno attaccato apertamente, la ministra per le Politiche agricole ribatte che si tratta di “sciocchezze” e che in ogni caso “Renzi non è mai stato difeso dal Pd in nessuna occasione, né da segretario nazionale, né da presidente del Consiglio, né da semplice senatore”. Mai difeso, dunque, e semmai “sempre considerato un corpo estraneo” anche perché il tiro al piccione su Renzi “è un’ottima scusa per occultare debolezze nelle proposte ed eclissare le questioni concrete”, chiosa Bellanova.

E quanto al Renzi che starebbe menando botte da orbi sulle alleanze, Bellanova si stupisce per quanti scambiano per fendenti “un ragionamento”, in particolare sulle Fondazioni “che sono cose diverse” dai partiti e per aver ricordato che “in questo Paese ne esistono decine legate a personalità politiche e finora nessuno si è mai chiesto se fossero funzionali a posizionamenti politici, aver espresso contrarietà all’emendamento sulle fondazioni dei partiti che ci sembrava quanto meno discutibile, aver sollevato il problema della natura della Casaleggio Associati, tema che dovrebbe essere importante per chi è attento ai meccanismi di finanziamento della politica”.

“Tutte questioni maledettamente serie” chiude la ministra rispondendo così, indirettamente, all’inchiesta su Renzi e il mondo economico e finanziario che lo sostiene.

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Tensione nella maggioranza sul Mes. La strada (stretta) della risoluzione

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Lavorare ad una risoluzione comune tra M5s e Pd quando l’11 dicembre la discussione sul Mes entrerà nel vivo e i gruppi parlamentari saranno costretti ad esprimersi apertamente. È il tentativo che stanno portando avanti le ‘colombe’ della maggioranza per evitare che il governo possa cadere su un tema che – dicono sia i deputati e i senatori di M5s e Pd – sarebbe difficile da spiegare agli italiani. È la posizione anche che auspica il presidente del Consiglio che si trova a dover sbrogliare una matassa complicata. Tutto dipenderà da cosa il responsabile dell’Economia riuscirà a spuntare all’Eurogruppo. Perché al di là delle posizioni al momento poco concilianti tra il ministro Gualtieri e il capo delegazione M5s Di Maio, c’è anche da considerare la decisione dei renziani di sfilarsi dal confronto, mantenendo di fatto le mani libere.

Il premier sta cercando di muoversi sul filo dell’equilibrio. Ma le critiche a Salvini, quel “tutti i ministri sapevano”, sono state interpretate – anche dai ministri M5s – come un attacco implicito allo stesso Di Maio. “Non era solo un’allusione ma una critica vera e propria”, riferisce un esponente del governo pentastellato, sottolineando come il premier pure su questo tema si sia schierato apertamente con il Pd. Una tesi confutata da palazzo Chigi.

Conte – viene spiegato – ha risposto a Salvini e Meloni che lo hanno accusato di alto tradimento, non a Di Maio. E così lo stesso presidente del Consiglio ha voluto smentire voci di screzi con il responsabile degli Esteri che – ha sottolineato il premier – “ha espresso criticità comprensibili”. La posizione di Conte però è che non si può buttare tutto all’aria, che finora il negoziato sul Mes è stato un compromesso sancito all’interno di un consesso nel quale fanno parte 18 Paesi, che è da migliorare, che comunque un’apertura da parte di altri leader europei potrà esserci.

I dubbi di Renzi sulla tenuta del governo

Insomma la strada è quella di lasciar aperto il negoziato e guadagnare più tempo, smussando gli angoli. Non escludendo il rinvio qualora la logica del ‘pacchetto’ non dovesse essere rispettata. Tuttavia il Pd, pur apprezzando come Conte abbia smontato “le bugie” di Salvini, non condivide i continui strappi di Di Maio. E i vertici dem ne avrebbero parlato – rivela un ministro dem – anche con il premier Conte. Intanto si confuta il metodo portato avanti dal capo politico M5s: nascondersi dietro le difficoltà dei gruppi parlamentari non è più una ‘scusa’ plausibile, altrimenti anche i dem potrebbero replicare lo stesso modello. 

