Politica

Conte: “Realizzeremo il più grande piano di investimenti mai progettato in Italia”

Conte: "Realizzeremo il più grande piano di investimenti mai progettato in Italia"

 (Agf)

 Giuseppe Conte

Il governo Conte ha “previsto un piano per gli investimenti pubblici per un importo pari a 38 miliardi nei prossimi quindici anni e altri 15 nel prossimo triennio”. Lo spiega lo stesso presidente del Consiglio in una intervista al Corriere della sera.

“Accompagneremo questo piano – prosegue – con la semplificazione burocratica, la riforma del codice dei contratti pubblici, la digitalizzazione dei servizi pubblici, l’accelerazione dei processi civili. Avremo una cabina di regia e gruppi di esperti che ci consentiranno di realizzare il più grande piano di investimenti mai progettato in Italia e il più grande rafforzamento mai pensato del nostro sistema di infrastrutture materiali e immateriali”.

Le riforme “consentiranno di recuperare al mercato del lavoro un’ampia fascia di cittadini e di semplificare un sistema fiscale che viene unanimemente percepito come iniquo; sono misure, quindi, che non dilapideranno risorse pubbliche, ma costituiranno investimenti in termini di crescita e sviluppo sociale”.

Quanto alla riforma della Giustizia, queste “non saranno condizionate dall’esito della votazione avvenuta al Csm”, che ha visto l’elezione alla vicepresidenza David Ermini, parlamentare del Pd”, dalla quale pero’ “sono rimasto molto sorpreso”. “La componente togata – sottolinea – che ha dato questa indicazione di voto si è assunta una precisa responsabilità, interpretando secondo una peculiare accezione i valori della indipendenza e dell’autonomia della magistratura”. Le riforme vanno pensate in una prospettiva di ampio respiro e di maggiore funzionalità, astraendo da contingenze”. 

Se il Colle richiama le parole dalla Costituzione, Giuseppe Conte ribadisce che a decidere sulla manovra economica è il governo. “La mia opinione – afferma il presidente del Consiglio in una intervista al Corriere della Sera – è che i principi di equilibrio del bilancio e di sostenibilità del debito pubblico, a prescindere dal fatto che siano scritti nella Costituzione e nel fiscal compact, siano linee guida che qualunque governo responsabile deve tenere da conto. Questi principi non impongono, tuttavia, di rinunciare a esprimere una politica economica e di finanza pubblica interpretando i bisogni dei cittadini in base ai differenti cicli economici”.

“Da lunedi’ – prosegue – riunirò a Palazzo Chigi la cabina di regia per avviare il piano di investimenti e il piano di ammodernamento delle infrastrutture. Sono fiducioso che gli investitori, che guardano a prospettive di medio e lungo periodo, troveranno molto conveniente investire in Italia, anche perché il nostro Paese, anche più di molti altri Paesi europei, offre il valore aggiunto di un solida stabilità politica”.

“Questo governo – sottolinea – non ha alcuna tentazione di creare vertenze o contrapposizioni con le istituzioni europee. Sappiamo che il dialogo con l’Europa è importante e ci predisponiamo ad esso con la massima serenità”.

Quanto alla sorte di Giovanni Tria, il ministro dell’Economia esce politicamente dimezzato? “Assolutamente no – risponde Conte – Abbiamo sempre chiesto al ministro Tria di presentare varie alternative e di tener conto di molteplici variabili. Quella che è prevalsa alla fine, all’esito di attente meditazioni, è una manovra frutto di un lavoro collettivo e pienamente condiviso. Lo dimostra il fatto che siamo giunti alla deliberazione finale senza litigi o scontri, ma solo attraverso un confronto serrato”. 

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it

“Realizzeremo il più grande piano di investimenti mai progettato in Italia”

"Realizzeremo il più grande piano di investimenti mai progettato in Italia"

 (Agf)

 Giuseppe Conte

Il governo Conte ha “previsto un piano per gli investimenti pubblici per un importo pari a 38 miliardi nei prossimi quindici anni e altri 15 nel prossimo triennio”. Lo spiega lo stesso presidente del Consiglio in una intervista al Corriere della sera.

“Accompagneremo questo piano – prosegue – con la semplificazione burocratica, la riforma del codice dei contratti pubblici, la digitalizzazione dei servizi pubblici, l’accelerazione dei processi civili. Avremo una cabina di regia e gruppi di esperti che ci consentiranno di realizzare il più grande piano di investimenti mai progettato in Italia e il più grande rafforzamento mai pensato del nostro sistema di infrastrutture materiali e immateriali”.

