Politica

Pausa di confusione sul decreto sicurezza bis

consiglio ministri decreto sicurezza bis

 (Afp)

  Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Matteo Salvini 

Un altro rinvio. L’ennesimo. Dopo una giornata tesissima. Con un pre-Consiglio alle 16 e un Consiglio alle 20.30, disertato dal sottosegretario Giorgetti, al centro di una giornata di polemiche per l’intervista pubblicata da La Stampa la mattina, con la quale ha messo in discussione l’imparzialità del premier. Giorgetti se ne “resta a Milano” come si legge su Il Fatto. Dove la sera “all’hotel Four Season” s’è trattenuto a colloquio con l’ambasciatore Usa in Italia Lewis Eisenberg e il nostro a Washington Armando Varricchio, a margine dell’incontro tra le multinazionali americane in Italia e le aziende italiane che operano oltreoceano, dove il sottosegretario era ospite d’onore, racconta il quotidiano sabaudo.

“Alle 00.35 il Consiglio dei ministri a tappe forzate si scioglie. Si è litigato e non si è deciso quasi nulla, se non le nomine di Mazzotta al vertice della Ragioneria dello Stato, Zafarana alla Guardia di Finanza e Tridico all’Inps. Ma il cuore dello scontro è sui decreti, sicurezza bis per la Lega e famiglia per il M5S, già spediti per conoscenza al Colle. Pressato dai due vice, Conte si è visto costretto a metterli sul tavolo. Sperava di cavarsela con un esame indolore, ma Salvini ha alzato la voce”, si legge in un passaggio della cronaca del Corriere della Sera. Ed è il clou, il cuore della serata di vertice. Chiedendo: “Sono qui, mi dica quali?” rivolto a Conte, riferisce la Repubblica, che aggiunge: “Per me possiamo restare tutta la notte. Il Quirinale vuole dirmi prima quali sono i suoi dubbi? Bene, li ascolto. Sono pronto a cambiare il decreto. Ma voglio che si voti”. Ma così non andrà. “Attendo di capire quali sarebbero le criticità. A noi nessuno ha espresso nulla” si legge nel retroscena del Corriere.

Il Fatto racconta che lo scontro si è infiammato sul decreto sicurezza bis, perché dopo le polemiche “gli uffici di Matteo Salvini hanno redatto una nuova bozza del testo studiato per reprimere immigrazione e conflitto sociale. Le modifiche però sono, se possibile, perfino peggiorative, tra norme confuse e altre a rischio incostituzionalità che difficilmente passerebbero il vaglio del Quirinale”. E i timori sono tali “che in giornata il consiglio degli esperti di diritti umani della sede di Ginevra delle Nazioni Unite chiede all’Italia di ‘bloccare il decreto’, mentre il segretario generale Antonio Guterres avvisa che “le norme internazionali a tutela dei rifugiati vanno rispettate”.

Il governo è fuori rotta. Tanto che, osserva il notista de la Repubblica Stefano Folli, “giunti a questo punto, la vera domanda da porsi non è quanto durerà la maggioranza, bensì quanto durerà la legislatura. Che la compagine guidata da Conte sia giunta al suo epilogo è evidente a chiunque scorra in modo distratto le cronache politiche”. E in effetti La Stampa di Torino apre la sua prima pagina cartacea con questo titolo: “Lega, Salvini si prepara alla crisi”. “Sanno solo litigare” titola Il Giornale per quella che viene definita una giornata di una “Doppia truffa elettorale”. Mentre per la Repubblica il titolo principale è: “Capolinea Italia”.

Al punto che “Matteo Salvini sta valutando se confermare il suo viaggio negli Stati Uniti e soprattutto l’appuntamento clou, quello dell’8 giugno con il vicepresidente americano Mike Pence. Non è stato ancora disdetto ma il leader della Lega lo tiene in sospeso perché adesso non esclude che, dopo il voto europeo del 26 maggio, si aprirà la crisi di governo” si legge in un retroscena su La Stampa. Forse anche di questo Giorgetti ha parlato con l’Ambasciatore Usa ieri sera a Milano, come osserva il giornale sabaudo.

