AGI – “Condivido estratti di storie di violenza vere, toccate con mano. Non mi abbandono agli allarmismi e non infondo false speranze, perché so che nessuna legge potrà mai annullare del tutto l’orrore dalle cronache». Parola di Vito Franchini, 43 anni, nato in Iran, di origine mantovane, scrittore e carabiniere. Di qualche giorno fa è il suo esordio nella letteratura di genere con il thriller Il predatore di anime (Giunti, 392 pp., 16, 90 euro), da subito nella top 20 e in ristampa. Un testo attualissimo, che parla di stalking.
Il libro, pura fiction, è la storia di Sabina, commissario di polizia a Roma, che si trova a fare i conti con un caso di omicidio-suicidio tra coniugi che, all’inizio, non sembra rivelare troppe sorprese. Finché i sospetti non ricadono su un uomo con cui entrambe le vittime hanno avuto contatti il giorno della morte: il misterioso Nardo Baggio. Operatore Shiatsu, ufficialmente, nella realtà la sua attività è dare supporto alle vittime di stalking, cercando di tutelare, soprattutto, quelle a rischio di omicidio. Un supporto emozionale, ma anche e soprattutto fisico, molto fisico. Nardo appare dal nulla, colpisce e scompare. Non è rintracciabile, e picchia forte.

Ha idee chiare, Vito Franchini, sulle dinamiche che si generano intorno agli atti persecutori: “Se ne esce solo insegnando cultura e rispetto delle individualità, cercando di separare, una volta per tutte, il concetto di sentimento da quello di possesso, di proprietà privata. Per assurdo – aggiunge Franchini – in un paese come il nostro dove i legami famigliari sono culturalmente più sentiti, è più probabile che un rapporto finito degeneri nel sangue. Tutto gira attorno alle parti più deboli di questi rapporti: non devono denunciare casi risolvibili nel privato e, al contrario, instradare

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