Le riforme “consentiranno di recuperare al mercato del lavoro un’ampia fascia di cittadini e di semplificare un sistema fiscale che viene unanimemente percepito come iniquo; sono misure, quindi, che non dilapideranno risorse pubbliche, ma costituiranno investimenti in termini di crescita e sviluppo sociale”.

Quanto alla riforma della Giustizia, queste “non saranno condizionate dall’esito della votazione avvenuta al Csm”, che ha visto l’elezione alla vicepresidenza David Ermini, parlamentare del Pd”, dalla quale pero’ “sono rimasto molto sorpreso”. “La componente togata – sottolinea – che ha dato questa indicazione di voto si è assunta una precisa responsabilità, interpretando secondo una peculiare accezione i valori della indipendenza e dell’autonomia della magistratura”. Le riforme vanno pensate in una prospettiva di ampio respiro e di maggiore funzionalità, astraendo da contingenze”. 

Se il Colle richiama le parole dalla Costituzione, Giuseppe Conte ribadisce che a decidere sulla manovra economica è il governo. “La mia opinione – afferma il presidente del Consiglio in una intervista al Corriere della Sera – è che i principi di equilibrio del bilancio e di sostenibilità del debito pubblico, a prescindere dal fatto che siano scritti nella Costituzione e nel fiscal compact, siano linee guida che qualunque governo responsabile deve tenere da conto. Questi principi non impongono, tuttavia, di rinunciare a esprimere una politica economica e di finanza pubblica interpretando i bisogni dei cittadini in base ai differenti cicli economici”.

“Da lunedi’ – prosegue – riunirò a Palazzo Chigi la cabina di regia per avviare il piano di investimenti e il piano di ammodernamento delle infrastrutture. Sono fiducioso che gli investitori, che guardano a prospettive di medio e lungo periodo, troveranno molto conveniente investire in Italia, anche perché il nostro Paese, anche più di molti altri Paesi europei, offre il valore aggiunto di un solida stabilità politica”.

“Questo governo – sottolinea – non ha alcuna tentazione di creare vertenze o contrapposizioni con le istituzioni europee. Sappiamo che il dialogo con l’Europa è importante e ci predisponiamo ad esso con la massima serenità”.

Quanto alla sorte di Giovanni Tria, il ministro dell’Economia esce politicamente dimezzato? “Assolutamente no – risponde Conte – Abbiamo sempre chiesto al ministro Tria di presentare varie alternative e di tener conto di molteplici variabili. Quella che è prevalsa alla fine, all’esito di attente meditazioni, è una manovra frutto di un lavoro collettivo e pienamente condiviso. Lo dimostra il fatto che siamo giunti alla deliberazione finale senza litigi o scontri, ma solo attraverso un confronto serrato”. 

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Il Pd chiama all’adunata contro Salvini e Di Maio (e per ritrovare se stesso)

Il Pd chiama all'adunata contro Salvini e Di Maio (e per ritrovare se stesso)

  AGF

Martina e Renzi

Il Partito democratico scende in piazza a Roma per rilanciare il suo ruolo di maggiore forza di opposizione e per contrastare i provvedimenti annunciati dal governo.

Una manifestazione che, nelle speranze del segretario Maurizio Martina e degli altri esponenti Pd, dovrebbe ripetere il successo di quella di Milano del 29 agosto quando a mobilitarsi furono i dem ma anche le altre forze anti razziste che si oppongono alle politiche del ministero dell’Interno guidato da Matteo Salvini.

Tutti insieme, compatibilmente

Per raggiungere lo scopo arriveranno da tutta Italia 200 pullman e 6 treni. Al momento hanno dato la loro adesione tutti i big del partito, compresi Matteo Renzi e Nicola Zingaretti. Sul palco si alterneranno, però, soprattutto esponenti della società civile: aprirà il presidente del municipio val Polcevera di Genova, Federico Romeo, si proseguirà con i Giovani Democratici impegnati in iniziative sociali sui territori. E, ancora: una insegnante, una madre interverrà sui vaccini, esperienze dell’associazionismo antimafia, sindaci sui tagli ai fondi per le periferie, lavoratori dell’Ilva. A concludere la manifestazione sarà il segretario.