“Matteo Salvini entra a Palazzo Chigi con una strategia chiara: ‘A costo di tenerli inchiodati fino all’alba, il decreto sicurezza bis si vota’” è l’incipit di una cronaca dell’edizione di carta de la Repubblica che va sotto il titolo “L’ultimo duello è sulla sicurezza. Governo bloccato”. “Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte – si legge ancora – era certo di aver vanificato ogni possibilità. La mossa delle ultime ore era stata quella di mandare i due decreti – quello del capo del Viminale e quello sul miliardo per le famiglie che fanno figli di Luigi Di Maio – direttamente al Quirinale per un inusuale vaglio preventivo.

Una telefonata col Colle lo avrebbe rassicurato: troppi dubbi sul sicurezza bis per approvarlo. Quando, alle dieci di sera passate, si arriva a discutere quello che secondo l’ordine del giorno emanato da Palazzo Chigi doveva essere solo un ‘inizio esame’, i 5 stelle capiscono che l’hanno fatta troppo facile”. Matteo Salvini non è disposto ad accettare altri maltrattamenti dopo quello subito con l’esclusione del sottosegretario a Trasporti Armando Siri, buttato fuori dal governo. Quindi si va avanti a suon di pan per focaccia. Rimpallandosi e rinfacciandosi responsabilità.

Ciò che produce “una paralisi che si trascina da tempo, sullo sfondo dello sconfortante bilancio di un anno di governo, ma che sta raggiungendo punte grottesche negli ultimi giorni della campagna elettorale” scrive ancora Folli sul quotidiano diretto da Carlo Verdelli. “Qualcuno dice che proprio questa è la chiave del rebus: la rissa è funzionale ad acchiappare voti e dopo tornerà tutto come prima. Nulla si può escludere in questa stagione di miope cinismo. Ma l’opportunismo di cui Cinque Stelle e leghisti sono campioni — i primi addirittura più dei secondi — fatica ormai a nascondere la loro crescente divergenza, dovuta a modi diversi di stare nella società e nell’economia. Salvini e Di Maio parlano a due Italie diverse che nel corso dell’ultimo anno non hanno trovato una sintesi nel governo giallo-verde, ma solo una sommatoria di interessi e di relativi provvedimenti”.

Neanche in base alle taumaturgiche doti del premier mediatore di cui Il Messaggero descrive ormai “la parabola” in un editoriale: “Una mediazione sarebbe riuscita a un Andreotti, o anche a una figura ormai dimenticata della vecchia DC, come Mariano Rumor. Perché comunque è un’arte, che non si apprende nelle aule universitarie o sui libri. Si tratta di un delicato equilibrio di azione e inazione, di un contrappunto di parole e silenzio. Se prevale l’inazione si rischia il galleggiamento ma se predomina l’azione si finisce invece per irritare uno dei soggetti su cui si esercita la mediazione”. Di un’azione improvvida sarebbe perciò vittima oggi il premier Conte. Il “caso Siri” o il rinivio preventivo al Quirinale del decreto bis sulla scurezza?

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Il leader di Forza Nuova ha detto che molte delle sue idee oggi sono al governo 

fiore forza nuova governo 

ELIANO IMPERATO / Controluce

Roberto Fiore, Forza Nuova

“Molte delle idee che circolano a livello governativo nascono da Forza nuova. Parlo della sovranità monetaria, della Russia all’interno dell’Europa, del blocco dell’immigrazione e dell’aiuto in Africa, parlo del tutelare la famiglia tradizionale. Queste sono idee che abbiamo portato avanti dal 1997 e che oggi entrano in ambito politico perché i politici devono seguire la vox populi”.

Lo ha detto il leader di Forza Nuova, Roberto Fiore, a margine di un comizio elettorale nel centro di Bologna. “Salvini da politico intelligente – ha continuato Fiore – dice quello che la gente vuole sentire. Questo conferma il fatto che le nostre idee stanno vincendo. Anche l’invocazione alla Madonna, che non e’ piaciuta molto ai vescovi nostrani, ha un significato particolare per noi italiani e in questa invocazione io mi riconosco. Penso che anche li’ noi abbiamo preceduto i tempi – ha concluso il leader di Forza nuova – offrendo una visione del mondo ancorata ai nostri valori religiosi”.

