Donat-Cattin, l’eterno dissidente che faceva ballare la Dc

carlo donat-cattin anniversario 

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Carlo Donat-Cattin

Cattolico scomodo, come lo si definiva spesso ai suoi tempi, o adulto – come si preferirebbe ora – che fosse, Carlo Donat-Cattin era l’unico esponente della Dc cui Ciriaco De Mita prestasse veramente attenzione quando parlava. Anche quando De Mita era il dominus assoluto del partito che era il dominus della politica italiana.

La spiegazione è semplice: De Mita non amava troppo i dissidenti, ma parecchio gli intelligenti (magari senza riconoscerglielo). Ragion per cui non amava Donat-Cattin per il primo motivo, ma lo stimava e non poco per il secondo. Ecco allora il personaggio che oggi, al Senato, Sergio Mattarella e Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidenti della Repubblica e del Senato, si apprestano a ricordare. 

Era, notoriamente, un bastian contrario. De Mita aveva l’80 percento del Partito? Bene, del restante 20 percento una parte era sua, la più irriducibile. Anche se poi gli toccava essere minoranza nella minoranza, ma non importa.

Sempre dall’altra parte

Anzi, è meglio: meno siamo, meglio stiamo, e ci facciamo sentire ancor di più. Soprattutto in un partito in cui le minoranze magari non sono amate, ma senz’altro rispettate e valorizzate. Altri tempi: non c’erano i leader e i partiti personali e decisionisti, ma i segretari e i partiti pensanti.

Non c’erano i siti e i social, che hanno ridotto la politica ad un fulminante ed incenerente scambio di battute che spesso sfociano nell’insulto.

Prima di parlare si elaborava un concetto, e quel concetto richiedeva per l’affinamento un processo più sobbollente e ponderato di quello che il vangelo dello slow-food esige nell’elaborazione di un autentico ragù. Sennò è una poltiglia.

Non stupisca, allora, che una volta la ripresa annuale della politica fosse segnata, ad ogni settembre, non dalle porchette vendute in una festa campagnola tra un selfie ed un like, ma dal convegno annuale che Carlo Donat-Cattin organizzava con cura certosina a Saint-Vincent. 
Non è un caso nemmeno che Donat-Cattin fosse uomo di sinistra, ma di una sinistra tutta sua.

Cioé: sinistra Dc, certo, ma mica dell’ortodossia basista. Piuttosto dell’eresia sociale, quella che trae buona parte delle sue radici da un dossettismo sconfitto dalla storia ma sempre presente e combattivo, con poche venature lapiriane (La Pira stravedeva per Fanfani, semmai) e tanto sindacalismo, quantomai combattivo.

Sarebbe stato difficile aspettarsi qualcosa di diverso, dal figlio di un fondatore del Ppi finito in un lager che a sua volta ha fatto la Resistenza, studiato alla Cattolica di Milano, è stato plasmato da quella congerie di placidi riottosi che era l’Azione Cattolica di Montini e poi si mette a fare il sindacalista. Ma mica della Cgil, che una volta pur guidava l’unità sindacale: della Cisl, che era opposizione non di rado minoritaria rispetto alla confederazione sorella. Ma è proprio questo il gusto.

Lo Statuto

Alla politica attiva Donat-Cattin inizia a dedicarsi nel 1954.

Tempo quattro anni e finisce in Parlamento, tempo un’altra legislatura e sponsorizza l’apertura a sinistra che fa da incubatrice al primo centrosinistra, quello di Moro.

Diventa, e non poteva essere altrimenti, ministro del lavoro e genera – non da solo, anche se per il suo temperamento non sarebbe stata da scartare l’ipotesi della partenogenesi – lo Statuto dei Lavoratori del 1970, che poi è uno dei pilastri dell’Italia civile che resiste anche negli anni successivi.
Complesso, lo abbiamo detto, il suo rapporto con la Dc.

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Vittorio La Verde / AGF 

Ciriaco De Mita – Bettino Craxi 

Con Aldo Moro il rapporto era a dir poco complesso. Quando De Mita diventa segretario, la vera opposizione non la fa Andreotti, ma quel Forlani che proprio con De Mita, anni prima e quando entrambi erano giovani leoni, aveva stretto il Patto di San Ginesio.

Chi meglio di lui come alleato? L’intesa dura anni ed anni, anche dopo che Forlani si è ripreso la segreteria democristiana e De Mita è stato defenestrato prima da Palazzo Chigi e poi dal Gesù.

Ma si profila, intanto, anche il tramonto dello Scudocrociato, e quello della Storia. O almeno della Storia come la si stava scrivendo fino a quel momento.Donat-Cattin non fa in tempo a vedere i tempi nuovi, se non in minima parte: scompare nel 1991, tre mesi dopo il figlio Marco.

E questo costringe ad aprire una parentesi dolorosa.

Cronaca familiare

Marco era il suo quarto e ultimo figlio. Un ribelle, e non ci si chieda a chi somigliasse.

Fece una scelta ingiusta, radicale e terribile: aderì al gruppo terroristico di Prima Linea, la sorella minore delle Brigate Rosse. 

Scampò ad un certo punto all’arresto, e ci fu chi disse che era stata una combine tra suo padre e Francesco Cossiga, all’epoca ministro dell’interno.
Altri conclusero, come in una pagina di Manzoni, che c’era la solita lega di signori. Giovanni Spadolini, che in vita sua ebbe momenti di maggiore signorilità, commentò che qualcuno avrebbe dovuto dimettersi.

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Carlo Donat-Cattin

Lo stesso fece il Pci di Berlinguer, che pure sulla natura del terrorismo rosso aveva le idee chiare. Il padre di Marco si dovette dimettere. Marco venne comunque arrestato, estradato e condannato. 

In carcere ritrovò se stesso e ricominciò a vivere. Uscì di prigione, e proprio nel 1991 si trovava a guidare in autostrada quando vide un incidente. Scese dalla macchina e si mise in mezzo alla carreggiata per impedire che altre auto andassero a schiantarsi su quelle che si erano fermate.
Si accorsero della sua presenza troppo pardi, e troppo tardi arrivò l’ambulanza. Solo una cosa del genere poteva mettere in ginocchio persino Carlo Donat-Cattin.

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