Politica

Mattia Santori annuncia la “fase due” delle Sardine

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MANUEL DORATI / Controluce 

Mattia Santori, uno dei leader delle Sardine

“Stiamo avviando una seconda fase, ma le piazze non le abbandoniamo. Anzi, dal 10 al 20 febbraio toccheremo tantissime città e faremo grandi manifestazioni”. In un’intervista al Corriere della Sera, Mattia Santori, guida del movimento delle Sardine, dice che non c’è alcuna fase calante della mobilitazione nata spontaneamente nel pieno della campagna elettorale in Emilia come reazione a Salvini.

E Santori dice invece che “dal 10 al 20 febbraio toccheremo tantissime città e faremo grandi manifestazioni a Roma (il 16), Napoli (il 18) e Lecce (il 19)” per poi incontrare “la prossima settimana a Roma i ministri Giuseppe Provenzano e Francesco Boccia e anche il premier Giuseppe Conte” e se dopo la lettera aperta al presidente del Consiglio questi non ha ancora risposto, Santori dice che c’è tuttavia “attenzione e disponibilità” e il ritardato incontro è dovuto “solo a un problema di agenda”.

“Infelice la battuta di Toscani, prendiamo le distanze”

Al ministro per il Sud e a quello per gli Affari regionali, le Sardine hanno poi intenzione di chiedere “una riflessione sul progetto di autonomia differenziata” che “rischia di penalizzare proprio le regioni del Sud”. E un incontro con Zingaretti? Anche questo “prima o poi avverrà”, ribatte Santori, perché Zingaretti – afferma – “è uno dei pochi che ha capito che non siamo dei mostri ma che possiamo dar e una mano” in quanto il Pd “ha grande bisogno di innovazione e noi rappresentiamo un nuovo modo di fare comunicazione politica”.

“Noi siamo i partigiani del nuovo millennio” torna a ribadire il leader della Sardine, anzi, meglio: “Siamo gli anticorpi ad un vecchio modo di far e politica”. Quindi un’ultima battuta su Toscani, l’incontro con lui e Luciano Benetton a Fabrica e la battuta del fotografo sul crollo del ponte Morandi a “Un giorno da pecora”: “Molto infelice. Lui non ha filtri, si è forse fatto prendere la mano. Giustamente Benetton ha preso le distanze. E lo stesso facciamo noi”.

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Italia viva è pronta a rompere sulla prescrizione

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“Decida Conte: se vuole cacciarci, basta dirlo. Se vuole tenerci, lavoriamo. Nell’uno e nell’altro caso noi non votiamo il pasticcio prescrizione: le idee vengono prima delle poltrone”. È irremovibile il leader di Italia viva Matteo Renzi e in una intervista al Corriere della Sera ribadisce la posizione sua e del suo gruppo in materia di giustizia. E nel caso in cui in Consiglio dei ministri il compromesso dem-5S dovesse diventare un decreto “noi non lo voteremo”, taglia corto Renzi. L’unica alternativa, per il leader di Iv, è che se dovesse arrivare nell’Aula del Senato dove i voti del suo gruppo sono determinanti, “cercheremo di modificarlo con gli emendamenti” e “nel caso in cui non ci riuscissimo voteremo contro”, ribadisce l’ex premier al Corriere.

“La forzatura viene dai giustizialisti”

Per Renzi “forzare sulla prescrizione è oggettivamente assurdo in un momento nel quale abbiamo il coronavirus, l’incidente del Frecciarossa, il Pil negativo” e in ogni caso, precisa l’ex premier, “la forzatura viene dai giustizialisti, non da noi. Noi non stiamo forzando: abbiamo solo chiesto di prenderci tempo con il lodo Annibali”. Ovvero, un anno per riflettere sulle soluzioni migliori mentre “gli altri invece insistono sulla bandierina Bonafede”.

Circa la voce che si è diffusa ieri e secondo la quale i tre ministri di Italia viva si dimetterebbero e il gruppo Renzi passerebbe all’appoggio esterno, il leader risponde che “noi non vogliamo far dimettere nessuno, vogliamo lavorare” ma precisa anche che “se per fare il ministro dobbiamo rimangiare secoli di civiltà giuridica si sappia che non abbiamo problemi a fare un passo indietro”. Dunque? Dunque, “decida Conte”, anche se Renzi tiene a ribadire che “lo abbiamo detto quando ancora eravamo nel Pd. Allora addirittura abbiamo detto che la legge Bonafede era incostituzionale e abbiamo posto in aula persino la pregiudiziale di costituzionalità”.