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Il leader di Forza Nuova Fiore contestato a Bologna, scontri tra manifestanti e polizia

Forza Nuova Bologna scontri

Michele Spatari / NurPhoto 

Roberto Fiore – Forza Nuova (Afp) 

Scontri a Bologna tra forze dell’ordine e manifestanti che protestano contro la presenza in città del leader di Forza Nuova, Roberto Fiore. Circa un migliaio di persone si sono dirette davanti al blindato della polizia che impediva l’accesso in piazza Galvani dove è previsto il comizio di Fiore in vista delle elezioni europee. Prima i cartelli utilizzati per colpire il mezzo della polizia poi sono partite dal corteo bottiglie di vetro, fumogeni e petardi. Le forze dell’ordine hanno così caricato i manifestanti e sono volate diverse manganellate. 

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Il Consiglio dei ministri più difficile del governo Conte

decreto sicurezza bis migranti cdm 

Francesco Fotia / AGF 

Giuseppe Conte

Mentre il magistrato ordina lo sbarco dei migranti a bordo della Sea Watch, dunque la loro accoglienza, e “Salvini lo scopre in diretta tv” – come titola a pag. 2 il Corriere della Sera – tanto che va in onda, diretto e frontale, lo “scontro Salvini-pm”, c’è adesso un grosso problema: che riguarda proprio il decreto sicurezza bis. Perché “non è correggibile, non può essere riscritto in modo da risultare conforme alla Costituzione: quel che il vicepremier leghista pretende di imporre per legge semplicemente non si può fare” scrive Il Fatto Quotidiano nella sua edizione cartacea, uno dei motivi per cui “non può essere approvato”.

Notizia che affiora proprio la mattina del Consiglio dei ministri, riunione attesa da dodici giorni e prevista per oggi e che la sera della vigilia non era stata ancora convocata, sottolinea il Corriere, che in un retroscena racconta “L’imbarazzo di Conte che rallenta l’iter del decreto sicurezza”: “Il premier, che si è arrovellato per giorni per sminare il vertice, è stato fino all’ultimo tentato di rinviare tutto. Finché alle dieci di sera ha dato il via libera alla convocazione più sofferta del suo mandato.

Un vertice elettorale

In vista della bufera post-voto, che potrebbe travolgerlo. Conte punta a muoversi in sintonia con il Colle e avrebbe volentieri tolto di mezzo il decreto-bandiera della Lega, senza nemmeno appoggiare i faldoni sul tavolo. Ma Salvini non gradisce altri ‘rallentamenti da campagna elettorale’, ha fretta di ‘andare a lavorare’ al Viminale e ha spronato pubblicamente Conte ribadendo che ‘il decreto è pronto’. Un assaggio della sua ira, se il Cdm fosse stato rinviato” sottolinea il quotidiano di via Solferino.

“E così l’avvocato pugliese si è rassegnato a presiedere un Consiglio che a Palazzo Chigi chiamano ‘light’, o ‘vuoto’”. Pertanto il Cdm di oggi sarebbe solo “un passaggio formale” che “consenta a Salvini e Di Maio gli ultimi spot elettorali, mentre il voto sui provvedimenti (sicurezza e Famiglia, ndr) slitterà a dopo il 26 maggio”. Fin qui l’iter, dunque.

Quanto ai contenuti del disegno di legge, Il Fatto sostiene che la sua non approvabilità è ormai “pure l’opinione che s’è andata formando tra i giuristi del governo (da Palazzo Chigi ai ministeri) e – per ora informalmente – del Colle”. I motivi? “Il testo, molto snello (12 articoli) – scrive il quotidiano diretto da Marco Travaglio – è una sorta di compendio delle ossessioni di Salvini: reprimere l’immigrazione irregolare e il conflitto sociale. Obiettivi, se non condivisibili, politicamente legittimi, che però non possono essere perseguiti in modo da confliggere con Carta e leggi vigenti, cioè a danno dei diritti di cittadini italiani ed esseri umani in genere.

