La lezione di pace che Amos Oz ci ha lasciato

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La morte di Amos Oz, lo scrittore israeliano scomparso a 79 anni, lascia un vuoto importante non solo nella letteratura, ma anche nell’impegno pacifista degli artisti che come lui, David Grossman, Abraham Yehoshua e Etgar Keret, hanno apertamente criticato il loro Paese, Israele, pur rimanendo fedeli alle proprie radici. L’impegno politico di questi autori è sempre stato aperto e chiaro: un impegno contro la violenza e per una soluzione pacifica e negoziata del conflitto infinito tra israeliani e palestinesi. 

Tutti hanno vissuto da vicino questa battaglia (Grossman ha perso suo figlio Uri, 20, durante la guerra del Libano), sono stati criticati e minacciati per aver mantenuto, da posizioni di sinistra, un confronto aperto con le autorità israeliane, e lo hanno fatto senza mai lasciare il territorio di un Paese che difendono al di là delle loro politiche. Oz era da sempre molto critico con l’occupazione israeliana dei Territori palestinesi, durante la Guerra dei sei Giorni, nel 1967. E ultimamente era stato molto critico anche con la politica del premier Benjamin Netanyahu e il “crescente estremismo della sua azione di governo.

“Amo Israele anche quando ho voglia di seppellirlo”

Era stato il co-fondatore del movimento “Peace Now”, creato nel 1978 da un gruppo di 348 tra soldati e riservisti israeliani che scrissero una lettera aperta al primo ministro Menahem Begin chiedendo di firmare la pace con l’Egitto, raggiunta poi nel 1979. Uno dei momenti chiave di questo attivismo fu quando nell’agosto 2006 “Peace Now” esortò il governo israeliano, allora guidato da Ehud Olmert, ad accettare il cessate il fuoco nella guerra in Libano; e appena due giorni dopo quell’appello, Uri, il figlio di Grossman, morì in un’operazione militare. Lungi dall’abbandonare il loro impegno, questi intellettuali continuarono nella loro contestazione e un anno più tardi chiesero a Olmert, ancora una volta, in un manifesto, di negoziare la tregua con Hamas. Il documento definiva “intollerabili” i “continui attacchi” con razzi artigianali sparati da Gaza verso Israele da parte dei miliziani palestinesi, ma ricordava anche che lo Stato ebraico “in passato ha negoziato con i suoi peggiori nemici”.

“Amo Israele, anche quando non mi piace, anche quando ho voglia di seppellirlo”, raccontò piu’ tardi Oz. “Credo nella letteratura come un ponte tra i popoli. Credo che la curiosità abbia infatti una dimensione morale. Credo che la capacità di immaginare il prossimo sia un modo di immunizzarsi contro il fanatismo. La capacità di immaginare il vostro vicino non solo rende l’uomo più efficace e un amante migliore, ma lo rende anche una persona umana. Parte della tragedia arabo-ebraica è nell’incapacità di molti di noi, ebrei e arabi, di immaginare l’altro. Di immaginare davvero gli amori, le terribili paure, la rabbia, la passione. Tra di noi regna troppa ostilità e troppo poca curiosità”

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