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“Quella piazza sarà sui vitalizi e i nostri ministri ci saranno”, dice Taverna

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Armando Dadi / AGF

Paola Taverna

La manifestazione del 15 febbraio a Roma, in piazza San Silvestro, sui vitalizi? “Ce l’ha chiesta la gente, c’è una grandissima voglia di partecipare” risponde la vicepresidente del Senato, la 5 Stelle Paola Taverna in un’intervista a Il Fatto Quotidiano. E aggiunge: “In piazza San Silvestro di fatto ci porterà la gente, lo ripeto. C’era una esigenza diffusa e l’abbiamo ascoltata” e comunque lei si augura anche che “i nostri ministri  mi aspetto che vengano, numerosi” in quanto “sono innanzitutto portavoce del M5S”.

Per Taverna, poi, quelli che si oppongono al taglio dei vitalizi “sono gli stessi che vorrebbero cancellare il Reddito di cittadinanza” mentre “la piazza sarà contro i vitalizi e per il sì nel referendum sul taglio dei parlamentari” mentre per tutto il resto “ci sono i tavoli a palazzo Chigi”. E al segretario del Pd Nicola Zingaretti che dice che quella piazza “è un errore” e che “la fibrillazione logora il governo, Taverna risponde semplicemente che “il governo non c’entra nulla” mentre qui “si parla di un altro tema: non vedo l’attinenza”, chiosa.

E poi la vicepresidente del Senato ritiene che “c’è una grande voglia di identità nel Movimento. Gli attivisti vogliono parlare dei nostri temi, confrontarsi” e lei sta lavorando “perché a questo Paese rimanga un Movimento solido, perché “per tanto tempo abbiamo goduto di un voto di opinione” mentre ora è giunto il momento di “impegnarci per ottenere un voto di consapevolezza, proponendo nuove idee”.

Infine ad un ultima osservazione su Luigi Di Maio, che se chiamando alla piazza contro i vitalizi abbia parlato ancora da capo, Taverna obietta secca: “Di Maio ha parlato da Di Maio”. 

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“Trump è un modello”. La giornata americana di Giorgia Meloni

giorgia meloni in america washington

GIUSEPPE CICCIA / NURPHOTO

Giorgia Meloni

Donald Trump un modello per il centrodestra italiano, per la guida del quale esclude di essere – al momento – in corsa. A Washington, Giorgia Meloni ascolta il presidente degli Stati Uniti che sventola la copia del ‘Washington Post’ con il titolo ‘Assolto’, e, dopo il lunghissimo applauso del ‘National prayer breakfast’, lancia un durissimo ‘j’accuse’ contro le “persone disoneste e corrotte che hanno fatto di tutto” per distruggerlo e per “ferire la nazione” con la richiesta di impeachment. Ma la leader politica italiana si concentra sulla parte del discorso in cui il capo della Casa Bianca si schiera a favore della “protezione della libertà religiosa”. “Nel nostro Paese non si tirano giù croci o altri simboli religiosi e non si perseguitano le persone per motivi religiosi. Tuteleremo il diritto costituzionale di pregare nelle scuole pubbliche”, garantisce Trump.

“Dio, patria, famiglia in Italia parole eversive”

E subito Meloni si accoda. “Dio, patria, famiglia nel discorso del presidente Trump al ‘National prayer breakfast’: parole che in Italia sembrano quasi eversive, negli Stati Uniti sono al governo e danno risposte importanti”, sostiene. Al centro del discorso del presidente Usa, abbiamo identificato i temi della “difesa dell’identità, dei confini, delle imprese, dei prodotti, delle famiglie americane – aggiunge -. L’orgoglio dell’identità, nelle altre nazioni del mondo, sta dando ottimi frutti e ottimi risultati. È la ricetta che vogliamo portare in Italia, dove anche noi vogliamo difendere i nostri prodotti, le nostre aziende, i nostri confini e le nostre famiglie. Lo faremo, quando finalmente l’Italia avrà un governo di patrioti capace di difendere i suoi interessi nazionali e avere, al contempo, ottimi relazioni internazionali”.

