Il ‘Treno di cristallo’ di Nicola Lecca che ci porta fuori dall’isolamento

C’è una scrittura, nel nostro Paese, nel nostro modo di fare letteratura, che si sta perdendo. È una scrittura che non è mai fine a se stessa, ma non è nemmeno sacrificata alla trama. Non precipita in modo dozzinale da un paragrafo all’altro inseguendo il ritmo a tutti i costi e non indugia (o indulge) in vane esplorazioni intorno all’ombelico dell’autore.

È, piuttosto, una scrittura votata alla storia, al significato delle cose attraverso la loro descrizione, alla ricerca di quel senso che hanno tanto gli oggetti quanto gli avvenimenti e che danno anima ad accadimenti che altrimenti resterebbero sterili successioni di inchiostro nero su carta bianca.

Di questa scrittura Nicola Lecca è uno degli interpreti – verrebbe da dire dei custodi – più sinceri. I suoi lavori (a partire dalla raccolta di racconti ‘Concerti senza orchestra’ con cui fu candidato allo Strega vent’anni fa) hanno sempre avuto un comune denominatore che è l’eleganza e la precisione di uno stile che pure non ha mai sacrificato la profondità della storia, la cura dei personaggi, la fascinazione dell’intreccio.

‘Treno di cristallo’, la sua ultima opera arrivata nelle librerie pochi giorni prima dell’imposizione del lockdown, risulta essere straordinariamente attuale, ma non come lo sono stati i saggi e i romanzi su contagi e pestilenze che hanno subito conquistato la classifica, quanto piuttosto perché è una storia che in qualche modo costringe a guardarsi intorno in un momento in cui questo ‘intorno’ è limitato alle mura di casa.

La metafora del viaggio in ‘Treno di Cristallo’ (Mondadori, 249 pagine, 18 euro) non è certo inedita, né inedita è la scoperta che un diciottenne fa del mondo che fino al quel momento gli è stato (e si è) precluso, ma Lecca la usa in un modo che la

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