La Cultura italiana sta per essere riformata. Di nuovo

riforma beni culturali

Mimmo Frassineti / AGF

Il parco dell’Appia Antica a Roma

Cultura, si cambia. Picconata o smontata, un po’ alla volta la “riforma Franceschini” del Ministero dei Beni e delle Attività culturali verrà smantellata. Il ministro a 5 Stelle Alberto Bonisoli, dopo lunghi mesi ha ora “pronta una bozza di riorganizzazione” del Ministero, come si può leggere in una cronaca del supplemento Robinson-la Repubblica.

E secondo quali linee guida? Riassunto, il nocciolo è in po’ questa: si eliminano decentramento e autonomia in favore di una maggiore centralizzazione. La “bozza” contiene dunque una riorganizzazione “in cui è previsto – si può leggere nell’articolo – che quattro dei trentadue musei e siti monumentali resi autonomi“ dalla riforma Franceschini “autonomi non siano più”. Parallelamente, “maggiori poteri vengono assunti dalle strutture romane del ministero e dal segretariato generale” mentre di pari passo nasce una nuova direzione “Contratti e concessioni” che, oltre una certa soglia di spesa, “bandirà gare d’appalto anche per i siti autonomi, compresi quelli di grandi dimensioni (Uffizi, Pompei, Colosseo)”.

Quindi sarà poi la direzione generale Archeologia, belle arti e paesaggio “ad autorizzare i prestiti per le mostre”. Cambia infine nome anche la direzione Arte e architettura contemporanee e periferie urbane per diventare Creatività contemporanea e rigenerazione urbana, che comprenderà moda e design.

Quanto ai quattro siti che non d’ora in poi non compariranno più nell’elenco degli istituti autonomi, sono: il Parco dell’Appia antica e il museo di Villa Giulia a Roma, il castello di Miramare a Trieste e la Galleria dell’Accademia a Firenze. Anche se, avverte il quotidiano romano, “nessuno dei direttori dei quattro siti ha ricevuto una comunicazione ufficiale”. E, allo stato attuale – sottolinea l’articolo – ancora “non si sa con sicurezza quale sarà il destino dei siti, quale sia stato il criterio per selezionarli né i tempi di applicazione”.

E la stessa incertezza grava sul museo di Villa Giulia, un tempo parte della Soprintendenza dell’Etruria meridionale, poi transitata al Polo museale del Lazio, quindi diventata autonoma, con un direttore che, vinto il concorso, si è insediato a maggio del 2017 con un contratto che scade a maggio 2021. Ottimi i risultati e la performance della Villa, che nell’ultimo anno ha visto aumentare i visitatori di un 14 per cento rispetto all’anno precedente.

Più a rischio, invece, è il futuro per la Galleria dell’Accademia di Firenze. Il contratto della direttrice Cecilie Hollberg, in carica dal 2015 è in scadenza, così come lo sono i suoi colleghi, italiani e stranieri, insediatisi con la prima tornata dei concorsi avviati dalla riforma Franceschini. “Perché poi Bonisoli dovesse dedicarsi a riformare la riforma, resta misterioso” ha osservato Il Foglio: “A fronte di una situazione del Mibact problematica, ad esempio la carenza di personale cui invece non si fa fronte. Le assunzioni della legge di Bilancio si sono trasformate in un annuncio di nuovi concorsi entro il 2019. Dovrebbero essere 3.600, ma entro il 2021, e le prime solo nel 2020” precisa il quotidiano diretto da Claudio Cerasa.

E sui nuovi direttori, a marzo, Tomaso Montanari, storico dell’arte, assai polemico con Franceschini e con la riforma da lui varata, su Il Fatto Quotidiano a proposito dei direttori ha scritto che “non tutti meritano riconferma”, ma che l’intento di Bonisoli e “la sua grande occasione” insieme è quella di “fermare certi superdirettori”, quelli insediati da Franceschini. Ci riuscirà? In fondo sono anche il simbolo della riforma voluta dall’attivissimo ministro del centrosinistra, supercontestato a destra quanto a sinistra. 

Ma Il Foglio poco oltre osserva: “Non tutto sembra destinato a evolvere per il verso giusto, l’impostazione è centralizzatrice e i nuovi poteri che le direzioni generali dovrebbero assumere saranno da valutare. Ma intanto anche l’altra commissione messa all’opera dal ministro, quella per la revisione del rapporto tra pubblico e privato nella gestione dei beni culturali (questa sì più utile) sembra andare in direzione di una maggiore modernità e flessibilità che non piaceranno ai soliti noti (nessuno vuole dirlo, ma sotto esame c’è il Codice dei beni culturali ispirato da Salvatore Settis all’insegna della “conservazione”). Forse il solo vero imputato sul banco dell’accusa.

Così Il Sole 24 Ore solo pochi giorni fa scriveva che “Il Belpaese moltiplica le soprintendenze” (da 12 a 15) e che la riforma del ministero dei Beni culturali si gioca tutta tra due estremi: “accorpamenti ed espansioni”. Quanto alla notizia riportata da Repubblica-Robinson, la direttrice della Galleria dell’Accademia di Firenze Cecilie Hollberg così commenta: “Non trattandosi di un decreto né di una notizia ufficiale, mi sembrerebbe prematuro esprimermi in merito. Mi sorprende leggerlo, poiché siamo un museo che festeggia un successo dopo l’altro: siamo tra i primi due musei statali italiani”.

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