AGI – Un gigantesco balzo per SpaceX, un piccolo passo per la Silicon Valley (e dintorni). Anche se l’azienda ha sede a Sud di Los Angeles, pochi incarnano lo spirito della valle come Elon Musk. Il decollo del Falcon 9 assicura un dividendo di popolarità di cui avevano bisogno sia il ceo che le società della West Coast.
L’epica della Silicon Valley, quella dei garage e dei ragazzini diventati miliardari, quella delle regole e dei mercati rivoluzionati dall’innovazione tecnologica, si è ammaccata negli ultimi anni. Musk non è mai rimasto impelagato in scandali sulla privacy o nelle accuse di monopolio. Eppure anche la sua immagine si era appannata. Lui ci ha messo (tanto) del suo: i tweet poco ortodossi, le burle social, la deriva complottista sul Covid-19 e la spinta per riaprire subito l’impianto produttivo della casa (con minaccia di mollare la California).
Questione di reputazione
Secondo la classifica 2019 di Glassdoor dei ceo di società americane più apprezzati dai propri dipendenti, Musk è fuori dalla top 100. Non vuol dire che sia odiato, visto che per entrare in graduatoria serve un apprezzamento oltre il 90%. Ma colpisce comunque il fatto che il padre del primo volo spaziale privato con equipaggio fosse ottavo nel 2017, proprio per il suo ruolo in SpaceX. Nel 2018 era già 49esimo. I dati di Glassdoor sono ballerini perché si giocano sul filo dei giudizi, raccolti con indicazioni volontarie (non sono quindi un campione accurato).
ùMa dietro la discesa di Musk c’è qualcosa di più: c’è una tendenza. Nel 2016, cinque degli otto ceo più apprezzati guidavano società tecnologiche: Facebook, LinkedIn, Salesforce, Google, Apple. Nel 2019 ne erano rimasti due: Jeff Weiner di LinkedIn (una costante) e Satya Nadella di Microsoft (l’antidivo dei ceo tecnologici).
È il segnale dei guai attraversati dai gruppi (Apple con le vendite ![]()
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