Renzi dice: guardiamo avanti

L’ex segretario Matteo Renzi dalle colonne del Corriere della Sera si dice pronto a lanciare “una battaglia di resistenza civile da combattere a ogni livello”. Poi sui social invita a guardare al futuro nonostante le sconfitte del passato: “I rigori si possono sbagliare, e anche a me è capitato nel calcio come in politica. Ma devi sempre avere la forza di andare sul dischetto: altrimenti meglio cambiare mestiere”.

Ma le divisioni restano

Al di là degli appelli, tuttavia, è un Partito democratico quanto mai diviso quello che si dà appuntamento a Roma. Divisioni che riguardano il prossimo congresso, ma non solo. La scelta di Matteo Renzi di sottoscrivere il manifesto “Risvegliamo l’Europa” assieme al presidente di En Marche, Christophe Castaner, dal primo ministro di Malta Joseph Muscat, dal capogruppo dei liberaldemocratici di Alde al Parlamento Europeo Guy Verhofstad e dal presidente spagnolo di Ciudadanos, Albert Rivera. Una compagine a forte trazione liberal che apre una discussione accesa nel Partito Democratico.

Per l’ex guardasigilli Andrea Orlando è la prima mossa di Renzi in direzione di un addio al Pse, il partito dei socialisti europei nel quale lo stesso Renzi scelse di collocare il Partito Democratico, una delle sue prime mosse da neo segretario del Pd. “Il prossimo congresso sarà tra chi vuole restare nel partito Partito Socialista Europeo, allargandolo, e chi vuole andare con i liberali dell’Alde, spesso all’opposizione dei pochi governi socialisti rimasti in Europa”, scrive Orlando sui social.

Il Pd chiama all'adunata contro Salvini e Di Maio (e per ritrovare se stesso)

 Nicola Zingaretti

Il rebus del congresso

Tensioni che si aggiungono a quelle relative al congresso che sta per aprirsi. C’è una data indicativa per le primarie, domenica 27 gennaio; c’è la data del Forum nazionale che dovrebbe rappresentare anche l’avvio ufficiale del congresso, dal 26 al 28 ottobre; ci sono i temi. Quello che manca sono ancora i candidati. In campo, al momento, c’è solo Nicola Zingaretti, con i renziani alla ricerca di un nome in grado di competere ad armi pari, se non per vincere, almeno per limitare la portata della sconfitta.

“Il candidato arriverà con il Congresso” assicura Renzi confermando che lui non si candiderà perché la sua volontà è quella “di dare una mano contro questa cultura dello sfascio che Lega e 5stelle rappresentano”. Di certo, però, l’ex premier non giudica Zingaretti all’altezza del compito. Il sospetto di Renzi è che il governatore e la compagine larga che lo appoggia intendano arrivare ad un accordo con il Movimento 5 Stelle. Ipotesi duramente smentita dallo stesso Zingaretti e, nelle ultime ore, anche dal segretario Martina.

Al di là del Pd

In piazza domani ci sarà anche Carlo Calenda che in una intervista al Messaggero dice di non “capire” più Renzi e propone di andare oltre il Pd: “Il partito va superato. Deve partecipare alla costruzione di un fronte progressista molto ampio in vista delle elezioni europee. A capo di questo fronte deve esserci Paolo Gentiloni”, “una persona seria” e di “grande autorevolezza in Italia e all’estero”, afferma l’ex ministro dello Sviluppo economico.

Le intenzioni di Martina

Martina ha davanti a sé meno di un mese di permanenza al Nazareno. Fonti a lui vicine sottolineano che la data buona per l’addio rimane il Forum nazionale, e lui conferma la volontà di rispettare lo statuto del partito, dimettendosi alla convocazione del congresso e mettendo a disposizione del partito la sua esperienza per dare una mano a ripartire: “Sono consapevole che siamo in una fase in cui le attese verso il governo sono ancora alte e non sottovaluto il fatto che a 100 giorni dall’inizio di questo governo non hai ancora lo spazio per esplicitare la tua alternativa. Ma non esiste l’alternativa senza il Partito Democratico. Anche cambiando le persone, faremo un congresso, io mi dimetterò certamente, lo abbiamo detto all’assemblea di luglio. Il congresso lo facciamo prima delle europee, le primarie l’ultima domenica di gennaio. Una mia candidatura? Io darò una mano”.