Guerra di logoramento tra alleati

Pertanto il testo del dl Sicurezza bis “messo a punto dal Viminale – si legge su Il Messaggero di Roma – oltre a sollevare dubbi di costituzionalità, non convince Conte e non piace proprio al M5S che ne contesta l’intera struttura e soprattutto la sottrazione al ministero di Toninelli di alcune competenze. Per ritorsione analogo destino segna il presunto ‘decreto famiglia”. E a scrivere a chiare lettere che dietro lo scontro sulla Sea Watch e il tentativo di affossamento del dl bis sulla sicurezza, “c’è lo zampino del M5S”, è Il Giornale, ciò che “riscatena la guerra tra alleati”. E “il gioco di sponda fra Conte e Di Maio mira a indebolire la Lega”. Tattica di logoramento in un governo di separati in casa, ma in “un clima avvelenato che preoccupa una volta di più il Colle che ha seguito con attenzione tutto il crescendo del confronto tra Salvini e la procura di Agrigento” scrive il quotidiano diretto da Sallusti.

E così, a causa dei veti incrociati sule leggi, su “Sicurezza e famiglia, il governo in lite è chiuso per voto” titola su carta la Repubblica. E “spaccato su quarantasette ostaggi del mare”. Di più, “talmente diviso che fino a sera Giuseppe Conte si rifiuta perfino di comunicare allo staff l’orario di convocazione del Consiglio dei ministri previsto per oggi. A Palazzo Chigi, al netto di qualche nomina, non passerà neanche uno spillo. ‘Non ci sono le condizioni per approvare il decreto sicurezza bis – fa trapelare il premier – Salvini sa come la penso’” riscostruisce il quotidiano diretto da Carlo Verdelli.

Lo sfogo di Giorgetti

Ma è La Stampa di Torino a dar corpo ai fantasmi che si sono impossessati di Palazzo Chigi in un’intervista al sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti che, nell’ammettere che “nell’esecutivo non riusciamo nemmeno più a fare un ordine del giorno”, “i 5 Stelle ci fanno opposizione” e “il governo è fermo da 20 giorni”, allo stesso tempo confessa anche come “la lealtà di Salvini con Di Maio “è irragionevole”.

Lega sotto assedio, pertanto? “È tipico di quelli che emergono con forza, di quelli che stanno per affermarsi. È capitato anche ad altri. Salvini è stato visto come un pericolo e le bombe arrivano da tutte le parti. Se sfidi il potere costituito in Italia e in Europa diventi un pericolo che in qualche modo deve essere sterilizzato” è la risposta di Giorgetti. Un altro giorno di passione, lo scontro continua.

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Conte replica a Giorgetti: “Gravissimo mettere in dubbio la mia imparzialità”

conte giorgetti

Dura replica del premier, Giuseppe Conte, al sottosegretario Giorgetti che, in un’intervista a La Stampa aveva messo in dubbio la posizione di super partes da parte dello stesso presidente del Consiglio. “Quando la dialettica elettorale trascende e mette in discussione l’imparzialità del presidente del Consiglio – ha detto Conte – la cosa non è grave, è gravissima”.

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Autonomia, Di Maio: serve tempo, così com’è scritta non aiuta Regioni

Autonomia Di Maio frena serve tempo

Francesco Fotia / AGF 

Luigi Di Maio

Il leader M5s Luigi Di Maio frena sull’autonomia, che la Lega chiede invece di varare subito. “Io penso semplicemente che l’autonomia si debba fare ma si deve scrivere per bene. Ricordo bene quello che è successo con il Titolo V della Costituzione nel 2001… Stiamo ancor pagando le conseguenze di una riforma scritta in fretta e furia dal centrosinistra per tenere testa a Bossi con il federalismo. Adesso se vogliamo farla per bene prendiamoci qualche altro giorno in piu'”, ha detto il vicepremier Luigi Di Maio rispondendo alle domande dei giornalisti a margine di una visita in un’azienda nel Vicentino.  

“Lo so che i veneti e i lombardi non vogliono aspettare ancora perché hanno votato un referendum e devono avere l’autonomia, ma così come è scritta non aiuterà né il Veneto, né la Lombardia, né tanto meno le altre regioni d’Italia” ha concluso.

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A che punto è il governo con i decreti attuativi? E, soprattutto, cosa sono i decreti attuativi

decreti attuativi

Una legge è poco più che una buona intenzione se non vengono messi a punto quei dettagli che servono a renderla applicabile. Si chiamano decreti attuativi e, se la legge in sé è l’anima, possiamo paragonarli al corpo. OpenPolis ha fatto il conto di quanti ancora mancano.