Seduta nella sala della riunione conservatrice, che ha invitati bipartisan, provenienti da 140 Paesi, Meloni segue il discorso di Trump, quindi, come un “insegnamento” da portare a casa, un esempio da applicare in Italia. “Trump può piacere o meno, ma i risultati che ha ottenuto a livello economico sono straordinari: gli porteranno la rielezione. E sono un buon insegnamento per noi: perché alla fine la ricetta di Trump è stata shock fiscale e investimenti pubblici, taglio delle tasse, soldi sugli investimenti, difesa del prodotto, difesa dell’azienda. Ed è una decisamente una ricetta che ha funzionato molto simile a quella che Fratelli d’Italia propone in Italia”, dice. 

“Non mi sto candidando alla guida del centrodestra

Incontrando i cronisti sul National Mall, con sfondo la Casa Bianca, poi Meloni precisa il senso del suo colloquio con ‘Repubblica’ in merito alla leadership del centrodestra. “È giusto il metodo seguito finora della primarie di fatto: il leader del partito che ha più voti nella coalizione è il candidato naturale alla premiership. Ma se un domani gli italiani decidessero diversamente, non mi tirerei indietro”, aveva detto al quotidiano.

“Io non mi sto candidando alla leadership del centrodestra. Questa è una costruzione giornalistica”, chiarisce ai cronisti a Washington. “Io lavoro per fare sempre bene il mio lavoro, per far crescere Fratelli d’Italia e per farlo nel campo del centrodestra sperando che tutti i partiti del centrodestra possano crescere. Perché alla fine il mio obiettivo è arrivare al governo della nazione con il centrodestra e con una maggioranza che ci consenta di avere una cosa che l’Italia non ha avuto mai negli ultimi anni: stabilità. Serve continuità, perché quando ci si confronta con gli altri movimenti, con gli altri leader nel mondo, è difficile essere credibili per una nazione se ogni sei mesi cambiano i rappresentanti di quella nazione. Noi vogliamo stabilità e per questo stiamo lavorando nel campo del centrodestra”.

Dall’entourage della leader di FdI, si ricorda come Meloni abbia sempre rispettato con lealtà questo metodo, definito “primarie di fatto”, dentro la coalizione. Coerentemente con questa linea, ai vari giri di consultazioni che fecero seguito alle politiche del 4 marzo 2018, Meloni – si ricorda – si fece promotrice della richiesta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella di un incarico di governo a Matteo Salvini.

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Salvini ha detto che sarebbero pronti a partire per l’Italia decine di migliaia di migranti

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Nicola Marfisi / AGF

Matteo Salvini

Dalla Libia sarebbero in partenza “decine di migliaia di migranti”, un’ondata che potrebbe portare al “rischio di catastrofe umanitaria”. L’allarme è lanciato da Matteo Salvini, che sostiene di aver ricevuto “notizie allarmanti”, in “via riservata”, in quanto ex ministro dell’Interno.

Salvini parla in diretta Facebook e subito si attira le critiche di Pd e Leu. “Noi vorremmo sapere, visto che il senatore Salvini è un ex ministro dell’Interno, quali siano le fonti riservate di cui lui dispone e che evidentemente non dispongono tutti gli altri parlamentari per poter addirittura lanciare allarme di queste proporzioni e di questa entità”, Enrico Borghi, della Presidenza del Gruppo Pd alla Camera, intervenendo in Aula alla fine della seduta mattutina. “Perché, diversamente, se così non fosse, ci troveremmo nel campo del procurato allarme”.

“Salvini riceve notizie in via riservata sulla Libia? E da chi? Se fosse vero sarebbe gravissimo e andrebbe accertata non solo la fonte ma anche la veridicità di queste affermazioni”, gli fa eco Erasmo Palazzotto di Leu, componente della commissione Esteri di Montecitorio.

“Per fortuna credo sia l’ennesima fake news per creare inutile allarmismo sull’immigrazione e speculare sulla paura. Evidentemente non ha capito dopo l’Emilia Romagna che gli Italiani sono stanchi della sua demagogia”.