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Salvini: mi paragonano al duce ma non arretro, orgoglioso di questi primi 100 giorni

Salvini: mi paragonano al duce ma non arretro, orgoglioso di questi primi 100 giorni

 Afp

 Matteo Salvini

“Non abbiamo paura di niente e di nessuno”, scandisce dal palco della festa della Lega a Latina. Matteo Salvini ribatte punto su punto ai suoi critici anche quando dice che “qualche fenomeno dice come ‘fa come il duce, dice agli italiani fate più figli’. Beh, io ne sento tante ma non mi toccano proprio”. “Dietro di noi ci sono milioni di italiani perbene e io – assicura – non arretro di un millimetro, anzi vado più veloce, e più incazzato”.

“Faranno ricorsi e controricorsi… e chi se ne frega”, ha proseguito a proposito del Dl sicurezza, “se mi mandano in galera ci vado a testa alta. Chiederoòche mi mandino a San Vittore per stare vicino ai miei figli. Mi venite a trovare tutti”, dice ai suoi sostenitori cui ricorda che “per certi giornali siamo razzisti, fascisti, nazisti, sovranisti”. E qui arriva un’altra bordata all’Espresso quando dice che “domani un settimanale mette in edicola l’idea demenziale che il decreto sicurezza sia come le leggi razziali. Pensate a come stanno male i neuroni di questa gente”. 

Salvini si dice “orgoglioso di questi primi cento giorni di governo” e ostenta “la massima serenità e il massimo rispetto” nei confronti di chi passa ai raggi X le misure dell’esecutivo. Il vicepremier assicura che “con la stessa serenità e rispetto ho risposto al richiamo del Presidente della Repubblica”. Quel richiamo al dettato della Costituzione “che condivido” – e qui la piazza rumoreggia – anche se il Capitano rilancia dicendo che “la Costituzione ricorda che conti pubblici devono essere in ordine. Perfetto, vogliamo finire il nostro lavoro tra 5 anni con i conti a posto e il debito che invece di aumentare diminuira’, ma la Costituzione – ribadisce – non scrive da nessuna parte non cancellare la legge Fornero, non ridurre le tasse, non dare lavoro ai giovani”.

Insomma, il mantra è “smettere di governare il Paese da servi, come ha fatto la sinistra per troppi anni, con manovre che arrivavano da Parigi, Bruxelles, Berlino. La manovra quest’anno la facciamo a Roma”. Serenità e rispetto allora, ma anche un messaggio piuttosto franco: “Metto a rischio i conti? Quando prendo un impegno e su quello chiedo la fiducia della gente vado fino in fondo e – scandisce tra gli applausi della piazza – non esistono no che tengano e questo devono capirlo a Bruxelles, a Parigi, a Berlino o anche – sottolinea Salvini – in qualche Colle di Roma”.

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Manovra e debito pubblico, perché Sergio Mattarella ha deciso di farsi sentire

mattarella salvini manovra costituzione

 Afp

 Mattarella e Di Maio

Prima ci ha provato con le buone, senza farsi sentire in pubblico. Ma non lo hanno ascoltato. Ora ha alzato la voce. Sergio Mattarella ha aspettato che le decisioni fossero prese, che il premier e i ministri avessero parlato, confermando la loro intenzione di varare una manovra in deficit, in cui cioè si spende più di quanto entri in cassa, fino a sforare del 2,4% il rapporto deficit-pil. Poi, non avendo visto nessun ripensamento rispetto a una linea che ritiene pericolosa, ha parlato. Ed ha ricordato che la necessità di tenere i conti in ordine innanzitutto è scritta nella Costituzione, e poi è una necessità che garantisce sicurezza sociale e futuro dei giovani. Non un favore a Bruxelles e all’Unione europea, quindi, ma un modo per tutelare la vita quotidiana degli italiani, i loro stipendi, i loro risparmi, le loro pensioni.

Leggi anche: Rischiamo la fine di Grecia o Argentina se la scommessa sul deficit fallisce?

Nei giorni scorsi Mattarella aveva sostenuto il ministro dell’Economia Giovanni Tria, che si era detto disponibile a trattare con Luigi Di Maio e Matteo Salvini per far giungere le cifre del Documento di economia e finanza a una percentuale di spesa che non superasse il 2%. Qualcuno, seppur smentito dal Colle, sostiene che ci sia stato il Presidente della Repubblica dietro alla sofferta scelta di Tria di non dimettersi davanti alla decisione di Lega e M5s di travolgere la sua volontà e alzare il deficit-pil al 2,4%.

Venerdì, all’indomani del Consiglio dei ministri che ha deciso di varare il Def in deficit, mentre la borsa di Milano subiva forti perdite e lo spread saliva, il Presidente ha fatto trapelare tutta la sua preoccupazione per la tenuta dei conti pubblici.