Insomma per dirla con le parole di un ‘big’ del partito del Nazareno il presidente del Consiglio presto dovrà prendere una decisione. Ovvero se assecondare la linea di Di Maio oppure porre i gruppi parlamentari pentastellati di fronte alle proprie responsabilità. La strada del voto in Aula su tutti i nodi da scogliere difficilmente potrà essere rinviata. Del resto lo stesso Renzi – che nel frattempo ha chiesto un incontro urgente a Conte – lo dice chiaramente: la tenuta del governo? “Non so cosa succedera’… Ci sono tanti temi sul tavolo…”.

il malessere dei pentastellati

Il segnale del malessere del Movimento 5 stelle è quell’assenza di Di Maio (che ha riunito i ministri prima del Cdm) durante il dibattito al Senato dove si è rischiato il bis degli incidenti alla Camera, con il sottosegretario pentastellato Santangelo che è quasi venuto alle mani con un gruppo della Lega, tra cui l’ex ministro Centinaio. Di Maio ai suoi lo ha ripetuto nuovamente: “Non accetto più di dire sì a scatola chiusa”.

Del resto il Movimento su quella che esponenti come Giarrusso e Paragone definiscono “una nostra battaglia storica” è abbastanza compatto. Lo si è capito quando un senatore del Movimento, prendendo la parola nell’emiciclo, ha difeso il negoziato sul Mes. Sono partite – riferisce una fonte pentastellata – diverse invettive: “Noi dobbiamo criticarlo, non difenderlo”.

Sulla stessa linea – dice un altro ‘big’ pentastellato – lo stesso Di Battista che – confida la stessa fonte – non avrebbe gradito l’intervento del presidente del Consiglio. Conte dunque sempre più sul filo dell’equilibrio. Con il rischio che l’11 dicembre quando si ripresenterà alle Camere la difesa anti-Salvini non possa bastare. A meno che l’Europa non conceda ancora più tempo: una ulteriore dilazione del negoziato permetterebbe a Pd e M5s di compattarsi. Anche con una risoluzione comune. 

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Sul Mes alla fine deciderà il Parlamento

Governo diviso Mes decidera Parlamento

Andrea Ronchini / NurPhoto 

Palazzo Montecitorio

Deciderà il Parlamento: il governo ancora diviso sulla riforma del meccanismo di stabilità europeo. Il Pd con il ministro dell’Economia Gualtieri a difendere l’accordo sul fondo salva stati, pronto a negoziare all’Eurogruppo per migliorare l’intesa, mentre il Movimento 5 stelle con Di Maio in testa, intenzionato a mantenere la posizione.

E’ questo in sintesi l’esito del vertice tenutosi a palazzo Chigi e durato circa tre ore. Mandato al responsabile di via XX settembre per negoziare all’Eurogruppo del 4 dicembre secondo una logica complessiva, che comprenda delle modifiche sui punti sul tavolo.

“Il sistema  abituato così: o fai come dicono loro, oppure ti minacciano, cominciano a dipingerti come disfattista. È quel che sta accadendo con il sottoscritto da un bel po’ di tempo”: Di Maio affida a Facebook uno sfogo per assicurare, comunque, da un lato che, “non importa, noi andiamo avanti” e dall’altro che anche sul nodo Mes “difendiamo il governo perché difendiamo l’Italia e siamo sicuri che ancora una volta sapremo trovare un punto di caduta per gli italiani”.

“Il Governo affronterà il negoziato riguardante l’Unione Economica e Monetaria (completamento della riforma del Mes, strumento di bilancio per la competitività e la convergenza e definizione della road map sull’unione bancaria) seguendo una logica di “pacchetto”, hanno spiegato fonti di governo.