“Notizie in via riservata”

Ma, nella sua diretta Facebook, Salvini è netto. “Mi arrivano in via riservata notizie allarmanti dalla Libia. Ci sarebbero decine di migliaia di uomini e donne pronti a partire, con un viaggio organizzato dai trafficanti di esseri umani e dagli scafisti. Non voglio fare il cattivo profeta, ma rischiamo di tornare agli sbarchi di decine di migliaia di persone. Rispetto all’anno scorso, sono già aumentati del 700%. La guardia costiera libica non può o non vuole più intervenire per bloccare le partenze”, sostiene. “Lo dico prima perché prevenire è meglio che curare. Governo avvisato, mezzo salvato”.

“Ci sono notizie di decine di migliaia di uomini pronti a partire dalla Libia organizzati dai trafficanti di uomini. Rischiamo il disastro – insiste -. E come reagisce il governo? Con una circolare alle prefetture in cui invitano ad aumentare i rimborsi per le strutture che accolgono i richiedenti asilo. Uno più uno fa due: riaprono i porti, fanno aumentare gli sbarchi e stanno lavorando per aumentare i quattrini che noi avevamo ridotto”.

L’attacco su immigrazione e diaria

Il riferimento è al lieve aumento del rimborso giornaliero per ogni migrante ospitato, pari a circa 2-3 euro, il 10% per cento della cifra in vigore prima del taglio imposto dal decreto ministeriale disposto da Matteo Salvini, deciso dalla circolare diffusa ieri dal Viminale ai prefetti. Secondo quanto viene spiegato dal ministero dell’Interno, dopo il taglio da 35 a 19-26 euro deciso dal precedente governo, si è verificata la circostanza, denunciata dagli stessi prefetti al Viminale, che la maggior parte dei bandi per la gestione dei centri accoglienza è andata deserta. Il ministero si è quindi rivolto all’Anac che – viene spiegato -, senza modificare il decreto dell’era Salvini, ne ha dato una interpretazione più elastica: aumentando lievemente la ‘diaria’ media giornaliera per ogni singolo migrante e rendendo così più appetibili i bandi.

“Riaprire i porti e riaprire i portafogli. Morti e quattrini. E chi viene processato per questo? Io”, continua a stigmatizzare l’ex ministro dell’Interno, con riferimento alle richieste di autorizzazione a procedere nei suoi confronti per il no allo sbarco della Gregoretti e della Open Arms, l’estete scorsa. La settimana prossima il Senato voterà sicuramente in maggioranza a favore per mandarmi a processo per aver fatto il mio dovere, da ministro e da italiano. Ma non andranno avanti troppo a lungo: oggi un parlamentare cinque stelle ha detto che Renzi è insignificante e che sulla prescrizione vanno avanti, a costo di far cadere il governo. Ma il governo non cadrà: nel nome della poltrona, troveranno l’accordicchio, la supercazzola, per rimandare ancora”, conclude. 

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Continua lo scontro tra Renzi e il M5s sulla prescrizione

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Minichiello / AGF 

Alfonso Bonafede

Nonostante il Guardasigilli Alfonso Bonafede si chiami fuori dalle trattative (“non ne sono a conoscenza”), va avanti la mediazione nella maggioranza per cercare un’intesa sulla prescrizione. Ma, al momento, un accordo appare ancora lontano.

Pd e Leu, che tentanto di gettare acqua sul fuoco stigmatizzando le “prove muscolari”, ritengono che un punto di caduta possa essere il cosiddetto ‘lodo Conte bis’, ovvero la sospensione della prescrizione solo in caso di sentenza di condanna confermata in appello. Una soluzione che, però, non viene ritenuta sufficiente per i renziani, impegnati per l’intera giornata in un duro scontro con i 5 stelle.

E anche tra i dem c’è chi la ritiene una proposta “debole”. Per Iv l’unica strada percorribile e “accettabile” è un rinvio, ovvero la sospensione della riforma almeno per un anno, in attesa che si vari la più complessiva riforma del processo penale. Gli alleati guardano al ruolo di mediatore del premier, che oggi ha incontrato a palazzo Chigi il vicesegretario Pd, Andrea Orlando. I due però, viene spiegato, non avrebbero affrontato il nodo giustizia.