Leggi anche: Chi (cosa e quando) ha fatto cambiare idea al ministro Tria sul deficit?

Sabato, ricevendo i ciclisti dell’iniziativa “Viaggio in bicicletta intorno ai 70 anni della Costituzione”, il Capo dello Stato ha messo i puntini sulle I: “La Costituzione, all’articolo 97, dispone che occorre assicurare l’equilibrio di bilancio e la sostenibilità del debito pubblico”. Dunque non ci si deve certo impiccare allo 0,1% in più o in meno, su questo Mattarella è d’accordo, ed infatti aveva accettato l’idea che si giungesse al 2%. Ma sforare di 13 miliardi, avendo l’Italia un debito pubblico monstre, è un passo che il Presidente non si sente di sostenere, soprattutto per misure che non sembrano favorire investimenti e lavoro.

L’equilibrio dei conti, ha ricordato, non è un favore che si fa a Bruxelles e all’Europa, ma una “tutela” per i risparmi degli italiani, le risorse per le famiglie e le imprese, le pensioni e gli interventi dello Stato per i più deboli. E soprattutto avere i conti in ordine “è una condizione indispensabile di sicurezza sociale, soprattutto per i giovani e per il loro futuro”. Come un nonno che ne ha viste tante, il Capo dello Stato spiega a chi è più giovane che fare debiti difficilmente rende più ricchi e che la oculatezza nella spesa dei soldi dello Stato è in realtà un investimento sul futuro. Dopo diversi allarmi, dunque, una nuova tirata d’orecchie, da parte del Presidente, che ha diversi strumenti in mano e ha intenzione di dire la sua fino all’ultimo per evitare che le famiglie italiane invece che avere benefici dalla manovra possano essere penalizzate.

Leggi anche gli articoli di Corriere della Sera e Stampa

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Manovra, Salvini risponde a Mattarella: “Stia tranquillo, si punta su crescita”

Manovra, Salvini risponde a Mattarella: "Stia tranquillo, si punta su crescita"

Ufficio Stampa Quirinale / AGF 

 Sergio Mattarella e Matteo Salvini

“Stia tranquillo il Presidente, dopo anni di manovre economiche imposte dall’Europa che hanno fatto esplodere il debito pubblico (giunto ai suoi massimi storici) finalmente si cambia rotta e si scommette sul futuro e sulla crescita. Prima gli Italiani, dalle parole ai fatti!”. Lo dice il ministro dell’Interno Matteo Salvini, commentando le parole del Capo dello Stato Sergio Mattarella che ha ammonito sull’equilibrio di bilancio. “La Costituzione impedisce forse di cambiare la legge Fornero, di ridurre le tasse alle Partite Iva e alle imprese, di aumentare le pensioni di invalidità, di assumere migliaia di poliziotti, carabinieri e vigili del fuoco e di aiutare i giovani a trovare un lavoro? Non mi pare”, sottolinea Salvini. 

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Rischiamo la fine di Grecia o Argentina se la scommessa sul deficit fallisce?

Rischiamo la fine di Grecia o Argentina se la scommessa sul deficit fallisce?

Una foto, la stessa, campeggia sulle pagine dei principali giornali di tutto il mondo: quella di Luigi Di Maio che agita il pungo affacciandosi dal balcone di Palazzo Chigi, in segno di vittoria. Ma i commenti alle cifre del Def non sono gonfi di entusiasmo.

Quello che i grandi giornali vedono nel futuro dell’Italia è piuttosto un bivio, le cui alternative fanno – entrambi – scendere giù dalla schiena un brivido gelido. In poche parole: rischiamo di finire come la Grecia, secondo taluni, o l’Argentina, secondo altri.

Rischiamo la fine di Grecia o Argentina se la scommessa sul deficit fallisce?

 (Afp)

 Matteo Salvini e Luigi Di Maio

Complice, secondo il Financial Times, l’atteggiamento di un Matteo Salvini che “ha dimostrato di voler dire cose diverse a seconda dell’interlocutore che ha di fronte” e di un Movimento Cinque Stelle che “ha dimostrato di non aver alcuna voglia di lasciare alla Lega il centro del palcoscenico” nei tempi che invece molti prevedevano.

Sintetizza non a caso l’Economist: “I populisti italiani hanno preso una china scivolosa che porterà il loro Paese verso l’abisso finanziario greco o argentino? Ci sono buone ragione per temerlo”. Studiare i precedenti diventa a questo punto molto istruttivo.

