
AGI – Non c’è pace per la ‘Gioconda di Montecitorio’. Così è stato ribattezzato il dipinto che è rimasto appeso per anni a una parete di un ufficio di un deputato, peraltro sopra un termosifone. La diatriba si è riaccesa in questi giorni: si tratta di un quadro a cui anche Leonardo da Vinci potrebbe aver dato qualche pennellata o di una copia eseguita da un suo epigono almeno duecento anni dopo?
Il caso è stato sollevato a dicembre scorso dal quotidiano Il Tempo, che ha riportato alla luce la storia del dipinto che attualmente si trova nella stanza Aldo Moro al primo piano di Palazzo Montecitorio. Fino a pochi mesi fa era nello studio di uno dei questori della Camera dei deputati, il grillino Federico D’Inca, oggi ministro.
Era considerata una delle tante copie del capolavoro del genio. Almeno fino a quando non è stata restaurata, soprattutto per l’impegno dell’allora sottosegretario all’Interno Stefano Candiani: “Cercavano l’opera per la mostra all’Accademia dei Lincei ma non si trovava. Io mi ricordai di averla vista nella stanza del questore”, spiega all’AGI Candiani.
Il dipinto è stato restaurato al Viminale “proprio accanto al mio ufficio”. È così che la Gioconda di Montecitorio, che proveniva da una collezione dei Torlonia, in seguito ceduta a Palazzo Barberini, è finita nelle mani di Cinzia Pasquali, restauratrice delle opere di Leonardo al Louvre. E qui è arrivata la ‘scoperta’.
Benché non si possa dire se Leonardo abbia messo mano al quadro, la restauratrice sostiene che l’opera provenga dalla sua bottega e che sia del ‘500. “Il dipinto è molto interessante. Non possiamo escludere che Leonardo abbia partecipato alla sua realizzazione” disse Pasquali qualche mese fa.
Alcuni particolari farebbero pensare che il maestro abbia dato alcune concrete indicazioni. Peraltro la Pasquali è stata l’autrice di quello che è stato definito ‘il

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