Le minacce di Italia viva non sembrano scalfire i pentastellati

Fatto sta che dell’annunciato nuovo vertice ad oggi non c’è traccia e la prescrizione continua a dividere la maggioranza, con Italia viva che torna a minacciare: i nostri voti sono decisivi al Senato. Minacce che, stando alla ressa di dichiarazioni, sembrano non scalfire i pentastellati, che tengono il punto e anzi contrattaccano: “Noi siamo decisi ad andare avanti, non abbiamo timori nè paure”, premette il ministro Federico D’Incà.

Quanto a “Renzi, dovrebbe decidere cosa vuole fare da grande, se vuole stare in questa maggioranza”. Anche se poi, sembra aprire uno spiraglio sullo stop della prescrizione dopo il primo grado di giudizio, come prevede la legge entrata in vigore lo scorso 1 gennaio: “Adesso è così, in questo momento c’è”. Parole che fanno intravedere nei dem un’apertura a una mediazione.

Ma i renziani non mollano la presa: “Vorrei ricordare a Federico D’Incà che se Renzi smette di stare in maggioranza, lui smette di fare il ministro. Il che non è necessariamente un dramma per l’Italia”, replica a muso duro il coordinatore Ettore Rosato. Tranchant il viceministro pentastellato Stefano Buffagni: “Italia viva? Non mi occupo di calcio minore”.

In mattinata è stato lo stesso Bonafede a mettere in chiaro di non voler retrocedere, annunciando che, al massimo tra dieci giorni, porterà in Consiglio dei ministri il disegno di legge sul processo penale e “lì ognuno si assumerà le sue responsabilità”.

Quanto a Italia viva, “si comporta come fosse all’opposizione”, con testi che sembrano scritti “da Salvini o Berlusconi”. Insomma, per Bonafede “lavorare vuol dire sedersi a un tavolo e scrivere le norme, non vuol dire urlare dalla mattina alla sera, sfiorando spesso il tono della minaccia”. Tra i due litiganti prova a incunearsi il Pd, che spinge per il rinvio (anche se il tema al momento non è preso in considerazione da M5s): “Se si fa il rinvio siamo i più contenti del mondo perchè un rinvio ci darebbe modo di affrontare con più calma la riforma del processo penale”, afferma Orlando.

Il problema non sono i numeri, ma una spaccatura nella maggioranza

Dal Pd, tuttavia, si spiega anche che, qualora il ‘lodo bis’ non dovesse vedere la luce, non è escluso che si possa riprendere in mano la proposta di legge targata dem, presentata in commissione Giustizia alla Camera ma poi rimasta lì in stand by. Di certo il tempo stringe: ci sono infatti sia gli emendamenti Iv al Milleproroghe, il cosiddetto ‘lodo Annibali’ da votare – la maggioranza sta procedendo a singhiozzo proprio per prendere tempo ma il decreto va convertito entro fine mese – ma anche la proposta di legge Costa, tornata in commissione e che riapproderà in Aula il 24 febbraio, con i renziani pronti a votare assieme al centrodestra.

Alla Camera i numeri non preoccupano, ma certo si avrebbe una spaccatura della maggioranza. La vera questione riguarda il Senato: Forza Italia potrebbe presentare proprio a palazzo Madama un testo che ricalchi la posizione di Italia viva ora contenuta nei due emendamenti al Milleproroghe, intervenendo anche sul tema delle intercettazioni.

“E lì le maglie sono più larghe”, spiegano fonti azzurre. Al di là della battaglia sulla giustizia, è al Senato, dove i numeri della maggioranza sono risicati, che si stanno concentrando le manovre centriste per stabilizzare la legislatura. La prossima settimana – spiegano fonti ben informate – potrebbe nascere un gruppo di cosiddetti ‘responsabilì con l’obiettivo di puntellare il governo Conte e preparare il terreno per una nuova area moderata. 