Anche nel vertice si sono fronteggiate le due tesi riguardo al Mes con il Pd che alla fine ha sottolineato come non si sia parlato di rinvio della firma dell’accordo e che a decidere poi sarà proprio il Parlamento. E nell’esecutivo si guarda proprio alla data in cui si pronunceranno le Camere. Visto che nel Movimento 5 stelle i gruppi parlamentari non sono propensi a dare il via libera al Mes che – ha spiegato lo stesso Renzi – “avvantaggia le banche tedesche”.

Lo stesso Di Maio, uscendo da palazzo Chigi, ha ricordato l’appuntamento del 10 dicembre “quando il presidente del Consiglio verrà a riferire e il Parlamento dovrà approvare una risoluzione”. In quell’occasione, se non si ricompatterà la maggioranza, c’è il rischio di una frattura tra Pd e M5s. Mentre Italia viva si è chiamata fuori, disertando l’incontro e spiegando che “si devono mettere d’accordo tra di loro”. “C’è stato un confronto civile, costruttivo. E’ chiaro che ci sono opinioni diverse”, ha riferito il ministro degli Esteri e capo delegazione dei pentastellati al governo

Nessuna luce verde al Mes, quindi. “Finché tutto il pacchetto di riforma “non sarà chiaro, è evidente che non si può chiudere nessun negoziato”. 

In attesa del dibattito parlamentare sul Mes, la maggioranza si divide sull’applicazione della spazzacorrotti per equiparare le regole di trasparenza tra partiti e fondazioni: “È un clamoroso errore che la commissione ha fatto nottetempo col voto favorevole di M5S, Pd e Leu e il voto contrario di Italia Viva” scrive su Twitter il deputato di Iv Luigi Marattin. Sull’argomento è intervenuto anche Matteo Renzi: “Di giorno sui social fanno i moralisti, di notte in commissione salvano le LORO fondazioni” attacca il leader di Italia Viva.

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Che succede se il Pd si stufa del M5s. Parla Goffredo Bettini

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Agf

Goffredo Bettini

“Stufi per un certo andazzo”. È risoluto Goffredo Bettini, il maestro e “padre spirituale“ del segretario del Pd Nicola Zingaretti, ideatore del “modello Roma”, l’uomo che ha tessuto i rapporti tra Pd e Grillo. In un’intervista al Corriere della Sera dice che di fronte ai 5 Stelle che vogliono fermare il Mes, bloccare la riforma delle autonomie e le alleanze alle Regionali con il Pd, i dem sono “stufi per un certo andazzo sì” e che “ci vuole maggior e coesione e lealtà”. E quanto a Salvini “ha politicizzato lo scontro tra la destra e i progressisti. Non ci sono più zone grigie e intermedie. Anche i 5 Stelle debbono scegliere. E stanno pienamente dentro questo travaglio”.

Pertanto la mente ispiratrice del governo giallorosso, si augura vivamente che “Conte a gennaio concordi un’agenda su cui l’intera maggioranza si possa confrontare e decidere”, dopo di che “ci vuole più disciplina e più responsabilità” taglia corto Bettini che aggiunge anche: “Rispetto il travaglio dei 5 Stelle. Va bene che tra noi non sia un matrimonio; neppure un fidanzamento. Ma non si può ridurre questo governo a una scappatella domenicale per uno svago occasionale”.

Secondo il dirigente dem “i problemi italiani sono enormi” e dunque “o si affrontano con efficacia o è inutile stare al potere”. E in ogni caso nonostante “l’andazzo”, Bettini tuttavia dice: “Non sono pessimista. C’è la possibilità di rovesciare l’orientamento dei tanti italiani che hanno votato la destra. Ma occorre più chiarezza di idee e tanta determinazione”, intima. Perché in Italia, spiega, “non c’è solo un problema di reddito per i ceti medio-bassi. Ci sono il dolore e la solitudine dei cittadini che si sentono dimenticati, marginali e privi di voce . Al di là delle polemiche mediatiche, il governo ha fatto sentire la sua presenza in tanti campi”. E li enumera: “Il dramma dell’Ilva è stato messo sui binari giusti. L’Iva non aumenterà. Nella finanziaria ci sono decisioni chiare di giustizia sociale, di impegno sugli investimenti, di sostegno alle famiglie e al Mezzogiorno”.

