
AGI – “La bambina con la valigia sono io, è una foto che gira da tanti anni ed è diventata un simbolo per rappresentare con le immagini l’esodo giuliano-dalmata. Sono io, e quella raccontata nel libro è la mia storia. E non voglio che venga strumentalizzata”. E’ determinata Egea Haffner, protagonista del libro “La bambina con la valigia” scritto con Gigliola Alvisi, per Piemme. La signora Egea è l’ultima discendente di una famiglia di Pola, città che una volta era italiana e che oggi appartiene alla Croazia.
Egea Haffner è quindi una esule, una delle tante persone che dovettero scegliere, si fa per dire, se restare a vivere in un territorio non più italiano o andar via. Solo che andare via significava perdere davvero tutto: casa, lavoro, amici… tutto. E ricominciare da zero, magari con l’orrore alle spalle come quello vissuto da Egea che una sera di maggio del 1945, rimase priva del padre.
“Bussarono alla porta, tre colpi secchi. Mamma stava cucinando. Altri tre colpi e si decise ad apire. Dov’è Kurt Haffner? Sono qui, disse mio padre. Ci deve seguire al comando. Solo un controllo”. E il padre mise al collo una sciarpa di seta blu a quadrettini, saluto’ la moglie e la piccola Egea e andò. Ma non torno’ più. “E papa’ non era un fascista – racconta all’AGI la signora Haffner – non aveva collaborato con il fascismo. Non ho mai capito perché lo presero. Cosa volevano da lui. Forse, ma è solo una mera ipotesi, era venuto a conoscenza di qualcosa. Veniva spesso chiamato a fare da traduttore dal comando tedesco visto che conosceva la lingua. E chissà cosa è venuto a sapere…”.
Fatto sta che il padre di Egea è sparito. Sua figlia non sa nemmeno dove sia il corpo, probabilmente in una di quelle fenditure nel Carso dove finirono tante persone:

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