Come è cambiato il modo di vendere la tecnologia. I casi Huawei e Xiaomi

huawei negozi

Chi ricorda l’arrivo nelle nostre vite dei primi smartphone, ricorda anche i primi negozi in cui venivano venduti. Non c’era molta scelta: o si sposava Apple – nelle intensioni di Steve Jobs per tutta la vita – o si andava in uno dei negozi degli operatori e si prendeva un Samsung o un Lg in bundle con l’offerta telefonica pagandolo in 120 mila comode rate.

Oppure c’erano dei negozietti, poco più che bugigattoli dall’aria vagamente losca in cui si potevano trovare a prezzi più ragionevoli cellulari usati (nella migliore delle ipotesi) o quelli che una decina di anni fa cominciavano ad arrivare semiclandestinamente sul mercato europeo: gli smartphone cinesi.

Improbabili marchi con nomi pressoché impronunciabili, touchscreen che al tatto ricordavano il domopak, poche elementari app, suonerie che riproducevano i clacson dei camion pachistani e poco altro.

Sono passati meno di dieci anni e non ha molto senso stare a ricordare dove sono arrivati colossi come Huawei, Oppo, Xiaomi e OnePlus, alcuni dei quali sono diventati tanto grandi da impensierire la Casa Bianca. Ha senso però guardare che fine hanno fatto quei bugigattoli semiclandestini in cui si andava in cerca di imitazioni a basso costo.

Ormai anche gli Apple Store sono storia: nessuno si ferma più incantato di fronte al cubo di vetro sulla Fifth Avenue e i nuovi signori delle telecomunicazioni hanno capito che non basta inondare il mercato di device: bisogna trasformare la scelta di un marchio in una esperienza.

E’ interessante la strada che hanno intrapreso Huawei e Xiaomi. Quest’ultima sta per aprire (la data è il 13 luglio) il nono Mi Store in Italia. Huawei, nonostante appena un mese e mezzo fa c’era chi la dava per spacciata, ha inaugurato da poco a Madrid l’experience store più grande d’Europa, che segue quello aperto a Milano nel 2017.

Due approcci diversi: Xiaomi nel 2019 ha già aperto ben quattro negozi e punta all’espansione territoriale. Nei Mi Store è possibile acquistare non solo gli smartphone, ma gli elettrodomestici e gli accessori come la Mi Smart Band 4, gli auricolari Mi True Wireless Earphones e il monopattino elettrico, Mi Electric Scooter.

Huawei sta invece costruendo un’esperienza. Non a caso i negozi sono stati ribattezzati ‘experience store’. “Nel 2017 abbiamo intrapreso come azienda un percorso di costruzione di un negozio inteso come centro esperenziale” spiega all’Agi Isabella lazzini, marketing and retail director Huawei CBG Italy, “Contavamo 2.300  negozi di cui il 99% in Cina, e quello in Italia è stato il primo fondato su un concept innovativo, pensato come una piazza in cui la vendita  fosse una naturale conseguenza e non l’obiettivo primario”.

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Isabella Iazzini

Nell’experience store ci sono servizi di base come le consulenze gratuite per il passaggio di dati da un vecchio smartphone a uno nuovo – a prescindere da dove il prodotto sia stato comprato – ed esperienze più complesse che nascono dalla collaborazione in vari ambiti. “Ad esempio insegniamo il cinese usando i nostri tablet, organizziamo corsi di yoga e ginnastica per far capire i benefici dei nostri indossabili. Facciamo vivere il prodotto nel contesto della propria passione” spiega Iazzini.

La matrice creata in Italia è stata esportata in Europa, aggiunge, orgogliosa di sottolineare che, anche se quello di Madrid è il negozio più grande, l’idea sulla quale si fonda è made in Italy. Avere a disposizione un ‘luogo di incontro’ è stato importante anche nei giorni più difficili, quelli del bando varato dagli Stati Uniti contro Huawei. “Aveva creato confusione nelle persone e chi cercava chiarezza veniva nei negozi, soprattutto sulle tante fake news che circolavano, inclusa quella sulla possibilità di continuare a utilizzare WhatsApp sui nostri smartphone”.

L’intenzione è di continuare a sviluppare esperienze, come quella con Pietro Celo dedicata ai bambini non udenti che nello store milanese possono sperimentare la app che traduce i libri in lingua dei segni. Lo scopo è duplice: stimolare l’apprendimento del linguaggio dei segni e l’abitudine alla lettura. “A prescindere che poi decidano di usare o no un device Huawei” conclude Iazzini.

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