Il processo legislativo in Italia è complesso e lungo, e coinvolge numerosi attori. Comunemente si pensa solo al Parlamento. Qui le proposte di legge, e il tanto lavoro in aula e nelle commissioni, contribuiscono in maniera imprescindibile alla formazione delle norme che regolano la vita nel nostro paese.

Ma si tratta solo di una prima parte dell’iter, che possiamo definire “il primo tempo” delle leggi. Dopo l’attività di parlamento e governo comincia infatti un secondo tempo, altrettanto importante, ma più lungo e complesso Spesso infatti aspetti pratici, burocratici e tecnici necessari per applicare e implementare le leggi sono affidati ad altri soggetti istituzionali, principalmente i ministeri. Questi si devono occupare dei cosiddetti decreti attuativi, provvedimenti necessari per completare gli effetti della norma stessa.

Si tratta di una fase molto particolare dell’iter legislativo, per due motivi. L’azione si sposta dal Parlamento ai numerosi uffici competenti e le dinamiche politiche lasciano il posto a quelle burocratiche e tecniche. Inoltre i tipi di atti e di iter coinvolti si moltiplicano. In aula si parla di disegni di legge (ddl), emendamenti e leggi, mentre nel secondo tempo, quello degli uffici, si passa a decreti ministeriali, decreti del presidente della repubblica, provvedimenti direttoriali, deliberazioni Cipe, protocolli d’intesa, linee di indirizzo, documenti di programmazione e altro ancora. Passaggi naturali del processo di attuazione delle leggi approvate dal parlamento, che però rendono molto difficile monitorare l’implementazione delle norme e capire chi sia responsabile della mancata o cattiva applicazione dei provvedimenti.

I dati del governo Conte

Analizzando i dati pubblicati, aggiornati allo scorso 30 aprile, possiamo fare delle prime considerazioni sullo stato di implementazioni delle leggi nella XVIII legislatura. Dei 154 provvedimenti legislativi deliberati in consiglio dei ministeri dall’attuale esecutivo, 52 sono stati poi pubblicati in gazzetta ufficiale. Di questi, 26 hanno richiesto ulteriore lavoro extra-parlamentare. Parliamo per la precisione di 284 decreti attuativi, di cui quasi la metà, 111, sono riconducibili alla legge di bilancio approvata a fine anno.

Tra gli altri testi che stanno richiedendo maggiore lavoro extra-parlamentare abbiamo anche il decreto crescita (ancora in discussione in parlamento) con 29 decreti attuativi previsti, e la legge di conversione del decreto Genova (26 decreti attuativi).

Dei 26 provvedimenti che hanno richiesto almeno 1 decreto attuativo, solamente uno, la legge anticorruzione, è stata poi completata in fase di attuazione. Per gli altri 25 testi il lavoro risulta ancora incompleto, e per 18 di essi non è neanche iniziato, essendo stati adottati zero decreti attuativi.

Sul totale dei 284 decreti attuativi previsti, 48 sono già stati adottati, mentre ne mancano ancora all’appello 236. La responsabilità per l’attuazione come noto ricade ora sui ministeri, e la classifica dei ministeri più coinvolti è strettamente collegata ai contenuti dei testi appena elencati.

I ministeri dell’Economica (37 decreti attuativi mancanti), dell’Infrastrutture e dei trasporti e quello dello Sviluppo economico (entrambi con 36) sono i dicasteri più sollecitati. Spetterà ora agli uffici competenti adottare le norme mancanti per i diversi provvedimenti, per una media di 13 decreti attuativi ancora da adottare per ministero.

I decreti attuativi possono avere dei termini di scadenza, cioè una data entro cui il provvedimento specifico deve essere adottato. Scaduto quel termine, si abbassano fortemente le probabilità che quel determinato provvedimento venga mai adottato.

Circa il 30% dei decreti attuativi ancora da adottare per provvedimenti del governo Conte sono già scaduti: 70 norme, di cui 40 riconducibili alla legge di bilancio 2019. Per altri 38 decreti attuativi i termini non sono ancora scaduti, mentre per la stragrande maggioranza, 128, non sono previsti termini.