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“A chi interessa che caschi un ponte?”. Bufera su Oliviero Toscani

toscani ponte morandi

AGF

Oliviero Toscani

“Mi dispiace che parole estrapolate e confuse possano far pensare una follia come quella che a me non interessi nulla del Ponte”. Oliviero Toscani prova così ad arginare su Twitter la bufera che lo ha travolto per quel “Ma a chi interessa che caschi un ponte” pronunciato a “Un giorno da pecora”, su Radio Uno, in riferimento alla tragedia del Ponte Morandi. Parole che non sono state condannate solo dalla politica ma anche dalla stessa Autostrade per l’Italia

Argomento della discussione era la polemica che ha investito le Sardine bolognesi per la loro visita alla Fondazione Fabrica di Luciano Benetton. La famiglia di imprenditori, attraverso la subholding Sintonia, è primo azionista di Atlantia, la società che controlla Autostrade, ed è quindi accusata di responsabilità nel crollo del viadotto di Genova che il 14 agosto del 2018 si portò via 43 vite. Una visita ritenuta “sbagliata e inopportuna” da uno dei referenti delle Sardine romane, Stephen Ogongo, che in seguito a questo episodio, definito “l’ultimo di una serie di errori”, ha annunciato la rottura con i fondatori del movimento. 

“Sì, vabbé, non mi interessa questa storia”

Riascoltando la registrazione della puntata del 3 febbraio, appare però evidente che la frase incriminata non è né estrapolata né confusa, tutt’altro. Interpellato sulla controversia che ha coinvolto le Sardine dopo l’incontro, al quale era presente anche Toscani, il fotografo di fiducia dei Benetton afferma che “noi come Fabrica con le Autostrade non abbiamo niente da fare, i Benetton sono azionisti di una società della quale la famiglia ha il 30%”. “Magari anche lei se ha investito è azionista e responsabile”, prosegue rivolto al conduttore Giorgio Lauro, “ma a chi interessa che caschi un ponte, ma smettiamola”. 

Parole inequivocabili, tanto da suscitare la reazione sconcertata di Lauro e dell’altra conduttrice, Geppy Cucciari, che lo redarguiscono ricordandogli come alle famiglie delle vittime, ancora in attesa di giustizia, la vicenda importi eccome. “Sì, vabbé, non mi interessa questa storia”, replica Toscani, il quale oggi sostiene che “solamente la cattiveria può strumentalizzare una cosa simile”. La stessa non meglio definita “cattiveria” che, secondo il fotografo, giustifica il comportamento “ingenuo” delle Sardine. “A me, come a tutti, quella tragedia interessa e indigna, ma è assurdo che certi giornalisti ne chiedano conto a me”, aggiunge ancora su Twitter.

Per Autostrade sono parole “incomprensibili”

“Non comprendiamo assolutamente le affermazioni di Oliviero Toscani. In ogni caso, credo sia giusto ribadire che la tragedia del Morandi è stata e sarà sempre una tragedia gravissima e ingiustificabile, e che porteremo il dolore che ha causato dentro di noi per tutta la vita”, dichiara in una nota l’amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Roberto Tomasi, “è un sentimento che unisce tutti gli uomini e le donne che operano ogni giorno nella nostra azienda”.

“Proprio per questo abbiamo cercato, con umiltà e per quanto possibile, di lenire le ferite della tragedia dimostrando la nostra vicinanza ai familiari delle vittime, a tutte le persone coinvolte e alla comunità genovese”, conclude il manager.

Le reazioni della politica: “Parole agghiaccianti”

Il comunicato dei vertici di Aspi arriva dopo una lunga serie di reazioni politiche, particolarmente aspre dal fronte pentastellato, che chiede la revoca della concessione ad Autostrade, e dalla destra, i cui leader sono spesso obiettivo degli strali verbali di Toscani. E la prima a commentare è proprio Giorgia Meloni, più volte insultata dal fotografo che nel dicembre 2018, ai microfoni de ‘La Zanzara’, aveva definito la leader di Fratelli d’Italia “una poveretta brutta, volgare e ritardata”. “Nessuna manifestazione delle sardine contro questo linguaggio ignobile?”, scrive su Facebook Meloni, giudicando “agghiaccianti” le parole di Toscani.

“Lo venga a ripetere a Genova”, lo sfida il presidente della Comissione per le politiche Ue della Camera, il pentastellato ligure Sergio Battelli. Di “parole indegne” e “uno schiaffo alla memoria delle vittime” parla invece il capogruppo M5s alla Camera, Davide Crippa. I componenti leghisti della Commissione di Vigilanza Rai chiedono che Viale Mazzini non inviti più il fotografo nelle sue trasmissioni, mentre il leader della Lega, Matteo Salvini, auspica che Toscani abbia un “minimo di dignità” per chiedere scusa alle vittime.

