Undici racconti per salvare una stazione abbandonata

AGI – Il mondo lo hanno fatto le strade e i passi che le hanno percorse. Se si pensa agli innumerevoli sentieri segnati dalla Bibbia, alle consolari che – tutte – portano a Roma, al vagare di Renzo Tramaglino da un comune all’altro, l’esperienza umana è legata a doppio filo al suo girovagare. E prima che l’aereo trasformasse il viaggio in una sorta di salto spazio-temporale, c’è stata un’epoca nemmeno troppo lunga in cui al lento pede del pellegrino e alle sfrenate corse delle diligenze, si è sostituito lo sferragliare dei treni.

Non c’è bambino che non si incanti alla visione di una locomotiva, che sia una Big Boy della Union Pacific o un ETR 1000 di Trenitalia, così come non c’è adulto che non rimanga affascinato dalla scoperta di una stazione dismessa.

Di casolari, fienili, case coloniche e case cantoniere abbandonate l’Italia è piena, eppure nessuna di queste suscita la fascinazione di una stazione abbandonata. Il motivo è semplice: la stazione è il luogo di transito per antonomasia, è il luogo delle attese, degli addii e degli abbracci, delle speranze e delle delusioni, delle fughe e degli arrivi. È il luogo degli amanti e degli assassini, dei travet e dei disperati, è il luogo dove le storie non iniziano e non finiscono mai, ma dove transitano.

Entrando in una stazione abbandonata si avvertono ancora le vibrazioni delle migliaia – a volte milioni – di vite che vi sono passate e quando si tratta di stazioni minuscole, quelle vibrazioni sono più forti, più nette, più distinte. Si distinguono meglio, come le voci nel silenzio di una sala d’aspetto deserta rispetto a quelle nel vociare caotico delle grandi stazioni.

Raccontare una stazione abbandonata significa ridare consistenza ai fantasmi che ancora la abitano e che possono essere quelle dei passeggeri – che come una

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