Altro elemento importante da monitorare è lo stock di provvedimenti attuativi ereditati dai governi precedenti. All’insediamento del governo Conte erano 677, a inizio 2019 erano scesi a 543, mentre ora sono diventanti 430. 279 sono stati “generati” da provvedimenti approvati durante il governo Gentiloni, 139 da quello Renzi e infine 12 dall’esecutivo Letta.

Cosa veniva pubblicato, e il FOIA di OpenPolis

Il compito di informare i cittadini sull’implementazione dei decreti attuativi è dell’ufficio per il programma di governo (Upg), organo della presidenza del consiglio dei ministri. Ufficio che ha sempre svolto questo compito pubblicando, a volte in maniera regolare, a volte no, degli aggiornamenti. Non essendoci chiare regole sul come e il quando di queste pubblicazioni, il tutto storicamente era stato lasciato nella mani del sottosegretario di turno a cui veniva data la delega in materia. Una situazione che rendeva praticamente impossibile monitorare in maniera soddisfacente il tutto.

Il problema era diventato ancora più grande con l’arrivo del governo Conte. Dopo un primo rilascio di dati, avvenuto dopo un mese dall’insediamento dell’esecutivo, ne sono passati ben 8 prima che l’esecutivo ne publicasse di nuovi. Un evento reso possibile anche grazie alla pressione di openpolis sul governo.

Nella certezza che il problema non fosse tanto ottenere una risposta una tantum, ma avere la certezza che le informazioni fossero pubblicato nel modo giusto, e con le migliori tempistiche, la fondazione openpolis ha quindi fatto una richiesta di accesso ufficiale agli atti alla presidenza del consiglio.

Le richieste di OpenPolis, inviate lo scorso 8 aprile, si incentravano su 2 punti:

  1. numero totale dei provvedimenti attuativi contemplati per ogni provvedimento normativo approvato definitivamente dal Governo con riferimento a tutti i Governi a partire dal Governo Letta;
  2. per ciascun provvedimento attuativo: policy, area tematica, amministrazione proponente, amministrazioni concertanti, estremi della fonte normativa del provvedimento, link alla fonte normativa del provvedimento, articolo della fonte normativa del provvedimento, comma dell’articolo della fonte normativa del provvedimento, oggetto del provvedimento attuativo, scadenza del provvedimento attuativo (se presente), tipologia del provvedimento attuativo (decreto ministeriale, decreto dirigenziale, etc.), data di adozione del provvedimento attuativo (se adottato), data di pubblicazione del provvedimento attuativo (se pubblicato), estremi del provvedimento attuativo, link al provvedimento attuativo.

La riposta della presidenza del consiglio

Il 6 maggio scorso openpolis ha ottenuto una risposta, con una comunicazione ufficiale da parte dell’Upg della presidenza del consiglio. Nella stesa data è stato aggiornato il sito internet dell’organo, che ora fornisce le informazioni nelle modalità che openpolis ha richiesto.

In primis viene fornito un storico dalla XVII legislatura in poi, permettendo un monitoraggio dal governo Letta a quello Conte. In aggiunta per ogni esecutivo viene fornito sia l’elenco dei provvedimenti attuativi adottati, che dei non adottati. Informazioni rilasciate sia in formato pdf, che in csv. Non solo, soprattutto analizzando i dati dei decreti attuativi non ancora adottati, è ora possibile avere il quadro completo della situazione: dal contenuto esatto della norma che manca, al testo di riferimento, passando per l’organo responsabile per l’attuazione ed eventuali scadenze per l’adozione.

Possiamo quindi dire che dei passi in avanti sono stati fatti, ma la via per la piena trasparenza oltre che per la bontà dei dati rilasciati, passa anche per le tempistiche di aggiornamento.

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Di Maio ha detto che non ci sta a fare la moglie di Salvini

Di Maio Salvini moglie marito

Agf

Di Maio e Salvini
 

Chi è la mogie e chi il marito? Se lo sono chiesti in molti dopo una battuta che Matteo Salvini aveva lasciato cadere sabato 18 maggio in occasione di un intervento durante l’assemblea di Confagricoltura. “Voglio andare avanti e dare stabilità e governo a questo paese. Siamo in due e il marito vuole andare avanti” aveva detto il vicepremier.