Esprime “stupore” e “indignazione” Raffaella Paita di Italia Viva. E non manca la polemica nella polemica, con Manuela Gagliardi, deputata di Cambiamo! (la formazione del governatore ligure Giovanni Toti), che sembra accusare il Pd ligure di non aver preso le distanze con sufficiente tempestività: “Meglio tardi che mai! Speriamo che la loro condanna sia sincera e non di facciata”. 

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M5s torna in piazza per difendere il taglio dei vitalizi

manifestazione m5s vitalizi 15 febbraio

Armando Dado/AGF

Paola Taverna e Vito Crimi

Il Movimento 5 stelle scende in piazza a difesa della storica battaglia contro i vitalizi. E torna a chiedere la modifica della commissione del Senato – giudicata ‘parziale’ e non super partes – che dovrà decidere sui circa 700 ricorsi di ex parlamentari contro il taglio ai vitalizi, subito a seguito di una delibera, stessa delibera approvata in precedenza dalla Camera. I pentastellati chiamano a raccolta i cittadini sabato 15 febbraio, per una manifestazione a Roma contro “la casta e i privilegi”. Il capo reggente Vito Crimi sottolinea: “Non possiamo tornare al Medioevo dei partiti”.

Lo scontro sulla commissione Contenziosi

Intanto non si placa la polemica contro i componenti della commissione Contenziosi, con il Senato costretto nuovamente ad intervenire, ribadendo e assicurando l’autonomia dell’organismo. Ma i 5 stelle non mollano, e tornano alla carica: “La vicenda dei vitalizi in Senato è grave, non può essere né negata né sottovalutata. È una battaglia di equità sociale su cui il Movimento 5 stelle ha speso ogni energia. Noi andiamo avanti con la massima determinazione”, garantisce il capogruppo a palazzo Madama, Gianluca Perilli.

“La Commissione Contenziosi del Senato è macchiata da un conflitto di interessi, non può giudicare in piena serenità e indipendenza gli oltre 700 ricorsi presentati. L’istituzione Senato deve farsi carico di questo problema molto serio, bisogna ridare credibilità alla Commissione e al procedimento azzerando tutto e cambiando la composizione”, afferma Perilli. Ma da palazzo Madama si precisa: “Un organo giurisdizionale come la commissione Contenziosi è autonomo e indipendente. Non può essere sciolto d’autorità, né può interrompere la propria attività in virtù di una deliberazione che al momento non esiste ma è soltanto presunta”. 

Una “guerra gentile” ancora in corso

Il Questore pentastellato al Senato, Laura Bottici, però non cede, e assicura: “I parlamentari devono essere come tutti i cittadini, continueremo la nostra battaglia, non ci arrenderemo mai”. Nel tardo pomeriggio, dopo un tam tam che si è rincorso per l’intera giornata, è Paola Taverna ad annunciare ufficialmente la manifestazione di piazza. Il Movimento 5 stelle, quindi, torna alle origini, quando i pentastellati erano più di lotta che di governo. Anche sul fronte del taglio dei parlamentari, altra storica battaglia dei 5 stelle, il capo politico reggente, Vito Crimi, impegnato martedì mattina in una serie di riunioni, ha assicurato: da qui al 29 marzo, quando si svolgerà il referendum, “il Movimento darà il massimo. Del resto si tratta di una battaglia rispetto alla quale abbiamo costretto a seguirci forze di destra e sinistra”.

E Taverna esorta i cittadini ad unirsi a loro contro il ripristino dei vitalizi: “La guerra che abbiamo iniziato dieci anni fa è ancora in corso. Una guerra gentile. Ma pur sempre una guerra! Contro soprusi e privilegi. Contro la casta. Contro chi non si accontenta mai. Adesso la vecchia classe politica si vuole persino tenere i vitalizi, ma noi non ci stiamo”, scandisce la vicepresidente del Senato, che dà appuntamento per “sabato 15 febbraio: scendi in piazza con noi, a Roma, per fermare chi vuole riportare in vita questo assurdo privilegio”. Una manifestazione per dire “no all’ipotesi di ripristinare i vitalizi per gli ex parlamentari, dopo che una delibera voluta dal M5s li aveva cancellati”.