Secondo Bettini, poi, “Su spinta in particolare del ministro Provenzano, le risorse, per esempio, per tenere aperte le scuole al Sud, anche nel pomeriggio, e per intervenire nelle aree interne, fino ad oggi assai poco valorizzate, vanno nella direzione dell’inclusione e di una nuova rappresentanza”.

E su Pierluigi Castagnetti che si è chiesto se non sia il caso di calare il sipario sul governo, visto appunto “l’andazzo”, Bettini replica che se anche un uomo come Castagnetti, in genere “di grande saggezza, pronuncia parole così gravi, significa che nelle prossime settimane, approvata la manovra di bilancio, o si cambia musica o finisce la musica”.

Anche se il dirigente dem ragiona: “Comunque, andare subito al voto qualche mese fa sarebbe stato un azzardo” mentre “accettare la sfida, invece, ha permesso almeno tre risultati importanti” come evitare “la bancarotta del Paese e l’uscita dall’Euro” oltreché “rimuovere una posizione di isolamento ideologico del Pd e ricominciare a fare politica” e anche “a promuovere una classe dirigente europeista e di grande qualità”, a partire da Paolo Gentiloni e Roberto Gualtieri. “Oggi, grazie anche a quella sfida – dice Bettini – si è affermato di fatto uno schema bipolare: il campo democratico e la destra” e questo “ci permette di combatter e assai meglio nelle prossime prove elettorali” aggiunge.

Quindi una considerazione sul Mes, oggetto di uno scontro feroce nel governo, per il quale Berttini dice che ritiene che “la soluzione la troveranno Conte, i ministri e la maggioranza di governo” mentre lui pensa che il Mes “vada approvato” in quanto non è altroc che “un’assicurazione comune sulla stabilità finanziaria e l’integrità della zona euro”. Peraltro, aggiunge Bettini, “la riforma in discussione è stata definita nelle sue linee portanti già nel dicembre dell’anno scorso. Non ci sono novità, se non il fatto che si attribuisce al Mes una funzione di sostegno con maggiori risorse per il fondo di risoluzione delle crisi bancarie”.

Dulcis in fundo: non è da rivedere la teoria dell’alleanza con i grillini da lui stesso ispirata, chiede il quotidiano? Risposta di Bettini: “L’alleanza con i grillini è un processo che fin dall’inizio abbiamo previsto come difficile e impegnativo. I Cinque Stelle sono un mondo complesso. Sono sia di sinistra che di destra. E il loro collante è stata l’antipolitica. Ma questo spazio si è ora drasticamente ridotto per loro. Le sardine dimostrano che ritorna la politica, anche se in forma non partitica”.

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Sul Mes spunta lo spettro delle “maggioranze trasversali”

governo scontro mes prescrizione 

Gli artificieri del governo sono al lavoro per sminare la nuova mina sul percorso del Conte II: il Mes, il meccanismo di stabilità europeo, sarà il piatto del giorno al tavolo del vertice di maggioranza che, con ogni probabilità, si terrà nella serata di domenica.

In quella sede si cercherà un punto di caduta tra chi ritiene che il testo della riforma europea non debba tornare in Parlamento e chi, invece, ritiene che un ‘supplemento di indagine’ sia necessario. Una richiesta esplicita di Luigi Di Maio, quest’ultima, e sul tema il Capo Politico del M5s sembra raccogliere molte delle preoccupazioni manifestate dal leader della Lega Matteo Salvini.