Come si è arrivati al tracollo della Grecia e quanto è costato uscirne

L’economia ellenica venne duramente colpita dalla crisi del 2008, con danni tremendi all’industria turistica che perse in due anni il 15% delle entrate. Soprattutto, però, emerse un dato sconcertante: per entrare nella zona euro Atene aveva truccato i propri conti pubblici, facendo apparire sano ciò che invece era molto malato. Il rapporto deficit/Pil, che secondo i parametri dell’UE non può eccedere il 3%, era in realtà attorno al 12%. Di conseguenza la Grecia ha cercato sempre più capitali sui mercati esteri, innescando un ciclo vizioso di debiti utilizzati per pagare debiti precedenti e spese correnti. Nel frattempo il rapporto deficit/Pil peggiorava costantemente mettendo sempre più a rischio la permanenza della Grecia nella moneta unica.

Leggi anche Di Maio: “Quel po’ di debito che facciamo in più lo ripagheremo nei prossimi anni con la crescita”

Il costo del risanamento, appena raggiunto dopo otto anni di lacrime e sangue, è stato superiore all’intero prodotto interno lordo di paesi come la Danimarca o il Portogallo, ed il sistema economico greco ne è uscito particolarmente indebolito, con la cessione di asset fondamentali per l’economia nazionale come le infrastrutture portuali.

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 Un anziano piange fuori la filiale nazionale della banca a Salonicco per la crisi economica greca 
(3 luglio)

L’incubo argentino

Il caso dell’Argentina è quello di un autentico cortocircuito economico, in cui si sommano e si stimolano reciprocamente i difetti del liberismo e dello statalismo a libera spesa pubblica. Mauricio Macrì, l’attuale presidente, ha cercato di imporre una cura liberista e globalista, ma si è scontrato con l’ondata di protezionismo imperante a livello globale (ad iniziare dagli Stati Uniti). Alla Casa Rosada, prima di lui, sedeva Cristina Kirchner, proveniente dal peronismo di sinistra e populista nel sangue. La sua politica economica era stata fatta di protezionismo e spesa pubblica. Su questa base di partenza le decisioni di Macrì hanno avuto l’effetto di far esplodere il bubbone: a maggio il peso ha perso il 2°0 percento del suo valore, i capitali stranieri hanno preso la via della fuga, l’inflazione è arrivata al 30 percento. Economia sulle montagne russe, obbligatoria la richiesta di un prestito al Fondo Monetario Internazionale. Il futuro si vedrà, ma il presente non lascia presagire niente di buono. Il Pil dovrebbe calare di quasi il 2 per cento nel corso di quest’anno, poi chissà.

La teoria del complotto e quella del nemico esterno

Se il parallelo con la Grecia è quello che più facilmente viene in mente, c’è chi invece vede più probabile il realizzarsi dello scenario argentino. Scrive il sito Politico che un certo modo di fare politica all’argentina noi ce lo abbiamo nel dna. Tanto è vero che “già nel 2011 la destra italiana hanno usato la teoria complottistica per spiegare la tempesta finanziaria che portò lontano da Palazzo Chigi l’allora premier Silvio Berlusconi”.

Ugualmente “la retorica di Matteo Renzi fece passare per uno scontro diplomatico con la Commissione Europea i negoziati sui limiti di bilancio, e questo è un modello che fa un gran comodo ai populisti che sono ora alla guida del Paese”.

Ora si è fatto un passo avanti, superando il confine tra “una bolla di spesa da far seguire da una opportuna tirata di cinghia – cosa comune finora in Italia – e i fatto che i governo intende fare una nuova normalità e non più un evento straordinario l’aumento della spesa in deficit”.

Conclusione del discorso (secondo l’Economist): “Una volta iniziato, un ciclone finanziario è qualcosa di molto difficile da riportare sotto controllo”. Ha dichiarato stamattina il viceministro leghista dell’Economia Massimo Garavaglia a Repubblica, definendo la manovra una “lucida follia”: “Siamo di fronte a una scommessa, che funziona se cresciamo più del previsto. L’obiettivo è non essere più ultimi in Europa, ma arrivare almeno a metà classifica”. Se andasse male, secondo Garavaglia, “vuol dire che questo Paese ha dei problemi molto seri”. Il leghista condanna le politiche dei precedenti governi e sostiene che “la ricetta precedente avrebbe portato il Paese a scatafascio. L’alternativa alla nostra sfida era una super-patrimoniale. Basta leggere il Def di chi ci ha preceduto: c’erano solo tasse in più”.

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