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“La crisi del coronavirus è un’occasione per l’Italia”, dice Pivetti 

irene pivetti coronavirus

Agf

Irene Pivetti

L’Italia nella crisi del coronavirus? “In questo frangente dovrebbe cogliere l’occasione per fare un passo ulteriore, assumendo una leadership nella gestione della crisi e fornendo alla Cina tutto il know how, la propria competenza in fatto di protezione civile, di risoluzione delle emergenze sanitarie, di coordinamento degli aiuti e di assistenza”. Lo sostiene Irene Pivetti, già presidente della Camera dei Deputati e oggi presidente dell’Associazione per l’amicizia Italia-Cina e responsabile di Only Italia, piattaforma che promuove in Cina il made in Italy, per la quale quest’ultimo “non è solo cibo e moda ma è anche l’eccellenza del nostro modus operandi in scenari simili”.

In questi giorni Pivetti ha un filo diretto con Pechino e pertanto dice che però il nostro governo non sarà in grado di assumere un ruolo all’altezza della situazione perché “parliamo di un governo traballante, attento solo a tenersi in piedi, che difficilmente può proiettare il suo sguardo all’estero”. E poi, in generale”, sostiene ancora Pivetti, “è da 20 anni che la gestione delle vicende internazionali in Italia è a livello zero” mentre “un tempo il nostro Paese era altamente reputato oltreconfine”. “Non è più così da quando al potere ci sono mezze cartucce” chiosa.

Quanto all’Europa, secondo la presidente dell’Associazione per l’amicizia Italia-Cina, in questa vicenda “è la grande assente” e, visti i precedenti, non c’è da “aspettarsi che agisca coralmente”. E proprio per questo motivo, insiste Pivetti, “non cogliere questo ruolo leader in Occidente sarebbe per l’Italia un’occasione persa”. E se per la Cina l’impatto del coronasvirus “sarà di qualche punto di Pil, con danni enormi sull’indotto”, per l’Italia – prefigura Pivetti – “questa emergenza rischia di essere una mannaia sul progetto della Via della Seta, che è di natura infrastrutturale ma anche culturale”. Perché se alla diffidenza verso l’altro “ci aggiungiamo la paura del contagio”, la strada tracciata da quel memorandum “potrebbe farsi molto in salita”.

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“L’austerità a ogni costo non solo non serve, ma è nociva”, dice Buffagni

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“Da tempo stiamo dicendo che bisogna aprire lo sguardo, comprendere che l’austerità a ogni costo non solo non serve ma è nociva. A chi giova?”. Se lo chiede in un’intervista al Corriere della Sera Stefano Buffagni, viceministro allo Sviluppo economico, nel corso della quale sostiene che ci si dovrebbe rendere conto anche “degli effetti che il coronavirus e la sua psicosi possono aver e sulla nostra economia” con “aziende, interi settori a rischio crisi”. E noi che si fa? “Stiamo qui ad ascoltare Bruxelles sui decimali”, chiosa e sbuffa insieme.

Secondo Buffagni, che si continua a professare europeista convinto, “come lo è il M5S” dice per inciso, ma non vuole esserlo tuttavia “se si tratta di un’Europa di nani e ballerine”, le conseguenze economiche di quanto sta succedendo in Cina “saranno elevate ed impatteranno anche sulla Ue che deve dar e una risposta concreta e forte” e perciò è ora di “aprire lo sguardo”, ripete. Quindi “non si tratta di andare contro, ma di dare un senso, una visione all’Europa” perché “se tuteli i cittadini e le imprese – afferma ancora Buffagni – riparte l’economia”.

Quindi cosa serve, in definitiva? Servono perciò “maggiori investimenti pubblici, anche europei, soprattutto per la riconversione industriale per competere contro i colossi come Cina e Usa”. E a tale proposito l’Italia “anzitutto puntare sullo sviluppo sostenibile” attraverso l’uso della “leva fiscale” al fine di incentivare il rafforzamento per la crescita dimensionale delle nostre imprese.

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