Andando con ordine: la riforma del Mes è stata esaminata dal parlamento lo scorso giugno e le Camere, in quella occasione, avevano approvato una risoluzione che prevedeva un nuovo voto in caso di modifiche al testo. Ora, alcune modifiche compaiono nella ‘precautionary’ – ovvero quella parte del Mes che riguarda le linee di accesso al credito per i singoli stati dell’Unione Europea – con una “ulteriore definizione di criteri quantitativi già esistenti e con l’eliminazione dell’obbligo del memorandum d’intesa, sostituito da una semplice lettera”, come spiegato dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri che, davanti alle commissioni del Senato, ha ironizzato: “Se tutto questo comporta un cambiamento che determina due categorie di paesi e che attenta alla stabilità finanziaria dell’Italia, io lo trovo comico”.

La posizione della Lega

Per Matteo Salvini e la Lega, al contrario, ci si trova davanti a un affronto alla Costituzione tanto che il vice segretario della Lega, Lorenzo Fontana, torna a chiedere un intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. E se fra Conte e Salvini si è già alle carte bollate, con la denuncia del primo nei confronti del secondo che lo ha accusato di attentare agli interessi italiani, una sponda al premier e al ministro dell’Economia arriva da Italia Viva: “Spero che il Movimento 5 Stelle non si faccia intimorire dalle urla di Salvini”. A parlare è il vice presidente della Camera, Ettore Rosato, che stigmatizza le parole di Di Maio e chiede compattezza di fronte a un provvedimento “deciso assieme al governo”.

Le maggioranze trasversali possibili

Lo spettro che si materializza, però, è la formazione di maggioranze trasversali tra le forze politiche che sostengono il governo sul Mes, ma anche sulla prescrizione. Sul primo punto, è Salvini a dire di “contare sulla coerenza dei 5 Stelle e di parte del Pd, Conte invece da tempo non difende più l’interesse nazionale italiano”. Sulla prescrizione, invece, i timori sono che il Pd possa votare contro il testo della riforma.

Il vice segretario dem, Andrea Orlando, dice di non volere “passi indietro sulla prescrizione, ma passi avanti sul processo penale. Multe e minacce di disciplinare non funzionano. Al ministro continuiamo a chiedere soluzioni concrete”. In altre parole, secondo Orlando l’abolizione della prescrizione per i condannati in primo grado non farebbe che aggravare lo stato dell’arretrato penale, quella lunga lista di processi che giace sulle scrivanie dei giudici di mezza Italia.

E nella giornata di sabato è intervenuto duramente anche l’esponente di Base Riformista, Franco Vazio: “L’abrogazione mascherata della prescrizione non può essere accettata”. E se è vero che base Riformista nasce come area alternativa alle correnti di maggioranza guidate da Orlando e Franceschini, è pur vero che negli ultimi mesi, come spiegano fonti di primo piano del partito, ha mostrato un “altissimo grado di lealtà” nei confronti del segretario.

In altre parole, il no all’abolizione della prescrizione è ormai un linea largamente rappresentata nel partito. Un punto di caduta tra le due posizioni potrebbe essere rappresentato dalla contestuale riforma del processo penale che preveda il ricorso massiccio a “riti alternativi”, come chiesto anche dall’Associazione nazionale magistrati. Su questo, un elemento di chiarezza potrebbe arrivare da lunedì quando Forza Italia presenterà a Montecitorio un testo per l’abrogazione della riforma Bonafede sulla prescrizione, una mossa – quella degli azzurri – che potrebbe portare a un chiarimento in maggioranza dove già circolano sospetti di assi trasversali fra dem e FI.

Le ultime sulla Fondazione Open

Oltre allo scontro sul Mes e a quello sulla prescrizione, tuttavia, il governo è scosso anche dal caso Open, la ex fondazione renziana finita sotto la lente della Guardia di Finanza. Il caso ha provocato una lunga fila di reazioni, soprattutto dal leader di Italia Viva Matteo Renzi che ha reso ancor più tesi i rapporti con gli alleati. Oggi l’ex premier ha puntato il dito contro un emendamento presentato da Liberi e Uguali accusando gli alleati di aver infilato “di nascosto”.