Il riferimento era all’auspicio che il governo completi la sua legislatura e alle diatribe verbali con l’alleato pentastellato, ma restava il dubbio su quale ruolo nella coppia di coniugi il leader della Lega avesse ritagliato per se. 

Ci ha pensato Luigi Di Maio a chiarire come stanno le cose. “Dico che” Salvini “non si deve montare la testa, abbiamo fatto solo un contratto di governo ma non sono innamorato di lui, io sono innamorato della mia fidanzata” ha detto, ospite di ‘Che tempo che fa’.

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Il centrodestra esiste ancora?

meloni salvini berlusconi centrodestra

MICHELE SPATARI / NURPHOTO 

Giorgia Meloni Silvio Berlusconi e Matteo Salvini (Afp) 

L’idea di Silvio Berlusconi per il dopo Europee è un ponte tra Popolari e la destra nazionalista, da Salvini a Le Pen, che sabato ha affrontato a Milano la prova della piazza, magari usando come raccordo i Conservatori, che a Strasburgo attualmente sono il terzo gruppo. Pazienza se due grandi azionisti del Ppe, il cancelliere austriaco Sebastian Kurz e il tedesco Markus Soeder, leader della Csu (la gamba bavarese della Cdu di Angela Merkel) hanno già respinto la proposta al mittente quando a sollevarla erano stati, da Budapest, lo stesso Matteo Salvini e il primo ministro magiaro Viktor Orban

Altrettanto noto l’obiettivo del Cav sul fronte interno: strappare il Carroccio all’alleanza con il M5s e riproporre a livello nazionale la tradizionale alleanza di centrodestra che governa in tante Regioni italiane. Sondaggi alla mano, i numeri ci sarebbero. Anzi, il margine sarebbe talmente largo, ben oltre il 40% necessario – con il Rosatellum – a governare in autonomia, che nella Lega e in Fratelli d’Italia in molti ritengono che, se il voto delle Europee li premierà, sarà proponibile una maggioranza sovranista che possa fare a meno di Forza Italia. 

Ciò che fino a ieri era una speranza è diventato improvvisamente un dato politico in seguito allo strappo, clamoroso, consumato da Giorgia Meloni in un’intervista al Messaggero rilasciata nel giorno della manifestazione napoletana del suo partito, che in Europa fa parte proprio della famiglia dei Conservatori. 

“FdI e Lega unica alternativa possibile”

“L’unica alternativa possibile è una maggioranza FdI-Lega come c’è già in molte regioni. Anche perché, per quanto mi riguarda, ci sono molte, troppe cose che ci dividono da Forza Italia. A cominciare dall’Europa ma, soprattutto, Forza Italia continua ad ammiccare al Pd con cui è andata al voto assieme in Sicilia contro FdI e la Lega. Senza contare l’ipotesi Draghi appena prospettata”, dice Meloni, “noi siamo pronti a governare in Europa e a costruire una maggioranza in Italia”, dato che “un governo composto da noi e la Lega sarebbe una sintesi ideale perché portiamo avanti battaglie simili”, assicura poi la leader di Fdi.

Si tratta di un cambio di registro notevole. Mentre, nei mesi scorsi, Salvini e Berlusconi si scambiavano frecciate e veleni, lei aveva sempre cercato di indossare le vesti della paciera, fedele alla vecchia formula del centrodestra, l’unica a non flirtare con altri “forni” (non avendone peraltro, va detto, la possibilità), che fossero i grillini o il Pd. Ma la campagna elettorale è tale per tutti. E la goccia che ha fatto traboccare il vaso è una: un antico ed estemporaneo tormentone berlusconiano che l’ex premier ha tirato di nuovo fuori ieri: offrire a Mario Draghi un posto nel governo.

Certo, Berlusconi lo ha detto tante volte. Ma, ora che il mandato di Draghi alla presidenza della Bce sta scadendo, non sono più parole che si possano pronunciare con leggerezza. E, nella retorica sovranista, Draghi ha un posto di vertice nel pantheon dei “cattivi”, insieme a Jean-Claude Juncker e all’immancabile George Soros

E tra gli azzurri c’è chi non vuole più stare con Salvini

Una dichiarazione di poco successiva del democristiano Gianfranco Rotondi, vicepresidente dei deputati di Forza Italia, ha già i toni del “Liberi tutti”. A indispettire Rotondi sono stati i fischi di alcuni presenti al raduno di Milano a sentir pronunciare il nome di Papa Francesco che, per la destra più intransigente, un posto nel pantheon di cui sopra lo ha pure.

