A che punto è il sistema operativo di Huawei

Huawei sistema operativo

Huawei sarebbe al lavoro su un proprio sistema operativo da almeno sette anni. Ma la blacklist di Trump e la rottura di Google hanno comunque colto di sorpresa il gruppo, che – nonostante professi ottimismo – non sarebbe ancora pronto. Lo scrive il South China Morning Post, citando fonti vicine alla compagnia.

Tutto ha avuto inizio, racconta il giornale cinese in lingua inglese, nel 2012 in una villa di Shenzhen (città dove ha sede Huawei) con vista lago. Un ristretto gruppo di manager e tecnici, tra i quali il fondatore Ren Zhengfei, si è riunito “per diversi giorni” con l’obiettivo di valutare lo sviluppo di un proprio sistema operativo che facesse concorrenza ad Android.

In quell’occasione, che internamente la società definisce “i colloqui del lago” (lakeside talk), Huawei decise di lavorarci, mantenendo però il progetto segreto. Viene portato avanti in un’area blindata nel quartier generale del gruppo, cui manager e tecnici non possono accedere con i propri dispositivi. Grande riservatezza, quindi. E non troppa fretta. Sette anni fa lo scenario era molto diverso da quello attuale: Huawei, che oggi è il secondo produttore al mondo di smartphone, aveva enormi ambizioni, ma una quota di mercato attorno al 5%. Adesso, però, si è messa di mezzo la blacklist della Casa Bianca.

Già prima del bando – lo scorso marzo – Richard Yu, il ceo della divisione consumer, aveva detto al quotidiano tedesco Die Welt di avere “un piano B”, che comprendeva anche un proprio sistema operativo. La recente accelerazione ha costretto Huawei a mostrare i muscoli e illuminare un progetto tenuto nell’ombra per anni. La società di Shenzhen continua a dichiarare che le partnership con Windows e Google sono “la prima scelta“. Si augura quindi che il bando venga annullato dopo il congelamento di 90 giorni. Allo stesso tempo, Huawei ostenta sicurezza e si dice pronta a lanciare un proprio sistema operativo tra l’autunno 2019 e la primavera 2020 (le date non sono ufficiali, ma sono tratte da una dichiarazione di Yu rimbalzata sulla stampa cinese).

In Cina ed Europa ha depositato due marchi che sembrano un altro indizio: Huawei Hongmeng e Huawei Ark OS. Secondo due fonti del South China Morning Post, però, il gruppo “non sarebbe pronto perché il blocco degli Stati Uniti è arrivato improvvisamente”. E’ vero che il sistema operativo è stato testato “migliaia di volte”, ma solo all’interno dei laboratori. Mentre “non ci sono mai state sperimentazioni su un’intera linea di prodotti”. Che, in altre parole, vuol dire che il gruppo “non ha ancora una data certa per il rilascio commerciale”.

Una delle maggiori sfide tecniche riguarderebbe la compatibilità con Android. Far funzionare su Huawei le applicazioni già disponibili oggi sul sistema operativo di Google faciliterebbe un’eventuale migrazione non solo degli utenti ma anche degli sviluppatori, che così non dovrebbero mettere mano al codice per portare le proprie applicazioni sui dispositivi cinesi.

Senza dimenticare che potrebbero, in ogni caso, non esserci le app di Google. Un problema non tanto in Cina (viste le restrizioni) e Usa (dove gli smartphone Huawei non ci sono) ma in Europa e in alcuni Paesi in via di sviluppo. Nessuno conosce l’evoluzione del bando e il quadro normativo all’interno del quale produttori e sviluppatori dovranno muoversi, ma anche solo il timore di avere minori funzionalità e scarsa domanda potrebbe pesare su Huawei: Bloomberg ha parlato di rischio “caduta libera”. E anche Shenzhen ha iniziato a tirare il freno: il gruppo, che aveva fissato al quarto trimestre 2019 l’appuntamento con il sorpasso a Samsung, ha ammesso – per bocca del chief strategy officer della divisione consumer Shao Yang – che “il processo potrebbe essere più lungo”. 

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