“Domani sera alle 20.30 la commissione Finanze inizia a votare un emendamento particolare che hanno firmato Stumpo e Pastorino, due deputati di Leu. Stiamo parlando delle leggi sul finanziamento ai partiti. Nel silenzio di tutti, sulla legge che equipara fra loro Fondazioni e partiti, mentre prima non erano equiparati, Stumpo e Pastorino dicono in sostanza: ‘Per piacere, possiamo applicarla dal prossimo anno ancora?’ Forse perchè c’è- si chiede l’ex premier in sala- qualche Fondazione che ha qualche amico di Leu?”.

Immediata la risposta dei due esponenti di Leu: “L’emendamento sullo slittamento dell’equiparazione delle fondazioni ai partiti nasce con uno scopo tecnico. La commissione preposta alle verifiche sarebbe infatti chiamata a controllare circa 6 mila organizzazioni e oltre 50 mila politici. Quindi nessuna strumentalizzazione, nè emendamenti scritti in silenzio, ma la necessità di far fronte a una richiesta dagli organi di controllo”.

Prima ancora, tuttavia, il deputato di Italia Viva Mauro Del Barba ha attaccato duramente l’attuale maggioranza Pd colpevole, a suo dire, di parlare di “etica” quando, con Renzi segretario, boicottava anche le cene per il finanziamento dello stesso partito. Intanto, mentre la Commissione Bilancio del Senato continua l’esame in sede referente della manovra economica, l’Aula della Camera avvia da lunedì la discussione generale sul decreto fiscale.

Il via libera al provvedimento era atteso sabato ma la seduta è stata sospesa e l’esame riprenderà oggi alle 19. L’approdo in Aula del decreto collegato alla manovra è previsto per la tarda serata di lunedì 2 dicembre e il governo conta di porre la fiducia martedì mattina. La decisione di rinviare i lavori è stata presa, su pressione delle opposizioni, per consentire al governo di sciogliere i nodi ancora aperti. Si tratta ancora sulla norma per il carcere agli evasori.

La maggioranza resta divisa e l’intesa che sembrava raggiunta per una riduzione della stretta sui reati tributari – su cui però Italia Viva continua a chiedere la riduzione a quattro anni e non a quattro anni e mezzo della pena – non è stata ancora formalizzata. Per quanto riguarda la manovra, secondo quanto si apprende da fonti parlamentari, il nodo della revoca delle concessioni autostradali non sarebbe stato ancora affrontato mentre si starebbe lavorando alla riformulazione dell’articolo 91 sull’ammortamento dei beni gratuitamente devolvibili per i concessionari autostradali.  

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Caso Wong, Conte: “Inaccettabili le dichiarazioni dell’ambasciatore cinese” 

hong kong conte wong ambasciatore cinese

Foto: Riccardo De Luca / AGF 

  Giuseppe Conte

L’iniziativa di alcuni parlamentari italiani, che hanno tenuto una videoconferenza in Senato con lo studente e attivistà di Hong Kong Joshua Wong, va “rispettata”. “Poi, se ci sia una suscettibilità…”. È duro il commento del premier Giuseppe Conte: “Ho visto le dichiarazioni dell’ambasciatore cinese, e francamente non le possiamo accettare nel modo in cui sono state formulate”.

Conte ha parlato a Candela, in provincia di Foggia, con i giornalisti che gli chiedevano del tweet con cui l’ambasciatore di Pechino in Italia aveva giudicato “irresponsabili” i politici italiani che hanno fatto la videoconferenza.  

Le parole del Premier arrivano dopo le dichiarazioni della Farnesina, arrivate nella giornata di venerdì, che avevano contestato le posizioni prese dal portavoce dell’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese a Roma. Posizioni definite “del tutto inaccettabili e totalmente irrispettose della sovranità del Parlamento italiano”, in riferimento all’attacco della rappresentanza diplomatica ai parlamentari che hanno partecipato giovedi, al Senato, a una conferenza stampa su quanto accade a Hong Kong. 

Il Ministero degli Esteri aveva inoltre espresso all’Ambasciatore cinese “forte disappunto per quella che è considerata una indebita ingerenza nella dialettica politica e parlamentare italiana”.

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