“Dopo gli attacchi milanesi a Papa Francesco, per noi democristiani non è piu’ possibile nessuna alleanza politica con Salvini. Rimane l’apprezzamento per tutti i dirigenti e gli amministratori leghisti,a cominciare da Fontana e Zaia, fino ai tanti sindaci e parlamentari cattolici della Lega. Ma è onesto dire che dopo venticinque anni l’alleanza tra la lega e noi democristiani di centrodestra è finita a Milano in piazza Duomo”, dice Rotondi, “ieri l’esibizione di simboli religiosi e i fischi al Papa hanno composto un affresco di blasfemie e bestemmie inaccettabili per i cattolici”.

Riportano la contesa su toni più concreti, ma non meno duri, due importanti esponenti di Forza Italia come Mara Carfagna e Anna Maria Bernini. “Lega e Fdi, concentrati sui sondaggi più che sul futuro del Paese, si assumono la responsabilità di demolire qual progetto e di consegnare l’Italia alle sinistre vecchie e nuove”, afferma Carfagna, “chi oggi vuole demolire questo progetto, lavora per i nostri avversari e finirà per consegnare loro la guida del Paese per i prossimi 20 anni, condannandolo al declino economico e sociale e all’irrilevanza internazionale. Non mi sembra un progetto da statisti”. 

Bernini parla invece di “menzogne spudorate”: “La leader di Fratelli d’Italia oggi sostiene in un’intervista che l’unica alternativa possibile è una maggioranza tra Fdi e Lega ‘come c’è già in molte regioni’. Ci dica dove, di grazia, visto che in tutte le regioni governate dal centrodestra senza Forza Italia non sarebbe possibile alcuna maggioranza. Ma la menzogna più grossa è che Forza Italia intenderebbe allearsi col Pd, mentre tutto, dico tutto il gruppo dirigente forzista ha liquidato l’episodio siciliano una scelta locale e irripetibile. Se Fdi dice mai più con Berlusconi sia conseguente, e faccia cadere le giunte regionali in cui governa con Forza Italia: non ne resterebbe in piedi nemmeno una”. 

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Al cardinale Parolin non è piaciuto che Salvini abbia invocato la Madonna

Parolin salvini rosario madonna

Nicola Marfisi / AGF

Salvini brandisce il rosario durante la manifestazione dei sovranisti a Milano

Al Vaticano non è piaciuto che, in chiusura del suo comizio sabato a Milano, Matteo Salvini brandisse il rosario e invocasse la Madonna. “Credo che la politica partitica divida, Dio invece è di tutti. Invocare Dio per se stessi è sempre molto pericoloso” ha detto il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, a margine della Festa dei Popoli a San Giovanni in Laterano, come trasmesso dalle telecamere di Rainews24.

Il leader della Lega aveva chiuso il comizio in Piazza Duomo baciato il rosario e si era affidato “al cuore immacolato di Maria” che “porterà la Lega alla vittoria”. Avvea mostrato per la prima volta il rosario l’anno scorso durante il comizio di chiusura di campagna elettorale per le politiche. “Ci hanno deriso, ci hanno attaccato ma il 26 maggio vinciamo noi”, ha detto sabato dopo aver citato diversi santi, patroni d’Europa, tra cui Santa Caterina da Siena e San Benedetto. “Affidiamo a loro il futuro, la pace e la prosperità dei nostri popoli”, aveva detto.

Disappunto ha mostrato anche Famiglia Cristiana nel suo editoriale commentando il comizio. “Il rosario brandito da Salvini e i fischi della folla a papa Francesco, ecco il sovranismo feticista” scrive il settimanale, “Ieri pomeriggio è andato in scena a Milano l’ennesimo esempio di strumentalizzazione religiosa per giustificare la violazione sistematica del nostro Paese dei diritti umani. Mentre il capopolo della Lega esibiva il Vangelo, un’altra nave carica di vite umane veniva respinta e le Nazioni Unite ci condannavano per il decreto sicurezza”.

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